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BIOARCHITETTURA
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Numero 35 di febbraio-marzo 2004
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La storia e il
quotidiano
Nei Làdiri di Sardegna
Alceo Vado
Già Vitruvio, primo
grande estimatore dei lateres crudi, è costretto nell'opera omnia
a non mostrare troppe preferenze, visto che lo stesso mecenate del
suo lavoro amava nel contempo vantarsi di “…aver ereditato una
Roma in terra cruda e di lasciarla in marmo”. In Sardegna come
in alcune altre rare regione d'Italia, il costruire in terra cruda
è sinonimo di Opus Latericium, ovvero di “muro di mattoni
d'argilla seccati al sole e legati con malta” (Diz. Garzanti
della Lingua Italiana), il che ci aiuta a correggere il luogo
comune che vorrebbe indicare con tale nome una costruzione in
laterizio, come noi oggi chiamiamo i mattoni cotti, ed a cui
invece va riservato il termine generico di “opus testaceum”,
poi specificato con ulteriori appellativi secondo la trama stessa
che i mattoni disegnano. Nell'Isola l'opus latericium assume un
carattere davvero peculiare: nei due Campidani, di Cagliari ed
Oristano, vale l'assunto che il mattone crudo, fino a poco prima
dell'Ultima Guerra sia stato l'unico materiale possibile per
l'architettura domestica e quella rappresentativa. Tant'è che a
differenza del resto del Mondo Occidentale (america latina
inclusa) in cui il mattone crudo è chiamato “adobe”
(dall'arabo ad_tub = mattone) alla Sardegna è comunemente
accreditato, anche in ambito internazionale, il sinonimo più
antico e in lingua sarda di “làdiri”. Tale nome trae
origine dai citati lateres crudi romani, con cui furono realizzate
le antiche Ville urbane, intorno alle quali gli autoctoni
aggregarono nel tempo le tante domus a corte di italico modello,
che durerà sin oltre l'800. Durante questo secolo l'architettura
dei Sardi non subisce cadute di stile.
Il curatore di quella
che resterà fino ai nostri giorni l'unica Scuola d'Architettura di
Sardegna (Università di Cagliari dal 1840 al 1876), l'architetto
Gaetano Cima, progetta egli stesso due ville padronali realizzate
in terra cruda ed ancora oggi visibili nei centri storici di Pula
(CA) e di San Sperate (CA). La prima metà di questo secolo
proietta anche in Sardegna i veleni di quell'Accademia globale che
trarrà dagli avvenimenti coloniali le teorie per una Cultura
fondata sui “dislivelli”. Così per la nuova storiografia l'alterità
è tollerata solo se riconoscibile nei sinonimi di primitivo,
popolare, etc. In particolare la dottrina meta-linguistica, nei
confronti della tecnologia specifica dell'opus latericium e dello
stile tipologico-insediativo, userà il termine di “vernacolare”.
Per altro, dagli anni Novanta ai giorni nostri s'intensifica e
riprende corpo un interesse sistematico per la tecnologia storica
della Sardegna del sud, ovvero quella compresa tra il 39° ed il
40° parallelo. Importanti saranno in questa fase i contributi di
alcuni settori della Facoltà d'Ingegneria dell'Università di
Cagliari e nello specifico del Dipartimento di Architettura.
Grazie alla contemporanea comparsa sulla scena delle tematiche
bio-edili, la progressione d'attenzione da allora ad oggi è stata
esponenziale, mostrando alla luce dei fatti che in Sardegna la
tecnologia del làdiri era ben lontana dall'essere dimenticata. I
Comuni sardi storicamente toccati dall'Architettura di terra,
secondo i tre sottotipi indicati nel 1952 da Osvaldi Baldacci sono
ben 184, ovvero il cinquanta per cento degli Enti locali
dell'Isola. È nata di recente l'Associazione Nazionale Città della
terra cruda, presieduta da un Sindaco della componente sarda, che
accomuna come soci ordinari quindici comuni sardi, cinque
abruzzesi e tre marchigiani, più altre istituzioni pubbliche e
private, comprese importanti associazioni di settore. L'attività
di restauro è manifestazione quotidiana in Sardegna, così come le
neo-realizzazioni sono fenomeno non trascurabile, con prospettive
di grande respiro.
