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BIOARCHITETTURA
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Numero 33 di settembre-ottobre 2003
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Quale sogno?
Ugo Sasso
C’era una volta il grande sogno: i valori universali, la libertà
dei popoli e delle coscienze, una vita dignitosa garantita a
tutti, una vera democrazia, cultura diffusa, previdenza, maggiore
tempo libero.
Era il tempo degli ideali. L’Eden era raggiungibile puntando tutto
su scienza e tecnica, che sole - ne eravamo certi, anzi qualcuno
continua a crederlo - garantivano il Progresso inarrestabile e la
Crescita illimitata. Siamo talmente convinti della positività di
tali dinamiche - le periodiche crisi di panico allorquando il PIL
ristagna vengono presto dimenticate - che noi, piccola percentuale
di ricchi accerchiati da milioni di diseredati, siamo disposti a
combattere contro l’universo pur di imporle; sulla punta delle
baionette, dell’uranio impoverito o “soltanto” della
globalizzazione. “È l’unico mondo possibile” ci confortiamo
fiduciosi, oppure “nessun altro sistema è riuscito a garantire
tanto benessere per così tante persone” o ancora “noi portiamo la
cosa più preziosa: la libertà”. Qualcosa di vero c’è, solo che il
prezzo è altissimo e soprattutto rimosso dalle coscienze private e
collettive. Abituatici a non sentire, non vedere, non annusare,
non toccare, non pensare, continuiamo imperterriti nella nostra
immane opera di trasformazione: i beni in merci e quindi i poveri
in bisognosi. Tutti. Dappertutto. L’operazione passa attraverso la
standardizzare dei bulloni, dell’immaginario collettivo, delle
informazioni, delle idee, dei comportamenti, dei modi di vivere,
vestire, mangiare, abitare. E poiché l’architettura è tutto ciò -
pensiero, scelte, speranze, dinamiche, arte, lotte, economia -
reso solido e manifesto, di fatto omologare vuol dire trasformare
ogni luogo in periferia. Come sappiamo, il prezzo della efficienza
tecnologia o di quella economica - a questo punto sono
intercambiabili - è di cancellare con puntigliosità tutte le
differenze che potrebbero far inceppare il sistema. Impegnati a
razionalizzare i processi, tesi in una forzosa accelerazione dei
ritmi, il massimo attentato alla stabilità viene da ogni ipotesi
di sospensione, di riflessione, di chiarimento. Correre, non si sa
in quale direzione, ma correre. È questo lo stratagemma con cui,
nel muoverci quali pasciuti automi all’interno di una incredibile
schizofrenia collettiva, riusciamo a ignorare la gravità della
situazione. Tanto per dirne una: non consideriamo che la oggettiva
limitatezza delle risorse e delle capacità di assorbimento, non
possono consentire a tutti gli uomini della Terra di consumare
altrettanta acqua o di produrre altrettanta CO2 di un
“occidentale”. Sforzarsi di portare Cinesi, Indiani, Africani
all’interno del nostro sistema economico sprecone, è semplicemente
folle. Ma forse questi sono pensieri troppo distanti. Guardiamo
allora alla paura delle malattie che stiamo generando (ha un
qualche significato che nelle aree chimiche industriali aumenti
l’incidenza di cancro? quel comune amico, non abitava vicino ad un
inceneritore? ) oppure al terrorismo che è tra noi. Resi
insensibili ed egocentrici dalle prospettive di libertà infinite,
dalla velocità, dai consumi smodati, dalla comunicazione
ubiquitaria in tempo reale (internet, cellulari, video, ecc.) non
ci rendiamo conto come questo determini lo scardinamento dei
valori, la progressiva asocialità che ci pervade, chiusura e
diffidenza verso l’altro, disturbi affettivi, perdita di quei
legami che fino a ieri ci tenevano insieme. Prima le diramate reti
sociali del villaggio sono state trasformate in catene di
montaggio unidirezionali ed i rapporti di collaborazione
razionalizzati in scale gerarchiche, poi l’autodisciplina e il
senso del dovere sono state tradotti in cumuli di norme fatte
apposta per essere raggirate, infine i liberi cittadini sono stati
trasformati in consumatori. Il risultato è sotto i nostri occhi:
la generale ebete adesione ad una macchina economica impersonale e
automatica che stritola coscienze e legami, che impedisce agli
uomini di essere umani smorzandone la comunicazione. Due ultime
riflessioni. La prima è che ogni possibile presa di coscienza da
parte delle persone di buona volontà, di quanti credono ancora in
una dimensione etica del fare, nella possibilità cioè di rinvenire
nuovi baricentri capaci di rendere civile la nostra esistenza, non
può che cominciare dal combattere la frantumazione dei gruppi
sociali in individui a cui è stata sottratta ogni carica di
progettualità. Operativamente, l’obiettivo diventa cercare di
riannodare le reti della società partendo dal momento più
elementare: semplicemente creando situazioni ed opportunità di
dialogo, incontro, aggregazione, solidarietà. La seconda: se
l’architettura è pensiero solidificato (in effetti quando vogliamo
conoscere come agivano, vivevano, pensavano nel passato, non
interroghiamo forse le antiche configurazioni edificate?) è
possibile che la chiave per l’alternativa risieda proprio nella
strutturazione dello spazio. Se adattiamo gli spazi in maniera che
tengano insieme, colleghino, aggreghino, invitino al dialogo e
all’incontro (fatto di convivialità, accoglienza, collaborazione,
amicizia, gioco, ma anche discussione, dissenso, critica,
dialettica o soltanto semplice stare insieme) ci accorgeremo che
la qualità della vita quasi per miracolo migliora e soprattutto di
aver messo in moto processi capaci di andar lontano. “L’economia
ha le sue leggi” si ripete spesso, assolvendola dal rispondere a
tali umane esigenze. Ma, dannazione: coloro che avocano a sé il
privilegio di indirizzare la società, quanti sono convinti di
essere impegnati per una visione futura e combattono affinché
questa trovi approvazione e condivisione, gli scienziati, i
politici, i sociologi, i giornalisti, i sindacalisti, gli
architetti, gli urbanisti, i pensatori, quale altra chimera stanno
mai inseguendo?

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