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BIOARCHITETTURA
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Numero 35 di febbraio-marzo 2004
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Spazi urbani: identità perduta
Ugo Sasso
Per migliaia di anni gli uomini hanno costruito le proprie
case, le proprie città, il proprio universo, utilizzando
materiali e risorse specifiche del luogo. Ogni gruppo si
muoveva all'interno di una condivisa visione del mondo,
usava tecnologie identiche; gestiva conoscenze comuni e
questo determinava (costringeva) la continuità spaziale e
formale. Per cui “automaticamente” gli edifici si ponevano
in una relazione reciproca, andando cosi a definire uno
spazio organico, reso complesso dalle infinite, intelligenti
variazioni attraverso cui il modello veniva interpretato e
adeguato a situazioni sempre diverse. Con queste procedure
uomini dalla misera cultura, limitatissima disponibilità
economica e scarsità di risorse materiali, povertà
tecnologica, intervenendo in luoghi spesso anonimi,
indefiniti, insignificanti – una laguna, la costa di una
montagna, una valle uguale a .mille altre valli – li hanno
resi eccezionali, accoglienti, umani, irripetibili. Oggi
basta aprire una qualunque rivista per venire travolti da
soluzioni seducenti: è l'architettura (ovviamente quella dei
maestri, non certo quella del normale quotidiano) che
dimostra la capacita di realizzare splendidi edifici.
Talvolta, e sempre più spesso, addirittura ecologici.
Purtroppo, anche nelle situazioni migliori, l'insieme di
questi edifici risulta cacofonico, rozzo, insensato, come un
insieme di automobili – magari ciascuna elegante di suo –
eppure squalificate dall'accostamento casuale e privo di
significato. Siamo abili nel costruire ponti avveniristici
grattacieli mirabolanti, stadi spaziali, ma non riusciamo a
restituire il fascino di un vicolo, l'accoglienza di una
piazza. Si tratta forse, come qualcuno sostiene, di un fatto
di tempo, di stratificazioni? Non credo; fra cinquant'anni
non solo i condomini di serie, ma persino gli edifici di cui
oggi andiamo orgogliosi, appariranno peggiorati e non certo
migliori. Cosa è dunque uno spazio, e in particolare cosa è
uno spazio urbano? Cosa vuol dire riconoscere un luogo, come
è possibile che la città – da sempre orgoglio e segno di
civiltà – proprio nelle sue parti “moderne” si mostri
disordinata, dispersa, sgranata, piena di buchi e
insignificanze? Quanto spreco, quanti disastri costa
mantenere in piedi questo sistema organizzativo? Tutti
parlano di qualità della vita ma pochi si interrogano su
cosa effettivamente sia una vita di qualità. Chiudersi in
casa, guardare la televisione, combattere quotidianamente
contro il mondo per poi rilassarsi periodicamente in un
Paradiso esotico in cui esportare, insieme alle vacanze,
inquinamento, disgregazione, aggressività?. Abbiamo bisogno
di sentirci parte di una comunità oppure possiamo farne a
meno? E l'architettura, non è forse la dimensione in cui le
persone si incontrano e si sentono a loro agio?
Ricucire i legami del territorio
Spesso nella storia, a momenti di grande impulso edilizio
seguono momenti di riqualificazione, di riannodo, di
ricucitura di quei legami che fanno di alcuni volumi un
tessuto. È probabilmente questo il compito a cui saranno
chiamati quanti affollano oggi le aule di architettura e di
ingegneria: progettare la riorganizzazione di luoghi
disorganici; rileggere, interpretare, completare, restituire
significato di contesto ad elementi che oggi giacciono nella
loro funzionalistica – al massimo autoreferenziale – (in)significanza.
Se con durezza abbiamo imparato che il monumento trova
risposta solo nel contesto, dobbiamo ancora maturare l'idea
come la visione, la percezione e la comprensione del
contesto siano di fatto estese a tutto il territorio,
all'insieme di rapporti, stratificazioni.
Complessità sociali e fisiche che disegnano la nostra mappa
spaziale. Per cui il progettista. più che inventore di
forme, oggi dovrebbe assimilarsi ad un restauratore con il
difficile compito di indicare le incrostazioni deturpanti,
ma soprattutto di leggere l'insieme, per reintegrare le
lacune nel tessuto del territorio, cucire le lacerazioni,
controllare gli esiti formali, inventare un'immagine per
luoghi disgregati o non ancora letti. Senza rimpiangere
armonie superate né ritirarsi di fronte alla globalizzazione
inevitabile, proiettarsi in uno sforzo progettuale capace di
conciliare la contemporaneità con modi di sentire e
relazioni essenziali per l'uomo e per la società che pure
ancora covano, sotto lo strato di modernizzazione. Le
implicazioni culturali e didattiche di questa visione
appaiono sostanziali .ed evidenziano la povertà degli schemi
scientifico-analitici ma anche formalisti, autocelebranti.
comunemente adottati nelle università, inadeguati
nell'interpretare ed interagire con una realtà complessa e
mutante. Si continua infatti a proporre, a muoversi ed a
premiare l'intransigente rispetto di categorie definite
decenni or sono dalla Bauhaus, sicuramente rivoluzionarie
rispetto alle manierate stratificazioni dell'epoca, ma oggi
rinsecchite e svuotate: la vincolante coerenza tra forma,
struttura e funzione, tra materiali e tessitura, tra colore
e comunicazione, ecc. Con in più l'obbligo, pena
l'espulsione, di essere a tutti i costi contemporanei,
originali, inventivi. Ma se l'architettura è per l'uomo, e
non fine a se stessa, vi possono essere ragioni interne
prioritarie rispetto a quelle dell'utente? Solo oggi,
ingombri di cadaveri eccellenti, cominciamo a capire quanti
mostri abbia generato (e fatto digerire) la presunzione
didattica (“la gente non possiede gli strumenti culturali
per valutare il significato dell'opera”) che ha animato
tanta parte dell'Avanguardia e del Movimento Moderno.
Tremendo errore quello della Bauhaus che, nello sforzo di
costruire una nuova specificità professionale, presupponeva
continuità metodologica tra il cucchiaio e la città: l'uno
appartiene invece all'universo dei mobili (insieme a sedie,
scrivanie, panchine) e l'altra all'universo degli immobili
(di cui la complessità organica della stanza costituisce la
cellula base). Applicare le strategie del design
all'architettura produce nel migliore dei casi, i mobili
fuori scala che appesantiscono il nostro orizzonte.
