| |
BIOARCHITETTURA
|
Numero 38 di agosto-settembre 2004
|
Fare la malta
Indicazioni per un materiale antico
Andrea Costantini
È possibile affermare che la malta, con varie forme,
consistenze e componenti, sta alla base del costruire: se si
vuole che pietra o mattoni, argilla cruda o canne stiano
insieme formando un involucro che tende ad essere omogeneo,
c’è bisogno di qualcosa che chiamiamo malta. Su questo
materiale bisogna ammettere che, se molte sono le conoscenze
raggiunte oggi attraverso sofisticati sistemi di analisi e
monitoraggio, altrettante nozioni si sono disperse nei
secoli. Una volta c’erano segreti di vera e propria cucina,
di stagionatura, di amalgama; oggi tutto arriva confezionato
in sacchi o silos più o meno misteriosi da cui estraiamo un
prodotto di cui sostanzialmente ignoriamo natura,
ingredienti, effetti sui lunghi periodi ecc. Di norma ne
possiamo verificare la plasticità, l’odore, il colore e
poi... speriamo bene. Sotto il profilo tecnico, con il
termine malta si indica genericamente un impasto reso
plastico da una adeguata quantità di acqua composto da un
legante e da una o più sostanze, aggiunte in funzione di
scheletro inerte o per conferire particolari doti alla
miscela. La malta così composta, dopo un certo periodo di
tempo deve solidificarsi per reazione chimica e/o per
evaporazione dell’acqua, producendo una massa solida in
grado di aderire ai materiali da costruzione e collegarli
tra loro rendendoli un tutt’uno capace di resistere alle
sollecitazioni meccaniche ed agli agenti atmosferici.
Sappiamo che responsabili di tale processo sono i leganti,
tradizionalmente classificati in base alla loro capacità di
rendere duro l’impasto in presenza di aria oppure a contatto
di acqua. Tradizionalmente, leganti adatti a confezionare le
malte sono il gesso, la calce aerea, la calce idraulica ed
il cemento, usati singolarmente o in miscela. La qualità
della malta dipende dalla presenza di impurità e di sostanze
estranee nei materiali che la compongono e dalla qualità del
legante; nella scelta dell’acqua di impasto, delle sostanze
inerti e dei materiali che conferiscono idraulicità alle
malte occorre rispettare una serie di regole già ben
conosciute dai costruttori del passato e che, se non
applicate, possono limitare le caratteristiche di resistenza
e rendere irregolare la presa e l’indurimento del legante.
L’acqua
L’acqua necessaria è quella minima necessaria per produrre
un impasto omogeneo. Il quantitativo dipende però anche da
diversi fattori come il tipo di legante e le dosi di inerte
sottile utilizzato; in tutti i casi un’abbondanza di acqua
ritarda la presa sia dei leganti aerei che di quelli
idraulici e tende a provocare una dispersione di particelle
fini diminuendo la resistenza finale della malta. L’acqua
deve risultare tendenzialmente priva di impurità in
sospensione e disciolte. La limpidezza indica facilmente la
presenza di particelle fini di origine minerale o di
sostanze organiche che impediscono la perfetta adesione tra
legante e inerti; più difficile, se non per mezzo di
analisi, è individuare il contenuto di sali disciolti, che
deve risultare basso soprattutto per quanto riguarda i
solfati, i cloruri, i nitrati, e i composti ammoniacali. Si
tratta di sostanze che provocano un asciugamento lento della
malta con produzione di efflorescenze e macchie sui muri
insieme a scadenti qualità di resistenza dopo la presa e
l’indurimento.
Se un limitato tenore di bicarbonati di calcio o di magnesio
non condiziona in maniera decisiva la presa e l’indurimento
delle malte aeree, anche una limitata quantità di solfati
può dare luogo nelle malte idrauliche alla formazione di
componenti espansivi che provocano, dopo la solidificazione
dell’impasto, fessurazione e disgregamento. Le acque
piovane, raccolte in serbatoi e lasciate decantare dal
pulviscolo atmosferico, che la tradizione costruttiva indica
come le migliori in ragione dell’assenza di sali disciolti,
sono oggigiorno da scartare data la presenza atmosferica di
agenti inquinanti.
