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BIOARCHITETTURA
 

Numero 36 di aprile-maggio 2004

Bilbao? No, grazie
Ugo Sasso

Lo strumento principe che l’architettura contemporanea ha saputo mettere a punto per riqualificare i luoghi, consiste nell’attirare su di essi l’attenzione dei media, della cultura e quindi dell’economia. Una volta si chiamava “effetto Stuttgart”, riferendosi alla intelligente e tutto sommato opportuna operazione che, semplicemente affidando a James Stirling la realizzazione della nuova Staatsgalerie, seppe lanciare alla fine degli anni '70 l’immagine di Stoccarda come nuovo polo culturale europeo: il fortunato intervento edilizio, senza che venisse modificata in maniera significativa la dotazione degli oggetti esposti, quasi di colpo riuscì a moltiplicare per cinquanta il flusso dei visitatori rispetto alla precedente struttura museale.
Lo stesso fenomeno, anche se vestito di forme più eclatanti ed aggresive, viene oggi definito “effetto Bilbao”, cioè come far risorgere un contesto degradato inserendovi un monumento, un edificio/spettacolo. Nel caso in questione il luogo non avrebbe potuto essere più squalificato: una zona portuale fuoriuso, con i suoi residui arrugginiti e scalcagnati carichi di oppressione e squallore, in una città ancora addormentata. In effetti le scelte strategiche della municipalità che seppe inventarsi quel “mattacchione” di Frank Gehry con la sua scultura-museo destinata a contenere la collezione Guggenheim, sono state premiate. Seguendo un copione scritto a tavolino, le visioni “titaniche” sono state prima promosse in tutte le riviste d’architettura patinata del mondo, accentuando con foto abilissime l’idea straniante ed avveniristica dell’oggetto (pochi, quasi assenti, i riferimenti al contesto, all’inserimento urbanistico, al rapporto volutamente conflittuale con l’intorno) quindi si è passato ad oculati reportage sui settimanali di prestigio e per concludere, alle vendite dell’immagine “idealizzata” alle agenzie di pubblicità purché venisse garantito che gli oggetti da promuovere fossero di alto profilo: telefonia mobile, auto, profumi, percorsi aerei. Chi può dire di conoscere oggi Bilbao e quanti invece sono convinti di sapere tutto sul suo monumento? Bilbao, la città che ha saputo proiettare su di sé un processo di riqualificazione materiale e immateriale, che si è inventata un volto e un’immagine imponendo l’identificazione del tutto con un suo specifico monumento. In apparenza nello stesso ordine di quanto avviene con la torre di Pisa, il Colosseo per Roma o il campanile di San Marco per Venezia; in realtà in maniera ad un tempo più subdola e assoluta perché il Guggenheim non si limita a segnalare e riassumere, ma tende alla sineddoche incondizionata, alla parte che sta davvero per il tutto.
Al di là della dinamica pubblicitaria, della perfetta orchestrazione attraverso cui il monumento è stato condotto a farsi spot di se stesso, la perfetta riuscita dell’operazione è gravida di ampi coinvolgimenti culturali, tant’è che nella percezione dell’architettura si è venuto a creare un prima e un dopo Bilbao. Grazie a Gehry lo schiribizzo dell’architettura inscenata sconfigge ed annienta la proposta dell’edilizia semplicemente corretta; l’architettura “meravigliosa” e “stupefacente” annulla l’attenzione culturale per le costruzioni solide e durature (la meraviglia e lo stupore sono tra le sensazioni meno persistenti: decrescono in funzione del ripetersi dell’apparizione). Tutto ciò, sbandierato attraverso i tamburi del circo mediatico, condiviso dal micidiale impasto formato da decisionismo ignorante/cultura intrisa di idealismo/speculazione affamata, diventa il riscatto dell’architettura, degli architetti e delle scuole d’architettura del nostro tempo, affrancati dalla rozzezza del quotidiano, dalle pastoie del mestiere e proiettati finalmente verso l’esibizione, la stranezza, la bizzarria; liberi di correre verso l’Arte. Il vero architetto non si piega a progettare edifici (preda della speculazione), né ad organizzare i luoghi di lavoro (“qua mettiamo la zona artigianale” equivale a decidere di cancellare dalle mappe e dalla memoria un pezzo di territorio) né a coordinare, passo dopo passo, i processi di riqualificazione edilizia (è inutile: le persone che vivono negli alveari della 167 e lavorano nei luoghi della