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BIOARCHITETTURA
 

Numero 33 di settembre-ottobre 2003

Rosa Jaiphur

Immagini e suggestioni dall'India

Francesca de Carolis


Ancora il trucco magico di un colore. Il rosa di cui è dipinto ogni muro della città di Jaiphur. Il rosa, colore dell’accoglienza voluto per onorare l’arrivo di un principe straniero: per allestire per un illustrissimo ospite il più tenero e rassicurante dei benvenuti. Così, a vedere scivolare in sequenza le mura merlate della città, le sue case, i suoi palazzi, rimane attaccata agli occhi l’impressione di sfiorare un regno di favola. La fantasia non s’imbriglia, e propone la scena surreale di centinaia e centinaia di barili di vernice del colore dell’alba, rosa e arancio, versati in una notte su tutte le facciate, centinaia e centinaia di sudditi al lavoro per avere pronto, l’indomani, un palcoscenico tutto nuovo. Come nelle favole appunto. Roba da mille e una notte. Un gioioso miracolo che ha lasciato in eredità questo tenero sfondo. Dal sapore di zucchero caramellato. Che neppure la frenesia caotica e asfissiante del traffico riesce ad offuscare.
Troppo breve è stata la permanenza a Jaiphur. Un giorno non basta neppure per scrollarsi di dosso la polvere del turista. L’India rinnova il suo imperativo: il tempo chiede tempo. Mezza giornata va via solo per perdersi nei labirinti degli appartamenti della fortezza di Amber, l’antica capitale alle porte della nuova. Ma neppure un passaggio in fuga, in questa terra che non vuole menzogna, può tenere al riparo da impressioni che ancora una volta toccano il profondo.
Città ricca Jaiphur, come tutto il regno di cui è capitale. Città di commerci e mercanti. Festoso intreccio di bazar. Grande mercato di raffinati tessuti, pietre preziose e gioielli. Esposti in vetrine di gran lusso, assolutamente indifferenti al dissesto delle strade sulle quali affacciano. Forte attrazione quindi per turisti occidentali o provenienti dall’oriente più ricco. Ma è raro incontrarli passeggiando per strada, questi turisti. Compaiono piuttosto a frotte vomitati all’improvviso dalle bocche di grandi pulmann a ridosso dei monumenti più famosi, dei centri commerciali, dei ristoranti con menù e sfondi ideati appositamente per loro. Dove pure ci è capitato di finire. Per la prima volta dall’inizio del viaggio. Condotti da Akbal, chissà se contento di farci cosa gradita o piuttosto convinto di una nostra irrimediabile lontananza dal suo mondo.
Il sornione Akbal ci ha così consegnati ad un grande locale con i tavoli per metà al coperto, per metà distribuiti in un’ampia corte soleggiata. Sullo sfondo il suono di musicanti dalla testa ben fasciata in alti turbanti gialli. Eleganti, cortesi, garbati: come sempre, come tutti. Ma facendo un po’ d’attenzione, non è difficile cogliere nei loro volti sia pure appena un’ombra di rassegnato fastidio: per quella folla di clienti pur invocata, pur essenziale all’economia della città, ma così ciarliera e trasandata!
Confinati entro le mura della stessa corte, per la prima volta è balzato agli occhi stridente il contrasto fra due universi fra loro troppo distanti. L’eleganza riservata, antica e immutata degli indiani a confronto con l’irruente scompostezza degli occidentali. Bermuda, shorts, braccia nude, scarpe da ginnastica, calzettoni, calzini e pelosi polpacci scoperti, cappellini di paglia, fazzoletti al collo, jeans. Pelle arrossata, capelli tinti, gambe larghe, muscoli flaccidi, visi sudati. Un fare trasbordante e grasso. Autorizzato forse dall’essere in vacanza. Ma non è questo. Non è solo questo. Ecco: troppe facce appassite, e forse lo è anche la mia.
Ecco: ci sono tanti anziani, troppi e siamo in tanti troppo vecchi. Di una vecchiaia che sembra avere ben poco di nobile. Che ha da tempo sotterrato l’antico e rimane nuda, a mostrare senza vergogna la sua pelle cadente. Immagine di un mondo in disfacimento, ormai al capolinea. In giro per la Terra a spendere i suoi volgari spiccioli.
Capitale affollata di poveri Jaiphur.
Come ogni grande città attira a sé i derelitti delle terre intorno, li moltiplica, li lascia sui marciapiedi accanto a quelli che già gli appartengono. E i poveri si accampano lungo le strade della periferia, sciamano nelle strade del centro alla ricerca del sopravvivere quotidiano, si addormentano in mucchi di stracci neri. Qualcuno sembra morto. Qualcuno forse è morto.
I bambini, i vecchi. Ritornano squarci di povertà estreme come già viste fra le strade di Delhi. Ritornano negli occhi di un ragazzino dal viso scuro di terra, vestito solo di una coperta, quasi invisibile, nascosto nell’ombra dietro la porta di un ristorante. E’ davvero difficile riuscire a oltrepassare il confine di cristallo del locale e sedersi a tavola per mangiare lasciando fuori la fame degli altri.
La miseria ritorna nel bussare lento, instancabile, inflessibile, di una vecchia senza occhi al finestrino dell’automobile ferma ad un semaforo. Nel viso di un lebbroso che porta al petto le mani senza dita. Sorridendo mite.
Eppure. Eppure.
Eppure il pensiero che di ogni cosa rimane non è mai di morte o desolazione. Ad ogni tappa si è piuttosto a tratti invasi dalla sensazione di avere raggiunto il ventre della terra. Che pullula di vita e morte, l’una inscindibile dall’altra. In un movimento continuo che non ha sosta, in uno spazio dove c’è spazio per tutti. Come se tutti vivendo bene o male e bene o male morendo, possano comunque degnamente esserne parte. Sentirsi a casa… E’ forse questo. Vivere un luogo dove ciascuno può trovare il senso del sé. Come se ognuno avesse la profonda consapevolezza di avere riconosciuto il diritto ad essere inscritto nel cerchio magico della danza di Shiva e lì in qualche modo acquietarsi.
La divinità che si muove danzando dentro il perimetro di un cerchio è una delle più belle e affascinanti icone dell’India. Credo sia possibile trascorrere ore ipnotizzati dall’armonia del movimento della sua figura. Che trasmette il senso di una grande forza d’attrazione e di repulsione allo stesso tempo. Perché da un unico gesto perfetto che ne riassume altri mille nasce la potente rappresentazione della danza con la D maiuscola: quella che regola il ritmo della creazione e della distruzione del Cosmo. Fissare il volto del dio inscritto nel cerchio è cercare di leggerne a un tempo la benevolenza e la furia. Dal baricentro della figura sembrano partire le linee di forza che imbrigliano l’universo. Il movimento leggero delle mani ne conduce il moto. Può bastare uno strappo per farlo implodere tutto.
Penetrare il senso dell’India, è forse iniziare a percepire il movimento irresistibile della danza dell’universo che tutto pervade. Per iniziare a sentire che nulla e nessuno può sfuggirvi.

