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BIOARCHITETTURA
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Numero 36 di aprile-maggio 2004
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Quali isolanti
Quattro o cinque cose da sapere
Ugo Sasso
Life Cycle Assessment
Sistema efficace ma non infallibile.
Sono ormai molti i progettisti, le imprese, i committenti (a
partire dalle Amministrazioni pubbliche) e gli acquirenti che
pretendono una edilizia più attenta negli impatti, più sana e meno
energivora. La stessa Comunità Europea offre incentivi, stabilisce
normative, segnala procedure, e con estrema chiarezza indica la
necessità di conseguire tali obiettivi nel più breve tempo
possibile. Cionostante nel settore regna manifesta una grande
confusione e in molti sventolano proposte, suggerimenti e
soluzioni miracolose capaci di trasformare il mondo in oasi
ecologiche. Solo che, tanto per evidenziare l’approssimazione
delle proposte, spesso queste non riescono neppure a definire
idee, fatti e circostanze con termini chiari e significati
trasparenti. Così è da parte della stampa specializzata ma in
qualche caso anche di Amministrazioni pubbliche in documenti
ufficiali, ove si utilizzano in generica equivalenza termini come
naturale, compatibile, riciclabile, biodegradabile, di lunga
durata, ed altri ancora con riferimento a prodotti e tecnologie
idonei a realizzare (anche qui vige l’approssimazione) edilizia
ecologia, biologica, sostenibile o verde. In effetti già solo
circoscrivendo l’attenzione alla scelta dei materiali ecologici,
l’impegno non è da poco in un ambito frazionato com’è quello
edilizio, dotato tra l’altro nell’insieme di una forte inerzia nel
recepire innovazioni tecnologiche e/o culturali. Tutti sono per il
momento d’accordo che ogni valutazione non può non riferirsi
all’intero ciclo di vita dei prodotti evitando, tanto per fare un
esempio, che a bassi impatti in fase di produzione si accoppino
scarse compatibilità ambientali in fase di messa in opera,
utilizzo o smaltimento. Il Life Cycle Assessment (LCA) è già da
numerosi anni applicato in numerosi ambiti produttivi e trova il
principale vantaggio in una tensione verso l’oggettività dei
risultati che agevola il confronto tra le offerte del mercato.
Questa dichiarata volontà di quantificazione non è ovviamente
esente da inadeguatezze. Intanto ecologia vuol innanzitutto dire
ristabilire i legami con il contesto geografico, sociale,
culturale, percettivo, emotivo. Significa che ogni scelta corretta
non può che essere riferita al luogo ed al momento specifico, nel
programmatico superamento di ricette valide in assoluto. Infatti
solo sconfiggendo l’anonimia, la standardizzazione, il grigiume
della omogeneizzata edilizia contemporanea sarà possibile uscire
dalla dannazione a cui questa pare condannata: realizzare sempre e
comunque delle periferie. Posto che l’obiettivo principale, se non
unico, dell’edificare è quello far star meglio le persone (eppure
a guardarsi in giro pare che pochissimi condividano nella pratica
tale affermazione) solo se gli edifici saranno in grado di aprirsi
ad un rapporto affettivo con gli abitanti avranno speranza di
sopravvivere alle mode e persino a quei mutamenti di esigenze e
destinazioni che in questi tempi di veloce rinnovamento sono certi
anche se non prevedibili negli esiti. Solo se il luogo possiede
doti di accoglienza ed umanità ha speranza di sopravvivere e la
durata, l’opposizione allo spreco ed al concetto stesso di
consumo, costituiscono le basi di qualunque serio rinnovamento
ecologico. Inoltre, se è vero che lo schema valutativo rigidamente
strutturato, nel rapportare i diversi prodotti ad un unico metro,
pone in condizione gli operatori e gli acquirenti di scegliere con
maggiore consapevolezza e le Amministrazioni di premiare chi
davvero merita, bisogna anche segnalare che la percezione di
neutralità che il processo propone nasconde più o meno
volontariamente un sottile inganno: quesiti, punteggi, riferimenti
formulati in maniera apparentemente asettica sono di fatto frutto
di scelte ideologiche che privilegiano l’uno o l’altro dei
fattori, sovente stabiliti attraverso faticose mediazioni tra
l’ottimo e quello che si ritiene in quel momento mediamente
percorribile, tra gli obiettivi sociali e quelli dei principali
gruppi di pressione. All’interno della Comunità non è raro ad
esempio il caso di Paesi che pongono veti all’introduzione di
indicatori “ecologici” all’interno di normativa quand’anche
volontarie, se la propria industria nazionale non è in grado di
rispondere con adeguata efficienza all’innovazione ipotizzata. Si:
nessuno può ragionevolmente pensare che le battaglie economiche
risparmino l’ecologia, anzi proprio in tale ambito, in prospettiva
sempre più strategico, possono assumere forme virulente, subdole e
prive di scrupoli. Infine va segnalato che tutti i sistemi di
analisi a punteggio tendono a privilegiare la componente
energetica mantenendo contemporaneamente in ombra i problemi
connessi con la salute e la qualità complessiva dell’ambiente.