Nel frattempo la Sardegna è oggi la prima regione in Italia per
l'uso pro capite di materiali cosiddetti innovativi quali l'RDB
gasbeton (blocco di calcestruzzo cellulare autoclavato) e l'Isotex
(blocco cassero in legno cemento). Si tratta di esempi non stati
citati a caso: altro non sono che invenzioni della prima metà del
Novecento riciclate in occasione dell'entrata a regime delle
Direttiva CEE 2001/91/CE. Il primo tipo di materiale è un brevetto
del 1924 (Erikson) mentre il secondo, pur dello stesso periodo, è
stato invece usato prevalentemente intorno al 1948 sotto il nome
di “Fibrarmato” (G. Tonini); fu tutelato negli apparati di stampo
per la produzione industriale piuttosto che nel processo di
mescola, tant'è che viene riproposto oggi in forma diversa e con
brevetto tedesco. Tutto ciò avveniva al tempo per la volontà
dichiarata di uscire dalla visione artigiana del cantiere.
Nonostante il successivo superamento della prefabbricazione come
orientamento unico dell'industria edilizia, il cantiere seriale
rappresenterà in ogni caso il nuovo credo, tant'è che verso la
fine degli anni ‘50, con la fugace apparizione sulla scena
italiana del movimento per l'Architettura neorealista scoppia al
suo interno la polemica delle “tecnologie difficili”
decretando in pratica non solo la fine di qualunque tecnologia
storica (terra cruda inclusa), ma persino la lenta dismissione
della più antica e sperimentata struttura edificatoria del mondo,
quella a muratura portante (il D.M. 20 dicembre 1987 dovrà
paradossalmente ricordare regole e modi operativi in sicurezza,
dimenticati in soli trent'anni nonostante ce ne fossero voluti
trecento per comporne la più completa ed accorta manualistica
architettonica moderna di tale sistema costruttivo). Così il Piano
di Rinascita della Sardegna (anni '50 e '60) investì a suo tempo
importanti cifre in una campagna di riconversione degli operatori
edili isolani, onde predisporli all'operatività del cantiere
seriale che si andava affacciando sul mercato.
L'esempio costruito
La presenza capillare in Sardegna di realizzazioni storiche in
terra cruda fa sì che nella cultura tecnologico-operativa
sopravviva oggi una certa familiarità con alcune pratiche
procedurali d'intervento su questi edifici particolari. In pratica
sia gli interventi saltuari di manutenzione sia quelli
specialistici di restauro e finanche di nuova costruzione coi
làdiri, permettono già di constatare una spontanea e diffusa
rispondenza di queste architetture ai requisiti del D.M.
20-11-1987 “Norme tecniche per la progettazione, esecuzione e
collaudo degli edifici in muratura e per il loro consolidamento.”
In effetti La Sardegna possiede in Europa il più elevato numero di
centri urbani realizzati interamente in terra cruda ed ha mostrato
in passato un'importante cultura diffusa dell'uso appropriato di
malte ed intonaci di terra. Persino nella parte nord dell'Isola,
ove la materia prima tradizionale è la pietra, veniva applicata la
regola descritta nel “Dizionario storico di Architettura”
di Quatremère De Quincy (traduz. italiana di A. Mainardi – Mantova
1844) “Ne' paesi ove non trovasi gesso, suol farsi alle
fabbriche ordinarie un'incamiciatura composta di terra mescolata
con paglia trita”. La differenza sostanziale tra le
realizzazioni in terra cruda presenti in Sardegna e quelle
dell'Italia continentale è che queste ultime, a parte rare
eccezioni, sono nel loro complesso singole opere poderali,
finanche risolte secondo apposita manualistica rurale
settecentesca, mentre nell'Isola si tratta di interi centri
storici la cui tecnica muraria originaria è stata opportunamente
integrata nel tempo dai principi generali che i trattatisti e le
diverse correnti d'architettura consegnarono all'arte ordinaria
del buon costruire. Con l'oblio di questi antichi saperi, il
patrimonio architettonico ha subito un forte stato di degrado e
d'abbandono, ma si è trattato di una sorta di “stand-by”;
oggi risvegliato dalla ricerca di una nuova qualità materiale
della casa e dell'abitare sano, che nell'Isola ovviamente si
traducono con un immediato e spontaneo richiamo alla case in adobe.
