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BIOARCHITETTURA
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Numero 36 di aprile-maggio 2004
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Cosa vuol dire “biologico”
Roberto Pinton
Solo dall’approvazione del Regolamento 2092/91 esiste una
definizione univoca di “agricoltura biologica” anche se si è a
lungo discusso circa la reale opportunità di utilizzare in
proposito il termine “biologico”. La parola (derivante dal greco
bios=vita e logos=discorso), infatti, può apparire in questo caso
utilizzata impropriamente; questo semplicemente per il fatto che
diventa difficile pensare ad un’attività agricola di qualsiasi
tipo (ad esempio quella condotta col metodo tradizionale) che non
si basi sugli stessi principi “biologici” che stanno alla base dei
processi vitali. L’aggettivo “biologico” viene per la prima volta
introdotto nel 1959 dal genetista francese Raul Lemaire ed è
rimasto in alcuni paesi europei l’elemento qualificante
fondamentale di quella che da più parti è identificata come
“l’altra agricoltura”, definita di volta in volta in altri
contesti come agricoltura organica, ecologica, naturale,
biodinamica, ecc. Questa pletora di linguaggi trova riscontro
anche dal punto di vista pratico e ad aggettivazioni diverse
corrispondono infatti contenuti diversi, forme d’agricoltura
basate cioè su concetti differenti. L’origine di questo apparente
disordine sta anche nelle radici storiche del fenomeno e nella sua
differenziazione geografica. Dal punto di vista concettuale,
comunque, il tutto è riconducibile a 3 tendenze principali:
• la prima basata su una forte componente “spirituale” ed in netta
contrapposizione con la moderna agricoltura;
• una seconda basata su concetti di gestione attiva, produttiva ed
economicamente valida del territorio, seppur basata su metodi di
coltivazione totalmente diversi da quelli “tradizionali”;
• un ultimo approccio, sempre critico nei confronti
dell’agricoltura moderna, non ne rifiuta però alcune sue
acquisizioni fondamentali, compreso il ricorso, seppur contenuto,
alla chimica di sintesi; quest’ultimo approccio non può essere
annoverato – anche legalmente – tra i metodi biologici di
produzione agricola.
Da un decennio a questa parte, l’attività agricola è stata
oggetto, nei paesi industrializzati, di rilevanti mutamenti; e ciò
per il verificarsi di un complesso di eventi, tra i quali i
principali possono essere individuati – all’interno dell’Unione
Europea in particolare – nelle difficoltà espresse dal sistema di
sostegno ai prezzi dei prodotti agricoli (la vecchia Politica
Agricola Comunitaria). Esso, infatti, oltre a causare conflitti
nell’ambito delle trattative, ha anche favorito lo sviluppo di
un’agricoltura “intensiva”, sostanzialmente inquinante,
responsabile di alcune eccedenze produttive ed attrice principale
del progressivo rischio di depauperamento della fertilità del
suolo . Si è quindi assistito allo sviluppo di un sistema
produttivo il quale, oltre ad essere assolutamente non esportabile
nei paesi del terzo e quarto mondo, è risultato anche un grande
consumatore di energia ausiliaria, (soprattutto in forma di
combustibili fossili utili alla sintesi dei concimi azotati) e di
risorse ambientali. Recentemente risolti i problemi di
approvvigionamento alimentare, soprattutto nel mondo occidentale,
la crescita di una coscienza “ambientalista” nell’opinione
pubblica, l’aumento significativo della domanda di prodotti “sani”
(che tende sempre più a mutare il concetto di qualità del prodotto
alimentare, concedendo sempre maggiore importanza all’assenza di
residui di fitofarmaci), la crescente integrazione di culture e
stili di vita (compresi i consumi) tra i diversi popoli europei,
la rinnovata aspirazione verso modelli esistenziali più vicini
alla natura, hanno favorito l’auspicabile tendenza alla
“estensivizzazione” del processo produttivo agricolo. Una
significativa spinta verso questi mutamenti è avvenuta anche dal
“basso”, primariamente dai consumatori e dai movimenti d’opinione,
ma anche, e sempre più frequentemente, dalla componente illuminata
degli imprenditori agricoli. In una situazione di grave contrasto
internazionale (soprattutto tra gli agricoltori europei e quelli
nordamericani), di difficoltà nel recepimento e nello stoccaggio
delle eccedenze, di pressione della pubblica opinione, l’UE ha
compiuto, nei primi anni ’90, un iniziale significativo passo
approvando, tra l’altro, nell’ambito della nuova Politica Agricola
Comunitaria, il Regolamento CEE n. 2092/91 (relativo al metodo di
produzione “biologico” di prodotti agricoli e alla indicazione di
tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari).
Dal punto di vista concettuale, infatti, rimangono molteplici
interpretazioni sul significato di “agricoltura biologica” e
questo, anche sotto l’aspetto strettamente applicativo, non
contribuisce a fare luce sul problema. Le radici culturali del
processo “biologico” di produzione agricola, penetrano infatti
profondamente nel passato, tanto da conferirgli connotazioni che
talvolta sfociano nello spirituale e nel filosofico, motivate da
principi etici, sociali, ecologici in grado, in alcuni casi, di
sopraffare esigenze tecniche e di mercato, che per molti
agricoltori “convenzionali” sembrerebbero irrinunciabili. Il
Regolamento CEE n. 2092/91 allora, più che definire un percorso,
traccia dei confini all’interno dei quali intraprendere strade
differenti (intese come tecniche produttive), nel rispetto di
alcuni principi tecnici fondamentali.
Appare sensato affermare anche che il ricorso a metodiche
ascrivibili al concetto di “agricoltura biologica” permette al
produttore di collocarsi sul mercato in una “nicchia” che oggi
sembra avere interessanti possibilità di sviluppo, soprattutto se
alle caratteristiche di sanità e qualità del prodotto e di
“naturalezza” del processo produttivo che ne ha permesso
l’ottenimento, si aggiungono la “tipicizzazione”, in riferimento
alla zona di provenienza, e lo studio di efficaci strategie di
marketing (confezionamento, etichettatura, canali di
commercializzazione). A quest’ultimo proposito, infatti, se è vero
che tradizionalmente i prodotti “biologici” erano prevalentemente
acquistati da consumatori alimentati dalla stessa “spiritualità”
dei produttori, oggi è altrettanto importante – e non ancora
verificato – che essi possano divenire appetibili per una ben più
estesa porzione di mercato. È auspicabile allora che
l’“agricoltura biologica” non venga più considerata come “l’altra
agricoltura” quasi a costituire un universo a sé stante, ma che –
opportunamente ricondotta ai canoni agronomici ed economici
fondamentali – permetta, agli agricoltori che la conducono, di
produrre con sufficiente convenienza.
Per concludere, il movimento biologico all’interno dell’Unione
Europea sta oggi conoscendo un trend in costante ascesa, sia in
termini di superficie coltivata che per quanto concerne il numero
di operatori. Anche in Italia, l’area coltivata e gli occupati nel
settore sono in rapida ascesa, ma persistono tutt’oggi alcuni
fattori limitanti, tra i quali emergono sicuramente il mancato
boom della domanda di prodotti “biologici” e la non sempre chiara
situazione legislativa nazionale e regionale.



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