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BIOARCHITETTURA
 

Numero 35 di febbraio-marzo 2004

Spazi urbani: identità perduta
Ugo Sasso

Per migliaia di anni gli uomini hanno costruito le proprie case, le proprie città, il proprio universo, utilizzando materiali e risorse specifiche del luogo. Ogni gruppo si muoveva all'interno di una condivisa visione del mondo, usava tecnologie identiche; gestiva conoscenze comuni e questo determinava (costringeva) la continuità spaziale e formale. Per cui “automaticamente” gli edifici si ponevano in una relazione reciproca, andando cosi a definire uno spazio organico, reso complesso dalle infinite, intelligenti variazioni attraverso cui il modello veniva interpretato e adeguato a situazioni sempre diverse. Con queste procedure uomini dalla misera cultura, limitatissima disponibilità economica e scarsità di risorse materiali, povertà tecnologica, intervenendo in luoghi spesso anonimi, indefiniti, insignificanti – una laguna, la costa di una montagna, una valle uguale a .mille altre valli – li hanno resi eccezionali, accoglienti, umani, irripetibili. Oggi basta aprire una qualunque rivista per venire travolti da soluzioni seducenti: è l'architettura (ovviamente quella dei maestri, non certo quella del normale quotidiano) che dimostra la capacita di realizzare splendidi edifici. Talvolta, e sempre più spesso, addirittura ecologici. Purtroppo, anche nelle situazioni migliori, l'insieme di questi edifici risulta cacofonico, rozzo, insensato, come un insieme di automobili – magari ciascuna elegante di suo – eppure squalificate dall'accostamento casuale e privo di significato. Siamo abili nel costruire ponti avveniristici grattacieli mirabolanti, stadi spaziali, ma non riusciamo a restituire il fascino di un vicolo, l'accoglienza di una piazza. Si tratta forse, come qualcuno sostiene, di un fatto di tempo, di stratificazioni? Non credo; fra cinquant'anni non solo i condomini di serie, ma persino gli edifici di cui oggi andiamo orgogliosi, appariranno peggiorati e non certo migliori. Cosa è dunque uno spazio, e in particolare cosa è uno spazio urbano? Cosa vuol dire riconoscere un luogo, come è possibile che la città – da sempre orgoglio e segno di civiltà – proprio nelle sue parti “moderne” si mostri disordinata, dispersa, sgranata, piena di buchi e insignificanze? Quanto spreco, quanti disastri costa mantenere in piedi questo sistema organizzativo? Tutti parlano di qualità della vita ma pochi si interrogano su cosa effettivamente sia una vita di qualità. Chiudersi in casa, guardare la televisione, combattere quotidianamente contro il mondo per poi rilassarsi periodicamente in un Paradiso esotico in cui esportare, insieme alle vacanze, inquinamento, disgregazione, aggressività?. Abbiamo bisogno di sentirci parte di una comunità oppure possiamo farne a meno? E l'architettura, non è forse la dimensione in cui le persone si incontrano e si sentono a loro agio?

Ricucire i legami del territorio
Spesso nella storia, a momenti di grande impulso edilizio seguono momenti di riqualificazione, di riannodo, di ricucitura di quei legami che fanno di alcuni volumi un tessuto. È probabilmente questo il compito a cui saranno chiamati quanti affollano oggi le aule di architettura e di ingegneria: progettare la riorganizzazione di luoghi disorganici; rileggere, interpretare, completare, restituire significato di contesto ad elementi che oggi giacciono nella loro funzionalistica – al massimo autoreferenziale – (in)significanza. Se con durezza abbiamo imparato che il monumento trova risposta solo nel contesto, dobbiamo ancora maturare l'idea come la visione, la percezione e la comprensione del contesto siano di fatto estese a tutto il territorio, all'insieme di rapporti, stratificazioni.
Complessità sociali e fisiche che disegnano la nostra mappa spaziale. Per cui il progettista. più che inventore di forme, oggi dovrebbe assimilarsi ad un restauratore con il difficile compito di indicare le incrostazioni deturpanti, ma soprattutto di leggere l'insieme, per reintegrare le lacune nel tessuto del territorio, cucire le lacerazioni, controllare gli esiti formali, inventare un'immagine per luoghi disgregati o non ancora letti. Senza rimpiangere armonie superate né ritirarsi di fronte alla globalizzazione inevitabile, proiettarsi in uno sforzo progettuale capace di conciliare la contemporaneità con modi di sentire e relazioni essenziali per l'uomo e per la società che pure ancora covano, sotto lo strato di modernizzazione. Le implicazioni culturali e didattiche di questa visione appaiono sostanziali .ed evidenziano la povertà degli schemi scientifico-analitici ma anche formalisti, autocelebranti. comunemente adottati nelle università, inadeguati nell'interpretare ed interagire con una realtà complessa e mutante. Si continua infatti a proporre, a muoversi ed a premiare l'intransigente rispetto di categorie definite decenni or sono dalla Bauhaus, sicuramente rivoluzionarie rispetto alle manierate stratificazioni dell'epoca, ma oggi rinsecchite e svuotate: la vincolante coerenza tra forma, struttura e funzione, tra materiali e tessitura, tra colore e comunicazione, ecc. Con in più l'obbligo, pena l'espulsione, di essere a tutti i costi contemporanei, originali, inventivi. Ma se l'architettura è per l'uomo, e non fine a se stessa, vi possono essere ragioni interne prioritarie rispetto a quelle dell'utente? Solo oggi, ingombri di cadaveri eccellenti, cominciamo a capire quanti mostri abbia generato (e fatto digerire) la presunzione didattica (“la gente non possiede gli strumenti culturali per valutare il significato dell'opera”) che ha animato tanta parte dell'Avanguardia e del Movimento Moderno. Tremendo errore quello della Bauhaus che, nello sforzo di costruire una nuova specificità professionale, presupponeva continuità metodologica tra il cucchiaio e la città: l'uno appartiene invece all'universo dei mobili (insieme a sedie, scrivanie, panchine) e l'altra all'universo degli immobili (di cui la complessità organica della stanza costituisce la cellula base). Applicare le strategie del design all'architettura produce nel migliore dei casi, i mobili fuori scala che appesantiscono il nostro orizzonte.

