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BIOARCHITETTURA
 

Numero 38 di agosto-settembre 2004

Ventilare sì, ventilare no
Breve introduzione ai sistemi di ventilazione dei tetti

Gisela Walk

La ventilazione delle coperture in coppi è tema a lungo dibattuto ed oggetto tra l’altro di molteplici recenti ricerche, nell’obiettivo sia di rendere più accettabile il microclima estivo nei vani collocati subito sotto tale copertura, sia nel non trascurabile intento di smaltire il vapore acqueo che in inverno e nelle stagioni intermedie potrebbe accumularsi nella copertura stessa. Quello che un tempo si otteneva lasciando libero e ventilato uno spazio del sottotetto, oggi più frequentemente si consegue mediante la predisposizione di una intercapedine lungo la falda in maniera da sfruttare i moti convettivi ascensionali determinati dalla differenza di temperatura tra l’aria esterna e l’aria sottostante la copertura e da questa riscaldata. L’andamento utile del flusso dipende da svariati fattori tra i quali ovviamente il tipo di copertura, la pendenza e la lunghezza della falda, le caratteristiche dell’intercapedine (per esempio se in comunicazione con il sottotegola o indipendente), le sezioni di ingresso e di uscita ecc. Determinanti risultano anche le condizioni ambientali esterne quali la direzione e la forza dei venti dominanti, l’intensità e la durata dell’irraggiamento solare. Tuttavia, rimanendo spesso obbligate la pendenza e la lunghezza della falda, poco potendo decidere a proposito degli altri fattori, l’attenzione finisce col concentrarsi sulle sezioni dell’intercapedine. Per quanto concerne lo smaltimento del calore estivo che si accumula sotto i coppi, mantenendo riferimento alle pendenze e alle lunghezze di falda usuali in Italia, alcune norme consigliano intercapedini di circa 600 cm2 utili, per ogni metro di larghezza della falda; ciò, senza troppo distinguere tra intercapedini in comunicazione con la listellatura portategola, e intercapedini delimitate da due strati paralleli (per esempio doppio tavolato, guaina distanziata, pannelli e simili). Va in questo caso segnalato che eventuali listellature trasversali presenti nell’intercapedine, interrompendo il flusso d’aria riscaldata, ostacolerebbero gli effetti dell’aerazione, così come influiscono sui flussi ascensionali la presenza di interruzioni della luce di falda determinate da abbaini, camini e simili.
Rimane assodato come, anche in climi freddo-temperati che non necessitano di importanti ventilazioni estive ma presentano alti livelli di umidità per lunghi periodi dell’anno, sarebbe comunque consigliabile adottare una sezione libera dell’intercapedine di almeno 200 cm2 per metro di larghezza di falda, idonea a smaltire l’eventuale vapore acqueo che potrebbe saturare le coperture traspiranti. In questi casi, per ridurre i possibili effetti raffrescanti determinati dal vento, andrebbe interrotto in apice il collegamento tra gli strati di falde ad opposto orientamento. Le coperture realizzate con coppi posati su doppio ordine di listelli, grazie alla forma concavo/convessa determinata dall’aggancio orizzontale tra tali elementi, soddisfano ampiamente il requisito dei 200 cm2.
In ogni caso le sezioni di ingresso dell’aria in corrispondenza della linea di gronda e quelle di uscita in corrispondenza del colmo, caratterizzate da fessure continue o discontinue o da aperture puntuali e sempre adeguatamente protette dall’ingresso di insetti e volatili, vanno progettate in maniera adeguata. Si tratta in generale di indicazioni desunte dalla tradizione e dalla sperimentazione intuitiva; l’applicazione del modello teorico denominato “Teoria classica della ventilazione” al dimensionamento dell’intercapedine, continua invece a rimanere oggetto di non poche controversie. Secondo tale teoria un efficace rendimento termico estivo (che corrisponde alla massima portata d’aria nell’intercapedine e, di conseguenza, allo smaltimento per fuoriuscita, della massima quantità di calore) si ottiene se:
• le sezioni di ingresso e di uscita dell’aria sono di ampie dimensioni, comunque tali da non costituire ostruzione e quindi punti a caduta di pressione;
• la sezione del condotto risulta più grande possibile;
• la resistenza idraulica lungo il condotto è ridotta al minimo;
• la differenza di pressione dovuta al vento in esterno sulle sezioni di ingresso e di uscita è sempre positiva;
• la pendenza della copertura si mantiene notevole.
Le critiche più ricorrenti a tale modello lamentano soprattutto l’applicazione di uno schema unificato di comportamento, a tipologie di coperture anche molto diverse. In effetti, se è vero che le coperture comunque ventilate garantiscono un’efficace dissipazione del calore nei periodi caldi – aspetto non trascurabile alle latitudini italiane – e che effettivamente in una copertura continua o nelle camere di ventilazione confinate tra strati chiusi, le dimensioni del canale di ventilazione sono direttamente proporzionali alla quantità di calore dissipato (a vantaggio quindi delle sezioni maggiori) è stato dimostrato che nelle coperture a coppi con intercapedini aperte verso l’intradosso delle tegole, tale dissipazione è solo in piccola parte funzione della dimensione della sezione ventilata. La dissipazione che avviene tra i giunti determina infatti livelli efficaci pur in presenza di sezioni anche molto ridotte di tali intercapedini.

 

 

 
 

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