Aspetti economici
Il cantiere di terra, se affrontato in termini strettamente
tradizionali, ovvero legati ad un'applicazione canonica (o
integralista) non appare ancora competitivo. Nella fase di
riconversione culturale verso i principi di una casa sana e
sostenibile, come quella che stiamo vivendo, assistiamo in pratica
al dilagare di uno slogan che paradossalmente alimenta il consumo
di materiali ed una richiesta d'edifici, solo apparentemente
biologici. Tra gli aspetti intrinseci nelle materie prime
concorrenti con la terra cruda infatti, raramente si considera la
quantità d'energia incastonata nel prodotto ed il corrispondente
volume d'anidride carbonica rilasciato nell'ambiente, nonché
infine il debito inquinante che si risolverà all'atto della
dismissione. Allo stato attuale il riuso a livelli imprenditoriali
del costruire in terra cruda si scontra con il costo della
produzione artigiana del mattone di terra sia auto-prodotto in
cantiere sia acquistato presso un fornitore esterno. Nonostante
quasi tutti i conglomerati di terra, sotto i primi trenta
centimetri del terreno vegetativo, siano abbastanza simili tra
loro, la ricerca di qualità della tradizione storica aveva in
qualche modo prodotto l'effetto cava; ovvero una serie di luoghi
presso l'agro della “Villa”, deputati al prelievo della terra più
opportuna atta a produrre i làdiri delle migliori Case padronali
dell'espansione urbana. I produttori odierni hanno in pratica lo
stesso problema, garantirsi una provvista delle mescole più
vantaggiose provenienti da scavi e/o movimenti terra dei luoghi
più disparati purché al più basso costo possibile. Ove quest'apporto
non fosse garantito con la necessaria qualità e quantità, è
necessario rammentare che le conoscenze moderne consentono rapide
analisi e specifici aggiustamenti in fabbrica del conglomerato di
terra occorrente. Non a caso una prima innovazione, già maturata
nella pratica quotidiana sarda, riguarda l'approvvigionamento
della terra, sintetizzabile nel seguente assunto: “Bisogna
usare la terra cavata dallo stesso luogo dove sorgerà la casa”.
Sarà dunque il cantiere ad adeguarsi alla materia prima; ovvero
non solo adobe ma anche pisé o massone e così via, secondo i
risultati delle analisi e delle quantità e qualità delle terre
disponibili, ivi compresa quindi la possibilità d'introdurre
ibridi di lavorazione in possibile combinazione tra loro, sia per
necessità, sia per precise scelte progettuali e/o estetiche od
anche per la soluzione delle diverse risposte bio-climatiche
dell'edificio. Detto in altre parole, oggi la costruzione in terra
cruda prende definitivamente atto della nuova realtà metodologica
di gestione del progetto, che non vede più in prima linea la
bravura intuitiva del rimpianto “maestro di muro” ma uno specifico
tecnico, responsabile dell'intero procedimento, ivi comprese le
precauzioni contro il sisma che per una costruzione in terra sono
in pratica identiche per le tre varianti tecnologiche storicamente
disponibili che, di contro, per loro natura consentono invece
un'utilizzazione economica differenziata della materia prima.