Nuova frontiera: la periferia
La prossima architettura non è nel cuore della città, di cui
abbiamo riconosciuto il valore, ma nei margini ancora privi
di significato, nella periferia, ove si fronteggiano snodi
autostradali, centri direzionali, abitazioni fatiscenti,
antichi tracciati urbani, scarichi del metabolismo urbano e
luoghi ancora virtuali. Qua davvero il “globale”, in assenza
di condizionamenti e di preesistenze, conforma gli
obiettivi, le speranze, la natura stessa degli spazi, dei
soggetti, delle comunità che lo abitano; qua i deboli
tessuti agrari si disfano e il luogo si trasforma in “non
luogo”, metà vecchio e metà non ancora nuovo. Qua la
pluralità, abbandonata a se stessa, non interpretata ne
gestita, appare non come ricchezza ma semplice minacciosa
banalità. Sappiamo infatti, anzi incominciamo lentamente a
supporre, come lo squallore delle periferie non nasca dalla
scarsità di attrezzature ma da quella mancanza di legami,
rimandi, connessioni che trasformano un gruppo di volumi in
un luogo. Quella coerenza di rapporti che da sempre e sino a
non molti anni or sono scaturiva spontaneamente lì dove
ciascuno costruiva il suo muro, oggi che le possibilità di
pensiero e di strumento si sono dilatate a dismisura, se non
viene fortemente e prioritariamente ricercata non torna più.
Un approccio (tendenzialmente più sommesso che urlato) ad un
tempo con i piedi per terra e svincolato dalla tristezza
quotidiana, consapevole però che rendere i luoghi
riconoscibili in continuità con la storia e la geografia
vuol dire consentire l'autoriconoscimento degli abitanti e
quindi preparare la sensazione di coappartenenza. Così nei
condomini, nei supermercati, negli slarghi, il progetto di
bioarchitettura con fatica cerca di ritrovare le consonanze,
il volto e la voce delle cose, lo sguardo che gli edifici
rimandano se sono guardati con simpatia. Nel territorio,
svuotato prima del senso (spaesamento) e poi delle forme di
appartenenza (sradicamento) solo in tale dimensione
affettiva l'uomo può forse ritrovare la propria casa.
Formare bioarchitetti
Il Dipartimento di Architettura e Pianificazione
Territoriale della facoltà di Ingegneria dell'Università di
Bologna programma annualmente, in convenzione con l'Istituto
Nazionale di Bioarchitettura, il Laboratorio progettuale di
specializzazione post-laurea in bioarchitettura. Un gruppo
di professionisti, appartenenti a discipline diverse
(ingegneri, architetti, ma anche agronomi, biologi, chimici)
si trovano impegnati su un tema di architettura a valenza
urbana, individuato insieme ad un'amministrazione pubblica
interessata. L'obiettivo dichiarato è sollevare, attraverso
l'invenzione di senso e di forma, un luogo squilibrato dalla
sua situazione di urbanità subalterna, di opaca marginalità
data dall'assenza di limiti definiti, in cui gli abitanti
hanno perso o stanno perdendo la sensazione di appartenenza
e insieme ad essa ogni responsabilità sociale per il
contesto. Un gruppo selezionato e orientato di tutor e di
docenti specializzati, assumendo come riferimento
progettuale le indicazioni portate da referenti riconosciuti
a livello internazionale (al recente Laboratorio, che ha
operato sulla periferia di Firenze, si sono succeduti tra
gli altri i contributi di Christian Schaller, Herbert
Dreiseitl, Lucien Kroll) affianca i corsisti, consiglia,
suggerisce, supporta e corregge gli elaborati progettuali
via via prodotti. L'avvicinamento al luogo e ai suoi
problemi è di tipo olistico: si ascoltano gli storici, i
politici, i rappresentanti delle categorie coinvolte, si
percepiscono i problemi, le dinamiche, gli abitanti, i
colori, i suoni. Ci si sforza di individuare i termini
progettuali effettivi aderendo il più possibile alla realtà
stessa. I tutor seguono senza incidere ma stimolando,
frenando, spronando silenziosamente. Alla fine si avranno
alcuni scenari (tanti quanti i gruppi e le parole chiave) a
cui tutti hanno contribuito, che divergono solo per l'ordine
con cui sono stati affrontati i problemi. Parallelamente
alcuni docenti forniscono assistenza e verificano i
progressi che il progetto compie negli ambiti della
bioclimatica, della sostenibilità ambientale ed economica
della proposta, della tecnologia e dei materiali. Si
progetta e nello stesso tempo si impara a coinvolgersi
nell'esperimento, a porsi domande, a confrontarsi con i
fenomeni, a discutere le proprie tesi ed i propri punti di
vista, a mettere in crisi le proprie conoscenze, giacché si
ha apprendimento significativo quando quello che si apprende
modifica quello che si sa già.
L'architettura che cuce
Christian Schaller
Il Laboratorio Progettuale di Bioarchitettura si distingue
nettamente da altri programmi e corsi di specializzazione post
laurea, sempre più frequenti in Europa ed oggi anche in Italia:
insolita la formazione interdisciplinare dei corsisti, singolare
il concetto didattico, particolare la scelta dei luoghi di
impegno. In questo caso l'area presa in esame è collocata nella
piana fluviale tra Firenze e Scandicci, isolata dal resto del
territorio dai corsi d'acqua Arno e Greve rispettivamente a nord e
ad est; a ovest dall'autostrada del Sole, a sud dalla super strada
Firenze-Pisa-Livorno. Tale isolamento e l'ubicazione al confine
dei due comuni maggiori, Firenze e Scandicci, ha rallentato il
processo di sub-urbanizzazione preservando il carattere orticolo
del luogo e una certa vita di comunità; di fatto e per altri versi
si tratta di una dimenticata “zona cuscinetto” con la conseguenza
che vi ci si sono concentrati gli interventi infrastrutturali ed
impiantistici espulsi dalle comunità più forti e centrali, con
inevitabili impatti negativi sull'ambiente e la vita degli
abitanti.
Nel passato: due linee dell'alta tensione, il bacino di
potabilizzazione di Firenze che sbarra l'accesso alla zona
spondale dell'Arno ed allo sbocco del torrente Greve,
l'insediamento del carcere centrale che interrompe il collegamento
con la regione delle colline, ampliamenti degli accessi
austrastradali, interventi di edilizia economica popolare che pur
in sé dignitosi, risultano isolati, di inadatta qualità, fuori
scala e senza rispetto per le strutture architettoniche e
paesaggistiche esistenti, privi di rapporto con l'ambiente
agrario.
Per il futuro sono progettati: altri interventi di edilizia,
l'ampliamento dell'autostrada del Sole e la realizzazione di un
nuovo svincolo nella parte sud ovest.
In assenza di un progetto, in mancanza di intenzioni ponderate,
anche quest'area è destinata ad un processo simile a quello che ha
investito la zona, confinante, di Scandicci in cui
l'urbanizzazione residenziale a maglie larghe tipica degli anni
‘70 e soprattutto '80 è dilagata seguendo la viabilità poderale
storica, sovrapponendo così una struttura espansiva di poco
significato su un'area agricola di pianura che per Firenze ha
avuto ed avrebbe potuto continuare ad avere un elevato valore
storico/ambientale.