Questo avviene innanzitutto perché il calcolo dei consumi risulta
più facile, immediato e confrontabile. A condizione ovviamente che
anche in questo non ci si aspetti analisi troppo profonde: ad
esempio quando si suggerisce di approvvigionarsi in un raggio di
100 km dovrebbe essere anche indicato che si è fissata una
discutibile equivalenza tra l’impervia strada di alta montagna e
il lineare percorso fluviale. Né viene mai preso in considerazione
l’investimento energetico assorbito, talvolta percentualmente
notevole, dalla realizzazione e dal mantenimento in efficienza dei
macchinari necessari alla produzione: eppure l’impianto necessario
a sfornare pannelli fotovoltaici è sicuramente più energivoro e
inquinante rispetto ai macchinari richiesti dal confezionamento di
pannelli di… canne palustri.
I più diffidenti anche in questo vedono il motore dell’economia: i
Paesi ricchi contro quelli meno ricchi, le tecnologie più avanzate
contro quelle artigianali, l’industria pesante contro quella
leggera. Ad ogni buon conto non si può negare che anche il
risparmio energetico, il contenimento dei consumi, le energie
rinnovabili siano comunque settori tendenzialmente in grado di
innescare processi di “rottamazione” di buona parte del parco
edilizio e di conseguenza mettere in moto ambiti “alternativi” di
sicuro rilievo economico. Altro motivo per cui prevalgono i
riferimenti energetici è che i discorsi imperniati sulla riduzione
dei costi di gestione, l’idea che un investimento possa essere
ammortizzato in 3-4 anni e subito dopo inizi a remunerare, sono
tra quelli capaci di ottenere i più alti tassi d’ascolto. Se
invece l’inquilino dopo un po’ si ammala a causa dei materiali
utilizzati (capita anche questo), il rapporto economico non
risulta così evidente e conveniente. Per cui parlare di obiettivi
quali il miglioramento della qualità della vita, prevenzione per
la salute, salvaguardia di visuali pregiate o limitazioni dello
spreco di suoli o fors’anche di impedire il ronzio da pochi
decibel eppure fastidiosissimo di un motore “ecologico”, suona
strano e fuori dal coro. Si tratta, per questi ultimi casi, dei
cosiddetti fattori orfani; orfani di promotori, quindi di
ricercatori scientifici e quindi in ultima analisi di protezione.
Per finire: ogni regolamento, standardizzazione, schema, criterio,
inevitabilmente si pone come astrazione per impostazione poco
capace di seguire, adattandovisi, la incredibile complessità del
reale, dei casi concreti, degli effettivi bisogni della gente,
delle scelte semplici e democratiche. Tanto per chiarire il
concetto, non sempre dai quiz risulta che muoversi in bicicletta è
molto meno impattante che adoperare un’auto ad energia solare.
Con tutto questo non si vuole certo porre in discussione
l’importanza di indicazioni sicuramente preziose per muovere il
processo edilizio verso una maggiore qualità, solo con modestia
suggerire che il vero mutamento è possibile, risiede, consiste in
una visione culturale più matura e attenta da parte della società.
