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BIOARCHITETTURA
 

Numero 36 di aprile-maggio 2004

Futuro manipolato
Il diritto di scegliere

Gianni Tamino

Biscotti, corn flakes, margarina, gelati, piatti precotti, crackers, maionese, omogeneizzati per neonati, cioccolata e snack al cioccolato: con buona probabilità tutti questi prodotti contengono derivati da organismi geneticamente modificati che, secondo una stima di Greenpeace, sono presenti nel 60% circa dei prodotti alimentari in commercio.
Il XXI secolo è stato definito “il secolo biotech” e non passa giorno senza che arrivi notizia di qualche svolta epocale nella conoscenza e nel controllo dei processi vitali. La clonazione dei mammiferi è diventata una realtà. L’emozione per qualche eccezionale annuncio non ha neanche il tempo di esaurirsi che appare una nuova storia sensazionale o terribilmente inquietante, a seconda dei punti di vista. Eppure, secondo una recente inchiesta condotta da Demoskopea solo un italiano su due conosce il significato della parola “biotecnologie”. Tralasciando per un momento gli enormi problemi etici, ambientali e sanitari che questa rivoluzione porta con sé, per capire quanto siamo indifesi, basta pensare che neppure coloro che sanno che cosa sono gli organismi geneticamente modificati possono scegliere se acquistare o meno prodotti alimentari da questi derivati: il diritto all’informazione, al consumo consapevole, in questo campo è una conquista ancora da fare. Provate a cercare al supermercato prodotti con l’avvertenza “contiene organismi geneticamente modificati” che, secondo la norma europea sarebbe obbligatoria dal settembre 1998: non ne troverete nessuno. D’altra parte, perché un cittadino dovrebbe volere un prodotto biotecnologico? Non è migliore di uno “naturale” né costa meno, perché, come spiegano le stesse industrie dei biotech, la spesa per la ricerca e per la sicurezza dei prodotti in questa fase è troppo elevata per poter permettere una riduzione dei costi. Al contrario, i prodotti geneticamente modificati, aumentano le possibilità di allergie, intolleranze, resistenze agli antibiotici e potrebbero causare moltissimi altri inconvenienti che ancora non possiamo valutare. I prodotti biotecnologici non sono etichettati proprio perché i cittadini non hanno nessun motivo per preferirli a quelli “naturali”.
Gli interessi in gioco sono altissimi, i rischi anche: la mancanza di informazione del consumatore non è una casualità, ma una precisa strategia.
Ma che cosa sono le biotecnologie?
La parola “biotecnologie”, che oramai evoca mostri, in realtà è dei tutto innocua: le biotecnologie sono tecnologie che utilizzano processi biologici, esistono quindi da quando esiste la civiltà umana, da quando l’uomo ha cominciato ad usare in modo razionale ciò che aveva attorno a sé: è biotecnologia la produzione del vino, della birra, del pane, dello yogurt, perché per fare queste cose si utilizzano microrganismi. Oggi però, quando si parla di “rivoluzione biotecnologica” ci si riferisce alle cosiddette biotecnologie innovative, alle tecniche capaci di modificare l’informazione genetica degli organismi viventi. Queste tecniche sono l’ingegneria genetica, ossia la manipolazione dell’informazione genetica delle cellule e degli organismi (che comprende anche le terapie geniche, ossia la capacità di intervenire su alcune patologie agendo direttamente sui geni) e la clonazione, la riproduzione, cioè, di copie identiche dal punto di vista genetico di animali dallo sviluppo embrionale complesso che normalmente in natura non sono in grado di riprodursi in questo modo.
Grazie alle tecniche di manipolazione è oggi possibile inserire, modificandoli se necessario, geni provenienti da una certa specie nell’informazione genetica di un’altra specie completamente diversa: geni animali in batteri o piante, geni umani negli animali ecc., producendo piante e animali “transgenici”. Questi nuovi organismi, non presenti in natura, frutto di un’azione dell’uomo sul loro DNA (acido desossiribonucleico, la molecola che contiene i geni), sono anche detti “organismi geneticamente modificati “ o semplicemente OGM (il padre di questa definizione è Jeremy Rikin, presidente della Foundation on Economic Trends di Washington ed esperto dei rapporti tra evoluzione scientifica e tecnologica, che così ha intitolato il suo ultimo libro, edito da Baldini & Castoldi, dedicato agli interrogativi sollevati dalle tecniche di manipolazione genetica).
