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BIOARCHITETTURA
 

Numero 35 di febbraio-marzo 2004

Così nel Mondo

Alceo Vado

 

Edificare in argilla: soluzioni e ricerche in diverse località del pianeta
Riguardo all'architettura di terra in Europa è possibile rintracciare due vie sostanziali, peraltro oggi non più circostanziabili territorialmente così come può avvenire invece nell'esemplificazione storica. Una prima che chiameremo mitteleuropea, maturata attorno all'opus craticium, con il suo modello strutturale a telaio ligneo da tamponare. La seconda è quella dell'Europa mediterranea occidentale, legata principalmente all'opus latericium ed ai necessari coronamenti e rinforzi della tessitura muraria nel suo complesso, in cui in Italia l'esperienza della Sardegna evidenzia inalterata la sequenza dell'arte di edificare in terra cruda da Vitruvio ai trattatisti dell'era moderna.

Nel resto del mondo, ovvero nelle culture d'oltre Oceano, nel cosiddetto Nuovo Mondo (Americhe) ed in quello Nuovissimo (Australia) si ritrova meno continuità con la tradizione e più mix di elementi innovativi, talvolta vere e proprie intromissioni high-tech che mandano un segnale forte, quello della precipua volontà di non rinunciare ai benefit di utilizzo dei conglomerati di terra naturale anche aggiungendovi quant'altro disponibile sul mercato edile quali acciai, cementi e calci particolari.

Vi è poi la cultura orientale, con in prima linea quella cinese, per molti versi ancora poco esplorata, dove la tradizione delle case di terra è realtà importante ed altrettanto millenaria. Qui una tradizione mista orale e scrittografica ha evoluto nel tempo tecniche costruttive confrontabili con quelle più avanzate dell'Occidente, ma anche lì – con la scomparsa della figura del Capo costruttore delle case collettive – si evidenzia il problema del passaggio di consegne di una tecnologia tra le più evolute soprattutto in merito alla convivenza coi sismi. La struttura tipica consisteva nell'edificazione di un corpo rigido circolare, una sorta di bastione in terra cruda, al quale appoggiare dall'interno – micro climatizzato dalla stessa barriera di terra – le singole unità abitative del sistema collettivo, composto talvolta anche da quattro piani realizzati con la classica struttura lignea “a bilanciere”, tipica di tutto l'oriente sismico, Giappone incluso. Il problema delle “case povere” realizzate in emergenza autocostruttiva senza assistenza tecnica, quand'anche in presenza delle maglie larghe di un ispettorato generale, si pone in termini sostanziali ovunque nel mondo sia maturato nel secolo scorso il germe illogico di una architettura universale fondata sui “disvalori” della omologazione. In questo è possibile assimilare, traslati nella corrente della storia mediterranea, il patrimonio di conoscenze dell'architettura del Nordafrica e le manifestazioni del mondo Mediorientale, trascurando volutamente l'Africa del centro e del Sud in quanto culture di viraggio in cui non è ancora possibile una revisione storica della specifica architettura di terra, ivi comprese le pur straordinarie realizzazioni delle moschee cosiddette nere.

Così succede che l'India occidentale, ma soprattutto il Medio Oriente, culle dell'umanità e aree geografiche tra le più importanti per la presenza millenaria di monumenti storici in terra cruda, siano quelle maggiormente coinvolte dalla perdita di memoria. È vero e proprio paradosso della società moderna vedere i discendenti degli inventori del sistema voltato, i padri dell'architettura pre-greca e pre-romana, oggi relegati tra i detentori delle più povere costruzioni domestiche del pianeta, al di là di qualunque percentuale attribuibile alle realizzazioni con la terra cruda.

Ebbene, continuando ad esemplificare pur con opportuni distinguo, gli avvenimenti di quella parte del mondo non sono molto lontani da quanto occorso all'architettura in terra cruda della Sardegna. Un film già visto e raccontato, ma che diventa fondamentale ripetere per fissare i contorni delle implicazioni preventive che è possibile trarne. Nella prima metà del ‘900 in Occidente gli eventi storici subivano inconsuete accelerazioni; per mantenersi nella metafora, un po' come il cinematografo a scatti dell'epoca, comprese le improvvise interruzioni. Una di queste fu la “Grande Crisi” covata con la prima guerra mondiale ma esplosa inaspettatamente qualche tempo dopo. Col senno di poi si può affermare che ebbe la funzione di irrobustire le radici al tempo deboli del sistema produttivo ed esistenziale che abbiamo accettato come unicum planetario, di cui oggi non rimane che definire gli opportuni ritocchi. In Italia era allora di turno il governo fascista e nonostante i momenti esaltati dell'architettura nazionale, la realtà economica e sociale del Paese era tesa a contrastare un'esistenza molto difficile che portava il nome di “autarchia”.