Nuova frontiera: la periferia
La prossima architettura non è nel cuore della città, di cui abbiamo riconosciuto il valore, ma nei margini ancora privi di significato, nella periferia, ove si fronteggiano snodi autostradali, centri direzionali, abitazioni fatiscenti, antichi tracciati urbani, scarichi del metabolismo urbano e luoghi ancora virtuali. Qua davvero il “globale”, in assenza di condizionamenti e di preesistenze, conforma gli obiettivi, le speranze, la natura stessa degli spazi, dei soggetti, delle comunità che lo abitano; qua i deboli tessuti agrari si disfano e il luogo si trasforma in “non luogo”, metà vecchio e metà non ancora nuovo. Qua la pluralità, abbandonata a se stessa, non interpretata ne gestita, appare non come ricchezza ma semplice minacciosa banalità. Sappiamo infatti, anzi incominciamo lentamente a supporre, come lo squallore delle periferie non nasca dalla scarsità di attrezzature ma da quella mancanza di legami, rimandi, connessioni che trasformano un gruppo di volumi in un luogo. Quella coerenza di rapporti che da sempre e sino a non molti anni or sono scaturiva spontaneamente lì dove ciascuno costruiva il suo muro, oggi che le possibilità di pensiero e di strumento si sono dilatate a dismisura, se non viene fortemente e prioritariamente ricercata non torna più. Un approccio (tendenzialmente più sommesso che urlato) ad un tempo con i piedi per terra e svincolato dalla tristezza quotidiana, consapevole però che rendere i luoghi riconoscibili in continuità con la storia e la geografia vuol dire consentire l'autoriconoscimento degli abitanti e quindi preparare la sensazione di coappartenenza. Così nei condomini, nei supermercati, negli slarghi, il progetto di bioarchitettura con fatica cerca di ritrovare le consonanze, il volto e la voce delle cose, lo sguardo che gli edifici rimandano se sono guardati con simpatia. Nel territorio, svuotato prima del senso (spaesamento) e poi delle forme di appartenenza (sradicamento) solo in tale dimensione affettiva l'uomo può forse ritrovare la propria casa.

Formare bioarchitetti
Il Dipartimento di Architettura e Pianificazione Territoriale della facoltà di Ingegneria dell'Università di Bologna programma annualmente, in convenzione con l'Istituto Nazionale di Bioarchitettura, il Laboratorio progettuale di specializzazione post-laurea in bioarchitettura. Un gruppo di professionisti, appartenenti a discipline diverse (ingegneri, architetti, ma anche agronomi, biologi, chimici) si trovano impegnati su un tema di architettura a valenza urbana, individuato insieme ad un'amministrazione pubblica interessata. L'obiettivo dichiarato è sollevare, attraverso l'invenzione di senso e di forma, un luogo squilibrato dalla sua situazione di urbanità subalterna, di opaca marginalità data dall'assenza di limiti definiti, in cui gli abitanti hanno perso o stanno perdendo la sensazione di appartenenza e insieme ad essa ogni responsabilità sociale per il contesto. Un gruppo selezionato e orientato di tutor e di docenti specializzati, assumendo come riferimento progettuale le indicazioni portate da referenti riconosciuti a livello internazionale (al recente Laboratorio, che ha operato sulla periferia di Firenze, si sono succeduti tra gli altri i contributi di Christian Schaller, Herbert Dreiseitl, Lucien Kroll) affianca i corsisti, consiglia, suggerisce, supporta e corregge gli elaborati progettuali via via prodotti. L'avvicinamento al luogo e ai suoi problemi è di tipo olistico: si ascoltano gli storici, i politici, i rappresentanti delle categorie coinvolte, si percepiscono i problemi, le dinamiche, gli abitanti, i colori, i suoni. Ci si sforza di individuare i termini progettuali effettivi aderendo il più possibile alla realtà stessa. I tutor seguono senza incidere ma stimolando, frenando, spronando silenziosamente. Alla fine si avranno alcuni scenari (tanti quanti i gruppi e le parole chiave) a cui tutti hanno contribuito, che divergono solo per l'ordine con cui sono stati affrontati i problemi. Parallelamente alcuni docenti forniscono assistenza e verificano i progressi che il progetto compie negli ambiti della bioclimatica, della sostenibilità ambientale ed economica della proposta, della tecnologia e dei materiali. Si progetta e nello stesso tempo si impara a coinvolgersi nell'esperimento, a porsi domande, a confrontarsi con i fenomeni, a discutere le proprie tesi ed i propri punti di vista, a mettere in crisi le proprie conoscenze, giacché si ha apprendimento significativo quando quello che si apprende modifica quello che si sa già.