La Badia di Settimo benché oggi isolata dal suo contesto storico,
ritagliata com'è dal tracciato dell'autostrada del Sole, continua
ad essere il centro culturale su cui gravita l'area di
Ugnano-Mantignano . Nel primo Medioevo fu opera dei monaci la
regimentazione delle acque dell'Arno, il loro sfruttamento
economico e la bonifica e messa a cultura della Piana a sud ovest
di Firenze per creare l'orto della Grande città. Un solo elemento
per dare il quadro della situazione: nel 1987 l'allora presidente
dell'Istituto Nazionale Urbanistica, chiese con forza che “al fine
di ottenere un sostanziale miglioramento ambientale dell'area, il
suo futuro assetto dovrà assicurare la continuità del sistema del
verde, deve essere inoltre adeguato il sistema delle reti e degli
impianti tecnici per l'approvvigionamento idrico, per lo
smaltimento delle acque e dei rifiuti”. Richieste a tutt'oggi
inevase: attualmente le acque di scarico dell'urbanizzazione, dal
collettore fognario nord al confine sud dell'area Mantignano,
vengono sversate nell'antica rete di fossi e canali di drenaggio
per poi defluire nell'alveo della Greve e dell'Arno.
I partecipanti al Laboratorio sono stati guidati ad individuare le
cause nascoste che stanno alla base dei processi visibili di
cambiamento, del crescere e del degrado di strutture urbane e
paesaggistiche, a capire come è possibile che senza un pensiero
consapevole ed attento, amorevole e organico, un così prezioso
patrimonio possa essere divorato da processi che posseggono in sé
dinamiche distruttive spesso imprevedibili. Professionisti di
discipline diverse (architetti, agronomi, biologi, ingegneri edili
ed idraulici) lavorando insieme s'accorgono della complessità
delle problematiche e dell'impegno richiesto per porre in atto un
approccio olistico, individuare l'idea capace di portare uno
sviluppo alternativo, disegnare attraverso una utopia concreta la
cornice alla quale le strategie di cambiamento dei luoghi possono
riferirsi e conquistare la loro specificità, il loro nome.
Seguendo la drammaturgia didattica elaborata da Ugo Sasso, dopo la
fase investigativa i corsisti vengono spinti attraverso un dialogo
libero, alla individuazione di alcune parole chiave che coprono e
interpretano la tematica urbanistica dell'area. Il conflitto fra
urbanizzazione ed uso tradizionale agrario, tra passato e
modernità, è stato ad esempio sintetizzato nelle parole chiave
“abitazione e serre”, che bene descrivono il tema di definire
possibilità di insediamento residenziale capace di mantenere il
rapporto tradizionale, portato in corrispondenza di condizioni
contemporanee, con l'ortocultura.
La dipendenza causale di urbanizza-zione/degrado nella gestione
delle acque è stata sostanziata dal tema “Arno e Greve”,
catalizzando l'attenzione sull'importanza costitutiva del rapporto
reciproco di questi due corsi d'acqua per il bilancio idrico
dell'area.
Infine il conflitto irrisolto attraverso cui l'isolamento da una
parte ha preservato le strutture tradizionali dalla dissoluzione
ma nel contempo ha marginalizzato l'area, si esprime attraverso le
parole “snodo e comunicazione”. Alla base della scelta di questa
chiave c'è stato il dissenso fondamentale di un gruppetto nei
confronti della maggioranza dei corsisti. Quest'ultima favoriva
l'orientamento dell'area verso il fiume Arno per rafforzare il
legame funzionale percettivo con la Città attraverso quello che
può essere definito Turismo di Prossimità, cioè una integrazione
complementare con l'ambiente fortemente urbanizzato a cui offrire
spazi verdi, ricreazione e primizie e da cui ricevere
informazione, cultura, collegamenti e reddito. La minoranza vedeva
invece come persa tale opportunità e invece privilegiava la
prospettiva di una visibilità in area interregionale: il segnale
del nuovo futuro casello autostradale e le infrastrutture
commerciali che avrebbero potuto nascere ed aggregarsi intorno al
casello, se opportunamente indirizzate e caratterizzate non solo
all'ottica del viaggiatore ma anche alle esigenze dei residenti,
possono diventare occasione per Ugnano e Mantignano di porsi alla
vetrina del mondo. Un atto di fiducia nei confronti
dell'architettura del consenso e della partecipazione, ritenuta
capace di trasformare l'ennesimo e ormai inevitabile insulto, in
molla per ridisegnare l'assetto dell'area ribaltato sull'ottica di
una porta verso la modernità. Nonostante l'accordo di tutti
sull'idea guida di ipotizzare lo sviluppo sull'aggiornamento e la
ristrutturazione dell'ortofrutticoltura, grazie a questo dissenso
alla fine della fase di meta-progettazione non è emerso uno
scenario unitario: mentre i progetti elaborati sui temi “Arno e
Greve” e “abitazioni e serre” risultano compatibili e anzi
complementari in una visione urbanistica strategica che disegna un
quadro coerente d'uno sviluppo futuro concretamente perseguibile,
i progetti elaborati sotto il motto “snodo e comunicazione”
dimostrano tutt'altro scenario.
Particolarmente riuscito e pertinente è stato il lavoro del gruppo
“Arno e Greve”, concentrato sulla zona litorale e dell'alveo.
Poiché il tema centrale era la gestione delle acque come
condizione fondamentale per il recupero di una rinnovata
ortofrutticoltura, l'idea progettuale è stata di rendere visibili
i vari passi della raccolta, del disinquinamento, del trattamento
e della distribuzione delle acque in maniera esemplare e di
valorizzazione paesaggistica. Non nascondere i processi depurativi
all'interno di ambiti sottratti alla collettività ma utilizzare
l'opportunità come processo fisico/chimico/culturale/paesaggistico
capace di ridonare qualità e dignità ai luoghi coinvolti. È stata
quindi ipotizzata la riattivazione ed integrazione di fossi e
antiche derivazioni per il drenaggio superficiale allocando un
bacino di raccolta nell'area depressa al di sotto dell'argine, che
seguendo il profilo topografico torna a rendere visibile l'antica
sede alveare. La verifica anche economica (vendita ghiaia
estratta, rivalutazione dei suoli, produttività, ecc.) ha
sostenuto l'ipotesi. Questi impianti di una gestione d'acqua sulla
base di tecnologia biologica, sono in effetti capaci di sostituire
gran parte dell'impianto esistente venendo a costituire elemento
di qualificazione territoriale anche attraverso l'invenzione di
una riviera naturale terra/acqua la quale invece di sbarrare
l'accesso al fiume, costituisce una zona attrattiva di passaggio
fra paese, l'ambito della produzione agricola, alveo del fiume.