Risolto il problema dell'approvvigionamento economico della
materia prima, anche le performance più lente e di qualità
artigiana che il cantiere in terra cruda richiede, diventano
accettabili introducendo appositi macchinari, fino al punto da
rientrare in costi finali pari ai normali valori delle
contrattazioni ricorrenti. Ovvero risulta possibile immettere sul
mercato un prodotto di qualità a prezzi così vicini a quelli
dell'edilizia comune, da permettere di attrarre a sè il gradimento
dei tanti acquirenti sensibili di oggi.
Il dato finale importante è che in pratica non sarà necessaria
alcuna campagna preventiva di modifica della struttura prevalente
di “nano impresa”, eventualmente presente, perché essa si mostra
sistema naturale con cui affrontare le prestazioni accurate che
l'architettura di terra richiede. Senza il “fiato sul collo” di un
rapporto tempo-prestazione distorto dalla quantità dei soggetti
impiegati, persino gli incidenti sul lavoro vengono drasticamente
ridimensionati.
I sostenitori d'oggi
Per i motivi espressi, è evidente come in Sardegna quando si parla
di làdiri appaiano comunque e diversamente interessati, oltre alle
Università e agli specialisti di settore, ai quali va sicuramente
riconosciuto gran merito, anche altri settori della vita civile e
culturale:
• Centri di Governo del territorio: dagli Enti locali alle
Istituzioni Provinciali e Regionali, ivi compresi i relativi
Uffici tecnici ed amministrativi.
• Il mondo imprenditoriale e produttivo, dall'impresa di
costruzione e restauro ai rivenditori di prodotti edili e di
produzione artigiana dei materiali di base, ricordando che il
settore si caratterizza per dimensione organizzativa piccola e
piccolissima, maggiormente stabile rispetto agli umori del
mercato.
• Gli Ordini Professionali di ogni livello in quanto
l'architettura di terra, con il suo sistema statico “murario”,
coinvolge anche tecnici quali periti agrari, edili, geometri tant'è
vero che uno degli ultimi progetti in làdiri di cui si ha notizia
certa fa riferimento ad una “licenza edilizia” firmata da un
geometra di Selargius nel 1959.
• Associazioni varie, tra cui Pro-loco e sodalizi di
manifestazioni d'arte e mestieri della tradizione popolare, per
giungere fino ai gruppi di Volontariato civile e di formazione
politico-sociale.
• Non ultimo, il settore educativo di ogni ordine e grado e quello
della formazione professionale, in cui si sviluppano infinità di
micro-ricerche, progetti sul campo e piccole pubblicazioni locali.
Pochi sono nel XX secolo i documenti italiani di resistenza
culturale a difesa delle costruzioni in argilla cruda; tra i
principali ricordiamo:
I documenti della difesa
- 1935 Edizioni Treves – Milano – “Arte Sarda” autori
l'architetto G.U. Arata ed il pittore sardo G. Biasi; oggi in
ristampa anastatica a cura di Ed. Delfino, Sassari
(1° rist. 1986 – 2° rist. 1992).
- 1941 Ed. Arrault – Tours (France) – “Pàtres et paysans
de la Sardaigne” – autore il geografo Maurice Le Lannou;
seconda ediz. francese La Zattera – Cagliari 1971, prima ediz.
italiana “Pastori e Contadini di Sardegna” – Ediz. Della Torre –
Cagliari, marzo 1979, seconda ediz. Italiana – Ed. Della Torre –
Cagliari, dicembre 1979.
- 1952 Poligrafico toscano – Firenze-Empoli – “La casa
rurale in Sardegna”, autore Osvaldo Baldacci, per conto del
Centro studi per la geografia etnologica. L'autore scoprirà,
nonostante il titolo della ricerca imposto a priori, che in
Sardegna in pratica non esiste ruralità.
- 1957 Ed. La Zattera – Cagliari – “Architettura
domestica in Sardegna” significativamente sottotitolata per la
realtà che trattiamo “contributi per la storia della casa
mediterranea” – autore l'architetto Vico Mossa, che resterà
per molto tempo l'unico sostenitore di queste problematiche. Il
libro è oggi in ristampa anagrafica a cura dell'Editore Delfino di
Sassari.