Nel trasferimento di geni da un organismo vivente ad un altro non ci sono limiti, c’è però un grosso problema: l’ingegneria genetica non è in grado di operare con precisione. Il DNA iniettato si integra nel genoma del nuovo organismo senza la possibilità di prevedere tutte le interazioni con altri geni e con la fisiologia dell’organismo. Da sempre l’uomo ha operato una selezione artificiale in agricoltura e in zootecnia accoppiando animali o piante della stessa specie, e selezionando tra i discendenti quelli che avevano i caratteri che più interessavano. Tutto ciò, rispetto alla natura, era già una forzatura e le conseguenze negative sono sempre state considerate un mero inconveniente cui ovviare intervenendo dall’esterno: ricorrendo ad antiparassitari o a diserbanti, per esempio, se la pianta diveniva più debole rispetto a certi parassiti o a certe erbe, o arricchendo il terreno con sostanze esterne se la pianta selezionata aveva meno capacità di prendere dal terreno il nutrimento. Dietro a questi comportamenti c’era una convinzione che si potesse anche alterare tutto l’ambiente intorno pur di mantenere la possibilità di sopravvivere alla pianta o all’animale ritenuti più utili all’uomo.
Oggi però siamo andati ben oltre: non si tratta più di selezionare tra tutte le varianti possibili quella che più interessa, ma di “inventare” queste varianti possibili: si può inserire, in un pianta, il carattere di un batterio che dà la resistenza a un fungo, a un insetto per evitare di usare l’insetticida. E ovviamente si può fare anche il contrario: a partire da un dato diserbante, rendere la pianta resistente a quel diserbante, in modo da poterne usare grandi quantità senza intaccare la pianta. E questi sono proprio i casi della soia e dei mais modificati geneticamente che hanno invaso l’Europa.
Il discorso si fa ancora più complesso quando si parla di modifiche all’informazione genetica degli animali. In questo caso la logica è ancora più aberrante perché si fa diventare l’animale una macchina per produrre carne e latte in quantità sempre maggiori e con caratteristiche diverse a seconda delle esigenze del mercato, o addirittura si vuole che l’animale, assieme al latte, produca anche farmaci, ad esempio proteine o altri prodotti rari come l’ormone della crescita o l’insulina.
L’animale non sarà più soltanto un mezzo di produzione, ma un reattore chimico, un macchinario che potrà essere programmato per produrre una cosa o un’altra. E non è tutto: nel futuro degli animali modificati geneticamente c’è anche il loro utilizzo come banca di organi. Inserendo infatti geni umani negli animali si possono avere organi umanizzati per i trapianti. In questo settore alcune industrie farmacologiche stanno investendo moltissimo, ritenendo la fabbrica di organi di ricambio per gli xenotrapianti (i trapianti da una specie ad un’altra specie, possibili “umanizzando” organi animali con geni umani) una delle prospettive economiche di maggiore interesse per il futuro.
Vediamo ora quali sono i rischi connessi con questo utilizzo delle biotecnologie.
I vegetali geneticamente modificati autorizzati nell’Unione Europea sono cinque: mais, soia, colza, radicchio e tabacco. Sono stati modificati per ottenerne la resistenza ai parassiti o la tolleranza agli erbicidi. Tra questi, principalmente due riguardano direttamente il settore alimentare: mais e soia, che, direttamente o coi loro derivati come additivi, oli di semi (sia di mais che di soia), amido di mais, lecitina di soia, finiscono poi nei prodotti più svariati (basti pensare che ogni anno l’Italia importa dagli Stati Uniti un milione e duecentomila quintali di soia, poco meno della metà della quale è di origine transgenica).
In Europa la produzione di vegetali geneticamente modificati è consentita dal 1993, ma solo a titolo sperimentale e senza autorizzazione all’immissione in commercio. Mais e soia geneticamente modificati in Italia sono solo importati, con una situazione, a prescindere da ogni altra considerazione, di concorrenza iniqua per i nostri agricoltori.