In Sardegna, la conoscenza non solo diffusa ma straordinariamente capillare della tecnologia del làdiri (=adobe) aiutò l'economia di una regione italiana dove l'autosufficienza era precetto storico sottolineato dall'isolamento geografico. Nasceva però un sostanziale problema: se ben oltre la fine dell'Ottocento l'architettura domestica isolana si serviva dell'apporto dei “Maestri di muro” e quella rappresentativa dei “Capi d'impresa”, veri e propri architetti-pratici di allora, già verso la conclusione della prima metà del ‘900 tale contributo tecnico si riduce all'essenziale. Per costruire “sa Domu” (la casa) bastava una semplice istanza al Comune, che chiunque poteva fare o in ogni caso farsi scrivere se proprio non sapeva. Spesso era persino tollerata l'ignoranza della norma amministrativa purché, soprattutto per le costruzioni d'ambito urbano e proprio sotto gli occhi di tutti, si pagassero le tasse su alcuni approvvigionamenti edili. Il “fai da te” era diffuso al punto che quasi il novanta per cento della realizzazione di case del tipo campidanese di questo periodo vengono realizzate in autocostruzione dalla stessa famiglia di destinazione. Tecniche e tradizioni di mutua assistenza e relazioni tra individui, fanno parte di cronache non solo sarde.

Ma….è un'altra storia. Talvolta era un semplice manovale edile che in amicizia o meno dava una mano il sabato e la domenica. L'elemento che rende significante la vicenda isolana è da un lato la quasi totale scomparsa di una Soprintendenza consapevole esterna, dall'altro come la conoscenza minuziosa e completa dei metodi costruttivi con la terra cruda e soprattutto il rispetto integrale e quasi meccanico (il conservatorismo dei sardi è proverbiale) della tipologia insediativa di modello mediterraneo traslato fino a noi (Casa di Priene e seguenti), abbia salvato la Sardegna dal conoscere il fenomeno delle capanne di terra della pre riforma pontina o quello delle “case povere” della cronaca odierna.

Con l'avvento della “modernità” post bellica e l'assunzione a sistema dei concetti di disvalore cui si è accennato, le migliori costruzioni in terra (di proprietà come è ovvio delle persone più abbienti) saranno le prime ad essere sostituite. Così lo scenario residuale che incoraggerà alla fine degli anni ‘50 la dismissione della tecnologia coi làdiri, sarà quello di edifici mediamente efficienti sotto il profilo tipologico insediativo (corretta esposizione solare e via discorrendo) ma un po' meno riguardo ad alcune precauzioni tecniche e costruttive. Le due regole d'oro per le case di terra: “buoni stivali” (l'attacco al terreno) e “cappello efficiente” (coperture e deflussi buoni) non vengono trascurate quanto realizzate al risparmio e quindi con un'apparenza visibile di precarietà: basamenti in pietra alti appena trenta centimetri circa fuori terra, se non addirittura limitati alla semplice imposta stradale; coronamenti, stipiti e archi dell'ingresso principale e delle logge, persino le piattabande, realizzati sempre in làdiri.

La confidenza con il materiale e la povertà fanno raggiungere limiti estremi e le murature raggiungono snellezze mai viste prima. Fortuna che la Sardegna non è sismica si potrebbe dire; in compenso però l'assenza della mano pubblica nella predisposizione delle opere di bonifica strutturale del territorio attorno ai Villaggi e la carenza di un'urbanizzazione primaria degna di tale nome, agiranno allo stesso modo. Mentre la neonata nazione italiana è impegnata in “importanti eventi bellici” o sul fronte delle grandi “riforme parlamentari”, per ogni momento dei mancati impegni di spesa promessi in merito alle opere pubbliche d'ingegneria civile, non ci sarà Villaggio dei circa 30 del Basso Campidano, che non abbia dovuto registrare nella propria storia i racconti drammatici “de s'unda manna”, l'onda grande dei torrenti impetuosi che ancora oggi scendono minacciosi dal contorno collinoso, fenomeni naturali in ricordo dell'era geologica con cui si è formata la piana stessa del Campidano.

Così la cronaca dell'epoca è incredibilmente identica a quella di oggi in altri lidi. Basta leggere gli articoli d'informazione d'archivio per notare che il tono giornalistico ed il contorno ipocrita, cavalcato da parte di chi sapeva perfettamente dov'erano le manchevolezze, è identico: “Ah! quelle povere case di mattoni di fango!”. Con le opere d'urbanizzazione oramai obbligatorie, con le attenzioni del restauro consapevole nei Centri Storici e con le leggi nazionali sulle costruzioni, chi a suo tempo cadde nel tranello di credere superate le case in terra, “urla” ai figli la sua amarezza ed il pentimento.

Anche se la gestione economica complessa di un materiale semplice quale i conglomerati di terra naturale e dei prodotti derivabili, non coinvolge ancora i ragionamenti del settore speculativo, motore per eccellenza del settore edile nel nostro sistema esistenziale, la richiesta da parte delle giovani coppie di abitazioni ecologiche e sane, dove allevare in sicurezza i propri figli, in Sardegna ha un solo binomio: “Casa campidanese in làdiri”.
 

 

 

 

 

 

 

 
 

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