BIOARCHITETTURA
|
Numero 39-40 di ottobre 2004 -
gennaio 2005
|
Quale equilibrio?
Ugo Sasso
Uno dei motivi (forse il principale) per cui gli ambienti
“progressisti”, coloro che hanno fiducia nella scienza e nel
progresso, sostengono gli ogm, sta nella convinzione che inserendo
alcuni geni nelle piante, si riesce a realizzare varietà più
resistenti alle malattie e agli insetti. Si riuscirebbe così ad
evitare la produzione inquinante (l’aria, l’acqua, il suolo e le
persone) di quei pesticidi che stanno infarcendo il Pianeta di
veleni. L’argomentazione, così posta, parrebbe convincente. Pur
con tutti i dubbi e le perplessità giustamente connesse con
l’interferenza genetica con la realtà, si tratterebbe di scegliere
il minore dei mali. Se effettivamente si riuscisse a diminuire e
addirittura azzerare la necessità (sic) di irrorare tutto ciò che
coltiviamo con sostanze di ogni sorta che poi da qualche parte
finiscono, si potrebbe affermare che in questo caso la “scoperta”
scientifica è riuscita davvero a risolvere uno dei problemi che da
sempre (la narrazione biblica dei raccolti distrutti dalle
cavallette fa parte delle immagini alla base della cultura
occidentale) affliggono l’uomo. Pensate: un Eden in cui regna
armonia e felicità; ogni elemento svolge felice il suo ruolo, gli
uccellini cantano, i ragni tessono le tele, le formiche
costruiscono le loro piramidi, le api raccolgono il miele, i fiori
ed i frutti sono tutti grandi, colorati, pieni e succosi; tuttavia
inattaccabili, riservati solo a noi. Solo noi possiamo coglierli e
gustarli.
Il sogno pareva a portata di mano, solo che un po’ di tempo fa il
quotidiano “The Guardian” è intervenuto a guastare l’incanto. La
notizia fa riferimento al rapporto steso dal Centro di politiche
Ambientali e Scientifiche dell’Idaho, nella parte Nordovest degli
Usa, sotto la guida del noto scienziato Charles Benbrook. Le
coltivazioni di soia, cotone e mais geneticamente modificate
effettuate in questa zona sono state poste sotto osservazione
confrontandole con corrispondenti campioni di coltivazioni
normali. Nel rispetto delle previsioni scientifiche, nei primi tre
anni di osservazione (’98, ’99 e 2000) si è effettivamente
verificato l’atteso miracolo e c’è stato un calo nell’utilizzo di
prodotti chimici superiore al 25%. Si sa, le nuove abitudini fanno
fatica a prendere piede, soprattutto se si confrontano con i ritmi
e le credenze degli agricoltori. Per cui si è pensato che magari
quel residuo 75% fosse legato ad atteggiamenti di eccessiva
precauzione. Sembrava di sentirli: non sarebbe la prima volta che
si è rischiato il bottino per aver dato ascolto ai tecnici in
camice bianco; solo se si sta davvero sui campi si comprende la
lotta che bisogna fare per mettere insieme alla fine davvero un
buon raccolto.
Nei centri di ricerca erano sicuri: una volta presa fiducia, le
percentuali sarebbero ancora diminuite. Invece nel 2001 il dato
inaspettato: nelle piantagioni modificate si è utilizzato il 5% in
più di prodotti chimici rispetto alle piantagioni di controllo.
C’è qualcosa che non funziona. Forse il sistema di raccolta dati
ha avuto qualche inceppo, forse si tratta di una congiuntura
particolare (per esempio il prezzo dei pesticidi particolarmente
favorevole, oppure dipende dal miglioramento della rete
distributiva, o invece si tratta solo della reazione dei
produttori di veleni che si sono attrezzati divenendo più
insistenti ed efficaci ecc.). Tuttavia, è stato detto, i dati
riferiti ad un unico anno non possono essere significativi,
aspettiamo dunque il 2002. Perbacco: 7,9% in più. Aspettiamo il
2003. Da non crederci: 11,5% in più. L’accanimento maggiore dei
coltivatori si è concentrato in particolare sul mais: nel biennio
2002-2003 le piantagioni modificate hanno assorbito ben il 29% tra
pesticidi ed erbicidi in più rispetto a quelle non gm. Come mai? è
che la consorteria degli infestanti con le erbe maligne (sic) in
testa, le muffe pestifere (sic) al seguito e gli insetti nefasti
(sic) per concludere, si sono alleati, sfoderando tutte le
risorse, inventandosi resistenze mai viste prima. Insomma, hanno
sviluppato una particolare resistenza genetica in maniera da
riuscire a ristabilire l’equilibrio alterato.
La storia, anche se in giro se ne è parlato poco, mantiene una sua
morale. Non occorre ribadirla, perché è ovvia. Speriamo solo che
nel prossimo equilibrio ci sia spazio anche per noi.

|