* * *

Il viaggio è terminato, ma l’India non si lascia lasciare.
Neppure una volta raggiunto il portone di casa, neppure nel momento in cui si crede di essere al sicuro dentro le mura conosciute di un confortevole appartamento dai toni puliti e familiari del pastello. Eccola ancora lì a trattenerti per costringerti ad accettare l’offerta di un ultimo boccone, un altro ancora mai provato. Boccone amaro.
Per la prima volta il ritorno a casa non ha sapore. Il cortile ben ordinato, l’aria pulita, i cespugli appena potati delle ortensie, gli alberi di oleandro, la mimosa. Persino l’alto albero di mimose carico di fiori, come poi le piante di casa, ogni oggetto, la scrivania, il letto. Ogni cosa sembra scivolare intorno con distante indifferenza. E’ come avvertire un profumo e non sentirlo, mordere un frutto e non gustarlo, vedere i colori e non distinguerli, come se una sottile ma inviolabile membrana si frapponga ad ogni cosa, in una sorta di impotenza delle emozioni e dei sensi. Involontaria indifferenza anche della mente. Trasferita all’anima, è la stessa sensazione provata dopo un digiuno abbastanza lungo perché il corpo, obbligato a negarsi per troppo tempo a ciò che viene dall’esterno, crei una sorta di barriera difensiva fra sé e il cibo. Il primo boccone, ma anche il secondo, il terzo, non hanno sapore, come se le papille gustative avessero per sempre serrato le loro minuscole bocche. Così nello stomaco il cibo, che pure si desidera suggere, rimane un elemento estraneo, e si teme che ogni molecola del corpo sia diventata irrimediabilmente impenetrabile ad ogni cosa. Non è facile ridischiudersi al mondo. Non è semplice lasciare dietro di sé tutto quello che si è visto. Forse impossibile.
La consapevolezza di essere ritornati a casa, e riconoscere il mondo al quale si appartiene arriva solo una mattina di sette giorni dopo. Dalla bocca della metropolitana compare il palcoscenico di una città irrigidita dal freddo. In Prati, quartiere un po’ triste della borghesia romana, i platani sono stati appena potati. Ai lati delle strade, tendono verso il cielo braccia spezzate. Spettrali. C’è poca gente. Passa, trascinandosi pigra, un’anziana grassa signora, altre due più giovani si muovono con la stessa pesantezza, un’auto suona nervosa il clacson, s’incontrano molti sguardi assenti. Tutti si muovono abbastanza in fretta.
Non c’è nessun segno particolare di fastidio o di lutto: le vetrine sono lucide e ben fornite, il traffico scorre abbastanza tranquillo, non ci sono nuvole e, per essere alla fine di febbraio, non fa neppure troppo freddo. Eppure tutto sembra pervaso da un’aria grigia che nonostante il sole opprime ogni cosa. Come un’assenza di desiderio di vita, in questo mondo che pure rifugge con orrore l’idea della morte.
Ecco, nella fotografia di un viale di città, imbalsamato nella luce opaca di un mattino di febbraio, l’Occidente che va a morire. Sembra tutto così pulito, così triste, raggelante. Non si sentono rumori, né odori, né buoni né cattivi. Non si vede neanche un bambino. Né vivo né morto.
Non c’è neppure una mucca per strada.



 

 

 
   

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