BIOARCHITETTURA
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Numero 38 di agosto-settembre 2004
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Brennero, il luogo che non c'è
Da segno di confine a
megaparcheggio
Wittfrida Mitterer
L’accordo di Schengen del 1998, collegando in maniera forte
gli stati nazionali in un’Europa più unita, ha eliminanto in
molti luoghi di confine i posti di blocco doganali e di
controllo della polizia di frontiera. Tra questi un posto
speciale occupa il Brennero, segnato dalla tragedia della
Seconda Guerra Mondiale, dalla stretta dopo gli attentati in
Alto Adige degli anni ’60, dal destino di spalloni e
contrabbandieri e dalle loro vittime, ma dove sulla base di
antichi legami, già molto prima dell’abbattimento ufficiale
si è sviluppata una collaborazione al di là delle sbarre di
confine. Su un confine spesso con caparbietà negato dai
sudtirolesi che lo sentivano iniquo, anzi unrechtsgrenze e
quindi caratterizzato da una storia particolarmente
tumultuosa, lo smantellamento di uomini e attrezzature da
molti atteso ed invocato ha sortito effetti di drammatica
portata economica, sociale e culturale. Probabilmente nessun
luogo di confine europeo era ricco di una cultura quotidiana
così intensamente vissuta, che aveva nel tempo trovato
equilibri sentiti come precari ma che ormai facevano parte
dei ruoli di ciascuno e della vita di tutti: il finanziere
troppo severo, il contrabbandiere taciturno, il parroco
caritatevole, la perpetua dinamica, il ferroviere allegrone,
il commerciante che di qua o di là faceva lo stesso. Ora
questo paese, spartiacque oggettivo ma anche portale vivente
tra la cultura del Nord e quella del Sud, tra il mondo degli
spaghetti e quello dei canederli, tra i mandolini del sole
mio e gli jodler che riecheggiavano nelle valli, tra
l’espresso più buono del mondo e la benzina a metà prezzo,
ora rischia l’anonimato e l’abbandono. I finanziamenti
europei elargiti per lenire il distacco, così come gli
appetiti di una speculazione come altrove affamata di aree
vuote o svuotabili, potrebbero non risultare utili nella
ricerca di una nuova dinamica di rilancio. Soprattutto se
dopo anni di gabelle e di servitù, come primo atto
liberatorio si pone mano alla ruspa e si disperdono edifici
più o meno pregevoli, ciascuno dei quali ha storie e
leggende, fatti e misfatti da raccontare e che nell’insieme
fanno il carattere e la musica del luogo. La prima idea,
quella di fare spazio a megacentri commerciali con tanto di
megaparcheggi per i bus turistici, non parrebbe quella
migliore. Soprattutto se si riflette sul vento gelido che
nel profondo inverno troverebbe tra gli slarghi ampi spazi
da far rabbrividire anche le poche persone rimaste. Se
distruggere la memoria è comunque un atto di violenza,
intelligente sarebbe, anche dal punto di vista commerciale,
considerare che il Brennero è luogo di significati.
Ovviamente la soluzione non sta nel bloccare ogni iniziativa
e congelare il tutto in una insostenibile staticità, non
porre tutto sotto una campana di vetro ma, attraverso un
recupero sensibile e intelligente, riuscire a guardare
avanti mantenendo il contatto col passato. Bello sarebbe (se
davvero si vuole, è fattibile) riuscire ad integrare il
progetto di rilancio dell’area – sia commerciale, culturale,
turistico o un po’ di tutto – in un insieme architettonico
capace di conservare gli elementi che hanno segnato la
storia di questo particolare confine. In mancanza, potrebbe
addirittura accadere che, una volta azzerate le architetture
caratteristiche e specifiche del Brennero, a qualcuno venga
in mente di ricostruire parti di esse – fors’anche di
plastica – per mostrare in una specie di Disneyland, cosa
volesse dire la dura vita di confine. A nulla comunque
servirebbe averlo annunciato.



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