L'architettura che cuce
Christian Schaller


Il Laboratorio Progettuale di Bioarchitettura si distingue nettamente da altri programmi e corsi di specializzazione post laurea, sempre più frequenti in Europa ed oggi anche in Italia: insolita la formazione interdisciplinare dei corsisti, singolare il concetto didattico, particolare la scelta dei luoghi di impegno. In questo caso l'area presa in esame è collocata nella piana fluviale tra Firenze e Scandicci, isolata dal resto del territorio dai corsi d'acqua Arno e Greve rispettivamente a nord e ad est; a ovest dall'autostrada del Sole, a sud dalla super strada Firenze-Pisa-Livorno. Tale isolamento e l'ubicazione al confine dei due comuni maggiori, Firenze e Scandicci, ha rallentato il processo di sub-urbanizzazione preservando il carattere orticolo del luogo e una certa vita di comunità; di fatto e per altri versi si tratta di una dimenticata “zona cuscinetto” con la conseguenza che vi ci si sono concentrati gli interventi infrastrutturali ed impiantistici espulsi dalle comunità più forti e centrali, con inevitabili impatti negativi sull'ambiente e la vita degli abitanti.
Nel passato: due linee dell'alta tensione, il bacino di potabilizzazione di Firenze che sbarra l'accesso alla zona spondale dell'Arno ed allo sbocco del torrente Greve, l'insediamento del carcere centrale che interrompe il collegamento con la regione delle colline, ampliamenti degli accessi austrastradali, interventi di edilizia economica popolare che pur in sé dignitosi, risultano isolati, di inadatta qualità, fuori scala e senza rispetto per le strutture architettoniche e paesaggistiche esistenti, privi di rapporto con l'ambiente agrario.
Per il futuro sono progettati: altri interventi di edilizia, l'ampliamento dell'autostrada del Sole e la realizzazione di un nuovo svincolo nella parte sud ovest.
In assenza di un progetto, in mancanza di intenzioni ponderate, anche quest'area è destinata ad un processo simile a quello che ha investito la zona, confinante, di Scandicci in cui l'urbanizzazione residenziale a maglie larghe tipica degli anni ‘70 e soprattutto '80 è dilagata seguendo la viabilità poderale storica, sovrapponendo così una struttura espansiva di poco significato su un'area agricola di pianura che per Firenze ha avuto ed avrebbe potuto continuare ad avere un elevato valore storico/ambientale.
La Badia di Settimo benché oggi isolata dal suo contesto storico, ritagliata com'è dal tracciato dell'autostrada del Sole, continua ad essere il centro culturale su cui gravita l'area di Ugnano-Mantignano . Nel primo Medioevo fu opera dei monaci la regimentazione delle acque dell'Arno, il loro sfruttamento economico e la bonifica e messa a cultura della Piana a sud ovest di Firenze per creare l'orto della Grande città. Un solo elemento per dare il quadro della situazione: nel 1987 l'allora presidente dell'Istituto Nazionale Urbanistica, chiese con forza che “al fine di ottenere un sostanziale miglioramento ambientale dell'area, il suo futuro assetto dovrà assicurare la continuità del sistema del verde, deve essere inoltre adeguato il sistema delle reti e degli impianti tecnici per l'approvvigionamento idrico, per lo smaltimento delle acque e dei rifiuti”. Richieste a tutt'oggi inevase: attualmente le acque di scarico dell'urbanizzazione, dal collettore fognario nord al confine sud dell'area Mantignano, vengono sversate nell'antica rete di fossi e canali di drenaggio per poi defluire nell'alveo della Greve e dell'Arno.
I partecipanti al Laboratorio sono stati guidati ad individuare le cause nascoste che stanno alla base dei processi visibili di cambiamento, del crescere e del degrado di strutture urbane e paesaggistiche, a capire come è possibile che senza un pensiero consapevole ed attento, amorevole e organico, un così prezioso patrimonio possa essere divorato da processi che posseggono in sé dinamiche distruttive spesso imprevedibili. Professionisti di discipline diverse (architetti, agronomi, biologi, ingegneri edili ed idraulici) lavorando insieme s'accorgono della complessità delle problematiche e dell'impegno richiesto per porre in atto un approccio olistico, individuare l'idea capace di portare uno sviluppo alternativo, disegnare attraverso una utopia concreta la cornice alla quale le strategie di cambiamento dei luoghi possono riferirsi e conquistare la loro specificità, il loro nome.
Seguendo la drammaturgia didattica elaborata da Ugo Sasso, dopo la fase investigativa i corsisti vengono spinti attraverso un dialogo libero, alla individuazione di alcune parole chiave che coprono e interpretano la tematica urbanistica dell'area. Il conflitto fra urbanizzazione ed uso tradizionale agrario, tra passato e modernità, è stato ad esempio sintetizzato nelle parole chiave “abitazione e serre”, che bene descrivono il tema di definire possibilità di insediamento residenziale capace di mantenere il rapporto tradizionale, portato in corrispondenza di condizioni contemporanee, con l'ortocultura.
La dipendenza causale di urbanizza-zione/degrado nella gestione delle acque è stata sostanziata dal tema “Arno e Greve”, catalizzando l'attenzione sull'importanza costitutiva del rapporto reciproco di questi due corsi d'acqua per il bilancio idrico dell'area.
Infine il conflitto irrisolto attraverso cui l'isolamento da una parte ha preservato le strutture tradizionali dalla dissoluzione ma nel contempo ha marginalizzato l'area, si esprime attraverso le parole “snodo e comunicazione”. Alla base della scelta di questa chiave c'è stato il dissenso fondamentale di un gruppetto nei confronti della maggioranza dei corsisti. Quest'ultima favoriva l'orientamento dell'area verso il fiume Arno per rafforzare il legame funzionale percettivo con la Città attraverso quello che può essere definito Turismo di Prossimità, cioè una integrazione complementare con l'ambiente fortemente urbanizzato a cui offrire spazi verdi, ricreazione e primizie e da cui ricevere informazione, cultura, collegamenti e reddito. La minoranza vedeva invece come persa tale opportunità e invece privilegiava la prospettiva di una visibilità in area interregionale: il segnale del nuovo futuro casello autostradale e le infrastrutture commerciali che avrebbero potuto nascere ed aggregarsi intorno al casello, se opportunamente indirizzate e caratterizzate non solo all'ottica del viaggiatore ma anche alle esigenze dei residenti, possono diventare occasione per Ugnano e Mantignano di porsi alla vetrina del mondo. Un atto di fiducia nei confronti dell'architettura del consenso e della partecipazione, ritenuta capace di trasformare l'ennesimo e ormai inevitabile insulto, in molla per ridisegnare l'assetto dell'area ribaltato sull'ottica di una porta verso la modernità. Nonostante l'accordo di tutti sull'idea guida di ipotizzare lo sviluppo sull'aggiornamento e la ristrutturazione dell'ortofrutticoltura, grazie a questo dissenso alla fine della fase di meta-progettazione non è emerso uno scenario unitario: mentre i progetti elaborati sui temi “Arno e Greve” e “abitazioni e serre” risultano compatibili e anzi complementari in una visione urbanistica strategica che disegna un quadro coerente d'uno sviluppo futuro concretamente perseguibile, i progetti elaborati sotto il motto “snodo e comunicazione” dimostrano tutt'altro scenario.
Particolarmente riuscito e pertinente è stato il lavoro del gruppo “Arno e Greve”, concentrato sulla zona litorale e dell'alveo. Poiché il tema centrale era la gestione delle acque come condizione fondamentale per il recupero di una rinnovata ortofrutticoltura, l'idea progettuale è stata di rendere visibili i vari passi della raccolta, del disinquinamento, del trattamento e della distribuzione delle acque in maniera esemplare e di valorizzazione paesaggistica. Non nascondere i processi depurativi all'interno di ambiti sottratti alla collettività ma utilizzare l'opportunità come processo fisico/chimico/culturale/paesaggistico capace di ridonare qualità e dignità ai luoghi coinvolti. È stata quindi ipotizzata la riattivazione ed integrazione di fossi e antiche derivazioni per il drenaggio superficiale allocando un bacino di raccolta nell'area depressa al di sotto dell'argine, che seguendo il profilo topografico torna a rendere visibile l'antica sede alveare. La verifica anche economica (vendita ghiaia estratta, rivalutazione dei suoli, produttività, ecc.) ha sostenuto l'ipotesi. Questi impianti di una gestione d'acqua sulla base di tecnologia biologica, sono in effetti capaci di sostituire gran parte dell'impianto esistente venendo a costituire elemento di qualificazione territoriale anche attraverso l'invenzione di una riviera naturale terra/acqua la quale invece di sbarrare l'accesso al fiume, costituisce una zona attrattiva di passaggio fra paese, l'ambito della produzione agricola, alveo del fiume. Addossate all'argine sono state previste serre con orientamento a sud accompagnate da punti di informazione, accoglienza e vendita diretta dei coltivatori. L'insieme di queste attrezzature rendono il lungo Arno spina dorsale che collega l'area e dove l'Orto offre i suoi prodotti agli abitanti della Città. Nodo importante in questo assetto è la piazza centrale di Ugnano, punto in cui potenzialmente si incrociano le vie più importanti di collegamento: il lungo Arno, la strada per Badia a Settimo, per la zona centrale di Scandicci ed eventualmente, a nord, la riattivazione dell'antica traversata dell'Arno. Partendo da un ideogramma di progetto alcuni hanno sviluppato uno studio dettagliato dello spazio urbano per il suo completamento spaziale e funzionale che in maniera suggestiva riesce a ricucire il tessuto diffuso. Edifici supplementari vengono disegnati a scala minore per evidenziare tecniche costruttive di bioedilizia. Aspetti solari sono investigati per esempio in strutture di coperture a vela per un possibile mercato di ortofrutticoltura che circondi il bordo della piazza. Dunque dall'analisi dei sintomi alla diagnosi olistica, il Laboratorio prosegue lungo il concetto integrale e si conclude col disegno di un dettaglio esecutivo: una esperienza probabilmente unica in Europa.


