BIOARCHITETTURA
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Numero 38 di agosto-settembre 2004
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Brennero, il luogo che non c'è
Nuvole della memoria
Claudio Calabrese
Ben sessantasei sovrani germanici tra il 960 ed il 1530 nel
loro tragitto verso il sud e la legittimazione del Papa come
imperatore del Sacro Romano Impero, per superare le Alpi
scelsero il valico del Brennero, il passaggio alpino più
basso che congiunge il nord europeo al sud. Ma lungo una
mulattiera situata in quota sono documentati transiti nella
valle fin dall’età del bronzo. Quando i Romani giunsero in
questa zona, risanarono le aree paludose e nel punto più
largo costruirono la prima vera strada; dal 200 dopo Cristo
la nuova via per l’esercito che attraversa il Brennero
(1340m) viene integrata nella via Claudia Augusta.
Sull’antica via romana si costruì in seguito una cappella di
legno, citata per la prima volta nel 565 come San Valentino
da parte dello scrittore e viaggiatore romano Venantius
Fortunatus. In origine tale cappella, probabile santuario
per la sorgente, fu romanica, poi nel medioevo rifinita in
stile gotico e più avanti leggermente ritoccata in barocco.
Nel 1000 si forma nei pressi un centro abitato stabile; nel
1221 porta ancora il nome di “Oberers Mittewald” mentre il
documento con la prima denominazione “Prenner” risale al
1288. Il nome nasce da Prenner (colui che brucia)
probabilmente perché per far posto all’insediamento sono
stati dati alle fiamme degli alberi. L’importanza vitale di
questo passo crebbe col tempo e il periodo delle Crociate e
del fiorente commercio medioevale costituiscono i momenti
che più caratterizzano questa realtà ormai consolidatasi.
Nel 1414 i conti del Tirolo, consapevoli del valore e del
significato di questa posizione, sfruttano l’occasione per
collocarvi una dogana per il transito di merci. Anche Goethe
arrivò in Italia attraverso il Brennero e scelse come
sistemazione l’albergo “Post”, che ancora esiste sul
versante oggi italiano. Ma dovette riprendere il viaggio la
stessa sera dell’arrivo in quanto l’oste ebbe bisogno dei
cavalli per il proprio carro da fieno. Giunto a Vipiteno
chiese alloggio all’albergo Corona, ma anche qui non fu
ospitato. Così, come descritto nel suo “Viaggio in Italia”,
dovette arrivare fino a Colma per trovare finalmente un
rifugio per la notte. Il tratto ferroviario del Brennero fu
terminato nel 1867 in soli quattro anni di lavoro e con
20.000 operai impegnati. La ferrovia apre una nuova epoca e
assorbe i vecchi commerci. Una vecchia immagine del Brennero
del 1868, un anno dopo l’ultimazione della ferrovia, mostra
lo spartiacque sul tetto dell’ex hotel “Post”: l’acqua che
fluisce verso sud arriva (attraverso l’Isarco e l’Adige)
all’Adriatico, mentre quella verso nord nel Mar Nero
(attraverso la Sill e l’Inne quindi il Danubio). Un’altra
data importante per il Brennero è il 1918, anno in cui venne
segnata la frontiera. L’inaugurazione del ceppo di confine
al Brennero avvenne nel 1921 alla presenza del re Vittorio
Emanuele III. Sulla pietra di confine è ancor oggi
leggibile: “Io separo le acque ed unisco i popoli”. Nel 1928
sono state create le varie infrastrutture. Presso la
cineteca dell’Istituto Luce c’è un curioso documentario
sulla posa della prima pietra da parte della Duchessa
d’Aosta. Negli anni ’50 dopo forti piogge l’Isarco straripò
radendo al suolo, totalmente, il vecchio cimitero e formando
su questo un laghetto. Si racconta che in quell’occasione
alcune bare siano state spinte verso nord; così forse per la
prima volta, Isarco ed Inn si unirono.
Scherzando, si disse che i fiumi si scelgono la propria
destinazione senza tener conto dei confini politici. La
guarnigione stazionata al Brennero (negli anni ’30 forte di
circa 5000 Alpini) ebbe un’importanza strategica. Fino al
periodo fascista lungo il margine della strada lungo via San
Valentino c’era una semplice e poco significativa cappella;
lì fu costruito un rilevato per potervi allestire una pedana
per l’annunciata visita del re (1932-33) e quindi di
Mussolini. La cappella rimase chiusa per 50 anni; durante
alcuni lavori di pulizia si rinvennero alcuni relitti
risalenti alla Seconda Guerra Mondiale fra cui una donna
americana. Molti ritennero a lungo che la cappella
rappresentasse un ostacolo. Il parroco della parrocchia di
confine la risistemò per renderla visitabile. Dato che non
era annotata da nessuna parte come cappella, le trovò la
denominazione adatta alla difficile situazione presente al
Brennero in quel periodo e la fece registrare
nell’Ordinariato come cappella della “Madre del buon
Consiglio”. Negli anni ’70 ed ’80 il Brennero è stato ancora
un confine piuttosto animato, con circa 1600 abitanti, 5
scuole, 1 asilo e 5 pagine di nominativi nell’elenco
telefonico. Il Brennero, che prima del 1918 fu un luogo di
transito e d’alloggio per l’Europa e successivamente aveva
trovato nel confine la propria ragione, con l’entrata in
vigore dell’accordo di Schengen nell’aprile del 1998 ha
visto improvvisamente cambiare la propria situazione. Oggi
tutto rischia lo spaesamento: niente funzionari e militari
della guardia di finanza, niente gendarmeria, i ferrovieri
trasferiti o in pensione (i 270 posti di lavoro sono stati
ridotti ad 80 e non è finita); è strano, dicono: “la
stazione è diventata di transito ed il paese di fine corsa”.
Sono rimaste 300 anime senza parroco fisso e senza scuola
elementare; una pagina nell’elenco telefonico raccoglie
tutti i nomi e ne avanza. La maggior parte dei residenti ha
più di 70 anni; la nuova generazione è rappresentata da
alcune famiglie extracomunitarie. C’è un asilo che funziona
dal 1992/93 come un esperimento di confine e conta 12
bambini, poi per le elementari devono raggiungere Colle
Isarco o Campo di Trens e Vipiteno per le superiori. In
parte si tratta di bambini austriaci e, in parte, d’origine
italiana; così nel corso degli ultimi dieci anni alcuni
bambini di Matrei e di Innsbruck hanno imparato comodamente
l’italiano; gli italiani, il tedesco. Il paese del Brennero
sopravvive grazie al piccolo commercio nelle aree di
servizio e al transito delle merci. Questo e la
relativamente nuova uscita autostradale a sud del Brennero
non sono sufficienti per legare le persone e consentire a
questo luogo di sopravvivere. Le colonne sociali portanti,
coloro che magnetizzano, intraprendono e convivono in una
struttura legata all’attività corale, di circolo e di
parrocchia, sono in gran parte persone di una certa età. Nel
frattempo, preziosi ed importanti monumenti sia da un punto
di vista storico che architettonico decadono in quanto non
più usati.




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