La temperatura dell’acqua condiziona il tempo di presa della
malta; l’acqua calda accelera la presa e spesso nelle
stagioni fredde viene appositamente scaldata per evitare che
le malte siano sottoposte al gelo prima della presa e si
disgreghino per l’aumento di volume dovuto alla formazione
di ghiaccio negli interstizi. Per evitare tali inconvenienti
le murature appena costruite vengono spesso riparate con
rivestimenti ed imbottiture di paglia. Molte malte
cementizie resistono invece a temperature anche al di sotto
del punto di congelamento, poiché il legante interrompe la
presa che rimane sospesa fino al disgelo senza far perdere
alla malta la più parte delle sue proprietà finali. Anche
quando si ricorre al cemento i lavori di costruzione vengono
però sospesi in caso di gelo per evitare discontinuità
dovute al diverso grado di consolidamento tra le diverse
parti della muratura più o meno protette. Attualmente per
ovviare a questo tipo di problema vengono aggiunti prodotti
in grado di aumentare la velocità di idratazione del legante
abbassando nel medesimo tempo la temperatura di congelamento
dell’acqua.
Gli inerti
I materiali inerti, così chiamati perché una volta miscelati
nella malta partecipano all’impasto con funzioni quasi del
tutto meccaniche, sono principalmente sabbia, ghiaia e
pietrisco. L’importanza di questi materiali è spiegata delle
dinamiche fisiche dei processi di presa e di indurimento dei
leganti, accompagnati sempre da una diminuzione di volume
determinata dall’evaporazione dell’acqua di impasto e dal
prodursi del nuovo assetto cristallino. Gli inerti
costituiscono uno scheletro diffuso in tutto il corpo della
malta talmente frammisto alle particelle di legante da poter
distribuire questo ritiro sulla superficie dei singoli
granuli impedendo alle tensioni derivate dalla contrazione,
di sommarsi e produrre fessurazioni nella massa o distacchi
tra i cristalli formati dopo l’idratazione. Le diverse
denominazioni (ghiaia grossa, media e piccola, sabbia e
limo) identificano le varie classi di grossezza che vengono
ricavate dai depositi naturali per mezzo di vagli posti in
serie. Per la confezione delle malte devono essere
utilizzate sabbie con granuli di natura compatta e non
friabile; quelle silicee, con un alto contenuto di minerali
quarzosi, rispondono a questi requisiti cosiccome le sabbie
derivate da rocce granitiche, ricche di quarzo e di altri
minerali duri. La forma dei granuli non ha invece importanza
rilevante per la qualità finale, tuttavia quella con granuli
a spigoli vivi e con superficie scabra assicura un maggior
contatto al legante rispetto alla sabbia con elementi
arrotondati. Anche se nella pratica le dimensioni dei
granuli e l’assortimento tra le diverse frazioni vengono
scelte in funzione dell’impiego, in modo da garantire
all’impasto il massimo della compattezza, a livello
puramente teorico la sabbia migliore è di grana tendente al
grosso con un tenore inferiore al 10% di parti fini. La
grana grossa, adoperata nella tradizione costruttiva,
accelera i tempi di indurimento della malta e ne aumenta la
resistenza finale; la sabbia fine (granulometria inferiore a
0,5mm) dà invece malte più porose, poco resistenti alla
compressione, ma molto più adesive e quindi usate
principalmente per le finiture.