Se non si interverrà in tempo con una adeguata legislazione, i vegetali geneticamente modificati in commercio potrebbero diventare molti di più: le multinazionali delle biotecnologie hanno infatti già inoltrato agli organi competenti le richieste di autorizzazione per la commercializzazione di moltissime altre piante geneticamente modificate (pomodoro, patata, anguria, broccolo, carota, cavolo, cotone, melanzana, melone, peperone, riso, uva, barbabietola da zucchero, zucca, papaya...). Se si dimostrerà che il nuovo organismo modificato è equivalente a quelli esistenti dal punto di vista nutrizionale e di uso, quest’autorizzazione rischia di essere praticamente automatica. Così prevede la direttiva europea numero 220 del 1990 che venne elaborata quando ancora non si teneva conto del “principio di precauzione” (inserito nel protocollo di Rio de Janeiro nel 1992 e quindi recepito all’articolo 130R nel trattato costitutivo dell’Unione Europea, il trattato di Maastricht) entrato in vigore nel 1994, secondo il quale, prima di sviluppare una tecnologia in un sistema produttivo, bisogna saper prevedere i rischi che comporta e avere strumenti di prevenzione del danno potenziale. Questa direttiva è attualmente in corso di revisione al Parlamento Europeo, e questa è solo una delle tante battaglie in tema di biotecnologie combattute in questi anni a difesa dei consumatori. L’immissione sul mercato, senza un adeguato controllo preventivo, di organismi geneticamente modificati e la richiesta di brevettare tali organismi o tali tecniche, hanno creato una crescente preoccupazione nell’opinione pubblica per le conseguenze ambientali e sanitarie che potrebbero derivare da un’incontrollata diffusione di OGM, e per gli interrogativi di natura etica che tali manipolazioni suscitano.
La cosa più preoccupante è che, se da una parte sono ben chiari gli interessi economici che spingono le multinazionali ad investire in questo settore nella speranza di forti guadagni futuri, non è per nulla chiaro se il bilancio costi-benefici vada a favore della collettività.
Le negative esperienze già fatte con le industrie chimiche e con il nucleare non possono che suscitare forti sospetti per tecniche che potrebbero essere ancora più sconvolgenti sugli equilibri ambientali e sulla nostra salute.
Una pianta contenente un gene modificato non è certo come un veleno che provoca un effetto immediato. Le conseguenze per le future generazioni di piante, animali e uomini, di un “inquinamento” genetico potrebbero essere catastrofiche, ma potremmo misurarle solo in tempi molto lunghi.
Il primo, e più grave, dei problemi delle biotecnologie risiede proprio in questa complessità, che rende molto difficile, se non impossibile, prevedere le innumerevoli variabili degli effetti delle modificazioni. In termini di valutazione di impatto ambientale, introducendo nell’ambiente individui con caratteri genetici che non esistevano prima, non sapremo mai prevedere in anticipo quali conseguenze potranno verificarsi.
In ogni momento è possibile che una pianta modificata si incroci per caso con piante coltivate o spontanee dello stesso tipo e diffonda un carattere che potrebbe avere conseguenze catastrofiche: una resistenza a un particolare parassita, per esempio, potrà far sì che questa pianta si trovi senza più controllo e diventi infestante. I parassiti, negli equilibri, sono indispensabili quanto le piante utili, è solo la prospettiva antropocentrica che divide le piante in utili e dannose; nella logica dell’equilibrio, invece, eliminare il nemico di una pianta utile può significare trasformare altre piante simili in dannosissime piante infestanti. Generazione dopo generazione si potrebbe modificare la struttura stessa degli ambienti naturali. O ancora: introducendo il gene per la resistenza a degli insetti, questa resistenza non si diffonderà nella pianta in modo omogeneo da quando la pianta germoglia a quando muore e non si distribuirà uniformemente in tutte le parti della pianta. Di conseguenza un attacco precoce da parte degli insetti, potrebbe distruggere tutto il raccolto, come già successo con le piante di cotone. Oppure, insetti che vivono in zone dove la concentrazione della tossina è minore, potrebbero non morire ma selezionare i più resistenti fra loro, e diventare, nel corso dell’evoluzione, addirittura indenni alle conseguenze di quella tossina: in questo caso non solo si sarebbe introdotto qualcosa di inutile, ma siccome la tossina del bacillo thuringensis introdotta nei campi utilizzando direttamente il microrganismo che la produce, serve come forma di difesa per le colture biologiche, introducendola in questo modo artificiale, non biologico, c’è rischio di rendere resistenti gli insetti anche alla tossina che viene usata in agricoltura biologica pregiudicando così una forma di agricoltura corretta. Altro aspetto è quello della riduzione enorme della biodiversità, della variabilità genetica delle piante e degli animali. Se alcune piante geneticamente modificate diventeranno particolarmente convenienti dal punto di vista economico (soprattutto, ovviamente, per le multinazionali che controllano il mercato), si assisterà a una progressiva riduzione della varietà di piante e, in futuro, anche di animali. Le conseguenze di queste scelte si potranno misurare già nel breve periodo con la perdita della ricchezza di sapori diversi nell’alimentazione quotidiana (perché la grande industria imporrà, per ogni specie, una sola varietà frutto della sperimentazione biotecnologia) fino alle estreme conseguenze che potrebbero derivare per il nostro pianeta dalla perdita della biodiversità.