In altre parole, il materiale che adopereremo risulterà davvero
ecologico se inserito in un edificio ecologico di un quartiere
ecologico di una città ecologica.
Rispetto a tale consapevolezza le scelte che ci si presentano
dinanzi non sono molte. Di fronte alla evidenza di dinamiche tanto
forti e coercitive da travalicare e travolgere ogni possibile
tentativo di autonomia e di contrapposizione critica, possiamo
arrenderci e quindi rinchiuderci nella routine del mestiere, e
cercare rifugio e soddisfazione magari nella riuscita eleganza di
un dettaglio ben disegnato. Oppure ancora rinunciare a qualunque
posizione, a qualunque scelta, delegare pur sapendo che altri
sceglieranno al nostro posto e quasi sicuramente non in un una
direzione che condividiamo. Come ultima alternativa possiamo fare,
con correttezza di intenti, il possibile; spingere, per quello che
la situazione nel suo complesso ci consente, verso una maniera
diversa e più responsabile di costruire l’intorno in cui vivremo
noi, i nostri vicini ed i nostri nipoti. Per far ciò non
servirebbero tante guide ed indicazioni: è sufficiente operare
secondo quel buon senso che troppo spesso la nostra società ha
barattato in cambio dell’ultima novità.
Questione di benessere
L’equilibrio termico, una delle più importanti condizioni di
benessere, si raggiunge quando l’ambiente fornisce al corpo la
stessa quota di calore che il corpo cede.
Riprendiamo il concetto che l’abitazione serve innanzitutto a
produrre comfort per gli abitanti, si può affermare che il
benessere fisico dipende in misura considerevole da una situazione
termica che non costringa in corpo a ristabilire faticosi
equilibri. L’insieme di tutti i fattori che costituiscono
l’aspetto termico della qualità del luogo viene appunto definito
comfort termico. I parametri principali che incidono sul comfort
termico sono: temperatura, velocità e umidità dell’aria,
temperatura media di irraggiamento delle superfici di
rivestimento. In una fascia di temperature ambiente comprese tra
18 e 22°C l’influenza esercitata nel comfort termico dall’umidità
dell’aria è ridotta e quindi poco rilevante. La velocità dell’aria
risulta trascurabile se non supera il valore di 0,2 m/s. Rimangono
gli altri due fattori: la temperatura dell’aria e la temperatura
di irraggiamento. La prima viene garantita dal riscaldamento, la
seconda dipende dalle temperature delle superfici degli elementi
strutturali.
L’isolamento termico influisce in modo diretto su queste
temperature superficiali: quanto migliore risulterà l’isolamento
termico dell’involucro di un edificio, tanto migliori saranno le
temperature delle superfici delle pareti e così il comfort termico
interno (Felderer & Klammsteiner).
Si ha equilibrio termico quando l’ambiente fornisce al corpo la
stessa quota di calore che il corpo cede. La cessione di calore
del corpo umano alle superfici dell’ambiente da cui è circondato
avviene per circa il 50-60% attraverso irraggiamento calore, tanto
maggiore quanto più la temperatura delle superfici è bassa. Per
questo una parete fredda, anche in una situazione di temperatura
dell’aria gradevole, suscita una sensazione di freddo. Questo
consente di affermare che la temperatura dell’aria di un ambiente
può essere più bassa aumentando la temperatura delle superfici
circostanti, senza intaccare ma anzi migliorando il comfort. Per
esempio in una abitazione poco isolata le temperature superficiali
possono attestarsi intorno ai 14-16°C pur in presenza di una
temperatura dell’aria di 20-21°C., e questo non è sufficiente per
garantire il comfort. Per compensare tale lacuna la temperatura
dell’aria dovrebbe essere portata a 22-24°C. In un edificio ben
isolato con una temperatura superficiale media intorno ai 19°C. il
comfort ottimale viene raggiunto ad una temperatura ambiente di
circa 19-20°C, il che consente un ulteriore risparmio di energia
(6%).
