| |
BIOARCHITETTURA
|
Numero 38 di agosto-settembre 2004
|
Dove nascono i Bogomili
Fonti e notizie storiche
Ivan Dujchev
Secondo alcuni studiosi, il Bogomilismo è the first European
link di una catena millenaria, che incomincia con la predica
di Mani in Mesopotamia nel III secolo e giunge sino alla
Crociata degli Albigesi in Francia meridionale nel secolo
XIII. Nonostante la sua semplificazione quest’affermazione
appare assai seducente. Prima di considerarla al di sopra di
ogni dubbio, sarebbe necessario un esauriente e vasto studio
comparativo delle grandi correnti eretiche del Medioevo,
verificando i singoli nessi di questa presupposta catena sia
nella sostanza che nelle concatenazioni attraverso i secoli
e gli ampi territori del mondo medioevale. Durante tutto il
periodo medioevale gli Slavi della Penisola Balcanica erano
prevalentemente, se non esclusivamente, nell’ambito
dell’Impero bizantino e attraverso questo venivano in
contatto con l’Oriente, con il suo germogliare continuo di
eresie. Non è difficile perciò rintracciare i legami che
univano le correnti eretiche dell’Oriente, come il
manicheismo e il paulicianismo, con il bogomilismo.
Accettando l’ipotesi di una certa unità e continuità delle
correnti ereticali del Medioevo e parlando di un vasto
movimento “neomanicheistico” realizzato attraverso la
mediazione dei bogomili balcanici, sembra più che necessario
accertare non solo i tratti di unità dottrinale, ma
comprovare anche l’esistenza di rapporti storici fra questi
popoli. Come per tanti altri movimenti ereticali, uno
sguardo sulla storia e particolarmente sull’essenza
dottrinale del bogomilismo viene ostacolato da una
difficoltà basilare: la mancanza totale di fonti dirette e
genuine di provenienza bogomila. Non pare inutile avvertire
che tutto ciò che conosciamo di rilevante circa la dottrina
dei bogomili proviene dagli scritti dei loro nemici. Ben
poco si può ricavare da certi apocrifi di origine
presupposta bogomila, dalla cosidetta “Interrogatio Iohannis”,
conservataci unicamente in veste latina di epoca
relativamente tarda, ma per fortuna anche dalla tradizione
orale in fiabe popolari, diffuse fra i Bulgari e fra altri
popoli balcanici quasi sino ai giorni nostri.
Il nome slavo “Bogomil” che divenne famoso grazie
all’omonima eresia, non è altro che un semplice calco dal
greco “teofilos” cioè “amato da Dio“ ossia “caro a Dio”.
Detto nome slavo appare presso i Bulgari già nella seconda
metà del sec. IX. La più antica menzione di questo nome si
legge in una nota marginale sul celebre codice pergamenaceo
di Cividale (Cod. Sacri, I, f.4), del secoli V-VI, dove un
nobile bulgaro, Sadak, inviato nell’867 dal principe Boris
(852-889) al pontefice Nicolò I, ha segnalato i nomi dei
suoi familiari e fra l’altro di sua figlia, “filia eius
Bogomilla”. Il Vescovo Cosma I, che conosceva bene il
significato di tale nome, nel suo “Discorso contro la
recente eresia” del composto tra il 969 e il 972, non li
nomina mai con tale denominazione: invece di essere un
biasimo, il nome ne è stato onore ed elogio. Ad usare per
primi questo nome come appellativo dell’eresia furono gli
autori bizantini per i quali, nonostante i tentativi di
spiegazione, esso rimaneva estraneo e oscuro. L’eresia prese
il suo nome da un capo eponimo – il prete (pop) Bogomil – la
cui esistenza storica viene attestata dalle due fonti fra le
più autorevoli: il “Discorso” di Cosma e il Sinodico della
chiesa bulgara. L’informazione delle due fonti è in questo