Oltre a questo, le biotecnologie nascondono conseguenze sanitarie anche per l’uomo: ogni volta che si modifica un prodotto alimentare, questo può provocare allergie (come è accaduto nel caso della soia, nella quale è stato inserito un gene proveniente dalla noce del Brasile), intossicazioni, che magari non vediamo immediatamente, ma che possono produrre effetti a distanza di tempo. Inoltre, sappiamo che, spesso, per identificare i geni introdotti negli organismi geneticamente modificati e renderli riconoscibili, si inserisce come marcatore un fattore di resistenza agli antibiotici; questo marcatore però, una volta arrivato nell’apparato digerente attraverso un alimento che lo contiene, potrebbe trasferire tale resistenza ai batteri che normalmente convivono con l’uomo e questi a loro volta potrebbero trasferire questa resistenza a batteri patogeni; a quel punto quel fattore di resistenza renderebbe nullo l’utilizzo dell’antibiotico specifico privandoci di una delle potenziali armi di difesa più importanti contro le malattie infettive.
E prospettive ancora peggiori vengono dagli xenotrapianti, i trapianti sull’uomo di organi animali umanizzati attraverso la manipolazione genetica. Con lo xenotrapianto, virus latenti, concentrati anche all’interno dello stesso patrimonio genetico, non essendo più ostacolati dai blocchi che trovano nella specie nella quale avevano stabilito un rapporto di equilibrio, potrebbero scatenarsi; per di più senza incontrare nuovi ostacoli, visto che, contemporaneamente, per garantire la riuscita dei trapianto, è prassi intervenire con farmaci che bloccano le difese immunitarie dell’individuo. Alcuni virus non sarebbero mai venuti in contatto con l’uomo senza alcune manipolazioni biologiche: uno di questi potrebbe addirittura essere l’AIDS, che sarebbe arrivato all’uomo attraverso un sistema per coltivare, in reni di scimmia, il vaccino contro la poliomielite. E’ solo un’ipotesi, ma a formularla non è stato l’ultimo venuto, bensì il professor Gallo, uno degli scopritori dell’AIDS. Il contatto tra organi di specie diverse può essere sconvolgente: una volta trapiantati nell’uomo organi di babbuino o di maiali modificati geneticamente – queste sono le ipotesi attualmente allo studio – e umanizzati il più possibile per prevenire al massimo il rigetto, è certo che una parte delle cellule dell’animale si diffonderà in tutto il corpo dell’uomo trasformandolo in un ibrido uomo-animale (definito “chimera post-trapianto” dallo scopritore T. E. Starzi, autore nel 1992 di un trapianto di fegato di babbuino in un uomo, morto dopo 70 giorni con infezioni diffuse in tutto il corpo). Non sappiamo con quali conseguenze.
Inoltre, tutto ciò che si può fare su microrganismi, su piante o su animali, è tecnicamente possibile anche sull’uomo e questo vale sia per l’introduzione già praticata di nuovi caratteri nelle cellule somatiche (per curare in modo localizzato malattie genetiche senza possibilità di trasmettere il carattere ai figli), sia per un’eventuale manipolazione della linea germinale (i gameti), con effetti permanenti sulla discendenza. Quest’ultima ipotesi viene ritenuta sia dagli esperti di bioetica che dagli scienziati inaccettabile, ma è tecnicamente possibile e già oggi qualcuno parla di predeterminare le caratteristiche dei figli.