I dati “termici” non considerano tuttavia la qualità dell’aria che
circola in un ambiente, parametro importante per il benessere
fisico. Tale qualità viene garantita attraverso un ricambio d’aria
regolare. Bisogna anche comprendere il senso dell’affermazione
“pareti che respirano”. A seconda dell’attività svolta l‘uomo ha
bisogno di una quantità di aria fresca che varia da 20 a 60 m3 /
ora. Meno del 2% di questi m3 vengono scambiati in forma di
diffusione aerea attraverso le pareti, per cui lo scambio
attraverso soffitto e pareti incide in misura minima sui bisogni
di aria fresca. Considerazioni diverse attengono al riequilibrio
idrometrico e allo smaltimento di umidità eccessiva nonché allo
smaltimento di sostanze nocive. I muri cioè funzionano come una
“pelle” che deve traspirare per equilibrare gli effetti del
metabolismo ma, anche se è dimostrata l’esistenza di una
“respirazione cutanea”, per un essere umano sarebbe fatale
tapparsi il naso e la bocca.
Anche se l’aerazione degli ambienti è indispensabile, comporta una
importante dispersione di energia. Aerando correttamente tale
dispersione può essere contenuta. Data l’inerzia termica del
volume complessivo (pareti, mobili, persone ecc.) è importante
sapere ad esempio che disperde di più una finestra aperta a
fessura che una areazione breve ma intensa ottenuta spalancando le
finestre per alcuni minuti. Alle pareti bisogna invece affidare
l’equilibrio idrometrico: assorbire umidità in caso di eccesso e
restituirlo quando l’umidità si abbassa. Intonaco di calce,
mattoni a vista, argilla, legno, fibre naturali esercitano una
importante azione di regolazione dell’umidità dell’aria. Tuttavia
di norma solo lo strato superficiale (i primi 2-3 cm)
dell’elemento strutturale influenza effettivamente la capacità di
assorbimento di una parete. (Felderer & Klammsteiner)
Il risparmio energetico
L’attenzione alle problematiche termiche, che può considerarsi
anche un investimento economico, nel corso della vita utile
risparmia molta più energia di quanta ne abbia consumata in fase
di realizzazione.
Tornando all’energia, resta il fatto che l’energia più pulita è
quella non consumata e sotto questo punto di vista l’isolamento
termico può essere considerato una delle fonti di energia più
importanti in assoluto in quanto contribuisce al risparmio di
preziosissime materie prime ed aiuta a evitare l’emissione di
sostanze nocive tra cui il biossido di carbonio (CO2), gas serra
particolarmente dannoso per gli equilibri climatici. Considerando
che, senza tener conto del consumo dei mezzi di trasporto, circa
la metà del fabbisogno energetico complessivo è assorbito dalla
gestione domestica e che inoltre circa il 75% di questo fabbisogno
è destinato al riscaldamento degli edifici, diventa evidente
l’enorme potenziale di risparmio. In teoria negli edifici di nuova
costruzione il fabbisogno di energia per il riscaldamento degli
ambienti può essere ridotto fino a un quarto rispetto agli edifici
esistenti, cosiccome è possibile intervenire su questi con
adeguati lavori di risanamento. L’isolamento termico può anche
intendersi come un investimento economico che comporta un
rendimento del capitale investito attraverso il risparmio delle
spese di riscaldamento, infatti quasi sempre l‘isolamento termico
risparmia più energia di quanta ne utilizza nella produzione
(ammortamento energetico) arrivando al pareggio in circa due anni.
Eppure, anche solo sotto il profilo energetico le differenze tra
gli isolanti termici sono considerevoli, con il gruppo degli
organico-sintetici nella posizione peggiore: l’energia necessaria
per la produzione di isolanti in polistirolo espanso é circa 10
volte rispetto allo stesso servizio effettuato con pannelli di
canapa. Ma dipende anche dalla durata del ciclo vitale e dalla
necessità di manutenzione (anche se di norma una volta installati
gli isolanti non sono più accessibili). Come noto, la durata
dipende in maniera sostanziale dalla appropriata (l’isolante
giusto al posto giusto) e corretta (modalità di applicazione)
installazione. Dal punto di vista ecologico sono in generale da
evitare materiali che durante il loro ciclo vitale richiedono una
catena di produzione complessa e ciononostante hanno corta durata
di vita. (Boisits, Rainer 1991)
Indicazioni operative
I progettisti, per poter operare in maniera corretta, hanno
necessità di confrontarsi con dati non di parte.
