BIOARCHITETTURA
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Numero 35 di febbraio-marzo 2004
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Hassan Fathy
La difesa della tradizione
Ginevra De
Colibus, Salvatore Gammella
Nel
1969 viene pubblicato al Cairo un libro che diventerà in breve
tempo un manifesto di quell'architettura a misura di persone che
oggi trova in Lucien Kroll uno dei massimi portavoce. Il titolo è
“Gourna: a tale of two villages” e l'autore Hassan Fathy,
settantenne architetto egiziano (nato ad Alessandria nel 1900)
strenuo sostenitore di un ritorno all'architettura tradizionale
della sua terra. Nel libro si illustrano, a distanza di vent'anni,
gli scopi e le difficoltà incontrate nella realizzazione del
quartiere sperimentale di New Gourna in Egitto. Alla fine degli
anni '40, il Dipartimento Egiziano per le Antichità aveva
commissionato a Fathy un villaggio destinato a ospitare gli
abitanti di Gourna, piccolo centro nei pressi di Luxor, al fine di
allontanarli dall'area archeologica oggetto di continui scavi
abusivi. Gli accurati studi condotti sull'architettura rurale
egiziana, sull'impianto urbano del Cairo antico e sulle tecniche
tradizionali locali, si traducono nella volontà di esprimere,
attraverso l'architettura, la cultura e le usanze di quella gente
che Fathy direttamente coinvolge nella edificazione del nuovo
villaggio. I sistemi costruttivi adottati, molto semplici, sono
quelli utilizzati da secoli nelle costruzioni rurali egiziane e si
basano sull'impiego di mattoni di fango essiccati al sole,
prodotti dagli stessi abitanti. In contrasto con gli esperimenti
che in quegli anni tanti architetti europei compivano in ambito di
edilizia residenziale, basati sulla ricerca dell'innovazione
tecnologica e sulla volontà di standardizzazione, New Gourna si
pone come inno alla tradizione e alle differenze. All'interno di
una struttura uniforme e apparentemente regolare, i diversi
edifici riprendono infatti le tipologie tradizionali,
opportunamente adeguate con l'introduzione di moderni servizi, e
si aggregano in modi flessibili e liberi attorno a cortili
interni, spesso comuni a più abitazioni, ai quali si accede da
stretti passaggi che si diramano dai percorsi principali a
definire una fitta rete di strade e piccoli spazi aperti, secondo
l'articolazione degli antichi villaggi arabi. Si determina un
complesso rapporto che, attraverso ambiti sia pubblici sia privati
sia semi-privati, lega edifici residenziali ed edifici pubblici da
un lato garantendo la privacy ai singoli gruppi familiari e
dall'altro creando articolati luoghi di incontro e di identità
storica e culturale della popolazione.
L'ostinazione di Fathy nel riprendere gli schemi e le tecniche del
passato assumendo come riferimento una tradizione architettonica
araba idealmente unitaria, è stato da più parti considerato
“antistorico”. In ogni caso costituisce un'attenta e impietosa
critica, che in molti punti verrà a coincidere con le successive
posizioni “aristocratiche” di Leon Krier, alla città contemporanea
“caotica e alienata” e quindi al Movimento Moderno nel suo
complesso che, rinnegando a priori la tradizione, si preclude ogni
possibilità di sperimentarne la riproposizione sia pure in maniera
innovata. Nel saggio “La casa araba nell'ambiente urbano”
pubblicato a Londra nel 1972, l'architetto egiziano scrive: “in
quasi tutti i Paesi Arabi l'architettura attraversa una fase molto
critica della sua storia. Anzi: dobbiamo domandarci se esiste
un'architettura araba moderna. Oggigiorno possiamo solo parlare di
case occidentali nei Paesi Arabi”. E, più avanti, aggiunge: “[...]
è responsabilità dell'architetto arabo contemporaneo trovare
rimedio. Deve rinnovare l'architettura araba partendo dal momento
che fu abbandonata; deve cercare di colmare lo svantaggio
esistente nel suo sviluppo analizzando gli elementi del suo
cambiamento, applicando le tecniche moderne innestate in quelle
valide del passato stabilite dai suoi antenati, e infine lavorare
per cercare nuove soluzioni per questi nuovi elementi”
Attenzione: la considerazione della tradizione non si traduce, in
Fathy, in chiusura verso tutto ciò che è moderno e innovativo,
bensì mira a riprendere e conservare quegli elementi
architettonici che pur appartenendo al passato continuano a essere
validi oggi come ieri e, allo stesso tempo, riescono a mantenere
viva la memoria storica di un popolo. Per cui l'adozione di
tecniche arcaiche non si pone quale snobistico revival ma come
pratica dimostrazione che materiali come la terra cruda possono
mantenersi “moderni” ponendosi a fianco del cemento armato. Anzi
le tecniche artigianali consentono quel costante controllo
estetico dell'opera che risulta invece impossibile utilizzando
processi industriali: privilegiare la terra al cemento consente
all'uomo muratore e/o abitante di imprimere più a fondo la sua
impronta umana nella materia. “Se usiamo la tecnica in maniera
meccanica – dice Fathy – è come se andassimo a concerto per
ascoltare qualcuno che suona le scale musicali. Dovrebbe esserci
di più. Quando c'è, ascoltiamo musica, percepiamo armonia, creiamo
cultura. Quando la tecnica è usata da uomini diversi, proprio come
le scale musicali usate da persone diverse, il risultato
differirà, perché il background culturale di ogni individuo o
gruppo sarà diverso”. È questa complessità che caratterizza la
città vecchia del Cairo o i villaggi nubiani, esempi concreti di
quell'architettura vernacolare alla quale l'architetto egiziano fa
riferimento e nella quale ritrova il complesso intreccio di
storia, tradizione e cultura che rende la città fisica qualcosa
che trascende una semplice aggregazione di edifici. Con una
fermezza e un'ostinazione che gli attirano critiche e lo rendono
poco apprezzato negli ambiti culturali di quegli anni (nella
storia dell'architettura contemporanea Fathy continua ad occupare
un ruolo marginale: ad esempio Tafuri e Dal Co non lo citano
neppure nella “Architettura contemporanea” mentre Benevolo lo
liquida con poche righe nella sua “Storia dell'Architettura
Moderna”) l'architetto egiziano cerca di ricomporre il legame
tra “la costruzione araba quando cessò il suo progresso nel suo
corso naturale e il nuovo edificio contemporaneo che può diventare
il nucleo della futura architettura araba”.
Nonostante le diffidenze e le non comprensioni da parte degli
stessi abitanti che vedevano in queste proposte il perpetuarsi di
una situazione di miseria e di ghettizzazione, le opere di Fathy
appaiono oggi come poesie tra le dune del deserto. E sempre più
architetti guardano alla sua lezione – delicato, elegante,
sapiente sforzo di tenere insieme tradizioni millenarie e nuovi
linguaggi – e comprendono come solo lo sforzo di mantenere
continuità con la storia può consentire all'architettura
contemporanea di mettere radice.





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