caso quanto mai concisa: non ci insegna altro che il pop
Bogomil visse nei tempi del re bulgaro Pietro, cioè fra il
927 e il 969. Appoggiandosi sulle testimonianze di Cosma,
del Sinodico e dell’epistola di Teofilatto, gli studiosi,
fra i quali anche i più recenti, giunsero alla conclusione
che il nascere dell’eresia si deve datare dans le premier
quart du Xe siècle oppure at the beginning of the reign del
re Pietro, cioè poco dopo il 927. Non pochi indizi inducono
però a formulare l’ipotesi che l’eresia aveva anche una sua
‘protostoria’ e che la sua origine si deve cercare già verso
la metà del secolo IX, all’epoca della conversione ufficiale
del popolo bulgaro al cristianesimo. In effetti il movimento
ereticale germogliò sul fondo di una complicata realtà
storica, quando un fermento interno tentava di
concretizzarsi sotto influssi esterni. I missionari
cristiani, nella loro attività, ebbero a combattere contro
varie correnti religiose, in uno Stato in cui mancava
qualsiasi unità di fede. Noto lo zelo eccezionale dei
missionari manichei, si potrebbe supporre che durante la
seconda metà del sec. VIII e sino all’840 essi non avevano
interrotto i legami con gli affini Protobulgari. Non è del
tutto impossibile che dopo la soppressione del manicheismo
verso la metà del sec. IX, e specialmente dopo le grandi
persecuzioni, missionari manichei abbiano cercato rifugio
presso i lontani parenti, tanto più che le frontiere dello
Stato protobulgaro giungevano molto a nord-est, lungo la
costa settentrionale del Mar Nero. Disponendo di alcuni
indizi sui contatti che esistevano in quell’epoca fra i
Protobulgari e gli Slavi, da un lato, e l’Iran dall’altro,
non sembra impossibile che missionari manichei potessero
giungere in Bulgaria anche dall’Iran e dall’Iraq. Ad onta
dei dubbi formulati da certi studiosi circa la possibilità
di un influsso diretto del manicheismo sui Bulgari, bisogna
supporre con grande verosimiglianza che la religione di Mani
penetrò fra di loro insieme con l’eredità antica, assunta
dopo lo stabilirsi nei territori balcanici, come anche
tramite contatti diretti nei secoli seguenti con gli Uiguri,
con Irak, Iran e perfino con gli Armeni. Non desta dubbi
invece la penetrazione di missionari pauliciani fra i
Bulgari. I cronisti e gli storici bizantini parlano della
colonizzazione di eretici in Tracia nel sec. VIII, a più
riprese (nel 746, 756, 778). I Responsa ad consulta
Bulgarorum di papa Nicolò I, dell’866, confermano che a in
quell’epoca fra i Bulgari erano giunti missionari armeni.
Una iscrizione protobulgara della prima metà del sec. IX
menziona un personaggio di nome indubbiamente armeno fra i
capi dell’esercito bulgaro. Infine, la ‘Historia
Manichaeorum’ di Pietro Siculo testimonia di legami fra i
pauliciani e le terre bulgare solo pochi anni dopo la
conversione ufficiale nell’865. Questa conversione,
effettuata in parte con violenza, non riuscì a sradicare il
paganesimo. Numerosi cenni nelle fonti storiche parlano
della persistenza di credenze e riti pagani anche dopo
l’introduzione del cristianesimo come religione ufficiale
nello Stato. Sino agli ultimi due decenni del sec. IX,
allorchè nel Paese fu introdotto l’alfabeto slavo, fu creata
una letteratura in lingua slava e si organizzò un clero
slavo, la cristianizzazione rimase più o meno alla
superficie, la nuova religione veniva considerata una
manifestazione pericolosa dell’influsso bizantino ed il
clero bizantino un elemento estraneo, se non ostile.