Le cariche idrauliche
Con tale termine si designano solitamente elementi
frantumati provenienti da rocce di origine vulcanica
chiamata pozzolana naturale oppure da una serie di prodotti
artificiali in grado di reagire con la calce idrata formando
anche a temperatura ambiente, idrauliti stabili ed
insolubili, in grado di indurire sia in aria che in luoghi
umidi oppure in ambienti sommersi. La pozzolana, chiamato
dai Romani pulvis puteolanus, in Italia è diffusa in varie
località del Lazio, della Campania e della Sicilia ed è in
genere costituita da tufo poco coerente, a grana fine,
originato da lapilli e ceneri vulcaniche debolmente
cementate dall’azione degli agenti atmosferici. La pozzolana
proveniente dalla regione laziale ha un colore
rosso/violaceo oppure nero o grigiastro, mentre quella dei
Campi Flegrei, meno ricca in ossidi di ferro, è bruna o
grigio chiara. Per la sua friabilità viene estratta
semplicemente con pala e piccone e, una volta separate le
parti grossolane per mezzo di un setaccio, utilizzata allo
stato in cui viene scavata essendo solitamente priva di
sostanze estranee. Comportamento analogo a quello dei tufi
dell’Italia centrale si osserva nella terra di Santorino
estratta nell’isola di Santos in Grecia, nelle ceneri
vulcaniche dell’Avernia in Francia e soprattutto nel tras o
terras, tufo vulcanico e compatto della regione di Adernach
e dell’Eifel in Germania. Anche alcune farine fossili, di
origine organica e quindi ricche di silice, presentano un
comportamento pozzolanico. Nelle zone lontane da giacimenti
di pozzolana naturale viene utilizzato il cacciopersto
ottenuto polverizzando laterizi quali tegole, mattonelle,
vasellame e mattoni, in cui l’azione del calore ha
determinato una scomposizione più spinta del silicato di
allumio e la vetrificazione di parte della massa, assumendo
così caratteristiche analoghe alla pozzolana naturale. Per
le caratteristiche granulomteriche e per la consistenza,
sovente dura e compatta, le pozzolane naturali ed
artificiali possono sostituire in parte o del tutto la
sabbia di impasto della malta.
La malta di calce aerea
Questo tipo di malta, chiamata anche malta comune, viene
confezionata, secondo i metodi tradizionali, formando un
impasto tra il grassello di calce, ottenuto per spegnimento
della calce viva, e la sabbia in dosi proporzionate al tipo
di impiego. La quantità di acqua da aggiungere alla miscela
deve essere quella sufficiente a rendere il composto
lavorabile ed a provocare il processo di indurimento che
avviene in questo caso solo in presenza di aria. Nella malta
di calce aerea la presa inizia immediatamente dopo la messa
in opera a causa dell’evaporazione e dell’assorbimento, da
parte della muratura, di parte dell’acqua d’impasto. In
questa fase il comportamento fisico del composto si spiega
grazie all’idrato di calce precipitato dalla soluzione
satura, che va a formare microscopici cristallini
intrecciati tra loro. A questo processo abbastanza rapido
segue molto più lentamente l’indurimento. I tempi necessari
a completare il processo dipendono da una serie di fattori
tra cui la bontà dei materiali e le condizioni atmosferiche
in quanto l’azione diretta del sole e quella del vento
causano una più rapida evaporazione dell’acqua.
L’indurimento procede per gradi, dall’esterno verso
l’interno della muratura, raggiungendo i valori di
resistenza finale solo dopo circa un anno di tempo, sempre
che alcune parti non rimangano isolate in tasche poco
permeabili all’azione dell’aria. Questa caratteristica, se
da una parte rappresenta il maggiore svantaggio delle malte
a base di calce aerea, dall’altra consente alle murature
notevoli deformazioni plastiche con vantaggio della
stabilità generale della costruzione.
Per favorire i processi di trasformazione, occorre bagnare
la muratura con abbondanti quantità di acqua e fino a
rifiuto durante tutta la posa per evitare l’assorbimento
dell’acqua d’impasto da parte di mattoni o pietre troppo
porose, il che provocherebbe la disgregazione della malta
prima della presa. Anche la prassi di tenere umida le malta
dopo la presa, facilita il processo di indurimento:
impedisce infatti la formazione di una crosta carbonatica
superficiale poco permeabile all’aria, che limiterebbe la
reazione di indurimento negli strati più interni; ma una
volta che quest’ultima reazione è cominciata, non è più
necessario procedere alla bagnatura, perché ad impedire la
formazione di croste impermeabili basta l’acqua che si
sviluppa ad opera della trasformazione chimica e che viene
progressivamente eliminata per evaporazione, grazie alla
porosità della massa. La grande quantità d’acqua utilizzata
per le murature di malta di calce aerea e l’umidità formata
dai processi di indurimento, determinano per le costruzioni
realizzate con questo sistema lunghi tempi di attesa prima
di poter essere abitate. La malta di calce aerea può essere
confezionata anche con la calce idrata in polvere, ma
l’impasto, una volta messo in opera, risulta inferiore al
prodotto ottenuto con il grassello fondamentalmente per due
motivi:
• il legante può essere facilmente alterato da difetti di
conservazione in quanto i processi di carbonatazione tendono
ad iniziare anche in presenza dalla sola umidità dell’aria,
soprattutto quando la polvere è conservata in sacchi di
carta non perfettamente ermetici;
• la calce idrata, a differenza del grassello che invecchia
per un lungo periodo in uno stato di completa saturazione,
rimane a contatto con l’acqua per un tempo limitato.
