A. WEGER
LIBRERIA BRESSANONE

via Torre Bianca, 5
39042 Bressanone BZ
Tel. +39 0472 836164
Fax. +39 0472 801189
info@weger.net

 
 
 
BIOARCHITETTURA
 

Numero 35 di febbraio-marzo 2004

La produzione di blocchi di terra stabilizzata
Alceo Vado

Aspetti generali del problema
La produzione di blocchi in terra, così come ogni altra attività produttiva, deve confrontarsi con le tematiche dell'impatto ambientale, dei costi energetici e della qualità. Il modestissimo contenuto energetico che, in questo caso, caratterizza il materiale di base (la terra) fa sì che la scelta e il dimensionamento delle attrezzature per la produzione acquistino una particolare rilevanza.
Tra i parametri che condizionano le scelte, due risultano particolarmente significativi:
• le caratteristiche prestazionali: i blocchi di terra compressa non stabilizzata presentano un comportamento decisamente inferiore rispetto a quello dei laterizi o dei blocchi in calcestruzzo, soprattutto per quanto riguarda la resistenza all'acqua; al contrario, i blocchi in terra stabilizzata con leganti quali il cemento (4% ÷ 6% in peso) o la calce hanno prestazioni assolutamente confrontabili con quelle dei laterizi o dei blocchi in calcestruzzo.
• il costo energetico: secondo dati riferiti da altri Autori 1 il consumo di energia richiesto per la produzione dei blocchi di terra compressa oscilla intorno ai 100 MJ/t se non stabilizzata e intorno ai 400 MJ/t se stabilizzata con il 5% di cemento.
I blocchi in calcestruzzo, ottenuti con analogo processo produttivo, richiedono invece 1200 MJ/t, valore comunque contenuto se rapportato a quello dei laterizi (3700-4000 MJ/t).
I valori indicati in tabella 1 si riferiscono a una produzione a livello artigianale, sparsa sul territorio, sulla quale viene a incidere il costo energetico del trasporto, valutabile in 2,8 MJ/t al km.


Considerazioni sul piano produttivo
Nei processi produttivi esaminati, la manodopera rappresenta una quantità di energia molto contenuta: dall'esame della tabella 1 l'energia manuale sembra incidere molto debolmente sui consumi energetici dei processi di produzione, anche se non bisogna trascurare il fatto che essa può comunque rappresentare una parte importante dei costi. Per abbattere l'incidenza della manodopera, sembrerebbe opportuno pensare a processi che si avvalgono di attrezzature capaci di maggiore produzione e che necessitano quindi di un impianto più complesso, composto da attrezzature per l'estrazione, il trasporto e la preparazione della terra. Impianti di questo tipo – di medie e grandi dimensioni – richiedono però un non trascurabile investimento di denaro, presentano maggiori problemi a livello di gestione e possono essere penalizzati, in misura rilevante, dai costi di trasporto.
I parametri che condizionano la scelta della tipologia d'impianto sono: il bacino d'utenza, le potenzialità del mercato, le condizioni socio-economiche, le risorse umane ed energetiche, la localizzazione, la quantità del materiale di base disponibile, la rete viaria e i problemi di distribuzione dei manufatti. L'organizzazione e la gestione di processi complessi, quand'anche sussistano le condizioni per giustificarne la validità tecnico-economica, risultano spesso molto difficoltose. A impianti sotto utilizzati, e quindi molto costosi, sono preferibili attrezzature semplici che, attraverso un'azione capillare, siano in grado di diffondere le conoscenze del materiale e del suo corretto impiego.
L'impostazione di un'organizzazione produttiva più articolata viene rimandata a una fase successiva, quando i parametri decisionali siano stati compiutamente verificati sul campo.


Il controllo di qualità
Si tratta di un argomento di fondamentale importanza per la corretta gestione delle risorse. La buona qualità dei manufatti non è necessariamente legata a maggiori consumi di energia, ma è fortemente influenzata dalla informazione e consapevolezza degli operatori e dalla organizzazione e gestione del processo produttivo. Nello specifico, i controlli possono essere effettuati in tutte le fasi della produzione:
• in fase di preparazione della miscela terra-legante: verificando la corretta granulometria della terra, la omogenea distribuzione del legante nella massa terrosa e l'ottimale e uniforme grado di umidità della miscela;
• alla sformatura: verificando la giusta compattazione ricevuta dai blocchi, mediante pesatura e saggi penetrometrici;
• durante la stagionatura: sorvegliando che la maturazione dei blocchi avvenga in ambiente umido, tale da permettere al legante di sviluppare completamente la sua efficacia;
• al termine del processo: con prove di laboratorio 2 per valutare le prestazioni fisico-meccaniche dei blocchi (resistenza a compressione e a trazione) e il loro comportamento all'acqua.
Possono essere altresì molto utili prove a flessione, di facile esecuzione in cantiere e sufficientemente indicative della qualità globale dei manufatti.
Roberto Mattone
Dipartimento di Scienze e Tecniche per i Processi
di Insediamento – Politecnico di Torino