dannazione, continueranno a costruirsi appena possono le seconde e terze case, più o meno abusive, più o meno condonate). Per cui diventa privo di senso sforzarsi di comprendere la tipologia, cogliere le tensioni dinamiche dei luoghi, confrontarsi coi problemi del ridisegno urbano: la riqualificazione non può che avvenire attraverso il richiamo di flussi economici i quali, come in borsa, affossano chi vacilla e innalzano chi accenna ad espandersi. Bilbao lo ha dimostrato: il successo dell’architettura si misura attraverso le trasformazioni che è riuscita ad irraggiare come effetto secondario. Perciò basta mettere un museo, un auditorium, una biblioteca fantasmagorica realizzata dai progettisti di grido, cioè quelli che riescono a farsi pubblicare sulle riviste perché vincono i concorsi perché riescono a farsi pubblicare sulle riviste, e tutto si risolve: si mobilita l’attenzione pubblica, appaiono i negozi di firma, arriva la gente che conta, crescono i valori degli immobili circostanti, ecc. ecc. Come se tutto ciò fosse immune da costi ambientali, come se nella nuova periferia (c’è sempre, più in là, una nuova periferia) non si accatastassero in maniera ancora più accelerata i rifiuti espulsi dal metabolismo urbano, come se il numero degli spettatori, dei clienti, dei consumatori potesse impunemente espandersi all’infinito. Poiché la terra è circoscritta e la quantità delle risorse è limitato, le dinamiche fondate sullo star-system sono in effetti molto pericolose: quasi sempre puntare i riflettori su un obiettivo determina il buio da un’altra parte. Così l’architettura-monumento finisce per farsi complice e perpetrare le infamie dell’architettura quotidiana, distrugge l’idea dello spazio come tessuto, stritola il pensiero che la città, il territorio, la terra funzionano come organismo e non come meccanismo. Mentre ci sarebbe bisogno che gli aspiranti progettisti imparassero quello che poi saranno destinati a fare per tutto il periodo della loro professione (restauri, lottizzazioni, condomini di periferia, villette per gli amici) vengono educati a vedere solo l’eccezionale. Il risultato di tale discrasia è sotto gli occhi di tutti: ogni tanto qualche edificio decente, ovunque e sempre uno spazio privo di nessi, di legami, di riferimenti.
La responsabilità dello squallore quotidiano i progettisti la demandano ai politici, ai costruttori, agli urbanisti, agli uffici tecnici: non che questi attori siano poco importanti, ma dobbiamo ammettere che la nostra cultura architettonica, anche se tutte le condizioni fossero favorevoli, non possiede gli strumenti per rendere un luogo significativo, accogliente, armonico, umano.
Persino quando c’è l’opportunità di costruire un intero quartiere, quando l’inondazione o il terremoto (le ragioni di tali disastri è altro argomento) spazzano il territorio; oppure qualche amministrazione destina un pezzo di campagna all’ampliamento del parco edifici, anche là dove la dimensione dell’intervento obbligherebbe davvero a cucire i singoli elementi in maniera da farne organismo capace di vivere e pulsare insieme al contesto storicamente cresciuto, mostriamo sino in fondo la nostra inadeguatezza. Gli esempi non mancano: Gibellina, Longarone, oppure la nuova Laviano ricostruita dopo il terremoto del 1980 nella valle del Sele con sprechi concettuali e materiali tali da distruggere per sempre ogni assetto del paesaggio; oppure i tanti piani regolatori che inseguendo una assurda deregulation, consentono quella bieca marmellata di volumetrie che tenta di nobilitarsi autodefinendosi “megalopoli”. Si: i monumenti, anestetizzando la cultura in quanto le consentono di salvarsi la faccia; ignorando l’insipienza e distanziandosene, di fatto risultano funzionali alla spartizione concettuale tra Architettura ed edilizia e quindi a tutti quegli interessi particolari, furberie, egoismi, a quell’indifferenza e cinismo che determinano il degrado dei luoghi. Anche se li salutiamo come opere di qualità, i nuovi monumenti risultano funzionali alle strategie che indeboliscono le strutture di tutela, tollerano l’abusivismo, ottundono la stessa capacità di vedere e prevedere. È l’insieme di tutto ciò che giorno dopo giorno corrode intorno a noi la storia, il paesaggio e con esso la nostra dignità.
Effetto Bilbao? No grazie.

 

 

 
 

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