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BIOARCHITETTURA
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Numero 35 di febbraio-marzo 2004
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La produzione di blocchi di
terra stabilizzata
Alceo Vado
Aspetti generali del problema
La produzione di blocchi in terra, così come ogni altra
attività produttiva, deve confrontarsi con le tematiche
dell'impatto ambientale, dei costi energetici e della
qualità. Il modestissimo contenuto energetico che, in questo
caso, caratterizza il materiale di base (la terra) fa sì che
la scelta e il dimensionamento delle attrezzature per la
produzione acquistino una particolare rilevanza.
Tra i parametri che condizionano le scelte, due risultano
particolarmente significativi:
• le caratteristiche prestazionali: i blocchi di terra
compressa non stabilizzata presentano un comportamento
decisamente inferiore rispetto a quello dei laterizi o dei
blocchi in calcestruzzo, soprattutto per quanto riguarda la
resistenza all'acqua; al contrario, i blocchi in terra
stabilizzata con leganti quali il cemento (4% ÷ 6% in peso)
o la calce hanno prestazioni assolutamente confrontabili con
quelle dei laterizi o dei blocchi in calcestruzzo.
• il costo energetico: secondo dati riferiti da altri Autori
1 il consumo di energia richiesto per la produzione dei
blocchi di terra compressa oscilla intorno ai 100 MJ/t se
non stabilizzata e intorno ai 400 MJ/t se stabilizzata con
il 5% di cemento.
I blocchi in calcestruzzo, ottenuti con analogo processo
produttivo, richiedono invece 1200 MJ/t, valore comunque
contenuto se rapportato a quello dei laterizi (3700-4000 MJ/t).
I valori indicati in tabella 1 si riferiscono a una
produzione a livello artigianale, sparsa sul territorio,
sulla quale viene a incidere il costo energetico del
trasporto, valutabile in 2,8 MJ/t al km.
Considerazioni sul piano produttivo
Nei processi produttivi esaminati, la manodopera rappresenta una
quantità di energia molto contenuta: dall'esame della tabella 1
l'energia manuale sembra incidere molto debolmente sui consumi
energetici dei processi di produzione, anche se non bisogna
trascurare il fatto che essa può comunque rappresentare una parte
importante dei costi. Per abbattere l'incidenza della manodopera,
sembrerebbe opportuno pensare a processi che si avvalgono di
attrezzature capaci di maggiore produzione e che necessitano
quindi di un impianto più complesso, composto da attrezzature per
l'estrazione, il trasporto e la preparazione della terra. Impianti
di questo tipo – di medie e grandi dimensioni – richiedono però un
non trascurabile investimento di denaro, presentano maggiori
problemi a livello di gestione e possono essere penalizzati, in
misura rilevante, dai costi di trasporto.
I parametri che condizionano la scelta della tipologia d'impianto
sono: il bacino d'utenza, le potenzialità del mercato, le
condizioni socio-economiche, le risorse umane ed energetiche, la
localizzazione, la quantità del materiale di base disponibile, la
rete viaria e i problemi di distribuzione dei manufatti.
L'organizzazione e la gestione di processi complessi, quand'anche
sussistano le condizioni per giustificarne la validità
tecnico-economica, risultano spesso molto difficoltose. A impianti
sotto utilizzati, e quindi molto costosi, sono preferibili
attrezzature semplici che, attraverso un'azione capillare, siano
in grado di diffondere le conoscenze del materiale e del suo
corretto impiego.
L'impostazione di un'organizzazione produttiva più articolata
viene rimandata a una fase successiva, quando i parametri
decisionali siano stati compiutamente verificati sul campo.
Il controllo di qualità
Si tratta di un argomento di fondamentale importanza per la
corretta gestione delle risorse. La buona qualità dei manufatti
non è necessariamente legata a maggiori consumi di energia, ma è
fortemente influenzata dalla informazione e consapevolezza degli
operatori e dalla organizzazione e gestione del processo
produttivo. Nello specifico, i controlli possono essere effettuati
in tutte le fasi della produzione:
• in fase di preparazione della miscela terra-legante: verificando
la corretta granulometria della terra, la omogenea distribuzione
del legante nella massa terrosa e l'ottimale e uniforme grado di
umidità della miscela;
• alla sformatura: verificando la giusta compattazione ricevuta
dai blocchi, mediante pesatura e saggi penetrometrici;
• durante la stagionatura: sorvegliando che la maturazione dei
blocchi avvenga in ambiente umido, tale da permettere al legante
di sviluppare completamente la sua efficacia;
• al termine del processo: con prove di laboratorio 2 per valutare
le prestazioni fisico-meccaniche dei blocchi (resistenza a
compressione e a trazione) e il loro comportamento all'acqua.
