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BIOARCHITETTURA
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Numero 36 di aprile-maggio 2004
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Elogio della solitudine
Prima o poi ci passano tutti: costruirsi la casa seguendo il filo
delle proprie intenzioni e sperimentando la fattibilità dei propri
desideri. Mai come in queste circostanze si affacciano i lati più
entusiasmanti del mestiere di architetto; non è necessario
ripiegare su compromessi con altri e con altro (eccetto,
purtroppo, i limiti di spesa), si è liberi di articolare gli spazi
a proprio piacimento e studiare i dettagli in scala 1:1
accordandosi tutto il tempo necessario, non si rischiano reclami e
processi per danni e il risultato sarà comunque una “casa su
misura” rispetto ai propri bisogni quotidiani. Bisogna dire che
non tutti hanno l’opportunità di affrontare questo impegno con
effettiva libertà e soprattutto con chiarezza d’intenti. Antonius
Lanzinger ci è riuscito forse perché vive un po’ fuori dai
frastuoni urbani e perché, oltre ad essere architetto, ha lavorato
e si considera anche falegname.
La torre di legno: il bello di costruire per sé
Abitare nella verticale a Brixlegg, Austria
Progetto di Antonius Lanzinger
L’esempio – l’abitazione che il giovane progettista Antonius
Lanzinger ha costruito per la sua famiglia, ricca di quattro
figlie tra i tre ed i dieci anni – mostra al meglio questo
importante passaggio nella vita di ogni progettista (tra l’altro,
ha vinto il premio 2003 per gli edifici interamente in legno del
Tirolo).
La “cosa” parte con l’acquisto di un pezzo di terreno. Il prezzo
era conveniente ma la situazione difficilissima dal punto di vista
costruttivo: un pendio di 36° orientato a nord-ovest in cui i
raggi del sole non toccano terra durante tutto l’inverno. Sulle
Alpi questo è un dramma. Antonius ha scelto allora di vivere in
una torre di quattro piani che si conclude con una splendida
terrazza a sovrastare le cime degli alberi. Tutte le funzioni sono
disposte sulla verticale: niente corridoi ma soltanto una scala
conduce dalla cucina-soggiorno (5 m di altezza con soppalco) al
piano delle ragazze, al livello per i genitori e quindi sulla
terrazza dal panorama mozzafiato. Tutto questo, eretto in legno su
una base di 6x8 m in calcestruzzo, lasciato visibile come cubo di
fondazione, che contiene anche lo spazio tecnico. Sempre in
cemento è la “spina dorsale” che, al centro della torre, ingloba
le istallazioni idrauliche, elettriche e del riscaldamento. Per
quanto concerne quest’ultimo aspetto, la torre di legno con 145 mq
di superficie utile viene riscaldata solo tramite caminetti
aperti, stufe in muratura e di maiolica, sfruttando al meglio il
passaggio dei fumi caldi: per un freddo inverno sono sufficienti
10 m3 di legna raccolta nei dintorni. La costruzione è semplice e
si basa su un sistema tradizionale: travi di faggio di sezione
16x14 cm connesse con il sistema ad incastro. Persino gli scalini
della lunga scala in quercia non sono altro che travi incastrate a
sbalzo nella struttura della parete. In questa costruzione non vi
sono tramezze e pareti interne né porte o chiusure. Nel primo e
secondo piano sono collocate delle docce vetrate collegate al
nucleo delle installazioni. Come sanno tutti i falegnami il legno,
essiccando, si ritira. In un assemblaggio di queste dimensioni si
determinano situazioni di complicata gestione anche perché
l’insaccamento della struttura rende il rimpicciolimento non
proporzionale nelle diverse direzioni. Nel nostro caso, solo il
primo anno la torre si è abbassata di 16 cm. Questa previsione ha
richiesto lo studio di soluzioni ad hoc, per esempio l’inserimento
delle finestre in maniera che l’implosione non creasse tensioni e,
soprattutto, non mandasse in frantumi i vetri. Per cui le lastre
sono state progettate libere di scorrere lungo l’asse verticale.