Per quanto riguarda i benefici che deriverebbero da un utilizzo massiccio di vegetali modificati geneticamente, diversi rappresentanti dell’industria biotecnologica sostengono che gli OGM, pur manifestando rischi, rappresentano una soluzione eccellente a problemi talmente gravi, come quello della fame nel mondo, che i vantaggi superano di gran lunga i pericoli. Questa tuttavia è un’argomentazione ridicola visto che già oggi il cibo prodotto sarebbe sufficiente per tutta la popolazione, se solo fosse distribuito diversamente. Se il Sud del mondo continua a morire di fame, la causa sta negli sprechi e negli eccessivi consumi del Nord. E non è tutto: anche per i paesi industrializzati, ciò che si profila è solo un cibo peggiore. Molti brevetti biotecnologici delle industrie alimentari riguardano infatti la durabilità dei cibi e, di conseguenza, la loro facilità di trasporto e di lavorazione; ad esempio, ritardando la maturazione o la marcescenza di frutta e verdura si riuscirà a trasportarla più facilmente o a tenerla sugli scaffali dei supermercati per periodi più lunghi. Un esempio è il pomodoro non marcescibile, prodotto dalla Calgene. Questo pomodoro è stato manipolato geneticamente in modo che le pareti delle sue cellule si decompongano più lentamente; tuttavia gli altri processi di invecchiamento cellulare, come la decomposizione delle vitamine A e C e delle altre sostanze nutritive, procedono alla velocità normale. Il risultato è un pomodoro che mantiene a lungo un aspetto fresco sugli scaffali dei supermercati ma il cui valore nutritivo è molto ridotto e che oltretutto contiene come marcatori della manipolazione geni che causano la resistenza agli antibiotici. È evidente che queste caratteristiche non fanno nulla per combattere la fame nel mondo ma assicurano soltanto o una maggior produttività all’agricoltura intensiva e industrializzata o maggiori profitti a chi li vende. Si affaccia poi un altro problema: “Si può giocare con il vivente, addirittura renderlo sterile, per aumentare i profitti?” Questo interrogativo lanciato da un’editoriale di Le Monde, chiarisce l’atteggiamento incosciente con cui la nostra società sta vivendo le possibilità offerte dalle modificazioni genetiche. Ci si riferisce a “Terminator”, nome suggestivo con cui è stata ribattezzata la tecnica in grado di manipolare il patrimonio genetico di sementi di largo consumo come soia, riso e grano, per far sì che, una volta germogliati, questi stessi semi risultino sterili. Un suicidio contro natura che impedirebbe ai contadini, specialmente nei paesi poveri, di utilizzare parte del raccolto della precedente semina costringendoli invece ad acquistare ogni anno di nuovo i semi pronti a “suicidarsi” dopo il primo raccolto. I diritti intellettuali per questa tecnologia sono del Dipartimento statunitense per l’Agricoltura e di una piccola azienda del Mississipi, la Delta and Pine Lande, a sua volta controllata dal colosso Monsanto.
Il principale cavallo di battaglia di coloro che sostengono l’irrinunciabile utilità delle manipolazioni genetiche è il vantaggio che moltissimi malati potrebbero ricavare dall’utilizzo di terapie geniche. Agendo direttamente sui geni è possibile infatti prevenire o intervenire su alcune patologie.
Fermo restando che bisogna impedire modifiche dell’informazione genetica umana nella linea riproduttiva, nel patrimonio cioè che si trasmette alla discendenza, l’intervento sull’informazione genetica di cellule del corpo potrebbe portare all’eliminazione di malattie ereditarie o di malattie degenerative (anche se finora tutti i tentativi fatti non hanno portato a risultati positivi). Questo sarebbe un grande beneficio sia per gli individui malati che per la collettività. Il problema è che le industrie del biotech pretendono, per portare avanti le loro ricerche, il diritto di brevetto e lo pretendono non solo sugli organismi da loro geneticamente modificati, ma anche sui geni o sulle parti di organismi viventi, compresi quelli umani, da loro “scoperti”. Ora, è chiaro a tutti che un organismo vivente, anche se modificato geneticamente, come del resto una sua parte o un suo gene, non è un’invenzione (presupposto fondamentale perché qualcuno possa arrogarsi il diritto di brevetto), ma tutt’al più una scoperta: brevettare materiale biologico e organismi significa accreditarsi come inventori, cioè come “creatori” della vita. Da qui il categorico no degli ambientalisti di tutto il mondo alla brevettazione di OGM, parti e geni di qualunque vivente. Una battaglia che non è contro le terapie genetiche ma che al contrario vuol tutelare il diritto di libera ricerca, visto che, tra l’altro, il brevetto costituirebbe di fatto un impedimento alla ricerca nelle università pubbliche e la limiterebbe fortemente nei centri privati.