Per cui è importante mettere a confronto le diverse
caratteristiche dei materiali di coibentazione tenendo conto non
solo di quelle tecniche ma anche di quelle ecologiche. Per far
ciò, consultando più fonti anche non convergenti, sono state
assunte le informazioni disponibili organizzandole e mettendole
insieme secondo quelli che in coscienza riteniamo criteri
ecologici dopo aver letto molto sull’argomento, discusso con
ricercatori e progettisti ecologici tra i più autorevoli, in
qualche caso verificato e sperimentato di persona. Abbiamo cercato
di tener conto, così come è prassi, di tutti gli aspetti del ciclo
di vita: produzione, trasporto, costruzione, periodo di utilizzo,
manutenzione ed infine la demolizione con riutilizzo, riciclaggio
o distruzione. Come accennato, va ribadito che un ecobilancio
puntuale, oggettivo e assoluto é impresa oggi non raggiungibile.
Intanto perché non sono diffuse le cosiddette “etichette
ambientali” idonee a fornire dati quantitativi sotto il profilo
ambientale di un prodotto verificato secondo le procedure di LCA
(Life Cycle Assessment) così come codificate dal corpo di norme
ISO 14040. Si tratta di un sistema di etichettatura che non
prevede soglie di accettabilità ma solo la capacità di raccogliere
dati e l’organizzazione di questi secondo una griglia che faciliti
il confronto tra prodotti diversi. Pur con tutte le limitazioni di
cui si è detto, la diffusione delle etichette ambientali
metterebbe a disposizione un maggior numero di dati da cui partire
per confrontare prodotti spesso diversi in maniera radicale. Altro
motivo è che a livello internazionale non sono stati ancora
definiti ed accettati criteri univoci e indicatori capaci di
quantificare gli effetti delle fasi di recupero materie prime,
produzione, e posa in opera, per cui si hanno ricerche e studi che
prendono in considerazione parametri anche molto diversi. Per il
momento vi è consenso ufficiale solo su due indicatori, obiettivi
e quantificabili, con cui si traducono gli effetti dell‘energia
esterna occorrente: il CO2-equivalente e l’SO2-equivalente.
Ulteriore difficoltà nel confronto proviene dal fatto che in
letteratura un medesimo materiale isolante appare spesso non solo
denominato ma persino definito da grandezze fisiche diverse; ciò é
da ricondurre al fatto che la produzione è ripartita tra
molteplici produttori i cui manufatti si differenziano per
caratteristiche ed anche tipologia di applicazione. Pertanto i
valori riportati sono da considerarsi indicazioni generali
suscettibili di oscillazioni e variazioni. Anche se le fonti
produttive sono parte in causa, costituiscono sempre la miglior
fonte di notizie: è improbabile che quanto affermato per iscritto
si discosti dai dati effettivi, con l’unica avvertenza che per
ovvie ragioni vengono evidenziati gli aspetti più appetibili
ottenuti nelle condizioni più favorevoli, tralasciando ambiti pur
significativi ma che appaiono meno nobili, sempre presenti in
vario grado nelle diverse fasi. Un materiale realizzato senza
consumare energia e materie prime e che non produca inquinamento,
non esiste. Per cui la completezza di informazione appare come uno
dei principali criteri che contraddistingue la serietà del
produttore.