Addossate all'argine sono state previste serre con orientamento a
sud accompagnate da punti di informazione, accoglienza e vendita
diretta dei coltivatori. L'insieme di queste attrezzature rendono
il lungo Arno spina dorsale che collega l'area e dove l'Orto offre
i suoi prodotti agli abitanti della Città. Nodo importante in
questo assetto è la piazza centrale di Ugnano, punto in cui
potenzialmente si incrociano le vie più importanti di
collegamento: il lungo Arno, la strada per Badia a Settimo, per la
zona centrale di Scandicci ed eventualmente, a nord, la
riattivazione dell'antica traversata dell'Arno. Partendo da un
ideogramma di progetto alcuni hanno sviluppato uno studio
dettagliato dello spazio urbano per il suo completamento spaziale
e funzionale che in maniera suggestiva riesce a ricucire il
tessuto diffuso. Edifici supplementari vengono disegnati a scala
minore per evidenziare tecniche costruttive di bioedilizia.
Aspetti solari sono investigati per esempio in strutture di
coperture a vela per un possibile mercato di ortofrutticoltura che
circondi il bordo della piazza. Dunque dall'analisi dei sintomi
alla diagnosi olistica, il Laboratorio prosegue lungo il concetto
integrale e si conclude col disegno di un dettaglio esecutivo: una
esperienza probabilmente unica in Europa.
Non resta che recuperare il degrado
Christian Schaller
Capita che dietro le architetture ecologiche si nasconda una
visione di tecnologia e progresso di tipo tradizionale,
finalizzata a miglioramenti individuali e puntuali ma senza
tensione verso un bilancio generale positivo. Crescita economica e
consumo energetico appaiono finalmente scollegati; tuttavia,
nonostante la stazionarietà degli indici demografici, non si
riesce ancora a scollegare la crescita economica e il progressivo
consumo di superfici. Il grande valore simbolico attribuito
all'abitare (casa in proprietà) e al traffico individuale
(macchina status simbol), ma anche la concorrenza tra comuni per
accaparrarsi investimenti e posti di lavoro, determina una
irrefrenabile messa a disposizione di terreni per la costruzione
di case unifamiliari, aziende e infrastrutture viarie. Una
proiezione dell'Ufficio Centrale Statistica del Governo federale
tedesco evidenzia quanto poco sostenibile sia il nostro approccio
con i terreni e con le superfici: mantenendo costante la crescita
economica sul 3% e continuando a coprire con volumi edilizi 0,82
ha per ogni milione di marchi del PIL, tutti i terreni disponibili
in Germania risulterebbero cementificati in soli 81 anni. A
disposizione abbiamo dunque principalmente le situazioni urbane
slabbrate, i centri urbani degradati, spazi naturali e
paesaggistici minacciati e distrutti. È tuttavia con troppa
lentezza che l'attenzione edilizia si concentra sulle aree già
edificate delle città: interventi nei fazzoletti ancora liberi tra
le stecche esistenti, volumi interstiziali, costituiscono
importante occasione di completamento e riqualificazione.
Riutilizzo delle superfici, variazione nella destinazione d'uso di
edifici obsoleti, adeguamento di costruzioni esistenti alle nuove
esigenze abitative, riqualificazione dell'esistente,
concentrazione della densità edilizia, utilizzo plurimo degli
edifici; queste e simili soluzioni andrebbero sempre anteposte
all'assegnazione di nuove superfici edificabili e quindi della
continua progressiva sigillazione dei terreni. Si tratta di
preimpostare un management intelligente e significativo della
domanda anziché assecondare l'espansione dell'offerta. Sviluppare
cioè una economia capace di prosperare attraverso la
sostenibilità, il risparmio energetico, la riduzione dei rifiuti,
la gestione intelligente del traffico, ma anche con la tutela
delle risorse e delle superfici.
Area metropolitana? No, grazie
Carlo Maurizi
Parroco di Badia a Settimo
Il “caso Firenze” pare emblematico per tutta una realtà ambientale
– di primaria importanza per la vita quotidiana della maggior
parte della popolazione – che negli ultimi decenni è stata
interpretata e governata con il metodo “copertura
cemento-asfalto”, ma soprattutto senza alcuna reale
interpretazione né alcun atto di governo complessivo se non
varianti ai piani urbanistici realizzate sulla base di interessi
contingenti. A differenza dei secoli passati la nostra civiltà
urbana contemporanea pare del tutto incapace, in assenza di un
grande sforzo meditativo e progettuale, di realizzarsi in modo
equilibrato e armonico. Nella Piana Fiorentina si è così compiuta
progressivamente e quasi inconsapevolmente una colossale
operazione di disintegrazione del tessuto ambientale e abitativo
che è andata distruggendo ogni rapporto di proporzionalità fra gli
elementi architettonici e fra questi e la risorsa primaria
costituita dall'ambiente e dal paesaggio naturale e umano creato
dalle generazioni precedenti. Tutto ciò è ovviamente visibile a
occhio nudo senza bisogno di speciali studi, se solo ci si dispone
a vedere: è la sensazione di disagio che coglie chiunque giunga a
Firenze dal nord o percorra l'Autostrada del Sole nel tratto
Calenzano-Signa. Basta salire sulla torre campanaria di Badia a
Settimo per afferrare come di fatto non esista più la pianura
della città di Firenze ma solo una cassa di espansione per
strutture pensate e progettate a prescindere da ogni tradizione
architettonica. Le stese costruzioni che rivaleggiano con i
simboli-riferimento della civiltà fiorentina (cupola, campanili,
colline) e, per chi proviene da certe direttrici, ne ostacolano la
serena visione, costituiscono la riprova delle tante disastrose
disattenzioni che si sono ripetute nei grandi agglomerati urbani
ma anche in cittadine e borghi più piccoli, a corona dei quali un
cappio di costruzioni incongruenti me soffoca l'antico equilibrio.