La casa-torre offre una atmosfera unica: gli spazi regolari e
privi di cesure, il colore confortevole ed il profumo dolce del
legno, gli scorci percepibili dalle finestre disposte con grande
sensibilità a cogliere anche gli ultimi raggi del sole, offrono
qualità umana e familiare. Il visitatore lascia questo posto con
un po’ di invidia per i suoi abitanti.
All’esterno il legno comincia a mutare il giallo paglierino in
grigio-argento. All’architetto va bene così. Con gli anni vedrà se
sarà il caso di proteggere le facciate con una paretina ventilata
di tavole.


L’input della chiocciola
Casa unifamiliare a Monaco di Baviera
Andreas Meck, Stefan Köppel, architetti - Monaco di Baviera
L’improvvisa comparsa di una stazione della metro può modificare
in maniera radicale l’assetto dell’intero quartiere circostante.
Così è successo in un sobborgo di Monaco di Baviera, dove i
residenti hanno fatto l’esperienza di una improvvisa esplosione
della scala urbana, con caseggiati ed appartamenti spuntati
velocemente in una rete di nuove strade. L’ultima casa arrivata è
osservata con una certa curiosità: non si apre verso l’esterno con
balconi, finestre, porte, affacci e pensiline, ma si oppone agli
sguardi dei passanti con una dichiarata introversione, come se gli
abitanti si fossero ritirati all’interno di una chiocciola.
Sicuro: il contatto con la gente, i vicini, il contesto, è
elemento centrale del nostro vivere sociale; ma in situazioni
lacerate e disomogenee il processo di aggregazione e ricostruzione
della maglia dei rapporti non può che essere lento e difficoltoso,
con i soggetti che tendono a guidarlo, gestirlo, graduarlo.
In tali circostanze la ricerca della tranquillità e dell’intimità
ha il sopravvento, e l’obiettivo diventa difendersi, sottrarsi,
conquistare il tempo e lo spazio per orientare i contatti e gli
scambi. Fu questa, in effetti, l’idea del committente e
dell’architetto: riuscire a circoscrivere un lembo di terra
privata all’interno di un insieme disorganico e privo di ogni
disegno, in un lotto delimitato su due lati da strade pedonali,
con un angolo ritagliato dalla conclusione di una strada, le case
vicine che distano pochi metri e i balconi dei caseggiati alti 4
piani, subito dietro la nuova venuta, che si protendono curiosi
direttamente sul fazzoletto di terreno.
Così la chiocciola è spinta verso un microcosmo introverso,
avvolgendosi sul proprio baricentro: il cortile interno, su cui
danno le finestre del soggiorno e dove in estate, intorno a un
camino dove si preparano profumate grigliate, trascorre la vita
familiare. I rumori si fanno ovattati e nessuno sguardo indiscreto
intacca la pace del piccolo paradiso. Il percorso che porta dal
posto coperto per la macchina all’accesso, è protetto da un muro
ad altezza d’uomo. Anche qui l’architetto ha dovuto combattere
(con furbizia) contro la normativa vigente a Monaco: poiché non
era consentita tale soluzione lungo il limite del lotto, il muro è
stato collocato più arretrato di 2 m; la prescrizione del tetto
inclinato è stata invece aggirata ponendo i collettori solari
inclinati sul tetto piano.
La casa segue le regole di “bassa energia”, così come prescritto
dalla Normativa Comunale, relativa ad una pianta di 12x12 m.
La costruzione in blocchi di laterizio è intonacata negli spazi
interni e all’esterno rivestita da assi in legno grezzo, non
trattate affinché il clima le scolori in sfumature grigio-argento
con variazioni determinate dalle diverse collocazioni; una
situazione progettata dunque anche lungo l’asse del tempo, in
maniera da accordarsi con i bianchi ed i rossi “artificiali” e con
le parti in calcestruzzo lasciate a vista.


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