Possono essere altresì molto utili prove a flessione, di facile
esecuzione in cantiere e sufficientemente indicative della qualità
globale dei manufatti.
Roberto Mattone
Dipartimento di Scienze e Tecniche per i Processi
di Insediamento – Politecnico di Torino
Una legge per l'architettura di terra
È all'iter amministrativo di un'apposita Commissione parlamentare
la proposta di Legge Nazionale per il riuso moderno delle
tecnologie storiche che permettono di utilizzare in edilizia
prodotti a base di conglomerati di terra naturale, ottenuti con
opportune lavorazioni artigiane note in architettura fin dalla
notte dei tempi. In alcune nazioni della Mitteleuropa suddetti
procedimenti costruttivi trovarono normazione intorno agli anni
'40 e '50 durante la fase della ricostruzione post-bellica,
introducendo con l'occasione precise modalità per il loro utilizzo
aggiornato ed a regime in particolari zone con problemi sismici.
Nello stesso periodo in Italia invece era pensiero comune che la
capacità artistica del nostro edificare fosse un innatismo
nazionale e che la Legge Urbanistica del 1942 sarebbe stata
sufficiente da sola a guidare le scelte degli organismi edili,
salvaguardando i tanti stilemi storici ed i caratteri costruttivi
sia regionali che locali. Qualsiasi tema costruttivo o più
semplicemente edile, non si tradurrà in Italia in Legge specifica
per divenire invece materia di florida manualistica nazionale, da
considerare peraltro come vera e propria documentazione e fonte
normativa a tutti gli effetti. Si ricorda in tal senso gli atlanti
dell'edilizia pubblica statale e di quella sovvenzionata come ad
esempio i volumi dell'INA-CASA e di istituzioni similari. Così
accade che siamo ancora privi di una normativa organica per
l'architettura e persino soggetti ai rimbrotti da parte di quella
Comunità europea di cui oggi siamo parte. Il tema
dell'architettura di terra è presente nei manuali che si occupano
anche di interventi di bonifica e di neo insediamenti agrari, resi
d'attualità dalla scoperta negli anni ‘30 della qualità della
nostra architettura rurale (triennale di Milano, 1936) con un
interesse che durerà per tutti gli anni ‘40, ovvero fin dentro il
più immediato dopoguerra. Nella seconda edizione del 1948 del
manuale del prof. Dagoberto Ortensi, dal titolo generale di “Case
per il popolo” e dal lungo sottotitolo di “case coloniche – case
operaie – urbanistica di centri comunali e di borgate rurali –
case prefabbricate (analisi ed impostazione del problema con
raccolta di dati studi e progetti)” da pagina 43 a pagina 62 è
trattata l'architettura di terra con l'appellativo di “case
d'argilla”; termine folcloristico ereditato sul finire
dell'Ottocento ed ancora in auge perché riferito all'agglutinante
materico fondamentale per questo tipo di costruzioni.
Da notare come suddetto libro esemplifica l'utilizzo della terra
cruda non in Sardegna, dov'è universalmente nota con un'importanza
architettonico-costruttiva almeno pari a quella dei nuraghi, ma in
una zona sismica come le Marche, focalizzandosi su alcuni
prototipi della piccola frazione di Vaccarile, in Provincia di
Ancona. Le citazioni partono dalla presa d'atto di un preesistente
insediamento storico (casa colonica “Gallo”) per poi mostrarne gli
ampliamenti in atto e quelli ulteriormente possibili e presentare
quindi le evoluzioni tipologiche moderne che secondo l'autore è
ragionevole applicare nell'area interessata. La proposta giunge
fino alla esemplificazione urbanistica completa, atta cioè a
realizzare un intero Villaggio, con case, chiesa e quant'altro
necessario, tutto ovviamente secondo i canoni dell'architettura di
terra. Molto interessanti i suggerimenti specifici per la
tecnologia da applicare che indirizzano verso l'uso dell'adobe
(mattone asciutto) piuttosto che del “massone” (mattone plastico)
tipico invece delle realizzazioni storiche del genius loci
marchigiano e del vicino Abruzzo. Menzione speciale meritano
infine i disegni che accompagnano l'esemplificazione della tecnica
costruttiva in quanto molto simili a quelli schematici che
nell'aprile del 1940 propone lo stesso Le Corbusier per illustrare
il riuso della terra cruda per una ricostruzione in Belgio,
universalmente nota come “Les maisons murondins”. Tutto ciò a
dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, dell'interesse
internazionale del periodo storico citato per la riproposizione
tout court dell'architettura in terra fin dentro le frange stesse