Firenze, a questo riguardo ha fatto la scelta di privarsi del solo
polmone che le avrebbe consentito di vivere in condizioni di
salute migliori: la sua Piana. In essa è stato lasciato formarsi
un vero e proprio “caos” strutturale a cui qualcuno ha dato il
nome di “area metropolitana”, di fatto un indistinto nel quale non
si sa che ruolo abbiano il sistema delle acque, il fiume Arno (non
solo ridotto a fogna, ma addirittura divenuto elemento estraneo al
tessuto urbano), l'agricoltura e il sistema del verde in generale,
sempre più privati di consistenza e di qualsiasi dignità. Fattori
aggravanti e di grosso impatto sulla qualità della vita in quest'area
sono poi l'Autostrada del Sole e l'aeroporto di Peretola,
responsabili della permanenza nell'aria della piana del 60% di
tutti i gas nocivi, i quali, data la particolare conformazione
della conca, fanno fatica ad essere dispersi dai venti. Una città
è anche la visione che si ha di essa guardando da un punto
qualificato: ora è certo che non basta più, per rendere ragione di
cosa sia Firenze, presentare la cartolina della veduta dal
Piazzale Michelangelo. Continuiamo a stampare cartoline di tante
zone d'Italia e forse d'Europa che non corrispondono più alla
realtà. Il riferimento oggettivo della realtà è infatti la
percezione della persona che abita, lavora, si muove… e tutti i
giorni ha la sensazione di nausea per il traffico, l'aria cattiva,
le brutture che i suoi occhi sono costretti a vedere, gli spazi di
verde che nessuno ha cura di piantare e di mantenere. Nel nostro
caso si aggiunge la quasi cronica impossibilità, per i comuni
della Piana, a programmare insieme l'assetto urbanistico in una
considerazione globale dei problemi e soprattutto delle identità
ambientali. Combattere la frantumazione e la disgregazione
socio-ambientale a cui sono state destinate le pianure intorno ai
centri storici è ormai diventato in Italia uno dei nodi
fondamentali della politica urbanistica e una sfida per
l'avvenire. È qui che si misurerà la capacità di rimettere in
dialogo realtà architettoniche, industriali, economiche,
ambientali e culturali, secondo quello che ormai anche nelle
direttive comunitarie europee sembra affermarsi come il principio
interpretativo fondamentale degli interventi di sostegno. Se poi a
livello planetario la questione centrale del XXI secolo è e sarà
una più intelligente gestione delle risorse, il banco di prova di
questa impresa decisiva per il futuro della vita e dell'attività
umana è già in quei microsistemi che in piccolo manifestano i
pregi e i difetti tutti del nostro sistema di sviluppo. Vincere
questa battaglia nella Piana fiorentina, se la classe politica ed
imprenditoriale lo comprenderà, può voler dire avere probabilità
di successo anche a livelli più ampi; perdere qui non può che
significare rinunciare a governare il Pianeta e lasciarsi dominare
dai meccanismi squilibranti che abbiamo innescato. O l'uomo sarà
capace di gestire le strutture che ha inventato o le strutture
gestiranno lui, con le proprie leggi antiumane e avranno il
sopravvento sull'ecosistema. A questo proposito sarebbe salutare
rileggere quel testo magistrale elaborato dal System Dynamics
Group Massachusetts Institute of Technology per il progetto del
Club di Roma, nel lontano marzo 1972. Sembra oggi più che allora
profondamente ragionevole e urgente correggere il corso di eventi
ai quali è legata la nostra sopravvivenza, ma per farlo è
necessaria una grande forza morale e direi una sfrenata passione
per l'umanità, per tutto ciò che di bello e di vero essa ha
prodotto e per questa vecchia madre Terra che dappertutto ci
ospita.
Il Laboratorio di Bioarchitettura sulla Piana di Settimo (Piana a
sud-ovest di Firenze) non solo ha riproposto all'attenzione di
studiosi, amministratori e cittadini, il tema fondamentale del
rapporto fra sviluppo-gestione delle risorse-ambiente, ma ha messo
a fuoco meritoriamente una delle questioni ecologiche ineludibili
nella considerazione e gestione del territorio in Italia: la sorte
delle aree che circondano le città.
Manutenzione ordinaria e
straordinaria
Angelica Bruno
Consorzio di Bonifica Colline del Chianti
L'Area della piana di Ugnano Mantignano presenta attualmente
importanti problemi di tipo idraulico dovuti essenzialmente a:
• sofferenza igienico-sanitaria (sistema fognario/depuratore);
• rischio idraulico (acque basse).
I fossi della zona, pensati in origine come direttrici di scolo
delle acque di superficie, sono stati trasformati dal rapido
sviluppo urbanistico-industriale in canali fognari a cielo aperto
di scarichi industriali e civili, con conseguente degrado delle
aree limitrofe e problemi di tipo igienico-sanitario legati sia
alla presenza di miasmi ed insetti, sia alla loro ridotta capacità
idraulica a causa del progressivo sovralluvionamento. Il sistema
fognario collegato al depuratore di San Colombano, attualmente non
ancora funzionante a regime, permetterà di ridurre in parte il
volume degli scarichi nei fossi.
Inoltre la presenza dei rilevati delle infrastrutture viarie di
grande comunicazione (autostrada e superstrada) che dividono
l'area in settori connessi idraulicamente mediante sottopassi
spesso sottodimensionati, date le modeste pendenze della piana
determinano ristagni in prossimità di punti critici anche al
verificarsi di eventi meteorici di modesta entità. Va inoltre
considerato che trattasi di un sistema di acque basse soggetto
pertanto ad intermittenza di scolo in caso di piena del ricevente
fiume Arno.
L'attuale attività del Consorzio di Bonifica delle Colline del
Chianti sull'area consiste nell'esecuzione di interventi di tipo
ordinario (quali lo sfalcio della vegetazione spontanea) e di tipo
straordinario (quali la sistemazione finalizzata al recupero di
volumi utili per l'invaso delle acque). Le normali operazioni di
ricavatura presentano difficoltà accessorie data la tipologia dei
fanghi di dragaggio i quali, considerato il loro contenuto
inquinante, necessitano il trasporto a discariche autorizzate
previo sgrondo a seguito di stoccaggio temporaneo su teli
impermeabili opportunamente predisposti. Operazioni queste che
comportano costi aggiuntivi non indifferenti e spesso rallentano
operazioni che di norma rientrerebbero nella manutenzione
ordinaria del reticolo. Attualmente è in cantiere un intervento di
sistemazione del fosso Stagno che consiste nel recupero di volumi
di autocontenimento mediante risagomatura delle sponde e
realizzazione di aree di espansione naturale con tecniche di
ingegneria naturalistica.
Interconnettere ciò che è stato e
ciò che sarà
Patrizia Mazzoni
Tutor del Laboratorio
...per
questo ogni singola parte
che si
trova in questo o quel posto
deve
essere come solo può esserlo in quel luogo.
Rudolf Steiner
Storicamente l'Arno ha svolto un ruolo determinante nello sviluppo
della città di Firenze e nelle sue scelte territoriali, economiche
e produttive. Dalla Firenze romana – in cui tra le mura e l'alveo
del fiume viene lasciata libera un'ampia fascia di terreno per
consentire le naturali esondazioni – alla realtà medievale e, per
secoli, fino ancora al periodo del Rinascimento, l'Arno e la città
vivono un rapporto in divenire; le sponde, naturalmente
degradanti, permettevano lo svolgimento dei tanti mestieri
connessi col fiume e, per altro, le frequenti inondazioni (che le
cronache già nel ‘500 segnalano rovinose per i ponti della città e
dell'area urbana) costringevano ad una sia pure incerta opera di
modifica e fortificazione; ciononostante il fiume continuava a
trovare un equilibrio lungo l'intera valle e nella piana. Poi
l'espandersi dell'agricoltura, il conseguente disboscamento, la
modifica sempre più accentuata del territorio già dai secoli
scorsi ha costretto il percorso del fiume e dei suoi affluenti tra
argini artificiali, con modifiche dell'assetto originario e
l'allontanamento dalla percezione visiva, la rottura del rapporto
con la città e i territori limitrofi. La scelta, specie
nell'ultimo secolo, di edificare ovunque e “consumare territorio”,
ha intensificato il processo di antropizzazione per cui le aree
contigue al fiume e ai suoi affluenti, ai torrenti, sono state via
via sottratte alla naturale dinamica per diventare oggetto di
attività speculativa e di costruzione, modificando le
caratteristiche morfologiche, alterando l'equilibrio idrogeologico
e l'ecosistema fluviale inteso nel suo complesso.