A fronte di quanto speso, nel caso degli isolanti riceviamo gli
effetti positivi esercitati dal materiale durante la fase di
utilizzo. Anche qua sono necessarie alcune precisazioni: la nostra
cultura bioclimatica è ancor oggi troppo condizionata dalle
ricerche mitteleuropee, ove in maniera precoce e sicuramente più
fondata si sono affrontati i problemi connessi con la
bioclimatizzazione di edifici e di interi quartieri. Per cui
quando si discute in Italia di problemi energetici si continua ad
attribuire priorità (se non addirittura esclusività) alle fasi del
riscaldamento invernale trascurando quelle relative al
raffrescamento, che pure assorbono – e in futuro sempre più
assorbiranno – ampie energie e risorse. Mutamenti climatici e
soprattutto mutamenti sociali (capacità economica diffusa, meno
disponibilità all’adattamento, più macchinari che producono
calore) stanno infatti accentuando consumi di raffrescamento sino
a ieri sconosciuti, mentre il mondo scientifico, politico e
tecnico per lo più continua a sovrapporre i concetti di risparmio
energetico e di isolamento dal freddo. Rimane in ogni caso
accertato che una maggiore attenzione a come si determina e come
si mantiene il microclima interno – non solo quindi contenimento
dei fabbisogni estivi ma necessariamente anche rallentamento dei
flussi termici estivi in entrata – consegue una diminuzione
radicale dei fabbisogni energetici sviluppata lungo l’intera
durata dell’elemento coibentante. Questo non manca di produrre
vantaggi su molti fronti, a partire dalla diminuzione delle
emissioni di CO2 e dei fenomeni di
acidificazione. Per il momento sappiamo quindi solo che,
riferendoci ai climi in cui l’effettivo bisogno di riscaldamento
dura cinque-sei mesi l’anno, la quantità di energia necessaria per
la fabbricazione, il trasporto e la posa in opera di un
determinato materiale isolante, è sicuramente e di molto,
inferiore all’energia risparmiata attraverso la sua applicazione.
Se invece del riferimento quantitativo all’energia traduciamo i
valori secondo i due parametri CO2 e SO2,
l’applicazione intelligente e ponderata di un isolamento termico
(come sappiamo, la posa in opera a regola d’arte non copre il
totale delle realizzazioni e inoltre vige un limite sia di
convenienza economica che di salubrità nel coibentare: a nessuno
piace abitare all’interno di un thermos) evidenzia un bilancio
ecologico negativo essenzialmente nei casi in cui sono stati
applicati pannelli polimerici, espansi attraverso l’utilizzo di
CFC oppure H-CFC o H-FC, gas vietati da alcuni anni e in grado di
incidere sull’effetto serra in maniera proporzionalmente molto
maggiore rispetto alla stessa CO2.
Intanto alcune considerazioni di base:
• La climatizzazione degli edifici è uno degli strumenti
utilizzabili per migliorare il comfort degli occupanti. È per
questo motivo che durante la stagione invernale è previsto il
riscaldamento ed eventualmente il condizionamento durante la
stagione calda.
• L’energia non può essere né creata né distrutta, ma soltanto
trasformata.
• Per un principio fisico, il calore passa spontaneamente solo da
un corpo più caldo ad uno più freddo per cui in inverno il calore
viene trasmesso dagli ambienti interni verso l’esterno.
• Garantire che la temperatura interna di un edificio si mantenga
costante significa integrare mediante un corrispondente apporto di
calore, l’energia dispersa. Questo di norma avviene tramite il
supporto di fonti energetiche quali legno, gasolio, metano o
energia elettrica, il cui utilizzo incide a vario titolo sulla
qualità di aria, acqua e suolo.
Tenendo conto di queste semplici riflessioni e del fatto che la
normale capacità isolante delle murature può essere migliorata
senza eccessivi investimenti, appare evidente come nelle aree
climatiche caratterizzate da periodi invernali sufficientemente
lunghi, l’arginamento del flusso di calore dall’interno verso
l’esterno costituisca la misura in assoluto più efficace per
risparmiare energia. E tale obiettivo si ottiene creando una
resistenza capace di frenare il flusso di calore: in altre parole,
l’isolamento termico.