L’aggravarsi progressivo della vita sociale ed economica
rendeva ancora più ardente il malcontento. Su questo terreno
di reazione latente contro la fede cristiana e la chiesa
ufficiale, contro il bizantinismo e le miserie della vita,
ogni semente di pensiero eretico ed eterodosso germogliava
copiosamente. La constatazione di “une recrudescence des
écrits antimanichéens” nella letteratura bizantina del sec.
IX vale ugualmente anche per la giovane letteratura
paleobulgara. Certamente l’apparire in essa, già verso la
fine del sec. IX e all’inizio del decimo, di alcuni scritti
di origine bizantina e di contenuto apologetico, non si deve
spiegare come una mera moda letteraria e attribuirsi al puro
caso. Basta citare qualche titolo, per persuadersi che i
primi scrittori bulgari e slavi foggiavano armi contro le
eresie ed in difesa della nuova fede. Tale fu, ad esempio,
la traduzione paleoslava di alcuni scritti di Metodio di
Olimpo ed in primo luogo della sua opera “De libero
arbitrio”, diretta contro il determinismo della gnosi
valentiniana, ma utilizzabile egualmente contro i manichei.
Lo scrittore paleobulgaro Costantino di Preslav tradusse,
all’inizio stesso del sec. X, i quattro “Sermoni contro gli
Ariani” di Atanasio Alessandrino evidentemente non per
interesse puramente storico-letterario, e nemmeno per
lottare contro un fantasma scomparso ormai da secoli, ma
giacché le correnti ereticali nella Bulgaria di quell’epoca,
non ancora bene identificate, offrivano certe analogie con
la “Arriana haeresis” e potevano essere confutate con
argomenti simili. All’epoca paleobulgara appartiene anche la
traduzione slava delle “Catechesi” di Cirillo di
Gerusalemme, il quale polemizza ampiamente non solo contro
le altre eresie, ma in modo particolare contro il
manicheismo. La realtà storica bulgara probabilmente deve
connettersi anche con il riassunto sulle eresie che il
patriarca Fozio scrisse, ad una data che non si può
stabilire con precisione, per rispondere alla richiesta di
tale monaco, di nome Arsenio. Ora, da una lettera di Fozio
sappiamo ch’egli inviò al ‘monaco ed esicasta’ Arsenio
alcuni bulgari affinché li istruisse nella vita monastica.
Se si tratta del medesimo personaggio, non sarebbe forse
troppo inverosimile ammettere che dietro il suo
interessamento per le eresie si nascondeva, in realtà,
l’informazione da parte dei suoi allievi circa la situazione
nel paese neoconvertito. Senza menzionare qui anche le altre
testimonianze, talvolta poco chiare, sull’attività degli
eretici, manichei e pauliciani, nella Bulgaria del sec. IX,
occorre concludere che, secondo ogni probabilità,
l’agitazione ereticale cominciò in questo Paese molto prima
dell’inizio del sec. X, cioè già verso la metà del secolo
precedente o un po’ più tardi, a causa della propagazione
del manicheismo, del paulicianismo e forse del massalianismo.
Il prete bulgaro Bogomil fu poi colui il quale, verso i
primi decenni del sec. X, concretizzò e formulò con più
grande chiarezza e precisione i dogmi fondamentali
dell’eresia, che appariva ‘nuova’ in quanto portava certi
tratti specifici, ma in realtà sorgeva da una corrente ormai
secolare. Il nome proprio di questo riformatore – `Bogomil’,
cioè ‘amato da Dio’ – ben presto, a quanto pare, fu adottato
dai suoi seguaci, giacché parimenti a qualche altra loro
denominazione manifestava la loro convinzione di essere i
“veri cristiani” ed i “prediletti di Dio”.