- 1957/60 Nel triangolo territoriale definito dalle Città
sarde di Bosa-Macomer-Oristano, l'OECE (Organizzazione Economica
della Comunità Europea, poi OECD) attua un programma di
sperimentazione internazionale finalizzato alla Spagna, all'Italia
meridionale ed insulare, alla Grecia ed alla Turchia, finanche per
il riutilizzo della terra cruda nei neo-insediamenti ma la ricerca
non produrrà risultati concreti (in: F.Clemente “La
pianificazione territoriale in Sardegna” Ed. Gallizzi, Sassari
1964).
- 1962 L'Università di Cagliari resta priva della Facoltà
d'Architettura (la sua licenza governativa passa a Palermo) perciò
la Sardegna non partecipa direttamente alla ripresa del dibattito
nazionale degli anni ‘70 in merito alle neo-attenzioni verso
l'Architettura cosiddetta “popolare”.
• Il ritardo sarà però in pratica pari a quello dell'architettura
di terra nazionale, ovvero il tempo di metabolizzare nei primi
anni ‘80 “Le meraviglie dell'Architettura di terra” di E.
Galdieri, quindi... i tempi della ripresa di cui stiamo trattando.
Considerazioni conclusive
La tecnologia dell'opus latericium, può già essere inserita a
regime (ed a ragione) tra le norme del D.M. 20 novembre 1987,
quale pre-requisito dei modi utili al costruire antisismico,
persino richiamando a sé il termine storico di “pietra di terra”,
come definivano i Greci antichi il mattone crudo, prima ancora che
Vitruvio ne descrivesse le particolari qualità, modalità d'uso e
limiti d' applicazione. Operare con il sistema che abbiamo
trattato, richiede le stesse attenzioni minime di una qualunque
fabbrica in blocchi di calcestruzzo cellulare autoclavato (e
simili riscoperte avveniristiche) ivi comprese le medesime
tolleranze agli errori esecutivi dell'applicazione cantieristica,
che nel complesso risultano sempre e comunque di gran lunga
inferiori ai difetti nascosti delle realizzazioni ad opera lapidea
incerta, considerata sicura in termini aprioristici. La diffidenza
da parte di chi non conosce l'opus latericium, ad immaginarlo
inserito tra i quadri del succitato D.M. riguarda normalmente
l'aspetto rappresentato dal punto 2.3. “caratteristiche
meccaniche della muratura”. Ebbene, la tecnologia dei mattoni
crudi s'inserisce tranquillamente per interpolazione lineare tra i
primi valori sia della tabella A del punto 2.3.1.1. che tra i
primi della tabella D del punto 3.3.1.1. Alcune specifiche di
merito sulla lavorabilità dei prodotti argillosi richiedono invece
un'integrazione ad hoc tra i requisiti di cui al punto 1.2.1.
dedicato alla preparazione delle “malte”; mentre quant'altro
aspetto di carattere generale dei mattoni crudi, andrà
semplicemente aggiunto con le proprie caratteristiche fisiche e
meccaniche nel D.M. citato.
Il centro anziani di Sestu
Si tratta di opera ex-novo di pubblica utilità, eseguita in terra
cruda grazie alla caparbietà tutta sarda dell'imprenditore e
dell'estensore di queste note e dietro apposita autorizzazione
dell'allora Sindaco di Sestu. Ripartendo dai metodi edificatori
spontanei che la tradizione muraria sarda aveva abbandonato alla
fine degli anni ‘50, con l'introduzione di opportune varianti
evolutive, è stato possibile realizzare in una sorta di connubio
storico-moderno un intervento in muratura portante di terra cruda
con tanto di accorgimenti antisismici ed un insieme impegnativo di
lavori di finitura ed accessori d'architettura. Il riferimento
metodologico generale è rinvenibile nel comma 2° del punto 1.1.