Negli Stati Uniti, dove il brevetto sui geni è una realtà da diversi anni, si è già arrivati all’aberrazione della “biopirateria”, il furto di varianti geniche di particolari soggetti da parte delle industrie del biotech. Moltissime popolazioni infatti, indigene ma anche occidentali, contengono varianti geniche in grado di prevenire alcune malattie. Un esempio clamoroso è quello di una variante genica, riscontrata in alcuni individui della popolazione di Limone del Garda, che previene rischi di malattie cardiocircolatorie anche in presenza di alta concentrazione di colesterolo. Essendo però stata scoperta in un italiano recatosi negli USA, gli americani lo hanno tenuto sotto osservazione, gli hanno fatto prelievi di sangue, hanno studiato questo gene, l’hanno individuato e, alla fine, l’hanno brevettato. Adesso la popolazione di Limone, che possiede quei geni per eredità biologica, non li possiede più giuridicamente: li possiede, se così possiamo dire, per uso personale, ma se volesse regalarli a qualcuno non lo potrebbe fare perché sono coperti dal brevetto. Se non ci poniamo collettivamente il problema di affrontare quest’interferenza inammissibile delle multinazionali del biotech nella vita biologica umana, incorriamo in rischi gravissimi senza che la maggior parte della collettività ne sappia nulla.
L’altro grave problema che sorge nel lasciare le terapie geniche nelle mani di industrie private che pretendono di coprire col brevetto i geni da loro scoperti è che chiaramente le industrie private non investiranno denaro per le ricerche sulle malattie più gravi, ma sulle malattie più diffuse, perché solo un grande bacino di utenza per le terapie può garantire un grande guadagno. In questo modo, le malattie gravi che riguardano una piccola quota della popolazione non verranno mai affrontate, perché non ci sarà interesse economico. La via del brevetto vuol dire sanità solo per chi ha soldi e ricerca solo per le malattie diffuse. Già oggi si parla di farmaci “orfani”, quelli che non vengono e non verranno mai studiati o prodotti perché riguardano un numero di pazienti troppo limitato per averne un guadagno. Lì, o interviene il pubblico o non interviene nessuno. Quindi non è affatto vero che il brevetto e il controllo delle multinazionali sono lo scotto da pagare per avere dei risultati, anzi potrebbe essere vero il contrario: la ricerca della cura per tante malattie potrà essere affrontata solo se la ricerca sarà pubblica e se le applicazioni deriveranno da un modo collettivo di affrontare il problema.
La brevettazione di OGM, geni o loro parti, avrebbe inoltre conseguenze molto più ampie anche dal punto di vista sociale ed economico. Pensando alle piante e agli animali geneticamente modificati c’è addirittura il rischio di un ritorno alla mezzadria medioevale. Il contadino che coltiverà piante o alleverà animali geneticamente modificati non sarà più proprietario del risultato del suo lavoro: potrà disporre liberamente della parte di raccolto che servirà per suo uso personale, ma non potrà disporne liberamente sul mercato, se non nell’ambito delle regole imposte dalla multinazionale detentrice del brevetto, e non potrà disporre liberamente dei semi prodotti dalla pianta per piantarli e ottenere nuove piante. Questo modificherà i rapporti economici mondiali. I contadini del Terzo Mondo diverranno dipendenti di una decina di aziende multinazionali che domineranno le economie di interi paesi e la sorte alimentare ed economica di interi popoli.
Per questo nel Parlamento Europeo da 10 anni viene condotta una battaglia contro la direttiva che permette di brevettare organismi geneticamente modificati, parti e geni di qualunque vivente. La direttiva è stata approvata nel maggio del 1998, ma la battaglia non è ancora persa perché, proprio grazie all’azione svolta dai verdi e da organizzazioni per la difesa dei consumatori, dell’ambiente e degli animali – come il Comitato Scientifico Antivivisezionista e il WWF Italia – il governo olandese ha presentato ricorso alla Corte Europea di Giustizia, cui si è associato anche il Governo italiano.