Si hanno scarse notizie per dare una risposta precisa a due
quesiti circa la storia iniziale del bogomilismo: quale
fosse la regione dove esso nacque e si sviluppò
inizialmente, e a quale ambiente sociale appartenevano i
suoi promotori e primi seguaci. Cosma c’informa
semplicemente che il prete Bogomil svolse la sua attività
“in terra bulgara” senza precisare di più; il Sinodico,
ripetendo sostanzialmente la medesima notizia, aggiunge che
il manicheismo, mescolato con massalianismo, fu “disseminato
in tutta la terra bulgara”. Le affermazioni di qualche
studioso che la patria dell’eresia si dovrebbe cercare, ad
esempio, in Macedonia, non sono altro che pure ipotesi.
Altrettanto difficile è la risposta circa l’ambiente sociale
del movimento nei suoi inizi. Basandosi sulle testimonianze
delle fonti più antiche, possiamo concludere con grande
verosimiglianza che i suoi promotori, come lo stesso Bogomil,
appartenevano al clero bulgaro. Senza dubbio però i seguaci
dell’eresia si raccoglievano anche da altri ambienti e
classi sociali. I principi fondamentali del bogomilismo
iniziale si possono ricostituire non tanto dalle
testimonianze dell’epistola di Teofilatto quanto nell’opera
di Cosma il quale tuttavia, come si può dedurre da alcune
frasi, non aveva inserito nella sua polemica tutto ciò che
conosceva intorno al bogomilismo. Il silenzio di Cosma su
certi particolari spinge a precisare la dottrina ereticale
sulla base di fonti posteriori, ammettendo però che possa
trattarsi sempre di qualche innovazione dovuta
all’evoluzione storica dell’eresia. Al pari dei seguaci di
certe altre eresie medioevali, anche i bogomili si
dichiaravano ‘cristiani’ e pretendevano di essere i
portatori del vero cristianesimo evangelico, basato sulla
tradizione neotestamentaria. Da una indiscrezione di Cosma
si deve concludere che, malgrado tutte le raccomandazioni
del patriarca costantinopolitano circa il trattamento degli
eretici, già nella prima metà del sec. X contro di essi
furono intraprese dure persecuzioni. La dichiarazione di
professare il cristianesimo era dunque per loro non una
forma di simulazione, come li accusavano gli apologeti
medioevali e, dietro di loro, autori moderni. Come viene
rilevato parecchie volte da Cosma, la base dell’eresia
veniva dal Nuovo Testamento, cioè dai Vangeli e dalle
epistole apostoliche. Secondo testimonianze esplicite, i
bogomili rinnegavano tutta la tradizione
vetero-testamentaria: i libri di Mosè, i profeti ecc.,
insieme con gli stessi personaggi biblici. Non di meno essi
negavano qualche personaggio che stava al limite fra il
Vecchio ed il Nuovo Testamento, quale ad esempio Giovanni
Battista, considerato dagli eretici ‘precursore di Satana’,
oppure dell’Anticristo.
I bogomili negavano inoltre, tutta la tradizione
ecclesiastica, enormemente ricca, con la letteratura
patristica, in Bisanzio. Limitando in tal modo il complesso
delle fonti della fede, gli eretici bulgari differivano
dalla Chiesa ufficiale anche nell’esegesi di detti scritti.