La piana Fiorentina
Tra il secolo XVII e il XVIII il tratto fluviale attraversante
l'area di Ugnano Mantignano divagava attorno all'attuale corso con
vaste aree di espansione destinate ad accogliere la naturale
dinamica nei punti di confluenza della Greve e del Bisenzio.
L'attuale assetto viene raggiunto all'inizio del XX secolo, con il
fiume delimitato da un sistema di arginature ben organizzate che,
perimetrando la zona dell'Argin Grosso e deviando repentinamente
verso la Greve, terminano nei pressi di Mantignano per
controllarne il rigurgito, mentre altrettante arginature lungo la
sponda sinistra della Greve fino alla sua confluenza con l'Arno
proteggono l'area oggi occupata dal potabilizzatore e quindi di
tutti i territori a valle sino al Vingone da possibili esondazioni.
Da vecchie cartografie, l'area di S. Colombano sarebbe stata
situata lungo un ampia ansa dell'Arno di circa due chilometri
rientrante poi nel tracciato del corso attuale; la via del Piano,
la Madonna dello Stagno, via Stagnola, evidenziano nel significato
dei nomi il carattere paludoso di queste zone. Dalla vecchia
centuriazione leggibile non solo dalle storiche carte ma ancora
dall'assetto dell'area nel suo complesso, emerge, in assoluto
abbandono e degrado, l'antica sistemazione idraulica dei canali,
sapiente opera dei monaci dell'abbazia di Badia a Settimo,
riconoscibili ormai quasi solo dai filari di aceri che ne segnano
i tracciati. Oggi i canali vengono utilizzati come fogne a cielo
aperto per i nuovi insediamenti e per il carcere di Sollicciano,
sottolineando trascorsi disinteressi culturali ma soprattutto
politici e amministrativi. L'opera dei monaci risultò invece, in
passato, vitale per il controllo delle acque dell'Arno, il loro
utilizzo ai fini economici, la bonifica dei terreni e la messa a
coltura di tutta la Piana a Sud-Ovest di Firenze. Coltivata oggi
qua e là a frutteti e ortaggi e utilizzata per escavazioni di
inerti, nel degrado accentuato è ancora possibile intravedere
segni di un paesaggio che, vivendo in stretto rapporto con l'acqua
e l'alveo naturale del fiume, ha rappresentato in passato un
ordinato rapporto e unione di natura e cultura.
La frazione fiorentina di Ugnano-Mantignano, delimitata in maniera
naturale da un tratto dell'Arno e dalla Greve nel punto in cui il
torrente confluisce con il fiume e in maniera del tutto
artificiale da confini infrastrutturali quali la Superstrada
Firenze-Siena e l'asse autostradale A1, si è trovata racchiusa e
circoscritta in una sorta di isolamento spaziale che se da un lato
ha fatto quasi dimenticare alla “civiltà” l'esistenza di quel
quadrilatero di terreno cui si accedeva fino a pochi anni or sono
solamente attraverso un ponticello in legno a senso unico (il chè
ha consentito di mantenere pressocché inalterate alcune
peculiarità storiche e culturali) dall'altro, quell'area ai
margini tra il comune di Firenze e di Scandicci, non ha mai avuto
nell'ultimo mezzo secolo un riconoscimento di ruolo e pertanto è
stata compressa tra i macro interventi dei due comuni confinanti:
il carcere di Sollicciano, i grandi assi viari, i mostruosi enormi
palazzi nell'area di Scandicci, il PEEP del comune di Firenze,
fratture evidenti con l'identità storica dei due borghi Ugnano e
Mantignao. Il nuovo svincolo autostradale che si realizzerà
all'interno della stessa area, costituirà una ulteriore
infrastruttura che andrà a sovrapporsi all'esistente come qualcosa
calato a caso e lì “parcheggiato” temporaneamente; eppure
interverrà in maniera massiccia spezzettando ulteriormente e
creando barriere di alto impatto.
La vocazione agricola
Eppure l'area presenta ancora oggi, nonostante le compromissioni,
caratteri di identità spaziale che potrebbe, attraverso interventi
appropriati di recupero ambientale, venir restituita alla dignità
storica e alla vocazione agricola: vocazione che si percepisce
ancora nel forte legame degli abitanti con i piccoli appezzamenti
di terreno in proprietà per la coltivazioni di ortaggi ad uso
familiare o anche per la vendita degli stessi. I due sistemi
urbani di Mantignano e Ugnano, differenti per conformazione
urbanistica – a pianta quadrangolare l'uno e steso lungo un asse
viario l'altro – e la vecchia centuriazione ancora leggibile
mostrano legami e relazioni. Sono al contrario le costruzioni
recenti ad evidenziare il carattere periferico nell'assenza di
rapporto storico-architettonico, culturale e formale con le
preesistenze: edifici a schiera, lottizzazioni chiuse in se
stesse, edifici fuori scala sovrastano il delicato equilibrio del
vecchio tessuto urbano. Persino l'edificio del potabilizzatore,
opera degli anni '20, anche se presenta una dignità architettonica
di lì in poi sconosciuta, non si pone l'obiettivo di interagire
con il quartiere e quindi, nonostante il rapporto diretto con il
fiume, la zona rimane separata dalle doppie arginature con l'Arno
negando allo stato attuale quel legame con l'elemento acqua che ha
caratterizzato il corso della storia.
L'identità dei luoghi, fortemente marcata dal ”senso di
appartenenza” evidente per le famiglie “storiche”, rimane priva di
significato per i nuovi residenti che vivono gli alloggi come
dormitori da cui spostarsi quotidianamente per lavoro sui
territori limitrofi di Scandicci e dell'area fiorentina. In questo
senso, di fondamentale importanza nello svolgimento del
Laboratorio di Bioarchitettura sono risultati gli incontri con gli
abitanti, il quartiere, il comitato di Badia a Settimo, che hanno
posto in evidenza il radicato l'orgoglio di aver vissuto per
generazioni in quella realtà assieme all'amarezza per l'abbandono
e l'incuria dimostrata da parte delle varie amministrazioni a
guida della città di Firenze. Disponibili a collaborare apportando
la loro conoscenza delle problematiche, hanno orientato le scelte
progettuali sentendosi parte attiva di una ipotesi di
riqualificazione in chiave ecologica del loro territorio. Da tutti
condivisa – corsisti e abitanti – è emersa la prioritaria volontà
di restituire allo spazio il significato di Luogo. La tragica
compromissione attuale non rende pensabile una improbabile purezza
originaria, ciononostante è emerso come l'identità possa essere
intesa come delicato insieme di percezioni capaci di mettere in
relazione le cose tra loro e ciascuna di esse con il suo insieme.