Bisogna dire che dall’1 Settembre 1998 tutti i prodotti contenenti derivati da organismi modificati geneticamente dovrebbero poter essere riconosciuti dal consumatore attraverso la dicitura posta sull’etichetta “prodotto contenente OGM”. In realtà di questa etichetta non c’è traccia in nessun prodotto di nessun supermercato italiano. Eppure, anche senza demonizzare gli organismi geneticamente modificati e i loro derivati, uno dei princìpi basilari della democrazia è l’informazione, il diritto di scegliere consapevolmente che cosa fare, e in questo caso che cosa mangiare. All’inizio si è giustificata la mancanza dell’etichetta nei prodotti sugli scaffali dei supermercati dicendo che questi facevano ancora parte di scorte ad esaurimento. Visto però che questi prodotti sono deperibili, ormai queste scorte dovrebbero essere esaurite, eppure l’etichetta non si vede. E non si vede perché il regolamento europeo che prevede l’etichettatura per i cosiddetti “cibi innovativi” (“Novel food”) nasconde un inghippo: quando il prodotto derivato da un organismo geneticamente modificato è “sostanzialmente equivalente” a quello naturale, cioè non contiene né l’informazione genetica, né il prodotto dell’informazione genetica (ossia la proteina modificata) viene considerato identico a quello naturale. Questo vuol dire, per esempio, che la lecitina di soia, l’olio di semi di soia, l’amido di mais, per citare i più diffusi prodotti derivati da mais e soia, anche se provengono da soia o mais modificati, non hanno bisogno di etichettatura, perché sono “sostanzialmente equivalenti” a quelli naturali.
Il “principio della sostanziale equivalenza” mette di fatto sullo stesso piano la manipolazione genetica e la selezione dei caratteri tramite incrocio. Questo è anzitutto una comoda scappatoia legale, che viene sfruttata, per esempio, per rifiutare qualsiasi etichettatura che renda possibile ai commercianti o ai consumatori riconoscere e boicottare gli OGM, ma ha anche una ragion d’essere più profonda. Nel campo agroalimentare l’industria biotecnologica non è in grado di offrire prodotti nuovi: gli alimenti geneticamente modificati non promettono a chi li chi consuma niente di più dei loro corrispondenti tradizionali; è evidente che i loro promotori possono farli accettare soltanto affermando che, come minimo, essi non offrono niente di meno. Recentemente, comunque, il commissario europeo all’industria Martin Bangemann ha detto che i consumatori hanno il diritto di essere informati sull’uso di additivi o di aromatizzanti prodotti attraverso l’ingegneria genetica e ha assicurato che farà ogni sforzo per aggiornare la legislazione entro quest’anno. Queste affermazioni di fatto indicano in prospettiva un mutamento di rotta rispetto al principio della sostanziale equivalenza. Tuttavia, anche nel caso della presenza di derivati che contengono l’informazione genetica modificata, è difficile fare i controlli, e quindi le industrie produttrici hanno vita facile nell’evitare la dovuta etichettatura. L’industria alimentare che acquista la soia o il mais per utilizzarla nella produzione di prodotti alimentari non ha interesse a sapere se è stata geneticamente modificata, visto che in questo modo può declinare ogni responsabilità, tanto più che la soia manipolata importata dagli USA, per complicare le cose, arriva mescolata con quella non modificata.
È dunque evidente che, per poter avere l’etichetta che dovrebbe segnalare la presenza di organismi geneticamente modificati o di loro derivati, dovrebbe essere previsto un controllo “di filiera”, si dovrebbe poter certificare “dai campi alla tavola” il processo grazie al quale è stato ottenuto il prodotto. Si tratta di passare dall’etichettatura attuale, che esplicita esclusivamente il contenuto del prodotto, a un’etichettatura di processo, analoga a quella che esiste per i prodotti biologici, che non dice solo cosa c’è in quel prodotto, ma indica come i componenti sono stati coltivati e trasformati. Con un’etichettatura di processo, i prodotti dovrebbero portare scritto se fin dall’origine derivano da semi modificati o non modificati, e quando l’industria compra la pianta, il seme, o una parte della pianta per usi alimentari, dovrebbe sapere che pianta ha comprato e avere poi, a sua volta, l’obbligo di scriverlo nell’etichetta del prodotto finito. Solo così il consumatore potrà essere informato del fatto che siano stati utilizzati derivati di piante modificate o non modificate. Se è vero che la lecitina di soia modificata non è diversa da quella non modificata è giusto che il consumatore abbia comunque il diritto di scegliere, anche perché, indipendentemente dai rischi per la salute, potrebbe essere preoccupato per i danni all’ambiente prodotti dalle manipolazioni ge¬netiche e per le conseguenze etiche.
E il problema è anche più ampio: allo stato attuale infatti non è l’uomo a mangiare la gran parte della soia e dei mais modificati, ben¬sì gli animali, e noi non sappiamo cosa stia succedendo nella catena alimentare. Ovviamen¬te, non c’è etichetta nella carne o nelle uova o nel formaggio che indichi cos’hanno mangiato gli animali.