Nella malta di calce idrata in polvere si forma quindi solo
parzialmente l’abito cristallino che serve a conferire al
legante la plasticità necessaria per mescolarsi facilmente
con gli inerti. Per questi motivi la malta di calce idrata
in polvere, pur essendo dal punto di vista chimico del tutto
simile alla malta di calce aerea, presenta minore resistenza
quando utilizzata nelle murature e soprattutto non ha la
forte capacità adesiva richiesta ad una malta per intonaci o
ad un legante da impiegare nel tinteggio a calce
tradizionale. Per superare tali inconvenienti la calce
idrata viene oggi addizionata con sostanze plastificanti che
migliorano la lavorabilità, assicurano una buona ritenuta
dell’acqua, aumentano il potere adesivo e la resistenza
meccanica finale. L’utilizzo di queste sostanze plastiche dà
però un prodotto abbastanza diverso da quello ottenuto con i
sistemi tradizionali.
Intonaci
Particolare attenzione va prestata nel confezionamento della
malta per intonaci, il cui problema più frequente è la
perdita di legame tra questi ed il supporto. Nella
maggioranza dei casi tale inconveniente è infatti
determinato da una elasticità dell’intonaco inadeguata a
seguire i possibili movimenti della superficie alla quale è
applicato. Per lo stesso motivo ogni strato successivo di
intonaco deve possedere resistenza sempre inferiore allo
stato che lo precede. I casi piò delicati sono quelli in cui
l’intonaco copre supporti contigui di natura diversa (per
esempio laterizio e calcestruzzo) oppure lo stesso materiale
con diversa funzione e sollecitazione (muratura e testa del
solaio); si tratta di di situazioni in cui si verificano
movimenti relativi anche consistenti con conseguenti sforzi
sull’intonaco. Altra causa di crepe, fessurazioni e
distacchi può rinvenirsi nei diversi coefficienti di
dilatazione termica che caratterizzano intonaco e supporto,
i quali si espandono o ritirano di quantità differenti. In
questi casi è buona norma inserire nelle aree di possibile
frattura una retina porta intonaco di fibra di vetro, capace
di distribuire le tensioni su una maggiore superfice.
Naturalmente bisogna prestare la massima cura affinchè tra
intonaco e supporto, oltre all’aggrappo meccanico consentito
dalla rugosità di quest’ultimo, si stabilisca anche un
aggrappo fisico-chimico. Se per esempio il supporto sottrae
l’acqua all’impasto in maniera troppo veloce, si viene a
compromettere sia il corretto indurimento della malta che la
formazione dei legami cristallini che determinao l’aggrappo
fisico-chimico. La scarsa disponibilità di acqua nella fase
di indurimento della malta determina anche riduzione delle
resistenze meccaniche e l’aumento della possibilità di
fessurazioni e cavillature. Polveri ed oli utilizzati per
agevolare il disarmo delle casseforme possono compromettere
il regolare assorbimento del supporto, cosiccome i sali
solubili talvolta presenti sulla superficie delle murature,
in modo particolare i solfati: nei casi in cui l’intonaco
sia esposto alla pioggia ed all’umidità si possono
determinare reazioni chimiche con i costituenti del cemento
che causano lo sfaldamento e la perdita di adesione
dell’intonaco. Anche l’acqua che penetra attraverso i pori
dell’intonaco e le crepe, può infiltrarsi tra i diversi
strati di intonaco o tra l’intonaco e il supporto o
addirittura imbevere il supporto. Questo può causare
distacchi, formazione di ulteriori crepe, frantumazione
dell’intonaco per il gelo o per l’aggressione chimica dei
solfati contenuti nel supporto. È quindi necessario che
l’intonaco possegga superfici resistenti alla penetrazione
dell’acqua piovana. Da tener presente che mentre su una
superficie relativamente liscia la pioggia determina rivoli
preferenziali e tende quindi a bagnare alcune zone,
superfici più ruvide ma anche parapetti, cornicioni,
davanzali, frantumano il flusso evitando la concentrazione
lungo punti preferenziali. Una eccessiva
impermeabilizzazione impedisce poi all’acqua contenuta nel
supporto o infiltratasi tra il supporto e l’intonaco di
evaporare. La permeabilità al vapore acqueo di un intonaco è
infatti fattore importante ai fini della traspirazione delle
pareti e condizione per la salubrità degli ambienti.