Una legge per l'architettura di terra
È all'iter amministrativo di un'apposita Commissione parlamentare la proposta di Legge Nazionale per il riuso moderno delle tecnologie storiche che permettono di utilizzare in edilizia prodotti a base di conglomerati di terra naturale, ottenuti con opportune lavorazioni artigiane note in architettura fin dalla notte dei tempi. In alcune nazioni della Mitteleuropa suddetti procedimenti costruttivi trovarono normazione intorno agli anni '40 e '50 durante la fase della ricostruzione post-bellica, introducendo con l'occasione precise modalità per il loro utilizzo aggiornato ed a regime in particolari zone con problemi sismici. Nello stesso periodo in Italia invece era pensiero comune che la capacità artistica del nostro edificare fosse un innatismo nazionale e che la Legge Urbanistica del 1942 sarebbe stata sufficiente da sola a guidare le scelte degli organismi edili, salvaguardando i tanti stilemi storici ed i caratteri costruttivi sia regionali che locali. Qualsiasi tema costruttivo o più semplicemente edile, non si tradurrà in Italia in Legge specifica per divenire invece materia di florida manualistica nazionale, da considerare peraltro come vera e propria documentazione e fonte normativa a tutti gli effetti. Si ricorda in tal senso gli atlanti dell'edilizia pubblica statale e di quella sovvenzionata come ad esempio i volumi dell'INA-CASA e di istituzioni similari. Così accade che siamo ancora privi di una normativa organica per l'architettura e persino soggetti ai rimbrotti da parte di quella Comunità europea di cui oggi siamo parte. Il tema dell'architettura di terra è presente nei manuali che si occupano anche di interventi di bonifica e di neo insediamenti agrari, resi d'attualità dalla scoperta negli anni ‘30 della qualità della nostra architettura rurale (triennale di Milano, 1936) con un interesse che durerà per tutti gli anni ‘40, ovvero fin dentro il più immediato dopoguerra. Nella seconda edizione del 1948 del manuale del prof. Dagoberto Ortensi, dal titolo generale di “Case per il popolo” e dal lungo sottotitolo di “case coloniche – case operaie – urbanistica di centri comunali e di borgate rurali – case prefabbricate (analisi ed impostazione del problema con raccolta di dati studi e progetti)” da pagina 43 a pagina 62 è trattata l'architettura di terra con l'appellativo di “case d'argilla”; termine folcloristico ereditato sul finire dell'Ottocento ed ancora in auge perché riferito all'agglutinante materico fondamentale per questo tipo di costruzioni.
Da notare come suddetto libro esemplifica l'utilizzo della terra cruda non in Sardegna, dov'è universalmente nota con un'importanza architettonico-costruttiva almeno pari a quella dei nuraghi, ma in una zona sismica come le Marche, focalizzandosi su alcuni prototipi della piccola frazione di Vaccarile, in Provincia di Ancona. Le citazioni partono dalla presa d'atto di un preesistente insediamento storico (casa colonica “Gallo”) per poi mostrarne gli ampliamenti in atto e quelli ulteriormente possibili e presentare quindi le evoluzioni tipologiche moderne che secondo l'autore è ragionevole applicare nell'area interessata. La proposta giunge fino alla esemplificazione urbanistica completa, atta cioè a realizzare un intero Villaggio, con case, chiesa e quant'altro necessario, tutto ovviamente secondo i canoni dell'architettura di terra. Molto interessanti i suggerimenti specifici per la tecnologia da applicare che indirizzano verso l'uso dell'adobe (mattone asciutto) piuttosto che del “massone” (mattone plastico) tipico invece delle realizzazioni storiche del genius loci marchigiano e del vicino Abruzzo. Menzione speciale meritano infine i disegni che accompagnano l'esemplificazione della tecnica costruttiva in quanto molto simili a quelli schematici che nell'aprile del 1940 propone lo stesso Le Corbusier per illustrare il riuso della terra cruda per una ricostruzione in Belgio, universalmente nota come “Les maisons murondins”. Tutto ciò a dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, dell'interesse internazionale del periodo storico citato per la riproposizione tout court dell'architettura in terra fin dentro le frange stesse del “modernismo”. Col venir meno in Italia del dibattito d'architettura, che resterà assente per oltre cinquant'anni, e la lenta implacabile divulgazione dell'apparato costruttivo detto “a telaio” in cemento armato, l'intera collettività tecnica nazionale e la sua Accademia dimenticano non