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BIOARCHITETTURA
 

Numero 33 di settembre-ottobre 2003

La casa famiglia

Come imparare l'architettura da bambini problematici
Lucien Kroll, Claire Vandercam

Qual'è dunque una scuola ecologica? Ebbene: la scuola che economizza le risorse, risulta funzionale e confortevole (aria, luce, temperatura, benessere…), è ben inserita nel proprio quartiere, non è ancora detto sia di fatto ecologica. Nel 1868 Ernst Haeckel ha definito l'ecologia come semplice «scienza delle relazioni». La prima relazione d'una scuola sarà, ovviamente, quella con il bambino, con il suo ambiente sociale e col suo paesaggio: l'architettura dev'essere semplicemente la connessione (collaborazione ?) di queste relazioni amichevoli. E la filosofia della scuola deve essere espressa attraverso la progettazione architettonica. L'esempio che presentiamo non è né vuol essere un «oggetto architettonico » ma la sinergia tra due ecologie: quella del significato dell'architettura e quella della pedagogia, di cui l’architetto deve farsi interprete. Tale esempio serve solo ad illustrare la possibilità di fusione tra questi due mondi. Ci sembra importante descrivere l'evoluzione di questo lavoro: non sono state molte, a nostro avviso, le occasioni per coinvolgere con altrettanta partecipazione una gamma di competenze così diverse tra loro. Cosa c’entra l’architettura? Fin dall'inizio fu vista come uno strumento pedagogico, diversamente dalla concezione tradizionale che può risultare rassicurante e piacevole solo per gli adulti. In quel periodo l'architettura soffriva ancora più di oggi di « modernismo », dunque veniva gestita come professione autonoma, autoreferenziale, endogena, nel migliore dei casi narcisistica (cioè l'espressione dell'Architetto); nel peggiore dei casi, funzionale (un lavoro da idraulico che riesce a non confondere l'acqua col gas, da imprenditore che si accontenta di controllarne l'ergonomia, ecc.). Fortemente condizionata dalla pseudo-industrializzazione e con un viscerale disprezzo verso i problemi « inconsistenti »: quelli sociali, psicologici, culturali, e tutti quelli difficili da quantificare (cioè proprio quelli che fanno l'ecologia globale). Walter Gropius, il più geniale tra i pionieri dell'Architettura Moderna, aveva ben capito le difficoltà inventando un'architettura capace di negare, ansiosamente, ogni legame con il contesto umano, paesaggistico, estetico, costruttivo, emozionale. Aveva adottato la costruzione industriale anonima (autistica) come modello per la sua Bauhaus. Grazie all'esperienza della Casa Famiglia, ho invece scoperto la coerenza tra il mestiere di architetto e la nebulosa sociale, filosofica, psicanalitica, ecologica della « gente ». Mi ha fornito un laboratorio per capire i modi urbani di partecipazione degli abitanti, comprendere quanto sia importante il silenzio dello specialista (che crede sempre di sapere) di fronte al ritmo dei non-professionisti nel paesaggio abitato, al progredire di una opinione di gruppo che si autocostruisce lentamente. In seguito avvenne qualcosa di simile con gli studenti della Facoltà di Medicina di Woluwé, che mi vollero come progettista della loro Casa dello Studente e, insieme a loro, ho avuto occasione di vivere le cooperazioni che portano a progetti umani, costruibili e compatibili. Tuttavia è stato grazie alla Casa Famiglia che ho capito l'urbanistica. A distanza di trentasei anni, in occasione del suo ampliamento, ci siamo riuniti per fare una sorta di bilancio di questa esperienza. Di norma le riviste e le pubblicazioni di Architettura si occupano esclusivamente degli edifici più recenti ed incensati. Difficilmente si interessano di un edificio datato, per valutarne l'evoluzione. Tra i pochi casi che conosco, quello di un critico inglese che ha descritto la Chandigarh odierna con foto impietose e spiegazioni sull’inclemenza di un clima ignorato, sulla cultura locale pestata, sull'usura dei materiali innovativi, ecc. Anche Tom Mitchell ha scritto un interessante testo: “Redesigning Design” - Indiana University, una relazione sulla casa per handicappati costruita a New York dal sommo architetto Richard Meyer: quest'oggetto era piaciuto così tanto da guadagnarsi una medaglia da parte dell'Associazione degli Architetti Americani. Una volta occupato, con gran ritardo e quasi di nascosto, questo luogo ha rivelato tutti i suoi aspetti inabitabili: pericoloso, torrido d'estate e con costi esorbitanti di riscaldamento nel periodo invernale, quegli spazi trasparenti e sbalorditivi erano inutilizzabili, ecc. «Puro spettacolo!» è stato detto per un edificio in cui ha trovato alloggio la metà degli utenti previsti (anche un disastro finanziario, quindi). Eppure quest'edificio è a tutt'oggi proposto sulle riviste come il migliore esempio di alloggio per handicappati. Mitchell analizza anche altri fiaschi, ma meno clamorosi solo perché gli autori sono meno noti presso il largo pubblico. L'architettura ha invece tutto l’interesse ad essere « esogena ». a cercare al di fuori di sé le motivazioni della composizione delle sue forme: anticamente esprimeva il luogo degli dei, poi di Dio, dei capi tribù, dei re, dei capi di Stato, attualmente dei mercanti internazionali. Sarebbe più caloroso rivolgersi verso la cultura popolare, i comportamenti, la psicosociologia, gli effetti di autodistribuzione delle masse, le scienze « morbide ». In una parola, verso quella che è l'ecologia odierna. Per la Casa Famiglia, come dovrebbe essere per ogni progetto, abbiamo dovuto prefigurarci l'uso quotidiano dei luoghi e il loro impatto sul comportamento. La scuola si struttura principalmente intorno