La loro interpretazione si può definire, rispetto alla
ricchissima letteratura teologica dei Bizantini, non tanto
semplicistica, quanto – se si crede alle affermazioni di
Cosma e agli esempi forniti da lui – allegorica. Come si
vede da qualche passo nell’opera di Cosma, la dottrina dei
bogomili bulgari ai suoi tempi non aveva raggiunto la sua
unità riguardo al principio fondamentale, il dualismo. Si
potrebbe formulare l’ipotesi che già si erano formate le
divergenze – che dovevano accentuarsi ancora più chiaramente
nei secoli posteriori – fra il dualismo assoluto e quello
più moderato. La concezione del principio del male, del
diavolo quale creatore del mondo visibile, come viene
testimoniato tante volte da Cosma, era la vera base
dell’atteggiamento degli eretici verso il ‘mondo terrestre’
in genere. L’apologeta bulgaro ritorna, nel suo scritto,
varie volte sul problema del ‘libero arbitrio’; e ciò vuol
dire che si doveva rifiutare, secondo lui, un determinismo
estremista e chiaramente espresso dagli eretici. In un caso
egli parla di certe fiabe degli eretici, accennando
probabilmente alle loro concezioni cosmologiche, senza
entrare nei dettagli, cosicché su tali concezioni possiamo
informarci soltanto dalle fonti posteriori. Merita rilievo
il fatto che Cosma non parla quasi mai, salvo in un passo
non del tutto chiaro, del docetismo bogomilistico; il duale
invece viene testimoniato, sul modello evidentemente delle
eresie precedenti, nella lettera di Teofilatto. Si accenna
soltanto a certe concezioni ereticali riguardo alla Madonna,
senza fornirci dettagli precisi. Gli eretici negavano
ugualmente i dogmi fondamentali della Chiesa ortodossa: la
Trinità, la Redenzione ecc. Come presso certi eretici
dell’Occidente, presso i bogomili mancava ogni culto della
Croce, che veniva considerata piuttosto uno strumento di
tormento del Signore, non degno di venerazione. Insieme con
ciò, i bogomili erano assolutamente ostili agli edifici del
culto ecclesiastico, alle icone, che consideravano idoli,
alle reliquie e alla loro venerazione, come anche verso gli
stessi santi e verso i miracoli attribuiti non solo a loro,
ma anche a Gesù. Lottando contro le cerimonie religiose
bizantine troppo complesse, i bogomili negavano tutto il
culto in genere, sia la liturgia che le molteplici preghiere
e i riti.
Da qualche accenno in fonte posteriore si deve dedurre che
anche gli eretici avevano un loro rituale e certi ‘sacramenti’,
non conosciuti bene oppure soltanto grazie a qualche
testimonianza tarda. Pretendendo di ritornare alla chiesa
primitiva con la sua presupposta semplicità, i bogomili
abolivano tutte le preghiere e gli inni ecclesiastici,
limitandosi all’unica preghiera domenicale ‘Pater noster’,
dalla quale abitudine i loro seguaci, i Patereni (anche
Patareni, Patarini) ricevettero, come pare, la denominazione
popolare. Si negava il battesimo come anche la comunione,
interpretando in modo allegorico le testimonianze
evangeliche su di essa, mentre la confessione si faceva
senza la partecipazione di sacerdoti, dando anche alle donne
il diritto di eseguirla. Insieme con il culto dei santi, i
bogomili negavano tutte le festività ecclesiastiche. Le
critiche più aspre venivano rivolte al clero ortodosso ed al
suo mal costume, insistendo per una vita più aderente ai
precetti del Vangelo. Pur riconoscendo l’ascetismo duro
degli eretici, con i loro digiuni continui, con la negazione
del matrimonio e di ogni atto sessuale, con l’astensione dai
cibi animali e dal vino, Cosma tenta di disprezzarlo,
essendo basato sui principi dualistici, diversi dai motivi
dell’ascetismo ortodosso. Invece di meritare elogi,
l’aspetto esterno degli asceti veniva perciò vituperato come
segno di ipocrisia. Nell’opera di Cosma manca ogni accenno
all’organizzazione ecclesiastica e sociale degli eretici,
forse perché tale organizzazione ancora non esisteva oppure
egli non la conosceva. Da fonti posteriori sappiamo che
anche in questo i bogomili si adoperavano ad imitare certi
particolari della vita dei cristiani primitivi, facendo, ad
esempio, accompagnare i loro capi da ‘apostoli’, uguali di
numero agli apostoli di Gesù.