Non resta che recuperare il degrado
Christian Schaller


Capita che dietro le architetture ecologiche si nasconda una visione di tecnologia e progresso di tipo tradizionale, finalizzata a miglioramenti individuali e puntuali ma senza tensione verso un bilancio generale positivo. Crescita economica e consumo energetico appaiono finalmente scollegati; tuttavia, nonostante la stazionarietà degli indici demografici, non si riesce ancora a scollegare la crescita economica e il progressivo consumo di superfici. Il grande valore simbolico attribuito all'abitare (casa in proprietà) e al traffico individuale (macchina status simbol), ma anche la concorrenza tra comuni per accaparrarsi investimenti e posti di lavoro, determina una irrefrenabile messa a disposizione di terreni per la costruzione di case unifamiliari, aziende e infrastrutture viarie. Una proiezione dell'Ufficio Centrale Statistica del Governo federale tedesco evidenzia quanto poco sostenibile sia il nostro approccio con i terreni e con le superfici: mantenendo costante la crescita economica sul 3% e continuando a coprire con volumi edilizi 0,82 ha per ogni milione di marchi del PIL, tutti i terreni disponibili in Germania risulterebbero cementificati in soli 81 anni. A disposizione abbiamo dunque principalmente le situazioni urbane slabbrate, i centri urbani degradati, spazi naturali e paesaggistici minacciati e distrutti. È tuttavia con troppa lentezza che l'attenzione edilizia si concentra sulle aree già edificate delle città: interventi nei fazzoletti ancora liberi tra le stecche esistenti, volumi interstiziali, costituiscono importante occasione di completamento e riqualificazione. Riutilizzo delle superfici, variazione nella destinazione d'uso di edifici obsoleti, adeguamento di costruzioni esistenti alle nuove esigenze abitative, riqualificazione dell'esistente, concentrazione della densità edilizia, utilizzo plurimo degli edifici; queste e simili soluzioni andrebbero sempre anteposte all'assegnazione di nuove superfici edificabili e quindi della continua progressiva sigillazione dei terreni. Si tratta di preimpostare un management intelligente e significativo della domanda anziché assecondare l'espansione dell'offerta. Sviluppare cioè una economia capace di prosperare attraverso la sostenibilità, il risparmio energetico, la riduzione dei rifiuti, la gestione intelligente del traffico, ma anche con la tutela delle risorse e delle superfici.


Area metropolitana? No, grazie
Carlo Maurizi
Parroco di Badia a Settimo


Il “caso Firenze” pare emblematico per tutta una realtà ambientale – di primaria importanza per la vita quotidiana della maggior parte della popolazione – che negli ultimi decenni è stata interpretata e governata con il metodo “copertura cemento-asfalto”, ma soprattutto senza alcuna reale interpretazione né alcun atto di governo complessivo se non varianti ai piani urbanistici realizzate sulla base di interessi contingenti. A differenza dei secoli passati la nostra civiltà urbana contemporanea pare del tutto incapace, in assenza di un grande sforzo meditativo e progettuale, di realizzarsi in modo equilibrato e armonico. Nella Piana Fiorentina si è così compiuta progressivamente e quasi inconsapevolmente una colossale operazione di disintegrazione del tessuto ambientale e abitativo che è andata distruggendo ogni rapporto di proporzionalità fra gli elementi architettonici e fra questi e la risorsa primaria costituita dall'ambiente e dal paesaggio naturale e umano creato dalle generazioni precedenti. Tutto ciò è ovviamente visibile a occhio nudo senza bisogno di speciali studi, se solo ci si dispone a vedere: è la sensazione di disagio che coglie chiunque giunga a Firenze dal nord o percorra l'Autostrada del Sole nel tratto Calenzano-Signa. Basta salire sulla torre campanaria di Badia a Settimo per afferrare come di fatto non esista più la pianura della città di Firenze ma solo una cassa di espansione per strutture pensate e progettate a prescindere da ogni tradizione architettonica. Le stese costruzioni che rivaleggiano con i simboli-riferimento della civiltà fiorentina (cupola, campanili, colline) e, per chi proviene da certe direttrici, ne ostacolano la serena visione, costituiscono la riprova delle tante disastrose disattenzioni che si sono ripetute nei grandi agglomerati urbani ma anche in cittadine e borghi più piccoli, a corona dei quali un cappio di costruzioni incongruenti me soffoca l'antico equilibrio. Firenze, a questo riguardo ha fatto la scelta di privarsi del solo polmone che le avrebbe consentito di vivere in condizioni di salute migliori: la sua Piana. In essa è stato lasciato formarsi un vero e proprio “caos” strutturale a cui qualcuno ha dato il nome di “area metropolitana”, di fatto un indistinto nel quale non si sa che ruolo abbiano il sistema delle acque, il fiume Arno (non solo ridotto a fogna, ma addirittura divenuto elemento estraneo al tessuto urbano), l'agricoltura e il sistema del verde in generale, sempre più privati di consistenza e di qualsiasi dignità. Fattori aggravanti e di grosso impatto sulla qualità della vita in quest'area sono poi l'Autostrada del Sole e l'aeroporto di Peretola, responsabili della permanenza nell'aria della piana del 60% di tutti i gas nocivi, i quali, data la particolare conformazione della conca, fanno fatica ad essere dispersi dai venti. Una città è anche la visione che si ha di essa guardando da un punto qualificato: ora è certo che non basta più, per rendere ragione di cosa sia Firenze, presentare la cartolina della veduta dal Piazzale Michelangelo. Continuiamo a stampare cartoline di tante zone d'Italia e forse d'Europa che non corrispondono più alla realtà. Il riferimento oggettivo della realtà è infatti la percezione della persona che abita, lavora, si muove… e tutti i giorni ha la sensazione di nausea per il traffico, l'aria cattiva, le brutture che i suoi occhi sono costretti a vedere, gli spazi di verde che nessuno ha cura di piantare e di mantenere. Nel nostro caso si aggiunge la quasi cronica impossibilità, per i comuni della Piana, a programmare insieme l'assetto urbanistico in una considerazione globale dei problemi e soprattutto delle identità ambientali. Combattere la frantumazione e la disgregazione socio-ambientale a cui sono state destinate le pianure intorno ai centri storici è ormai diventato in Italia uno dei nodi fondamentali della politica urbanistica e una sfida per l'avvenire. È qui che si misurerà la capacità di rimettere in dialogo realtà architettoniche, industriali, economiche, ambientali e culturali, secondo quello che ormai anche nelle direttive comunitarie europee sembra affermarsi come il principio interpretativo fondamentale degli interventi di sostegno. Se poi a livello planetario la questione centrale del XXI secolo è e sarà una più intelligente gestione delle risorse, il banco di prova di questa impresa decisiva per il futuro della vita e dell'attività umana è già in quei microsistemi che in piccolo manifestano i pregi e i difetti tutti del nostro sistema di sviluppo. Vincere questa battaglia nella Piana fiorentina, se la classe politica ed imprenditoriale lo comprenderà, può voler dire avere probabilità di successo anche a livelli più ampi; perdere qui non può che significare rinunciare a governare il Pianeta e lasciarsi dominare dai meccanismi squilibranti che abbiamo innescato. O l'uomo sarà capace di gestire le strutture che ha inventato o le strutture gestiranno lui, con le proprie leggi antiumane e avranno il sopravvento sull'ecosistema. A questo proposito sarebbe salutare rileggere quel testo magistrale elaborato dal System Dynamics Group Massachusetts Institute of Technology per il progetto del Club di Roma, nel lontano marzo 1972. Sembra oggi più che allora profondamente ragionevole e urgente correggere il corso di eventi ai quali è legata la nostra sopravvivenza, ma per farlo è necessaria una grande forza morale e direi una sfrenata passione per l'umanità, per tutto ciò che di bello e di vero essa ha prodotto e per questa vecchia madre Terra che dappertutto ci ospita.
Il Laboratorio di Bioarchitettura sulla Piana di Settimo (Piana a sud-ovest di Firenze) non solo ha riproposto all'attenzione di studiosi, amministratori e cittadini, il tema fondamentale del rapporto fra sviluppo-gestione delle risorse-ambiente, ma ha messo a fuoco meritoriamente una delle questioni ecologiche ineludibili nella considerazione e gestione del territorio in Italia: la sorte delle aree che circondano le città.


