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BIOARCHITETTURA
 

Numero 35 di febbraio-marzo 2004

Dov'è il punto zero

Ugo Sasso

 

I più aspettano che in queste pagine si parli delle mirabolanti frontiere dell'ecologia, per esempio dei vetri che si oscurano in funzione della luce (forse è più semplice mettere i vetri dove effettivamente servono) o delle pompe di calore che raffrescano l'aria (e magari scaldano la falda) o di facciate fotovoltaiche (anche se per alcune realizzazioni capita che l'energia investita non venga restituita nell'intero arco di vita utile). Invece preferiamo discutere di strategie lungimiranti, di soluzioni semplici, di tecnologie povere. Per esempio di terra cruda, che quasi quasi sembra un argomento da boy scouts o comunque da Terzo mondo, noi che abbiamo una tra le industrie più efficienti d'Europa, che siamo maestri nel cemento armato, nei sistemi di condizionamento, nella domotica, cioè la “casa intelligente” dove basta spingere un bottone o semplicemente telefonare dal cellulare e tutto succede. Il motivo della nostra ritrosia a pubblicizzare queste tematiche è presto detto. Si legge infatti in cronaca (di oggi, ieri…domani, è uguale) “sequestrata discarica abusiva di rifiuti pericolosi dall'edilizia” (cosa ci sarà mai?); “rilasciata licenza per un ipermercato in zona vincolata: secondo il sindaco porterà 120 nuovi posti di lavoro” (e quanti rapporti sociali distrugge?); “approvata deroga sulla qualità dell'acqua: dai rubinetti ora sgorga acqua potabile” (così per legge, possiamo stare più tranquilli); “moria di pesci: si indaga sulle industrie vicine” (qualcuno prenderà forse una multa, ma quando un corso d'acqua muore, risuscitarlo è difficile).
Come tutti sappiamo e facciamo finta di non sapere, potremmo continuare fino ad attribuire, ditta per ditta, nome per nome, quelle 800 morti che secondo l'OMS in Italia sono sicuramente connesse con la produzione chimica. Con facilità si è al contrario sbiadita la memoria della nave che a Scarlino, tutti i giorni, dal '74 in poi, trasportava fuori dalle acque territoriali quegli scarti della produzione del biossido di titanio, che ai marinai sembravano innocui “fanghi rossi”. Pochi rammentano poi l'esplosione della cisterna di solvente che nell'88 a Massa Carrara costrinse mezzo territorio provinciale all'evacuazione.
Anche dell'Acna di Cengio, dove producevano coloranti, non si parla più da quando tutti i processi sono andati in prescrizione. È invece del '91 il naufragio della motonave Haven dinanzi alla Liguria e il mare ricoperto da 50 mila tonnellate di greggio; i danni, quelli riparabili, furono risarciti solo in parte. Invece i 50 milioni di euro necessari per decontaminare dal Pcb, antiparassitario per il legno, i terreni intorno Brescia se li accollò lo Stato. Cosa sia davvero successo a Marghera non è accertato, sicuro è che nella Laguna sono sepolti tanti veleni da spegnere, se messi in circolazione, ogni vita nell'Adriatico. È dell'anno scorso l'accusa di “associazione a delinquere” per 18 alti dirigenti dell'Enichem. Saranno giudicati colpevoli? Forse hanno delle responsabilità ed è giusto che paghino. Pochi si rendono tuttavia conto che tutto ciò ha a che fare con le nostre azioni quotidiane, le scelte più semplici, quello che si regala al compleanno dell'amico, scegliere una porta, comprare una carrozzina, partecipare alla costruzione di una villetta che peggiora il paesaggio (si, ma di poco!), talvolta addirittura quando pensiamo – in un impeto ecologico – di rendere più accogliente la stanza dei bambini dipingendo le pareti o decidiamo di rivestire la seconda casa con un cappotto termico per risparmiare energia. In quasi tutti i casi i materiali che adoperiamo, le cose di cui ci circondiamo, provengono da là, dalle fabbriche di inquinamento. Produrre, consumare, sprecare, abbattere, scavare, bruciare, rinnovare, comprare, consumare, costruire, buttare. Solo una percentuale delle risorse (materiali ed energie) utilizzate nella produzione rimane nel prodotto, il resto è subito scarto. Dopo un po', anche il prodotto diviene rifiuto e con questo il percorso è completo: la totalità di ciò che abbiamo preso, è stata distrutta. La realtà è che dovremmo ammettere di essere tutti complici di una maniera di vivere, gestire, pensare che distrugge, annienta, massacra. Sono affermazioni drastiche? Ci vorrebbe più tatto, eleganza, accennare per metafora? Ci piacerebbe, ma purtroppo non è possibile in una società in cui, soddisfatti con abbondanza i bisogni effettivi, ci inventiamo sempre nuovi consumi fittizi. Tutto ha un costo, solo che non è sempre uguale. Parliamo dunque volentieri di terra cruda che, a considerarla “punto zero” in termini di costi e di incidenza, con cui confrontare ogni alternativa, inizierebbero a chiarirsi molte posizioni, partendo da quelle che vedono nell'ecologia il più recente stratagemma per convertire il mondo (in realtà, una piccolissima parte di esso: quello opulento che ha soldi da spendere, cioè noi) alle avveniristiche, favolose proposte dell'ultima lucida, elegante, sofisticata e consumistica tecnologia.

 

 

 
 

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