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BIOARCHITETTURA
 

Numero 38 di agosto-settembre 2004

Quale memoria

Ugo Sasso

Capita di pensare che un puntino su una carta geografica possa rappresentare un luogo. Al contrario, per quanto piccolo possa essere il puntino e per quanto poco importante sia il riferimento, un luogo è sempre qualcosa di non riducibile: nella sua sostanza è formato di individui che lo hanno vissuto e lo vivono, di molti che sono passati e gli hanno gettato magari solo un’occhiata distratta, di persone che qui hanno litigato, urlato, bestemmiato, sofferto oppure si sono amate. Di cosa ne pensa la gente, di erba, nuvole e parole ma anche di edifici costruiti, adattati, ricostruiti, distrutti; di materiali accostati, impastati e riconnessi. Sulla carta (topos) ci sono linee rosse e blu e nere, pallini grandi e piccoli, scritte; ma per fare un luogo (logos) ci vogliono uomini e donne che lo abitano e a sua volta ne vengono abitati.
Tra i luoghi e la memoria c’è un rapporto stretto; solo che oggi le decisioni, le ruspe, i materiali sono infinitamente più potenti di un tempo e quindi, nel rapporto capacità di azione/capacità di reazione, anche molto più pericolosi: passiamo dopo alcuni giorni (o forse è qualche mese: il tempo corre sempre più in fretta) e qui abitava Giovanni ed oggi c’è un palazzo di sette piani; là, dove andavamo al cinema, c’è un supermercato; in una strada un po’ fuori capita sempre più spesso di guardarci intorno spersi.
Una volta le società investivano il meglio delle proprie risorse – che erano infinitamente più scarse di quelle oggi a disposizione di un qualunque sindaco di frontiera – in testimonianze, monumenti, iscrizioni, cippi, steli, archivi, racconti, nello sforzo di fissare ciò che esse erano state. Questo è durato tremila e più anni, sino a ieri: oggi il consumo vuole tempi sempre più brevi, sempre più accelerati. Della traccia che lasciamo dietro di noi, poco ci importa. L’accelerazione, con la sua consistenza in cui i “qui ed ora” formano una collana opaca, spinge ad ignorare ciò che è successo, a negare cioè la memoria; la stessa struttura sociale che ci consente più informazioni e più spazio rendendo velocemente fruibili parti e situazioni anche lontane, porta a sfiorare tutto solo con pensiero leggero.
Il tempo sta così uscendo dalla dimensione certa e orientata – il tempo del progresso in cui hanno vissuto le generazioni precedenti – per spingerci verso una concatenazione sempre più debole tra passato e presente e futuro. Là dove la tradizione ci forniva ragioni e indicazioni non siamo più in grado di trovare rifugi contro i pericoli del presente e le incertezze del futuro; là dove eravamo capaci di rinvenire un senso, dal nuovo punto di vista riscontriamo solo velate discontinuità.
Così via via si diluisce quel processo iniziatico di conoscenza che portava alla mappatura mentale dei percorsi attraverso la relazione con le facce e gli edifici, si perde il contatto con le piazze e le edicole, i cinema ed i negozianti. Con i luoghi.
Tutto ciò modifica sotto molti punti il rapporto con la realtà. Noi infatti non abitiamo il mondo, ma sempre e solo la sua lettura: ognuno impara il senso delle cose dalla descrizione che gli altri, tutti insieme, ci danno; muoversi significa conquistare elementi di dimensione comune a coloro che stanno intorno a noi. Non è un caso che nelle nostre società complesse a base multietnica le nuove forme di disuguaglianza risiedano soprattutto nella deprivazione culturale, dove le distrutte culture di riferimento (di altri paesi, luoghi, situazioni, abilità, reti di conoscenze ecc.) vengono sostituite da marginalità o consumodipendenza, dove si sono imposti modi di vita che non forniscono più ai nuovi arrivati le basi culturali di identificazione.