Laddove gli interventi architettonici, lo snaturamento dei canali,
dei vecchi percorsi, hanno violentemente interrotto le relazioni,
occorre reinventare una ricucitura, nuovi legami, relazioni e
connessioni semplici ma comunque capaci di riportare il territorio
ad una lettura organica. Detto in altre parole, conquistare la
consapevolezza che l'architettura non opera su uno spazio
astratto, ma si misura quotidianamente con la percezione delle
cose, dei rapporti che esistono tra di loro e con ciò che le
circonda… dalle vie di collegamento ai percorsi campestri, dai
filari degli alberi ai canali, i fossi, i rivoli d'acqua, le
arginature, il susseguirsi ritmico delle abitazioni lungo la
strada, i materiali, le proporzioni, le forme e quant'altro capace
di suscitare percezioni di accoglienza. Come dice Rudolf Steiner
“Un'autentica armonia dell'anima può essere provata solo là dove
nell'ambiente, in forme, figure e colori, si rispecchia ai sensi
umani ciò che l'anima riconosce come i propri più degni pensieri,
sentimenti e impulsi.” Cioè è attraverso la percezione che si
sviluppa una reazione dell'anima, una risposta interiore e
soggettiva del sentimento che ci fa stare bene. O male.
Il rapporto con l'acqua
Partendo da una approfondita analisi dei territori si è cercata
dunque la relazione tra storia e natura, tra costruito passato ed
esistente, tra recupero e nuova edificazione rideterminando una
continuità storica capace di migliorare la qualità della vita
degli abitanti e di ricreare un collegamento con la città di
Firenze per troppo tempo interrotta. Un tempo quest'area
costituiva l'orto di Firenze, oggi potrebbe accomunare tale
attività specialistica in serra a funzioni ricreative e di svago
“fuori porta”. Da questa “immersione” nell'identità del luogo è
scaturita l'esigenza di ridisegnare il rapporto degli abitanti con
l'acqua, elemento di connessione tra costruito, campi, orti,
percorsi: proposte che prevedono il controllo mediante il recupero
delle acque meteoriche e reflue opportunamente fitodepurate per
giungere a veri interventi progettuali di tipo urbanistico e
architettonico. I percorsi dell'acqua depurata possono essere resi
visibili in superficie nel riproporre la maglia degli antichi
canali mentre tubazioni sotterranee possono alimentare la Torre
dell'Acqua, elemento nodale localizzato nel punto di congiunzione
tra le strade di Ugnano e Mantignano e il territorio posto a Sud
della zona; segnale rilevante all'interno di un tessuto urbano
minuto, simbolo di un meccanismo di rigenerazione che vuole
comunicare la sua essenzialità per tutti gli organismi viventi. La
percezione del percorso dell'acqua interno alla stessa torre,
mediante grosse aperture vetrate, contribuisce ad una lettura
immediata del legame tra spazio interno ed esterno: l'interno
accoglie l'idea, l'esterno circoscrive lo spazio che si relaziona
ad stessa tramite il suo aspetto, le superfici, le forme, il tutto
in un elegante dialogo, dialogo tra idea, funzione e luogo. Acqua,
elemento vitale ma anche ludico, riconsiderata in tutti gli
interventi: dai sinuosi percorsi esterni, ai piccoli bacini di
raccolta, ai laghetti, alla penetrazione all'interno dell'edificio
del potabilizzatore, alla ipotizzata nuova struttura per scuola
floro-vivaistica e quindi all'interno delle serre addossate lungo
l'argine dell'Arno. Le serre ipotizzano recuperate funzioni
agricole ma acquisiscono anche significato architettonico e quindi
vengono inserite in percorsi “benessere” in cui l'armonia degli
spazi, delle forme, della vibrazione della luce e dei colori, dei
suoni, dei profumi, degli odori, si sviluppa la serenità
dell'animo e la rigenerazione dello spirito: l'arredo è fatto di
piccole strutture lignee per la sosta e la ricreazione, per la
vendita degli ortaggi e dei fiori, che si alternano agli elementi
vetrati delle serre, ai percorsi dell'acqua che entrano ed escono
dalle stesse serre creando insieme ai colori dei fiori, ai
riflessi del vetro e all'ambiente naturale circostante, un insieme
armonioso. Si pensa che il recupero della parte spondale dell'Arno
attualmente arginata con potenti muri di terra che ne perimetrano
il percorso, attraverso la creazione di piccole dune di terra,
potrebbe favorire la diversità biologica compromessa dai vari
fattori di inquinamento e dalla sottrazione delle terre naturali
di pertinenza del fiume stesso; in tal modo si ammorbidisce la
rigidità dell'argine, chiamato a seguire l'andamento delle dune.
Gli interventi possibili, anche non molto impegnativi in termini
di spesa, sono i più diversi, ma tutti in sinergia: un percorso
pedonale ed uno d'acqua potrebbero intersecarsi parallelamente al
nuovo argine così conformato ove per esempio installare ruote
idrauliche di Leonardesca memoria; poi la costruzione di un
edificio didattico di biologia sperimentale con spazio espositivi,
la sistemazione di una ampia varietà di nidi artificiali per
ricolonizzare l'argine con specie ormai quasi scomparse, la messa
a dimora di piante aromatiche, ecc. Importante pare la
rivalutazione del collegamento con Badia a Settimo, importante
opera fondata dai conti Cadolingi e che dopo i monaci di Cluny
raggiunse il massimo splendore nei secoli XII e XV per opera dei
Cistercensi di S. Bernardo. Al bisogno della piazza può rispondere
la ricucitura dello spazio antistante la Chiesa di Ugnano:
l'andamento in linea del tessuto urbano sviluppatosi lungo la via
consentirebbe di ricreare la piazza sia nel senso fisico-spaziale
che nella funzione sociale di sosta e scambio di relazioni. Da
essa, attraverso un antico percorso coadiuvato da una passerella
pedonale in legno, è possibile ricostituire il collegamento,
interrotto da tempo, con “le Cascine” sull'altra sponda del fiume
Arno.
Se l'edificazione poco consapevole è stata lo strumento di
distruzione, non altro che all'architettura declinata con nuova
consapevolezza possiamo affidare lo sforzo di ricucitura, anche
con nuovi volumi capaci di tener conto di quel processo storico
che è iniziato nel passato e che ha contribuito a formare il
presente; non riproduzioni architettoniche, né copie, ma
interventi contemporanei che nelle forme, nei materiali, nei
colori sanno mantenere il legame che interconnette ciò che è stato
con ciò che sarà.
