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BIOARCHITETTURA
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Numero 39-40 di ottobre 2004 -
gennaio 2005
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Il mistero della fusione
Ritrovamenti e ipotesi sulle fucine etrusche
Elisa Verucci
L’incredibile perizia evidenziata dalla civiltà etrusca nella
ceramica e nei metalli lascia supporre la disponibilità di
tecniche e forni, costruiti in modo diverso a seconda dell’uso,
capaci di raggiungere le elevate temperature necessarie per le
cotture o le fusioni/riduzioni. Si tratta comunque di una
questione tra le meno semplici in quanto la ricerca in questo
settore deve ancora individuare tasselli importanti per superare
il piano nebbioso delle ipotesi: anche la letteratura
specializzata non offre molte indicazioni su come dovevano essere
costruite e usate le diverse tipologie di forno ed i pochi esempi
riemersi non bastano a colmare le lacune su tale dibattuto e poco
documentato argomento.
Alcuni forni, scavati in terreni dotati di una forte inclinazione
per consentire facile accesso degli “addetti ai lavori” alle loro
bocche, si presentano come strutture troncoconiche con la
circonferenza maggiore verso il basso. Realizzati mediante
sovrapposizione di pietrame calcareo appena sbozzato e disomogeneo
per forma e dimensioni, connesso con l’argilla, sono
contraddistinti da due camere sovrapposte che con tutta
probabilità ospitavano frammenti di calcare, separate da un piano
bucherellato mediante due serie concentriche di fori, a sua volta
sostenuto al centro da una colonna monolitica di roccia porfirica.
Una piccola trincea conduce alla bocca del forno che si apre nella
camera inferiore della struttura, interamente rivestita di
argilla. Forni di questo tipo sono stati ritrovati nel 1934 nelle
vicinanze della chiesetta di Madonna di Fucinaia, nei pressi di
Campiglia Marittima (LI). Con grande probabilità erano utilizzati
per la cottura di ceramiche, anche se non sembrerebbe poter
escludere un loro uso per la lavorazione del bronzo in crogioli o
per la deargentificazione del piombo crudo.
Per quanto riguarda i forni specificatamente destinati alla
siderurgia, e quindi al processo riduttivo del ferro, esempi
abbastanza ben documentati sono quelli emersi nel corso della
costruzione di un grande centro commerciale in zona Rondelli, a
Follonica (GR). Scavati nel terreno e interamente rivestiti da uno
strato spesso 8cm di argilla mescolata a fibre vegetali, si
presentano come buche circolari di diametro oscillante tra i
70-80cm e una profondità di 30-40cm. Originariamente completati da
un alzato (in questo caso di circa 30cm) in argilla cotta –
realizzato dopo aver ultimato e lisciato il rivestimento di
argilla della parte interrata – alla fine di ogni processo di
lavorazione venivano distrutti per prelevare la spugna di ferro (bluma)
e quindi ricostruiti. Questo giustificherebbe in prossimità del
complesso siderurgico, che doveva apparire come costituito da un
numero imprecisato di forni disposti in modo organizzato e
ordinato, la vasca rotonda (larga e profonda 2,5m) in cui veniva
preparata l’argilla destinata alla loro ricostruzione.
Nell’alzato, realizzato presumibilmente a blocchi saldati tra di
loro e con la base mediante l’argilla, erano inserite delle
tubiere per consentire alle bocche dei mantici di soffiare
all’interno del forno l’aria necessaria alla combustione del
carbone e portare quindi la carica interna a una temperatura
superiore a 1100°C. Purtroppo, a causa della deperibilità dei
materiali con cui erano realizzati, legno e pelle, non disponiamo
neanche di un esempio di mantice. Provando a ricostruire la
sezione ideale di un forno di questo tipo, potremo distinguere
nella parte interrata, fino grosso modo alla tubiera, uno strato
formato da carbone, legna e scorie, caduto per gravità alla base
del forno, nella parte dell’alzato una mescolanza, verosimilmente
disposta a strati, di ematite e carbone (ricavato da erica
arborea) e quindi nella parte centrale, proprio in corrispondenza
della tubiera, la cosiddetta bluma o spugna di ferro agglomerata a
scorie e carbone da cui verrà liberata mediante la successiva
forgiatura.