Incrementando gli spessori aumenta la possibilità di ritiri
durante l’essiccamento; un intonaco troppo sottile può
lasciar intravedere i giunti della muratura dato il diverso
assorbimento del sottofondo.
La malta di gesso
La malta che si ottiene dal gesso viene composta soltanto
aggiungendovi dell’acqua. L’impasto tradizionale viene
confezionato mescolando energicamente con una spatola fino a
quando la malta di gesso risulta priva di grumi non idratati
e si presenta in forma di pasta uniforme a consistenza
fluida. L’impasto indurisce solo in aria e se bagnato si
solubilizza e dilava anche dopo l’indurimento. Mescolato con
l’acqua, il gesso passa in soluzione dando luogo attraverso
una serie di processi chimici ad una struttura a cristalli
incrociati simili ad aghi, che indurisce con rapidità mentre
la malta si riscalda ed aumenta di volume. Rappresa, la
massa risulta porosa e leggera, ma abbastanza compatta e con
la tendenza a migliorare la resistenza durante la
progressiva eliminazione dell’acqua in eccesso per
evaporazione. La malta di gesso aderisce bene ai materiali
da costruzione formando un collegamento abbastanza stabile
sia con il laterizio che con la pietra soprattutto quando
provvisti di una superficie sufficientemente scabrosa e
leggermente porosa. Nonostante la bassa resistenza meccanica
che lo contraddistingue, il gesso è molto utilizzato grazie
anche all’indurimento molto rapido, utile quando occorre
fissare velocemente gli elementi della muratura, formare
rivestimenti e finiture di interni. Anche dopo la presa e
l’indurimento la malta di gesso conserva le caratteristiche
della roccia originaria: al calore intenso si sgretola e si
polverizza a causa della disidratazione, mentre se
utilizzata in luoghi umidi o sottoposta alle intemperie
perde di consistenza e si dilava. Malte realizzate con
polvere di gesso conservata per lungo tempo, anche se in
luoghi asciutti, possono evidenziare riduzione della
coesione e della resistenza in funzione dell’avvenuto
assorbimento dell’umidità atmosferica.
Data la velocità di presa, la malta di gesso va confezionata
nella quantità minima da utilizzare ed adoperata
immediatamente dopo la preparazione. Il tempo di presa può
essere comunque aumentato in funzione della quantità di
gesso e soprattutto dell’impiego di sostane ritardanti
nell’acqua di impasto, che ostacolano la formazione del
reticolo cristallino; le più comuni sono il calcio
polverizzato finemente, la calce idrata e la colla forte da
falegname. Tali sostanze aumentano anche la durezza finale
della malta e permettono una migliore levigatura delle
superfici ad opera finita. L’accelerazione della presa è
invece determinata dall’aggiunta di piccole quantità di
solfato di sodio, di potassio, di alluminio ma anche del
comune sale da cucina, badando che dosi eccessive portano a
saturazione e ad possibili effetti contrari.