al gruppo e agli scambi che si instaurano al suo interno, negli « appartamenti »; successivamente entrano in gioco anche le attività esterne. La differenza con la progettazione classica sta nella decisione di considerare necessario solo ciò che viene richiesto dai gruppi di partecipanti (non il risultato di un programma anonimo e gerarchico), senza imporre le nostre preferenze professionali. Bisogna mettere tutto in discussione e, in questo modo, offrire la libertà permessa dall'architettura (attenzione: non quella concessa dall'architetto), quella che può nascere dall'uso di materiali significanti, da spazi con le loro mutue attrazioni/repulsioni e anche da un'immagine in cui ci si identifica. L'organizzazione generale ha preso la forma di una città piuttosto che quella di una fabbrica: ha adottato uno schema « a strade e a piazze » circondate da elementi sempre diversi, allo stesso tempo autonomi e coordinati escludendo ogni anonimo allineamento per funzioni identiche. Anche se sarebbe stato sempre ideale l'orientamento più favorevole (sud, sud-est), ogni gruppo è stato orientato in maniera dissimile per favorire l'individualizzazione. Allo stesso modo ogni locale ha assunto una forma un po’ diversa da quello a fianco, anche in presenza di funzioni identiche. È l'appartenenza al gruppo a creare la prima identità collettiva, a cui segue quella dell'intergruppo (c'è stata una dura lotta per la sistemazione delle serrature!). Gli educatori desideravano delle stanze piccole per gli interni (quattro letti). Le ho distribuite nel piano in modo da rispecchiare la disposizione dei gruppi, piuttosto che allinearle in bell'ordine lungo un solo corridoio. Ogni raggruppamento di tre stanze possiede un suo spazio semi-privato (che prende luce dal tetto), a mo’ di slargo. L'insieme dei sottogruppi delle stanze ha, a sua volta, uno spazio collettivo che porta verso le scale: come la pianta di una città e dei suoi quartieri. Ogni stanza ha dimensioni un po’ differenti dalle altre, in più il soffitto varia in continuazione, con il tetto a diverse inclinazioni. L'aspetto generale della costruzione ne guadagna in libertà ed espressività. Abbiamo puntato sul fatto che, in questo modo, sarebbe stato più attinente al programma educativo. Abbiamo adottato una tecnica costruttiva tradizionale, senza esibizioni di modernità. Ma ciò che diventava ortogonale solo per abitudine, abbiamo lasciato che assumesse forme più libere. Gli elementi che ci pareva opportuno ripetere in modo identico (ad es. porte interne ed esterne), li abbiamo ripetuti. Le finestre, che potevano essere differenziate, le abbiamo differenziate: non veniva a costare di più. Solo per cambiare, avevo predisposto i davanzali delle finestre ad altezze diverse contando, un po’ alla cieca, sui comportamenti che potevano scaturire dalla differenza d'uso. Un bambino prese l'abitudine di sedersi su quello più alto. Da lì poteva ascoltare la sua istitutrice da un'angolazione che permetteva l'immersione discendente; questo lo aiutava ad accettarla (ecco una topologia sentimentale). I muri, in pannelli di cemento a vista, lasciano intravedere l'opera dei muratori più se avessimo adottato un intonaco liscio: saranno gli stessi bambini a dipingerli e a farli vivere come vorranno. Nell'idea di spezzare l'immagine scolastica composta da file allineate di uditori passivi sorvegliati dalla maestra, avevamo pensato, inizialmente, di raggruppare i bambini in circolo (sulla falsariga di quello psicologo che voleva obbligare i gruppi a disporsi in cerchi perfetti « perché in assoluto è la forma più libera»). Ma i banchi, che avevamo diligentemente sistemato in cerchio, sono stati subito messi a soqquadro e disposti in piccoli gruppi a quattro o a sei, a immagine del decentramento delle attività. In cosa consiste allora l'ordine? Ogni gruppo ha conservato la sua identità attraverso il colore: un po’ più verde, un po’ più rosso, un po’ più blu. senza forzature. Quanto ai mobili abbiamo rinunciato ben presto a cercare il mobilio adeguato sul mercato dell'arredamento scolastico: il principio con cui risultava progettato era esattamente ciò da cui volevamo stare alla larga. La produzione s'ingegna a cercare modelli « specialistici » e uniformi, visibilmente scolastici. Noi volevamo un arredamento familiare, banale, utilizzabile come a casa propria. L'industria standardizza modelli identici, noi volevamo che ogni bambino avesse modo di riconoscere, in modo sottile, il suo banco. L'industria impone oggetti severi, rigidi, inamovibili. Noi avevamo bisogno di forme che potessero, all'occasione, assemblarsi in costruzioni mobili, strane. Abbiamo deciso di aspettare che i bambini ci mostrassero cosa volessero: così la Casa Famiglia è stata un allestimento disparato per diversi mesi. Per fare in modo che i bambini si sentissero fisicamente « a casa » è stata organizzata un'esperienza: « prendere possesso dei propri muri » riempiendoli di disegni e di pitture. Non è la stessa cosa che lasciare alla maestra il compito di scegliere come ornare la classe con disegni graziosi. Il muro è diventato il luogo degli avvenimenti della vita della classe: un giornale collettivo, un'opera in evoluzione, dato che i bambini aggiungono, cancellano o modificano le parti durante tutto l'anno. L'opposto di una decorazione. Dalle classi si è poi passati ai corridoi, poi è toccato alle stanze. Un giorno o l'altro, indubbiamente, saranno pronti a ricoprire i muri esterni dell'edificio: gli daranno forse un altro senso, perché sarà una comunicazione verso una società di adulti sconosciuti.



 

 

 

 

 
   

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