Manutenzione ordinaria e straordinaria
Angelica Bruno
Consorzio di Bonifica Colline del Chianti


L'Area della piana di Ugnano Mantignano presenta attualmente importanti problemi di tipo idraulico dovuti essenzialmente a:
• sofferenza igienico-sanitaria (sistema fognario/depuratore);
• rischio idraulico (acque basse).
I fossi della zona, pensati in origine come direttrici di scolo delle acque di superficie, sono stati trasformati dal rapido sviluppo urbanistico-industriale in canali fognari a cielo aperto di scarichi industriali e civili, con conseguente degrado delle aree limitrofe e problemi di tipo igienico-sanitario legati sia alla presenza di miasmi ed insetti, sia alla loro ridotta capacità idraulica a causa del progressivo sovralluvionamento. Il sistema fognario collegato al depuratore di San Colombano, attualmente non ancora funzionante a regime, permetterà di ridurre in parte il volume degli scarichi nei fossi.
Inoltre la presenza dei rilevati delle infrastrutture viarie di grande comunicazione (autostrada e superstrada) che dividono l'area in settori connessi idraulicamente mediante sottopassi spesso sottodimensionati, date le modeste pendenze della piana determinano ristagni in prossimità di punti critici anche al verificarsi di eventi meteorici di modesta entità. Va inoltre considerato che trattasi di un sistema di acque basse soggetto pertanto ad intermittenza di scolo in caso di piena del ricevente fiume Arno.
L'attuale attività del Consorzio di Bonifica delle Colline del Chianti sull'area consiste nell'esecuzione di interventi di tipo ordinario (quali lo sfalcio della vegetazione spontanea) e di tipo straordinario (quali la sistemazione finalizzata al recupero di volumi utili per l'invaso delle acque). Le normali operazioni di ricavatura presentano difficoltà accessorie data la tipologia dei fanghi di dragaggio i quali, considerato il loro contenuto inquinante, necessitano il trasporto a discariche autorizzate previo sgrondo a seguito di stoccaggio temporaneo su teli impermeabili opportunamente predisposti. Operazioni queste che comportano costi aggiuntivi non indifferenti e spesso rallentano operazioni che di norma rientrerebbero nella manutenzione ordinaria del reticolo. Attualmente è in cantiere un intervento di sistemazione del fosso Stagno che consiste nel recupero di volumi di autocontenimento mediante risagomatura delle sponde e realizzazione di aree di espansione naturale con tecniche di ingegneria naturalistica.


Interconnettere ciò che è stato e ciò che sarà
Patrizia Mazzoni
Tutor del Laboratorio

 

...per questo ogni singola parte

che si trova in questo o quel posto

deve essere come solo può esserlo in quel luogo.
Rudolf Steiner

Storicamente l'Arno ha svolto un ruolo determinante nello sviluppo della città di Firenze e nelle sue scelte territoriali, economiche e produttive. Dalla Firenze romana – in cui tra le mura e l'alveo del fiume viene lasciata libera un'ampia fascia di terreno per consentire le naturali esondazioni – alla realtà medievale e, per secoli, fino ancora al periodo del Rinascimento, l'Arno e la città vivono un rapporto in divenire; le sponde, naturalmente degradanti, permettevano lo svolgimento dei tanti mestieri connessi col fiume e, per altro, le frequenti inondazioni (che le cronache già nel ‘500 segnalano rovinose per i ponti della città e dell'area urbana) costringevano ad una sia pure incerta opera di modifica e fortificazione; ciononostante il fiume continuava a trovare un equilibrio lungo l'intera valle e nella piana. Poi l'espandersi dell'agricoltura, il conseguente disboscamento, la modifica sempre più accentuata del territorio già dai secoli scorsi ha costretto il percorso del fiume e dei suoi affluenti tra argini artificiali, con modifiche dell'assetto originario e l'allontanamento dalla percezione visiva, la rottura del rapporto con la città e i territori limitrofi. La scelta, specie nell'ultimo secolo, di edificare ovunque e “consumare territorio”, ha intensificato il processo di antropizzazione per cui le aree contigue al fiume e ai suoi affluenti, ai torrenti, sono state via via sottratte alla naturale dinamica per diventare oggetto di attività speculativa e di costruzione, modificando le caratteristiche morfologiche, alterando l'equilibrio idrogeologico e l'ecosistema fluviale inteso nel suo complesso.