solo l'architettura di terra e quant'altra costruzione più o meno storica di medesimo tipo, ma addirittura la stessa tecnologia costruttiva a “muratura portante”. Eppure esso è sistema strutturale di base di tante realtà locali ed aspetto peculiare sia dei borghi storici sia delle costruzioni rurali, che presentano un più basso impatto ambientale dovuto fondamentalmente al fatto di essere risolte con materiali tipici dei luoghi. Le proposte di Legge all'origine sono due. La prima con la sigla AC 2347 “Modifiche L. 02/02/1974 n. 64, costruzioni con particolari prescrizioni per le zone sismiche”, primo firmatario l'On. Marco Lion (marchigiano, eletto nelle Liste dei “Verdi”), tende a reinserire per legge, oltre che di fatto, le tecniche della terra cruda tra quelle ammesse ad operare in zona sismica. La seconda con sigla AC 4019 “Norme a sostegno della tecnica di edificazione in terra cruda”, primo firmatario l'On. Michele Cossa (sardo, eletto nel movimento “riformatori sardi”) è invece di carattere più generale e fissa principi auto-significativi del suo stesso titolo. Si prevede una ri-calendarizzazione con un testo unificato che oltre ai suddetti parlamentari, vedrà l'apporto dell'On. Gabriella Pinto (sarda, rappresentante di Forza Italia). Nessuno di loro è architetto o in ogni caso tecnico, a dimostrazione che quando il tema è importante ed è parte integrante della propria storia non trova ideologici e la “trasversalità politica”, come si suole dire, diviene fatto naturale e per certi versi dovuto. In termini altrettanto deduttivi non suscita meraviglia nemmeno il fatto che il Consiglio Superiore dei Lavori pubblici (massimo organo tecnico consultivo dello Stato), interpellato dalla Commissione Ambiente in merito agli aspetti tecnici della proposta normativa, abbia manifestato in prima istanza fortissime perplessità sull'opportunità del riutilizzo della terra cruda in zona sismica. Appare evidente sia la scarsa considerazione per i 184 centri storici (su 377) sardi coinvolti ancor oggi da questi materiali; sia il mancato dibattito nazionale sul portato storico, culturale e tecnico dell'architettura rurale; sia ancora il blackout accademico su tali tecnologie (considerate talmente lontane da spingere gli stessi rappresentanti dell'organo emerito dello Stato ad assumere esempi ed avvenimenti estranei all'Italia e alla sua specificità: situazioni reperite dalla cronaca del villaggio globale quali il terremoto in Messico e quello nel Salvador, dove i processi costruttivi sono ben diversi dai nostri e dove in particolare è molto differente l'approccio tecnico legislativo, sia antico sia moderno, e dove è del tutto diversa l'accezione che il termine “auto-costruzione”). In effetti una cattiva risposta sismica non è implicita nei materiali in terra cruda bensì eventualmente delle tecnologie applicative e di assemblaggio scarsamente idonee, anzi sono auspicabili futuri approfondimenti circa la maggiore tolleranza elastica mostrata dai conglomerati di terra naturale. Esiste di contro l'annosa questione di risposta manchevole che qualunque costruzione “inadeguata” evidenzia in rapporto ai terremoti e quindi la necessità di un impegno a sviluppi ulteriori in tal senso. Superato il (falso) problema sismico, si spiega in tutto il suo significato la collocazione dei materiali in terra cruda nello scenario generale della “sostenibilità”. Si tratta in effetti di uno dei più alti livelli di creatività e di cultura materiale basato su materiali che a diritto vanno considerati il “Punto Zero” rispetto a cui rapportare qualunque altro processo edile con riferimento ai consumi energetici totali (estrazione, trasporto, elaborazione, messa in opera, dismissione), alla salubrità complessiva, traspirabilità, igroscopicità, inerzia termica, assorbimento e isolamento acustico, e così via. A questo va aggiunto, per concludere, la facile reperibilità, la semplicità di lavorazione, il fatto che non necessiti di manovalanza specializzata per la sua messa in opera ma solo di abilità artigiane di facile qualificazione.
 

 
 

Torna al numero 35 di BIOARCHITETTURA

Torna alla pagina degli arretrati di BIOARCHITETTURA

 

Casa editrice

Istituto Nazionale Bioarchitettura

 
 

 

 
 
 

 

I numeri dal 35 al 52

Sono editi dalla Mancosu Editore di Roma, a cui richiedere eventuali numeri arretrati.

   BIOARCHITETTURA Service
   Abbonamenti
   Contatto
   Redazione

  

   Redazione

   BIOARCHITETTURA

   C.P. 61 - 39100 Bolzano
   0471.278294