del “modernismo”. Col venir meno in Italia del dibattito
d'architettura, che resterà assente per oltre cinquant'anni, e la
lenta implacabile divulgazione dell'apparato costruttivo detto “a
telaio” in cemento armato, l'intera collettività tecnica nazionale
e la sua Accademia dimenticano non solo l'architettura di terra e
quant'altra costruzione più o meno storica di medesimo tipo, ma
addirittura la stessa tecnologia costruttiva a “muratura
portante”. Eppure esso è sistema strutturale di base di tante
realtà locali ed aspetto peculiare sia dei borghi storici sia
delle costruzioni rurali, che presentano un più basso impatto
ambientale dovuto fondamentalmente al fatto di essere risolte con
materiali tipici dei luoghi. Le proposte di Legge all'origine sono
due. La prima con la sigla AC 2347 “Modifiche L. 02/02/1974 n. 64,
costruzioni con particolari prescrizioni per le zone sismiche”,
primo firmatario l'On. Marco Lion (marchigiano, eletto nelle Liste
dei “Verdi”), tende a reinserire per legge, oltre che di fatto, le
tecniche della terra cruda tra quelle ammesse ad operare in zona
sismica. La seconda con sigla AC 4019 “Norme a sostegno della
tecnica di edificazione in terra cruda”, primo firmatario l'On.
Michele Cossa (sardo, eletto nel movimento “riformatori sardi”) è
invece di carattere più generale e fissa principi
auto-significativi del suo stesso titolo. Si prevede una
ri-calendarizzazione con un testo unificato che oltre ai suddetti
parlamentari, vedrà l'apporto dell'On. Gabriella Pinto (sarda,
rappresentante di Forza Italia). Nessuno di loro è architetto o in
ogni caso tecnico, a dimostrazione che quando il tema è importante
ed è parte integrante della propria storia non trova ideologici e
la “trasversalità politica”, come si suole dire, diviene fatto
naturale e per certi versi dovuto. In termini altrettanto
deduttivi non suscita meraviglia nemmeno il fatto che il Consiglio
Superiore dei Lavori pubblici (massimo organo tecnico consultivo
dello Stato), interpellato dalla Commissione Ambiente in merito
agli aspetti tecnici della proposta normativa, abbia manifestato
in prima istanza fortissime perplessità sull'opportunità del
riutilizzo della terra cruda in zona sismica. Appare evidente sia
la scarsa considerazione per i 184 centri storici (su 377) sardi
coinvolti ancor oggi da questi materiali; sia il mancato dibattito
nazionale sul portato storico, culturale e tecnico
dell'architettura rurale; sia ancora il blackout accademico su
tali tecnologie (considerate talmente lontane da spingere gli
stessi rappresentanti dell'organo emerito dello Stato ad assumere
esempi ed avvenimenti estranei all'Italia e alla sua specificità:
situazioni reperite dalla cronaca del villaggio globale quali il
terremoto in Messico e quello nel Salvador, dove i processi
costruttivi sono ben diversi dai nostri e dove in particolare è
molto differente l'approccio tecnico legislativo, sia antico sia
moderno, e dove è del tutto diversa l'accezione che il termine
“auto-costruzione”). In effetti una cattiva risposta sismica non è
implicita nei materiali in terra cruda bensì eventualmente delle
tecnologie applicative e di assemblaggio scarsamente idonee, anzi
sono auspicabili futuri approfondimenti circa la maggiore
tolleranza elastica mostrata dai conglomerati di terra naturale.
Esiste di contro l'annosa questione di risposta manchevole che
qualunque costruzione “inadeguata” evidenzia in rapporto ai
terremoti e quindi la necessità di un impegno a sviluppi ulteriori
in tal senso. Superato il (falso) problema sismico, si spiega in
tutto il suo significato la collocazione dei materiali in terra
cruda nello scenario generale della “sostenibilità”. Si tratta in
effetti di uno dei più alti livelli di creatività e di cultura
materiale basato su materiali che a diritto vanno considerati il
“Punto Zero” rispetto a cui rapportare qualunque altro processo
edile con riferimento ai consumi energetici totali (estrazione,
trasporto, elaborazione, messa in opera, dismissione), alla
salubrità complessiva, traspirabilità, igroscopicità, inerzia
termica, assorbimento e isolamento acustico, e così via. A questo
va aggiunto, per concludere, la facile reperibilità, la semplicità
di lavorazione, il fatto che non necessiti di manovalanza
specializzata per la sua messa in opera ma solo di abilità
artigiane di facile qualificazione.



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