La piana Fiorentina
Tra il secolo XVII e il XVIII il tratto fluviale attraversante l'area di Ugnano Mantignano divagava attorno all'attuale corso con vaste aree di espansione destinate ad accogliere la naturale dinamica nei punti di confluenza della Greve e del Bisenzio. L'attuale assetto viene raggiunto all'inizio del XX secolo, con il fiume delimitato da un sistema di arginature ben organizzate che, perimetrando la zona dell'Argin Grosso e deviando repentinamente verso la Greve, terminano nei pressi di Mantignano per controllarne il rigurgito, mentre altrettante arginature lungo la sponda sinistra della Greve fino alla sua confluenza con l'Arno proteggono l'area oggi occupata dal potabilizzatore e quindi di tutti i territori a valle sino al Vingone da possibili esondazioni. Da vecchie cartografie, l'area di S. Colombano sarebbe stata situata lungo un ampia ansa dell'Arno di circa due chilometri rientrante poi nel tracciato del corso attuale; la via del Piano, la Madonna dello Stagno, via Stagnola, evidenziano nel significato dei nomi il carattere paludoso di queste zone. Dalla vecchia centuriazione leggibile non solo dalle storiche carte ma ancora dall'assetto dell'area nel suo complesso, emerge, in assoluto abbandono e degrado, l'antica sistemazione idraulica dei canali, sapiente opera dei monaci dell'abbazia di Badia a Settimo, riconoscibili ormai quasi solo dai filari di aceri che ne segnano i tracciati. Oggi i canali vengono utilizzati come fogne a cielo aperto per i nuovi insediamenti e per il carcere di Sollicciano, sottolineando trascorsi disinteressi culturali ma soprattutto politici e amministrativi. L'opera dei monaci risultò invece, in passato, vitale per il controllo delle acque dell'Arno, il loro utilizzo ai fini economici, la bonifica dei terreni e la messa a coltura di tutta la Piana a Sud-Ovest di Firenze. Coltivata oggi qua e là a frutteti e ortaggi e utilizzata per escavazioni di inerti, nel degrado accentuato è ancora possibile intravedere segni di un paesaggio che, vivendo in stretto rapporto con l'acqua e l'alveo naturale del fiume, ha rappresentato in passato un ordinato rapporto e unione di natura e cultura.
La frazione fiorentina di Ugnano-Mantignano, delimitata in maniera naturale da un tratto dell'Arno e dalla Greve nel punto in cui il torrente confluisce con il fiume e in maniera del tutto artificiale da confini infrastrutturali quali la Superstrada Firenze-Siena e l'asse autostradale A1, si è trovata racchiusa e circoscritta in una sorta di isolamento spaziale che se da un lato ha fatto quasi dimenticare alla “civiltà” l'esistenza di quel quadrilatero di terreno cui si accedeva fino a pochi anni or sono solamente attraverso un ponticello in legno a senso unico (il chè ha consentito di mantenere pressocché inalterate alcune peculiarità storiche e culturali) dall'altro, quell'area ai margini tra il comune di Firenze e di Scandicci, non ha mai avuto nell'ultimo mezzo secolo un riconoscimento di ruolo e pertanto è stata compressa tra i macro interventi dei due comuni confinanti: il carcere di Sollicciano, i grandi assi viari, i mostruosi enormi palazzi nell'area di Scandicci, il PEEP del comune di Firenze, fratture evidenti con l'identità storica dei due borghi Ugnano e Mantignao. Il nuovo svincolo autostradale che si realizzerà all'interno della stessa area, costituirà una ulteriore infrastruttura che andrà a sovrapporsi all'esistente come qualcosa calato a caso e lì “parcheggiato” temporaneamente; eppure interverrà in maniera massiccia spezzettando ulteriormente e creando barriere di alto impatto.

La vocazione agricola
Eppure l'area presenta ancora oggi, nonostante le compromissioni, caratteri di identità spaziale che potrebbe, attraverso interventi appropriati di recupero ambientale, venir restituita alla dignità storica e alla vocazione agricola: vocazione che si percepisce ancora nel forte legame degli abitanti con i piccoli appezzamenti di terreno in proprietà per la coltivazioni di ortaggi ad uso familiare o anche per la vendita degli stessi. I due sistemi urbani di Mantignano e Ugnano, differenti per conformazione urbanistica – a pianta quadrangolare l'uno e steso lungo un asse viario l'altro – e la vecchia centuriazione ancora leggibile mostrano legami e relazioni. Sono al contrario le costruzioni recenti ad evidenziare il carattere periferico nell'assenza di rapporto storico-architettonico, culturale e formale con le preesistenze: edifici a schiera, lottizzazioni chiuse in se stesse, edifici fuori scala sovrastano il delicato equilibrio del vecchio tessuto urbano. Persino l'edificio del potabilizzatore, opera degli anni '20, anche se presenta una dignità architettonica di lì in poi sconosciuta, non si pone l'obiettivo di interagire con il quartiere e quindi, nonostante il rapporto diretto con il fiume, la zona rimane separata dalle doppie arginature con l'Arno negando allo stato attuale quel legame con l'elemento acqua che ha caratterizzato il corso della storia.
L'identità dei luoghi, fortemente marcata dal ”senso di appartenenza” evidente per le famiglie “storiche”, rimane priva di significato per i nuovi residenti che vivono gli alloggi come dormitori da cui spostarsi quotidianamente per lavoro sui territori limitrofi di Scandicci e dell'area fiorentina. In questo senso, di fondamentale importanza nello svolgimento del Laboratorio di Bioarchitettura sono risultati gli incontri con gli abitanti, il quartiere, il comitato di Badia a Settimo, che hanno posto in evidenza il radicato l'orgoglio di aver vissuto per generazioni in quella realtà assieme all'amarezza per l'abbandono e l'incuria dimostrata da parte delle varie amministrazioni a guida della città di Firenze. Disponibili a collaborare apportando la loro conoscenza delle problematiche, hanno orientato le scelte progettuali sentendosi parte attiva di una ipotesi di riqualificazione in chiave ecologica del loro territorio. Da tutti condivisa – corsisti e abitanti – è emersa la prioritaria volontà di restituire allo spazio il significato di Luogo. La tragica compromissione attuale non rende pensabile una improbabile purezza originaria, ciononostante è emerso come l'identità possa essere intesa come delicato insieme di percezioni capaci di mettere in relazione le cose tra loro e ciascuna di esse con il suo insieme. Laddove gli interventi architettonici, lo snaturamento dei canali, dei vecchi percorsi, hanno violentemente interrotto le relazioni, occorre reinventare una ricucitura, nuovi legami, relazioni e connessioni semplici ma comunque capaci di riportare il territorio ad una lettura organica. Detto in altre parole, conquistare la consapevolezza che l'architettura non opera su uno spazio astratto, ma si misura quotidianamente con la percezione delle cose, dei rapporti che esistono tra di loro e con ciò che le circonda… dalle vie di collegamento ai percorsi campestri, dai filari degli alberi ai canali, i fossi, i rivoli d'acqua, le arginature, il susseguirsi ritmico delle abitazioni lungo la strada, i materiali, le proporzioni, le forme e quant'altro capace di suscitare percezioni di accoglienza. Come dice Rudolf Steiner “Un'autentica armonia dell'anima può essere provata solo là dove nell'ambiente, in forme, figure e colori, si rispecchia ai sensi umani ciò che l'anima riconosce come i propri più degni pensieri, sentimenti e impulsi.” Cioè è attraverso la percezione che si sviluppa una reazione dell'anima, una risposta interiore e soggettiva del sentimento che ci fa stare bene. O male.

