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BIOARCHITETTURA
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Numero 36 di aprile-maggio 2004
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Piccole case
Spinte ecologiche e contraddizioni
Andrea Gottlieb Hempel
L’80% della popolazione tedesca, se potesse, sceglierebbe di
vivere in una casa unifamiliare. Desiderio piuttosto antiurbano e
spiccatamente nordico (in Finlandia la popolazione rurale si
lamenta già se si intravede, all’orizzonte, la casa del vicino).
La possibilità di girare liberamente intorno alla propria
abitazione è forse un bisogno fondamentale e emozionale proprio
della gente del nord, assunto poi come modello americano da
esportare ovunque. Molti sono poi ansiosi di esprimere la propria
individualità, il proprio gusto e lifestyle tramite una casa da
sentire come unica anche se quasi sempre somiglia, nella sua
essenza, a tante altre intorno. Chi potrebbe mai asserire la
presenza di individualità tra le mille casette di un qualunque
sobborgo?
È vero: sotto il profilo dell’ecologia le prime sperimentazioni
(riduzione dei consumi, utilizzo di energie alternative, verifica
di materiali e soluzioni innovative) sono state compiute sulla
propria pelle da architetti che costruivano per sé o per l’amico
medico. Case a bassa energia realizzate usando materiali naturali
e riciclabili, serre capta-sole capaci di far verdeggiare anche a
latitudini estreme, forme architettoniche innovative nella loro
capacità di adattarsi alle esigenze del sito e del clima, ecc.,
hanno offerto ad un pubblico più vasto esempi rivoluzionari su
come abitare in maniera persistente e durevole, nel rispetto della
natura, consumando in maniera intelligente le risorse disponibili,
con attenzione alla qualità della vita. Poi la scala degli
interventi è passata ai villaggi, aggregati di più case in cui
sono stati verificati modi di vivere e di consumare collettivi. Ma
siamo sicuri sia davvero tutto corretto?
Maggiore attenzione ai consumi (anche se la maggiore superficie
disperdente dei sei confini esterni – i quattro lati, il tetto ed
il pavimento – faticano a competere sul piano energetico,
nonostante tutte le diavolerie adottate, con un bel palazzotto
cubico), vita più sana e tranquilla, ma il dubbio sorge – come
sempre – quando l’azione singola, moltiplicata all’ennesima
potenza, viene considerata nei suoi effetti complessivi. Sobborghi
destrutturati che si riversano sui pochi paesaggi integri,
connessioni dilatate e costose per strade e rifornimenti,
monofuzionalità abitativa interrotta solo, di tanto in tanto, da
supermercati, spiazzi a parcheggio, zone industriali, distributori
di benzina. La distruzione della congiuntura urbana determina
fondamentalmente un immenso traffico individuale poiché, com’è
ovvio, il trasporto pubblico risulta economicamente sostenibile
solo al di là di una determinata massa critica, difficilmente
raggiunta nelle estensioni rarefatte. Per cui i “felici” abitanti
delle villette unifamiliari, delle casette a schiera e di
condomini a bassa scala trascorrono buona parte della loro
esistenza in macchina per raggiungere i posti di lavoro, o il
centro della vecchia città, intasandola. Eppure è difficile, oggi,
demonizzare la piccola scala, tacciare di qualunquismo o di
spreconeria chi intende confermare la propria individualità non
rassegnandosi a vivere negli aggregati squallidi ed anonimi che
gli propongono le normali periferie, i condomini-alveare in cui
comunque ogni relazione interpersonale appare difficile e
snaturata. L’importante è che anche l’intervento piccolo si faccia
consapevole della complessità, assuma dal contesto indicazioni e
suggerimenti, foss’anche quello di difendere la propria privacy
con un muro contro la strada.
Di seguito vengono dunque presentati un gruppo di casi d’eccezione
che affrontano, in maniera ad un tempo consapevole ed elegante,
l’uno o l’altro dei problemi con i quali ogni progettista prima o
poi si imbatte: il lotto edificatorio molto piccolo, la
valorizzazione di uno spazio inquinato dal rumore del traffico,
una sopraelevazione costretta a risolvere con intelligenza
creativa i dettami della Soprintendenza, oppure più semplicemente
esempi connessi con il giustificato desiderio di estraniarsi
rispetto ad un panorama che non propone nulla di gratificante. Ma
sono parse interessanti anche le soluzioni fascinose di interventi
che sanno apprezzare l’importanza di relazionarsi col verde e la
solitudine.
Dunque, in generale, interventi di qualità da assumere come
obiettivo di qualunque aspirazione progettuale quotidiana. La
qualità di ogni singolo intervento è infatti convergente con
l’obiettivo di rendere l’ambiente costruito più piacevole ed
umano.
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