Curiosamente questa progressiva sensazione di perdita, di mancanza di qualcosa che non sappiamo ben cosa, spinge altri àmbiti della società a conservare, affannosamente catalogare, commemorare in maniera quasi ossessiva. Mentre una parte è totalmente incurante di come il proprio agire e le proprie scelte possano in breve distruggere la mappa del territorio ed i riferimenti sedimentatisi nei secoli, un’altra parte (talvolta è la stessa parte in una veste diversa) cerca di allargare la protezione a tutto. Ci sono ormai musei per ogni cosa riferibile anche ad un recente – sempre più vicino – passato; tutto e il suo contrario può essere oggetto di raccolta, collocazione, classificazione, commemorazione. Tutto è diventato cioè “patrimonio”, con una accezione che negli ultimi decenni si è andata estendendo attraverso progressivi slittamenti semantici. In origine significava l’insieme dei beni da lasciare agli eredi (quindi un rapporto assolutamente privato); oggi definisce il tutto (cioè un fatto collettivo). Come percepiamo con chiarezza quando qualcuno minaccia di venderlo, il patrimonio è sentito come un fatto nazionale che comprende fenomeni eterogenei: non solo archivi, oggetti d’arte, siti storici, ma tutto ciò che esiste. Per la prima volta nella storia dell’uomo, c’è qualcosa che ci spinge a conservare luoghi, paesi, paesaggi.
Ma c’è un ulteriore fenomeno assolutamente nuovo: il desiderio di conservazione, oltre a coprire in maniera scarsamente gerarchica tutti gli ambiti fisici, tende a prendere in considerazione tutte le memorie, anche quelle che vengono dal basso, dagli anonimi, da coloro destinati sino a ieri a non lasciare tracce. È come se ci rendessimo conto che ciascuno dei singoli soggetti, ciascuno degli attori anche più lontani, è portatore di una memoria tanto più preziosa quanto più fuggevole. Conserviamo cioè le testimonianze non in quanto partecipi di una impresa collettiva ma, al contrario, per ciò che essi costituiscono di particolare: memoria di operaio, di casalinga, di contadino, di extracomunitario, di diseredato, di anonimo. Sembra quasi che la società veda se stessa, e quindi diventa, come una immensa collezione di individui, in cui ciascuno è portatore di un valore particolare che non costituisce riassunto o declinazione della memoria generale, ma che vale per la sua stessa singolarità.
Per concludere, come in una grande schizofrenia, la società è contemporaneamente incurante del futuro, ossessionata dal mantenere memoria del passato, incapace di orientarsi nella propria storia. La stessa tradizione, continuamente re-indagata sulla base di interpretazioni mutevoli che ripartono sempre dal presente, la espongono al rischio continuo dell’oblio; la sua leggibilità, che nel passato ne era connotazione caratteristica, oggi non ci pare più evidente; un repertorio di valori e di significati largamente condivisi attraverso i secoli è oggi diventato inerte ed anche ogni singolo sforzo fatica ad inserirsi in un processo collettivamente percepito come non continuo.
Alle persone non resta che baricentrare su di sé l’attenzione: se tutto intorno muta, se individuarsi significa definirsi, il vero problema diventa assicurare l’unità e la continuità alla propria storia individuale. Cosa rende ciascuno presente e riconoscibile, a se stesso e agli altri, che cosa fa sì che io sia io in questo momento? Non più appartenenza a clan, a dialetti, a comunità, a siti, ma non altro che la memoria del mio essere stato ed essere in un certo modo.
Ai riferimenti stabili si sono sostituite una o più reti di rapporti mobili, indipendenti, provvisori che possono coesistere tra loro, ciascuna delle quali fornisce una risposta parziale al bisogno d’identità. Non si tratta di spazi privati, separati dalla vita civile, privi di effetti sulla collettività ma invece modi per partecipare e appartenere, situazioni privilegiate in cui comunque si forma l’identità personale e sociale, che trasformano una somma di individui isolati in struttura di relazioni capaci di produrre senso.
Ma allora possiamo metterci l’animo in pace e rinunciare ad ogni tentativo, ad ogni ostinata azione contro chi attenta ai luoghi, ai significati, alle identità? Sicuramente no. Abbiamo invece il compito di inventarci un approccio che riesca a superare le tentazioni di conservazione (mummificazione) per riuscire a ridefinire con altri sensi lo spazio, i luoghi; con altri e diversi livelli di coscienza inventare spazi capaci di diventare luoghi mentali, luoghi di esperienza, collettiva e dinamica. Per quello che ne sappiamo, questa sfida ha probabilità di riuscita solo collegando il presente con l’intorno e col passato.
 

 

 
 

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