Il rapporto con l'acqua
Partendo da una approfondita analisi dei territori si è cercata dunque la relazione tra storia e natura, tra costruito passato ed esistente, tra recupero e nuova edificazione rideterminando una continuità storica capace di migliorare la qualità della vita degli abitanti e di ricreare un collegamento con la città di Firenze per troppo tempo interrotta. Un tempo quest'area costituiva l'orto di Firenze, oggi potrebbe accomunare tale attività specialistica in serra a funzioni ricreative e di svago “fuori porta”. Da questa “immersione” nell'identità del luogo è scaturita l'esigenza di ridisegnare il rapporto degli abitanti con l'acqua, elemento di connessione tra costruito, campi, orti, percorsi: proposte che prevedono il controllo mediante il recupero delle acque meteoriche e reflue opportunamente fitodepurate per giungere a veri interventi progettuali di tipo urbanistico e architettonico. I percorsi dell'acqua depurata possono essere resi visibili in superficie nel riproporre la maglia degli antichi canali mentre tubazioni sotterranee possono alimentare la Torre dell'Acqua, elemento nodale localizzato nel punto di congiunzione tra le strade di Ugnano e Mantignano e il territorio posto a Sud della zona; segnale rilevante all'interno di un tessuto urbano minuto, simbolo di un meccanismo di rigenerazione che vuole comunicare la sua essenzialità per tutti gli organismi viventi. La percezione del percorso dell'acqua interno alla stessa torre, mediante grosse aperture vetrate, contribuisce ad una lettura immediata del legame tra spazio interno ed esterno: l'interno accoglie l'idea, l'esterno circoscrive lo spazio che si relaziona ad stessa tramite il suo aspetto, le superfici, le forme, il tutto in un elegante dialogo, dialogo tra idea, funzione e luogo. Acqua, elemento vitale ma anche ludico, riconsiderata in tutti gli interventi: dai sinuosi percorsi esterni, ai piccoli bacini di raccolta, ai laghetti, alla penetrazione all'interno dell'edificio del potabilizzatore, alla ipotizzata nuova struttura per scuola floro-vivaistica e quindi all'interno delle serre addossate lungo l'argine dell'Arno. Le serre ipotizzano recuperate funzioni agricole ma acquisiscono anche significato architettonico e quindi vengono inserite in percorsi “benessere” in cui l'armonia degli spazi, delle forme, della vibrazione della luce e dei colori, dei suoni, dei profumi, degli odori, si sviluppa la serenità dell'animo e la rigenerazione dello spirito: l'arredo è fatto di piccole strutture lignee per la sosta e la ricreazione, per la vendita degli ortaggi e dei fiori, che si alternano agli elementi vetrati delle serre, ai percorsi dell'acqua che entrano ed escono dalle stesse serre creando insieme ai colori dei fiori, ai riflessi del vetro e all'ambiente naturale circostante, un insieme armonioso. Si pensa che il recupero della parte spondale dell'Arno attualmente arginata con potenti muri di terra che ne perimetrano il percorso, attraverso la creazione di piccole dune di terra, potrebbe favorire la diversità biologica compromessa dai vari fattori di inquinamento e dalla sottrazione delle terre naturali di pertinenza del fiume stesso; in tal modo si ammorbidisce la rigidità dell'argine, chiamato a seguire l'andamento delle dune. Gli interventi possibili, anche non molto impegnativi in termini di spesa, sono i più diversi, ma tutti in sinergia: un percorso pedonale ed uno d'acqua potrebbero intersecarsi parallelamente al nuovo argine così conformato ove per esempio installare ruote idrauliche di Leonardesca memoria; poi la costruzione di un edificio didattico di biologia sperimentale con spazio espositivi, la sistemazione di una ampia varietà di nidi artificiali per ricolonizzare l'argine con specie ormai quasi scomparse, la messa a dimora di piante aromatiche, ecc. Importante pare la rivalutazione del collegamento con Badia a Settimo, importante opera fondata dai conti Cadolingi e che dopo i monaci di Cluny raggiunse il massimo splendore nei secoli XII e XV per opera dei Cistercensi di S. Bernardo. Al bisogno della piazza può rispondere la ricucitura dello spazio antistante la Chiesa di Ugnano: l'andamento in linea del tessuto urbano sviluppatosi lungo la via consentirebbe di ricreare la piazza sia nel senso fisico-spaziale che nella funzione sociale di sosta e scambio di relazioni. Da essa, attraverso un antico percorso coadiuvato da una passerella pedonale in legno, è possibile ricostituire il collegamento, interrotto da tempo, con “le Cascine” sull'altra sponda del fiume Arno.
Se l'edificazione poco consapevole è stata lo strumento di distruzione, non altro che all'architettura declinata con nuova consapevolezza possiamo affidare lo sforzo di ricucitura, anche con nuovi volumi capaci di tener conto di quel processo storico che è iniziato nel passato e che ha contribuito a formare il presente; non riproduzioni architettoniche, né copie, ma interventi contemporanei che nelle forme, nei materiali, nei colori sanno mantenere il legame che interconnette ciò che è stato con ciò che sarà.