Le malte idrauliche
La principale caratteristica delle malte confezionate con
legante idraulico è la capacità di fare presa ed indurire in
aria, luoghi umidi o ambienti sommersi. Il processo di
consolidamento della malta è regolato dalla reazione di
idratazione dei silicati, degli alluminati e dei ferriti di
calcio che si trovano nel cemento e nella calce idraulica.
Differenze tra cemento e calce idraulica si riscontrano
soprattutto nelle proprietà finali: la resistenza meccanica
a compressione del cemento raggiunta dopo 28 giorni è di
325Kg/cmq con lo sviluppo di valori elevati già all’inizio
della reazione di idratazione, mentre la calce idraulica
nello stesso periodo non supera in media un valore di 30Kg/cmq.
con un il processo che di protrae nel tempo. Sia nei cementi
che nelle calci eminentemente idrauliche, il legante tende a
far presa senza fessurarsi anche in assenza di inerti
(sabbia), che vengono tuttavia quasi sempre aggiunti per
ripartire le variazioni dimensionali e per vantaggio
economico. I leganti idraulici aderiscono con forza
all’inerte, dando un aggregato molto compatto che si
presenta a superficie scabra e quindi adatta a lavori di
muratura oppure ad opere di rivestimento o di finitura,
tenendo presente che un eccesso di sabbia abbassa le
caratteristiche di resistenza e tenacità della malta. Le
proporzioni sabbia / malta variano sia in funzione
dell’impiego che della qualità della sostanza agglomerante:
con leganti in polvere il dosaggio avviene solitamente a
peso data la diversità di volume determinata dal grado di
costipamento della polvere. Nell’Ottocento la calce
idraulica era molto più adoperata del cemento a causa del
minor costo e della maggior facilità di manipolazione: nelle
murature normali servono 250-350Kg per m3 di sabbia e fino a
450-500Kg per le opere sommerse, a fronte di 800-900Kg di
cemento a presa lenta. Nella preparazione dell’impasto con
leganti idraulici è importante predisporre solo la quantità
utilizzabile in opera prima dell’inizio della presa;
infatti, nonostante un ulteriore aumento di acqua riporti
alla plasticità, le proprietà finali risultano compromesse
dalla irregolarità con cui avvengono i processi di
indurimento. Malte idrauliche, solitamente denominate
composte, si ottengono anche aggiungendo alla calce aerea
sostanze conosciute sotto il generico nome di pozzolana,
utilizzate prima della diffusione del cemento per ottenere
superfici impermeabili, opere subacquee, serbatoi,
condutture d’acqua ed anche paramenti per dighe di ritenuta,
in considerazione anche che l’aggiunta di pozzolana aumenta
la resistenza dei manufatti all’azione delle acque saline
ricche di magnesio e solfati. La malta composta per queste
opere solitamente non prevede l’uso di sabbia e l’impasto
viene realizzato con 200-250Kg di cemento per metro cubo di
pozzolana con l’aggiunta, a volte, di grassello di calce per
migliorare la fluidità e la lavorabilità della malta.
Le malte miste o bastarde
Sono malte formate da uno o più leganti mescolati in diverse
proporzioni, fondamentalmente per tagliare i materiali
costosi con altri più disponibli, senza perdere con ciò le
caratteristiche tecniche della malta, anzi in alcuni casi
migliorandole. Nel passato con questo denominazione si
intendeva quasi esclusivamente una malta formata da gesso e
calce aerea o calce idraulica, con proporzioni variabili in
funzione del tipo di lavoro, ma in genere confezionata in
parti uguali. L’aggiunta di una percentuale di sabbia
aumenta la consistenza della malta e la rende adatta a
lavori in cui è necessario un tempo di presa inferiore a
quello della calce, ma superiore a quello troppo rapido del
gesso, con un valore di resistenza meccanica finale
intermedio e una maggiore resistenza al dilavamento ed al
degrado prodotto dall’umidità rispetto alla malta di solo
gesso. Una malta bastarda adatta alla realizzazione di
murature in ambiente umido è quella mista tra calce aerea ed
idraulica. Aggiungendo calce aerea sino al 20% del volume al
cemento, si rende più facile l’operazione d’impasto e la
malta meno soggetta al ritiro.




|
|