Per tutti questi particolari si potrebbero indicare delle
corrispondenze negli atteggiamenti dei manichei, dei
pauliciani e dei massaliani e, senza desumere da ciò
un’identità totale del bogomilismo con dette eresie e negare
i suoi tratti specifici. Fra questi ultimi si deve rilevare,
in primo luogo, una caratteristica che derivava dallo stato
politico, sociale ed economico del popolo bulgaro all’epoca
in cui il movimento dei bogomili prese inizio. Secondo
Cosma, gli eretici spronavano verso la disobbedienza dinanzi
ai signori, ingiuriavano i ricchi, odiavano il sovrano,
oltraggiavano i superiori, biasimavano i nobili (bolfayi),
dichiaravano detestabili da Dio quanti lavoravano per il re
e, infine, predicavano che nessuno schiavo dovesse servire
il suo padrone. Insieme con questi elementi di rivolta
politica e sociale il bogomilismo manifestava in Bulgaria
una reazione nazionale contro il bizantinismo. La dottrina
ereticale, che scaturiva nei suoi principi fondamentali da
correnti analoghe in Bisanzio (manicheismo, paulicianismo e
massalianismo) per una evoluzione dialettica si rivolgeva
contro la stessa Bisanzio e tutto ciò che si immedesimava
con Bisanzio nella vita bulgara, prima di tutto
l’ortodossia, l’organizzazione ecclesiastica, il culto ed i
riti. Così, l’influsso bizantino ‘popolare’ e ‘democratico’,
‘non ufficiale’, finiva per opporsi all’influsso ‘ufficiale’,
sempre di carattere bizantino, ma effettuato tramite la
Chiesa ufficiale ed il potere temporale. L’opposizione fra
le due correnti si manifestava in maniera assai chiara, fra
l’altro, nel campo letterario. Alle opere ‘ortodosse’, di
provenienza prevalentemente bizantina o sotto l’influsso
bizantino, i bogomili contrapponevano una ricchissima
produzione letteraria apocrifa, la quale però spessissimo
non era altro che traduzioni di testi bizantini oppure di
opere di origine orientale, ma tramandate attraverso
Bisanzio.
Per i Bulgari, infine, il bogomilismo era anche un appello
verso la riforma nella vita ecclesiastica. Quasi
contemporaneamente all’attività del pop Bogomil, nella
montagna di Rila, nella Bulgaria sudoccidentale, viveva in
una ascèsi durissima il più famoso anacoreta del medioevo
bulgaro, Giovanni di Rila, fondatore del monastero dedicato
oggi al suo nome. La riforma era però necessaria e lo prova,
fra l’altro, lo stesso Cosma il quale nella sua opera
colpisce con le sue frecce gli eretici ma non risparmia
nemmeno il clero ortodosso.
La parola dei bogomili trovava dunque fra i Bulgari, nel
secolo X ed alcuni secoli di seguito, un terreno quanto mai
fertile, si divulgava e agitava gli spiriti. La sua vitalità
si dimostrò nei secoli XI-XII, quando il bogomilismo trovò
seguaci perfino nella capitale bizantina, fra il clero, e
penetrò in alcune regioni dell’Asia Minore, per poi
perpetuarsi nei territori dell’Impero per alcuni secoli. La
persecuzione intrapresa ai tempi di Alessio I Comneno non
riuscì, a quanto pare, ad arrestare la propagazione
dell’eresia. La persecuzione dei bogomili, organizzata verso
la fine del sec. XII dal principe serbo Stefano Nemanja
(1168-1196), testimonia che l’eresia era già penetrata nei
territori serbi ed aveva trovato fedeli seguaci. Non più
tardi dell’inizio del ’200 il bogomilismo si era propagato
fra la popolazione della Bosnia, per raggiungere in quei
territori uno sviluppo vastissimo ed una persistenza
ultrasecolare. Il problema della pretesa – e probabile –
divulgazione delle idee bogomilistiche, con tutte le
innovazioni dovute alla lunga evoluzione storica, verso
regioni più remote dalla Penisola balcanica, verso l’Italia
settentrionale e verso la Francia meridionale, impone uno
studio particolare, paziente e spassionato.


|
|