Mio nonno
lo sapeva
Piero Funis
Tutor del Laboratorio
Conoscevo vagamente l'area di intervento, pur essendo fiorentino e
non mi ispirava particolare simpatia. La ricordavo ancora come
quando ero bambino, accompagnando a caccia mio nonno tra quelle
case coloniche sembravano troppo uguali, un po' in disordine e
malconce. I contadini laceri ai campi, chi con gli animali chi con
qualche primordiale mezzo meccanico. Quando ci si fermava nei
casolari, nell'umido di ottobre, i camini accesi, l'odore di
mangiare, le chiacchiere del nonno erano sempre le stesse ma anche
gli abitanti si lamentavano sempre delle stesse cose: del tempo
inclemente troppo caldo troppo freddo troppo umido e del fatto che
beati voi che venite dalla città. Il nonno aveva sparacchiato la
manciatina di cartucce tenute nella tasca della giacca di velluto
così insieme a qualche pernice nel carniere ci metteva anche le
verdure di stagione che i contadini, che lui conosceva, ci
regalavano. Anch'io ero costretto a portare un sacchetto di
roba... Il nonno diceva che quella zona era l'orto di Firenze, che
era uguale da sempre e che quando sarebbe cambiata sarebbe stato
un gran male perché niente più caccia e niente più buona insalata.
Si tornava a casa a piedi e non si vedeva una macchina. Ci sono
tornato talvolta da quelle parti, a più riprese. Le cose erano via
via cambiate e nei campi arati e coltivati spuntavano i primi
capannoni e le strade asfaltate. I camion e le macchine
cominciavano a circolare e a far da padroni. Di cacciatori non se
ne vedevano più. L'insalata e gli ortaggi si continuava a
produrli, ma non posso dire se con lo stesso sapore. L'idea di
ripercorrere quei luoghi a vederne gli ulteriori cambiamenti,
anche recenti; il verificare sul posto tutti i cambiamenti che
messi insieme hanno costituito il degrado dell'area, il ricordo
delle parole del nonno circa la perniciosità dei cambiamenti;
tutto ciò mi ha convinto: Ugnano Mantignano valeva una
riflessione. In effetti lo stato di degrado è apparso evidente al
primo sopralluogo: l'insieme confuso delle cose sovrapposte a
casaccio, le vecchie case coloniche con accanto i capannoni ancora
più in disordine, il campo coltivato con i solchi che girano
intorno a tre o quattro tralicci della corrente, strade di
“lottizzazione “ che tagliano senza complimenti i percorsi e i
fossi, nuove e chiassose abitazioni dove un tempo i contadini non
ci avrebbero messo nemmeno il “concio”. Insomma impressione di
grande disagio, impressione di un luogo dove non ci si è
preoccupati per niente e di niente, ognuno nel suo interesse si è
mosso ed ha agito solo secondo tornaconto. Amministrazione
pubblica compresa. Con gli occhi e il lapis da architetto si
possono redigere e scrivere analisi di grande effetto. Si possono
usare forbite espressioni per descrivere come questo luogo abbia
assunto l'aspetto di periferia di Firenze e Scandicci ad un tempo,
senza dignità e significato. Come abbia perso a uno ad uno gli
elementi di riconoscibilità insieme a quel ruolo agricolo che era
stato proprio da sempre. Scelte urbanistiche ad un tempo
ideologiche e causali, incuranti del valore che tutti i suoli
posseggono, così come le preesistenze minori, hanno determinato lo
stato confusionale. Ci si abita anche. Il famoso insediamento
abitativo PEEP (pubblicato a piena pagina su alcune autorevoli
riviste di architettura come esempio di riproposizione
contemporanea del “genius loci”) è stato costruito dove prima
c'era un acquitrino e dove i contadini, come si diceva, non
c'avrebbero messo neanche un concio. Dà l'impressione di una
astronave calata dal cielo, atterrata con tutti i suoi passeggeri.
Poco importa che l'astronave sia ben fatta: la sua estraneità le
conferisce un'area di sconcertante precarietà. Non è facile
comprendere e poi condividere le scelte che hanno determinato
questi risultati. Soprattutto si avverte, anche senza essere
specialisti, che il luogo non è affatto accogliente, che i volumi
preposti all'abitazione sono puliti, moderni, efficienti ma non
agevoli, che l'intervento non si lega, non ha messo in sostanza
radici. Come una pianta è destinato a seccare se non si trovano
rimedi che possano sanare il trapianto. Che fare: buttar giù tutto
e ricominciare? Questo ovviamente non si può. L'unica possibilità
che abbiamo è costruire ancora, aggiungere qualcosa ma questa
volta in maniera più mirata, consapevole, organica; occorre
cambiare registro e porsi in una nuova logica di interventi in cui
il concetto di riqualificazione urbana sia ben compreso e
condiviso, sia lo strumento che guida il progetto. Un ruolo
difficile e per il quale dobbiamo ammettere che la cultura
architettonica non è preparata: presuppone una nuova figura di
architetto capace di fornire elementi concreti per innescare
processi capaci da un lato di rispondere con aderenza alle
necessità complessive dell'area e dall'altra di orientare verso
scelte di riequilibrio percettivo. Il Laboratorio Progettuale di
Bioarchitettura si pone appunto in quest'ottica. Durante l'iter
progettuale si sono sviluppate alcune direttrici progettuali
principali, tese a verificare le possibilità di riqualificare
l'area attraverso una serie di proposte capaci di “ricucire” il
territorio mediante interventi architettonici progettualmente tesi
non alla qualità intrinseca ma a migliorare il luogo, interventi
insomma preoccupati non solo di innescare sviluppo
economico-sociale, non solo di rispondere con proposte funzionali
alle realtà locali, ma anche (e soprattutto) di restituire
accoglienza e calore ai luoghi, utilizzando gli strumenti da
sempre nella storia capaci di trasformare un posto in un luogo:
l'architettura. In questa azione racchiudendo la consapevolezza
che il cuore dell'atteggiamento ecologico sta nel restituire
accoglienza. La vocazione ancora agricola dell'area, il fatto che
i siti più piacevoli da percorrere a da vivere siano quelli ove il
passato, il lavoro e la tradizione hanno lasciato i loro segni,
sono stati gli elementi che hanno indirizzato il cammino. I
progetti scaturiti da questo nuovo concetto rappresentano il
connubio tra elementi e istanze la cui equilibrata combinazione è
capace di ricomporre i luoghi “degradati”, tutti quei luoghi
cambiati rapidamente senza pensare al passato e senza guardare al
presente. Scoprire se, superata la tragica oscillazione tra
magniloquenza e squallore propria dell'edilizia contemporanea,
esiste la possibilità di restituire significato contemporaneo
anche a luoghi che il nonno avrebbe voluto non cambiassero.





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