Un altro tipo di forno destinato alla riduzione del ferro, che
richiama con il suo aspetto esempi rinvenuti in Centro Europa, si
presenta come un tronco di cono, non più alto di un metro. Le sue
pareti, realizzate con pietre refrattarie stuccate e tenute
insieme da argilla, sono provviste di aperture dislocate in punti
particolari per permettere l’alimentazione del fuoco con i
mantici. Il minerale, introdotto insieme al carbone dall’apertura
superiore del forno, una volta raggiunte le elevate temperature
per la sua riduzione in spugna di ferro e compiuta la separazione
del materiale inerte, che defluiva alla base del forno
solidificandosi nelle scorie, veniva estratto realizzando una
apertura nella parete. Questo tipo di forno, diversamente da
quello precedentemente descritto, alla fine di ogni processo
riduttivo non veniva distrutto e ricostruito, ma riaggiustato e
usato tutte le volte che era possibile.
Arte e tecnologia tra gli Etruschi
La nostra immaginazione non può resistere al fascino e all’alone
di mistero ancora esercitato dagli Etruschi e dalla loro civiltà.
La cura riservata alle “case” dei defunti e al loro passaggio
nell’Aldilà, i preziosi affreschi, monili, gioielli e arredi
funerari ritrovati nelle tombe, insieme ai resti delle fondazioni
dei loro edifici sacri e monumentali, dedotti nell’alzato dai
modelli offerti, dai sepolcri rupestri e dalle urne che ne imitano
le forme, costituiscono la testimonianza di una civiltà dal
bagaglio tecnico-culturale straordinario e altamente specializzato
nella metallurgia, nell’arte del costruire e nell’artigianato.
Sebbene i loro monumenti non siano paragonabili a quelli
greco-romani e visibili integralmente, a causa della loro
prematura scomparsa dovuta all’impiego di strutture murarie a
blocchi lapidei soltanto nelle opere militari e quelle destinate
ai defunti, tuttavia è possibile desumerne l’aspetto dalle piccole
rappresentazioni votive, dai sepolcri rupestri e dalle urne che ne
ripropongono l’immagine, dai resti in pietra delle fondazioni
degli edifici sacri e civili, dove per le parti in elevato si
preferiva usare materiali costruttivamente più leggeri, tuttavia
facilmente corruttibili dal trascorrere del tempo, quali legno,
mattoni crudi, terracotta. Le apparecchiature murarie più usate,
senza distinzione tra strutture più primitive e quelle più mature
– dal momento che la complessità strutturale non pare dipenda da
una specifica evoluzione tecnologica quanto piuttosto, molto più
semplicemente, dalle abilità delle maestranze coinvolte nella
costruzione e dal materiale disponibile in loco (di solito
calcari, arenarie e tufo) – sono quelle a grandi blocchi
semilavorati e a piccoli blocchi squadrati, nonostante sia
riscontrabile anche l’uso dei mattoni crudi nell’edilizia
domestica e in quella militare (come a Roselle ad esempio). Ma è
nella riduzione del ferro e nella metallurgia del rame e
dell’argento, in cui riusciva a sopravvivere solo una minuscola
percentuale di impurità, che gli etruschi furono maestri sublimi,
cosiccome nella lavorazione scultorea del bronzo; basti pensare,
tra gli esempi più famosi, alla Lupa capitolina, alla Chimera di
Arezzo e al Bruto capitolino. Furono anche abili orafi e
ceramisti. La tipica ceramica etrusca, il bucchero, composta da
argille molto raffinate e ricche di ferro, dal caratteristico
colore nero o grigio scuro veniva ottenuta lasciandola cuocere in
mezzo al carbone prodotto dalla legna in assoluta assenza di
ossigeno. Le superfici potevano risultare opache o lucide, a
seconda di come venivano lisciate: se con stracci o con stecche
rigide. Questo tipo di lavorazione, che consentiva la
trasformazione chimica dei composti ferrosi rossi in ferrosi neri
parzialmente vetrificati, era già stata praticata presso altre
culture, ma gli Etruschi seppero condurla al più alto grado di
perfezione. Come orafi, conoscevano e praticavano magistralmente
la granulazione, una tecnica che consisteva nell’applicare su
lamine d’oro minuscole sfere a formare disegni più o meno
complessi. Presumibilmente queste piccolissime sfere venivano
ottenute riscaldando in un crogiolo polvere di carbone alternata a
frammenti d’oro a una temperatura di circa 1100°C e saldate alla
lamina, dopo aver distribuito sulla superficie della malachite o
altri minerali di rame, mediante la cottura dell’oggetto a 900°C
circa.





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