L’etichettatura di processo, divenuta attuale a livello europeo dopo “mucca pazza”, è l’unico modo per informare il cittadino sulla provenienza e la qualità di ciò che mangia. Pensiamo solo che oggi, per definire una carne come “carne italiana”, basta che sia stata macellata in Italia; lo stesso per l’olio, che deve solo essere lavorato in Italia per essere definito “italiano” sull’etichetta. Que¬sto è chiaramente assurdo e vanifica ogni garanzia.
La corretta informazione è anche un problema più generale di democrazia. Si tratta di capire e di stabilire chi deve prendere le decisioni nella società: gli scienziati, le industrie, gli uomini politici o la collettività. Adesso le scelte le fanno quasi sempre le industrie, mentre gli scienziati si illudono solo di avere il controllo dei processi e i politici si affannano a proporre regole che risultano poi facilmente aggirabili. E questo purtroppo avviene anche a causa di un’informazione negli organi di stampa apparentemente obiettiva, ma in realtà pagata dalle multinazionali delle biotecnologie. Ad esempio la Novartis, che assieme alla Monsanto è leader nella ricerca biotecnologica, ha pagato gran parte della stampa italiana con la propria pubblicità: il Corriere della Sera ha fatto uscire come “Inserto Salute” un opuscolo sulle biotecnologie che in realtà era una pubblicità redazionale pagata dalla Novartis, ma il logo della multinazionale appariva così in piccolo da risultare quasi invisibile. Sempre la Novartis ha sponsorizzato per un certo periodo il notiziario scientifico dell’agenzia Ansa. La Monsanto inoltre è fortemente sospettata di essere dietro alla serie di eventi che hanno impedito l’uscita del numero della rivista The Ecologist dedicato alle piante manipolate (questo numero della rivista The Ecologist dedicato alla Monsanto è uscito recentemente in Italia, curato dall’associazione VAS, insieme ad Avvenimenti).
Un particolare tipo di manipolazione genetica, recentemente applicata agli animali, è la clonazione. Grazie alle tecniche di manipolazione dell’uovo fecondato e dell’uovo da fecondare, è possibile non solo riprodurre la clonazione “gemellare”, quella che potremmo definire “naturale”, tramite la suddivisione dell’embrione in formazione, ma anche prelevare il nucleo di una cellula uovo (cellula riproduttiva femminile) prima della fecondazione e sostituirlo con il nucleo di una qualunque cellula del corpo (ad esempio una cellula somatica, come quelle della pelle o di qualunque organo interno), frutto, quindi, del processo di sviluppo di un individuo che ha ricevuto il patrimonio genetico dai suoi genitori, madre e padre, dando origine ad un nuovo organismo con le stesse caratteristiche genetiche dell’individuo a cui apparteneva la cellula somatica: si dà cioè origine ad un suo “clone”. È evidente che in questo caso (quello della famosa pecora Dolly) si è di fronte a una forzatura radicale dei processi naturali. Il ricorso alla clonazione per ottenere una riproduzione in serie di “animali macchine” potrebbe avere conseguenze difficilmente prevedibili: basti considerare la possibilità di prendere la cellula di una persona morta e di farla rivivere in un individuo che dovrà nascere, o gli enormi rischi per la biodiversità che si avrebbero se venisse ripetuto su larga scala l’esperimento portato a termine in un laboratorio delle isole Hawaii nel luglio scorso quando da un solo topo sono stati clonati 50 replicanti.
Bisogna ricordare che tutto ciò che è praticabile sui mammiferi, tecnicamente si può fare anche sull’uomo. Alcuni scienziati coreani hanno già annunciato di aver attivato il procedimento di clonazione di un embrione umano e di essersi fermati solo un attimo prima che questa avvenisse. Si parla già di un “clone terapeutico” di cui nei prossimi decenni potrebbero essere dotati tutti i bambini da cui prendere organi o tessuti di ricambio in caso di bisogno.
Tutto questo, da un punto di vista etico, è semplicemente aberrante; per questo motivo in questi anni gli ambientalisti non hanno mai smesso di ribadire il secco no alla clonazione sia umana che animale e di richiamare l’attenzione sul principio di precauzione, in base al quale non si dovrebbero realizzare processi produttivi le cui conseguenze siano difficilmente prevedibili.


 


 

 
 

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