del D.M. 20/11/1987 che recita “…per altre tipologie edilizie,
le presenti norme potranno assumersi quale utile riferimento
metodologico”. Dal punto di vista strettamente costruttivo, si
tratta di muratura costituita da elementi resistenti artificiali
in forma parallelepipeda di conglomerato naturale (làdiri =
laretes crudi) collegati tra di loro tramite malte di diverso
tipo. Detta tessitura è stata messa in opera stilata con cordoli
verticali collaboranti di laterizi, del tipo noto come Doppio Uni,
collocati ad interassi costanti e la trama complessiva è stata
intercalata secondo necessità e conclusa verso l'alto con fasce di
conglomerato cementizio opportunamente armato. Dette fasce e
coronamenti sono avvolti da casseri murari collaboranti,
utilizzati per il getto in opera e realizzati secondo necessità
con mattoni di terra o con laterizi del tipo citato. Il volume
complessivo di suddette “anime armate” e/o “catene”, secondo le
funzioni, è pari al 4% delle parti murarie valutate nel loro
insieme. Tutti i muri hanno funzione sia portante che di
controventamento, resistendo ad azioni verticali ed orizzontali,
con cui concepiscono una struttura tridimensionale costituita dal
cosiddetto “sistema scatolare antisismico”. La gamma delle malte
variamente utilizzate è stata quella dell'apposita tabella del DM
citato, ad esclusione della sola M4 pozzolanica che non si è resa
necessaria. A questa prima tabella ne è stata aggiunta una
seconda, specifica per le malte di terra, ovvero impasti naturali
a base di agglutinante argilloso proporzionato secondo le
necessità e le funzioni richieste dalle applicazioni. In questa
seconda categoria figura anche una sotto-tabella di particolari
miscele delle prime due e nota tra le tecniche di lavorazione
della terra cruda con l'appellativo di “terre stabilizzate”.
Speciali riunioni preventive degli operatori hanno permesso di
mostrare a video alcune simulazioni di errori da evitare e di fare
raccomandazioni in merito alla separazione netta delle due diverse
lavorazioni cantierabili: da un lato i materiali normati dal DM di
riferimento generale e dall'altro le manualità in terra cruda e la
preparazione degli impasti argillosi. Sono stati organizzati in
modo differenziato, appositi macchinari, distinte attrezzature e
personale specifico. Sulle mescole e le applicazioni particolari
le informative erano espresse su supporto cartaceo ed una copia è
sempre stata disponibile presso il capo cantiere di settore. La
presenza in sede da parte della direzione specialistica è stata
quotidiana e spesso ha esemplificato di propria mano quanto andava
fatto. In previsione di eventuali ulteriori verifiche da parte
dell'Amministrazione ricevente, sulla struttura del Centro Anziani
sono stati effettuati per conto dell'Impresa realizzatrice i
collaudi statici ed una serie di prove e test riguardanti i
materiali in terra cruda. Prima della produzione dei mattoni, sono
state fatte le analisi granulometriche e quant'altro necessario a
stabilire i limiti di lavorabilità della terra a tale scopo
deputata. In un secondo tempo, in base alle caratteristiche
costruttive ed alla tecnologia adottata per le pareti portanti (opus
latericium), sono stati confezionati alcuni campioni della
muratura stessa e quindi sottoposti a test di compressione in
apposito laboratorio abilitato alla certificazione delle prove sui
materiali. I campioni erano costituiti da muretti di due tipi, ad
una e due teste, e di ciascun tipo furono realizzati due elementi.
Ad opera conclusa, il Prof. Rinaldo Vallascas dell'Università di
Cagliari, ha testato con apparecchi specifici l'andamento termico
della parete climatologicamente più svantaggiata, rilevandone dati
sulla conducibilità del mattone in terra cruda ed altri elementi
di settore utili ad una ricerca sul campo in merito alle sue
materie d'insegnamento e di specializzazione universitaria.





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