Mio nonno lo sapeva
Piero Funis
Tutor del Laboratorio


Conoscevo vagamente l'area di intervento, pur essendo fiorentino e non mi ispirava particolare simpatia. La ricordavo ancora come quando ero bambino, accompagnando a caccia mio nonno tra quelle case coloniche sembravano troppo uguali, un po' in disordine e malconce. I contadini laceri ai campi, chi con gli animali chi con qualche primordiale mezzo meccanico. Quando ci si fermava nei casolari, nell'umido di ottobre, i camini accesi, l'odore di mangiare, le chiacchiere del nonno erano sempre le stesse ma anche gli abitanti si lamentavano sempre delle stesse cose: del tempo inclemente troppo caldo troppo freddo troppo umido e del fatto che beati voi che venite dalla città. Il nonno aveva sparacchiato la manciatina di cartucce tenute nella tasca della giacca di velluto così insieme a qualche pernice nel carniere ci metteva anche le verdure di stagione che i contadini, che lui conosceva, ci regalavano. Anch'io ero costretto a portare un sacchetto di roba... Il nonno diceva che quella zona era l'orto di Firenze, che era uguale da sempre e che quando sarebbe cambiata sarebbe stato un gran male perché niente più caccia e niente più buona insalata. Si tornava a casa a piedi e non si vedeva una macchina. Ci sono tornato talvolta da quelle parti, a più riprese. Le cose erano via via cambiate e nei campi arati e coltivati spuntavano i primi capannoni e le strade asfaltate. I camion e le macchine cominciavano a circolare e a far da padroni. Di cacciatori non se ne vedevano più. L'insalata e gli ortaggi si continuava a produrli, ma non posso dire se con lo stesso sapore. L'idea di ripercorrere quei luoghi a vederne gli ulteriori cambiamenti, anche recenti; il verificare sul posto tutti i cambiamenti che messi insieme hanno costituito il degrado dell'area, il ricordo delle parole del nonno circa la perniciosità dei cambiamenti; tutto ciò mi ha convinto: Ugnano Mantignano valeva una riflessione. In effetti lo stato di degrado è apparso evidente al primo sopralluogo: l'insieme confuso delle cose sovrapposte a casaccio, le vecchie case coloniche con accanto i capannoni ancora più in disordine, il campo coltivato con i solchi che girano intorno a tre o quattro tralicci della corrente, strade di “lottizzazione “ che tagliano senza complimenti i percorsi e i fossi, nuove e chiassose abitazioni dove un tempo i contadini non ci avrebbero messo nemmeno il “concio”. Insomma impressione di grande disagio, impressione di un luogo dove non ci si è preoccupati per niente e di niente, ognuno nel suo interesse si è mosso ed ha agito solo secondo tornaconto. Amministrazione pubblica compresa. Con gli occhi e il lapis da architetto si possono redigere e scrivere analisi di grande effetto. Si possono usare forbite espressioni per descrivere come questo luogo abbia assunto l'aspetto di periferia di Firenze e Scandicci ad un tempo, senza dignità e significato. Come abbia perso a uno ad uno gli elementi di riconoscibilità insieme a quel ruolo agricolo che era stato proprio da sempre. Scelte urbanistiche ad un tempo ideologiche e causali, incuranti del valore che tutti i suoli posseggono, così come le preesistenze minori, hanno determinato lo stato confusionale. Ci si abita anche. Il famoso insediamento abitativo PEEP (pubblicato a piena pagina su alcune autorevoli riviste di architettura come esempio di riproposizione contemporanea del “genius loci”) è stato costruito dove prima c'era un acquitrino e dove i contadini, come si diceva, non c'avrebbero messo neanche un concio. Dà l'impressione di una astronave calata dal cielo, atterrata con tutti i suoi passeggeri. Poco importa che l'astronave sia ben fatta: la sua estraneità le conferisce un'area di sconcertante precarietà. Non è facile comprendere e poi condividere le scelte che hanno determinato questi risultati. Soprattutto si avverte, anche senza essere specialisti, che il luogo non è affatto accogliente, che i volumi preposti all'abitazione sono puliti, moderni, efficienti ma non agevoli, che l'intervento non si lega, non ha messo in sostanza radici. Come una pianta è destinato a seccare se non si trovano rimedi che possano sanare il trapianto. Che fare: buttar giù tutto e ricominciare? Questo ovviamente non si può. L'unica possibilità che abbiamo è costruire ancora, aggiungere qualcosa ma questa volta in maniera più mirata, consapevole, organica; occorre cambiare registro e porsi in una nuova logica di interventi in cui il concetto di riqualificazione urbana sia ben compreso e condiviso, sia lo strumento che guida il progetto. Un ruolo difficile e per il quale dobbiamo ammettere che la cultura architettonica non è preparata: presuppone una nuova figura di architetto capace di fornire elementi concreti per innescare processi capaci da un lato di rispondere con aderenza alle necessità complessive dell'area e dall'altra di orientare verso scelte di riequilibrio percettivo. Il Laboratorio Progettuale di Bioarchitettura si pone appunto in quest'ottica. Durante l'iter progettuale si sono sviluppate alcune direttrici progettuali principali, tese a verificare le possibilità di riqualificare l'area attraverso una serie di proposte capaci di “ricucire” il territorio mediante interventi architettonici progettualmente tesi non alla qualità intrinseca ma a migliorare il luogo, interventi insomma preoccupati non solo di innescare sviluppo economico-sociale, non solo di rispondere con proposte funzionali alle realtà locali, ma anche (e soprattutto) di restituire accoglienza e calore ai luoghi, utilizzando gli strumenti da sempre nella storia capaci di trasformare un posto in un luogo: l'architettura. In questa azione racchiudendo la consapevolezza che il cuore dell'atteggiamento ecologico sta nel restituire accoglienza. La vocazione ancora agricola dell'area, il fatto che i siti più piacevoli da percorrere a da vivere siano quelli ove il passato, il lavoro e la tradizione hanno lasciato i loro segni, sono stati gli elementi che hanno indirizzato il cammino. I progetti scaturiti da questo nuovo concetto rappresentano il connubio tra elementi e istanze la cui equilibrata combinazione è capace di ricomporre i luoghi “degradati”, tutti quei luoghi cambiati rapidamente senza pensare al passato e senza guardare al presente. Scoprire se, superata la tragica oscillazione tra magniloquenza e squallore propria dell'edilizia contemporanea, esiste la possibilità di restituire significato contemporaneo anche a luoghi che il nonno avrebbe voluto non cambiassero.



 

 

 

 

 

 
 

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