Come meglio specificato in seguito, l’incidenza sui consumi del
raffrescamento estivo sta diventando sempre più centrale, per cui
nella scelta del pacchetto è importante tener conto anche di tale
evoluzione nelle consuetudini. Per tener conto di questo, come
supporto alle scelte, ogni materiale dovrebbe essere esaminato
mediante notizie, riflessioni e dati idonei a confrontare gli
effetti ecologici significativi segnalando proprietà fisiche,
disponibilità di materie prime, sistemi di produzione e
lavorazione, ambiti di applicazione, consumi energetici primari,
valutazioni nella fase d’uso, durabilità, radioattività, reazione
al fuoco, emissioni equivalenti di CO2 e di
SO2, risparmi energetici, problemi nella
demolizione, possibilità di riutilizzo o riciclaggio, smaltimento.
Inerzia termica
Un involucro in grado di agevolare la climatizzazione non solo
deve limitare le perdite di calore ma anche ostacolare l’ingresso
del caldo estivo.
Il calore si trasferisce per conduzione, irraggiamento e
convezione, ma in pratica si ritiene che in prima approssimazione
la conduttività termica (espressa dal simbolo l) rappresenti in
maniera adeguata le caratteristiche termoisolanti del materiale.
Tale conduttività termica indica la quantità di calore che fluisce
ogni secondo attraverso 1 m2 di materiale da costruzione dello
spessore di 1 m con una differenza di temperatura tra interno ed
esterno di 1 K. I metalli evidenziano una conduttività termica
fino a circa 400 W/mK mentre i gas hanno per contro valori molto
più bassi, di circa 0,02 W/mK. Il valore più basso viene raggiunto
nello spazio sottovuoto, dato che in questo caso il superamento
del calore avviene solo attraverso la radiazione termica. Vengono
definiti materiali di coibentazione sostanze con coefficiente l
minore di 0,1 W/mK. Nell’applicazione pratica è opportuno
addizionare un supplemento rispetto alle indicazioni teoriche di
ciascun materiale che consideri gli effetti dell‘umidità e
dell’invecchiamento.
Altro elemento da considerare è il coefficiente di trasmissione U:
all’interno di una parete fissa che divide due zone a temperature
differenti, avviene una trasmissione di energia definita come
trasmissione di calore dagli ambienti interni riscaldati verso
l’aria esterna fredda. Il calcolo della trasmissione del calore di
per sé è molto complicato. Supponendo tuttavia uno stato
stazionario, con temperature interne ed esterne costanti e una
dimensione della parete sufficientemente grande per garantire il
non influsso delle zone marginali, si ottengono importanti
semplificazioni che consentono di definire il coefficiente di
trasmissione termica U [W/m2K] altrimenti noto con la
vecchia denominazione di coefficiente k. Il coefficiente U indica
il flusso del calore che viene ceduto dall’ambiente interno
all’aria esterna attraverso una superficie di 1m2 in
presenza di una differenza di temperatura di 1 K.
Nei climi caldi, soprattutto se caratterizzati da una consistente
escursione diurna, non sempre l’isolamento termico incide secondo
le aspettative: come testimonia l’architettura vernacolare, in
tale aree risultano particolarmente efficienti murature di forte
spessore e quindi dotate di capacità termica elevata, cioè
materiali ad alta inerzia termica (sassi o mattoni sia cotti che
crudi) da associare a sistemi di ventilazione e se possibile a
finiture di superficie capaci di favorisce il re-irraggiamento
notturno. Al riguardo, essendo particolarmente lenta la conduzione
nei materiali lapidei, il loro utilizzo accoppia ad un’alta
inerzia termica una bassa emissività superficiale; è questo che
determina – come sanno nei Paesi caldi – la sensazione di fresco
restituita sedendo o camminando scalzi su una superficie marmorea;
per restare nell’esempio, è al contrario corretto nei Paesi freddi
il massiccio ricorso al legno (rivestimenti, pedane, panche ecc.)
finalizzato ad evitare il contatto con le masse più pesanti.
In effetti quasi tutte le considerazioni svolte nella parte
iniziale si basano sull’ipotesi di temperature dell’aria costanti
nel tempo sia all’esterno che all’interno, mentre in realtà le
temperature esterne subiscono alcune oscillazioni. Se tali
oscillazioni sono consistenti, per esempio d’estate allorché
l’irraggiamento scalda la parete esterna, diventa opportuno
prendere in considerazione il regime termico variabile. Si noterà
allora come in un certo intervallo di tempo in genere il flusso
termico entrante differisce da quello uscente. La differenza
rappresenta l’energia che la parete può accumulare o cedere.
Questa caratteristica è in funzione sopratutto della massa della
parete ovvero dalle sua capacità termica specifica e determina uno
smorzamento della variabilità esterna. Quanto maggiore sarà la
capacità termica, tanto più il materiale in questione risulterà in
grado di accumulare calore. La capacità termica specifica c (unità
di misura: J/kgK) indica la quantità di calore necessaria per
riscaldare di 1 Kelvin (1K corrisponde a 1 °C) la massa di 1 kg di
un determinato materiale, senza che tale materiale alteri il
proprio stato di aggregazione (ovvero si sciolga o evapori). Se
vogliamo conoscere il tempo che intercorre in una struttura
affinché la variazione di temperatura esterna determini una
corrispondente variazione interna, facciamo ricorso alla costante
termica di tempo, che è funzione del rapporto superficie
d’involucro/massa totale effettiva (comprensiva di mura, solai,
pavimenti, tramezzi ecc.). In pareti di materiale omogeneo risulta
direttamente proporzionale al quadrato del loro spessore e
inversamente proporzionale alla diffusività termica specifica del
materiale (che a sua volta indica la velocità con cui il calore si
diffonde nello spessore del materiale). Il fattore di attenuazione
di una muratura è dato quindi dal rapporto tra l´ampiezza
dell’oscillazione termica della temperatura interna e quella
esterna; varia da 0 (attenuazione massima con inerzia infinita) a
1 (inerzia nulla) mentre il coefficiente di accumulo del calore S
[J/m3K] è dato moltiplicando c per la densità del
materiale. Quanto più calore riesce ad essere trattenuto da un
materiale, tanto più quest’ultimo reagirà lentamente in caso di
riscaldamento o raffreddamento (il cosiddetto smorzamento
dell’ampiezza d’onda). Per farsi un idea dell’adeguatezza del
singolo componente dell’involucro dell’edificio rispetto alle
oscillazioni della temperatura esterna è utile prendere in
considerazione una trattazione semplificata. In questa si ammette
che l’oscillazione della temperatura esterna abbia un andamento
sinusoidale con un periodo di 24 ore. Lo sfasamento evidenzia la
durata del processo in cui la più alta temperatura esterna di una
faccia della costruzione viene irradiata all’interno. Se la
temperatura interna più alta aumenta dopo 10 ore rispetto a quella
più alta esterna, allora lo sfasamento corrisponde a 10 ore. La
base di calcolo per tale sfasamento é il coefficiente di
conduzione termica dato dal peso specifico apparente, dalla
conduttività termica e dalla capacità termica specifica del
materiale. Quanto più basso é il coefficiente di conduzione
termica, tanto migliore sarà l’isolamento termico estivo ottenuto.
Nei numerosi casi in cui è opportuno sfruttare l’abbassamento
della temperatura notturna attraverso l’aerazione dei locali e
l’irraggiamento negativo, diventa ideale uno sfasamento di 10/12
ore. Abbastanza utili in tal senso si dimostrano i fiocchi di
cellulosa e i trucioli di legno, mentre le fibre minerali e
plastiche presentano caratteristiche negative. Ma oltre a sfasare
l’onda, non meno importante è smorzarla. Lo smorzamento
dell’ampiezza si pone come il rapporto tra l’oscillazione di
temperatura esterna e l’oscillazione di temperatura nell’ambiente
interno. Più alto sarà lo smorzamento dell’ampiezza tanto più
basso sarà l’oscillazione di temperatura negli ambienti interni.
Come accennato, il fattore più importante in tali casi è dato
dalla massa della parete.
Condensa
Solo un corretto dimensionamento e posizionamento dell’isolante
pone al riparo dai pericolosi rischi di condensa.
Altro argomento di estrema importanza nell’isolamento ma non
sempre considerato in maniera adeguata, è la diffusione di vapore
acqueo. Il riscaldamento degli ambienti abitati e il loro utilizzo
comporta che durante la stagione invernale l’aria interna abbia un
contenuto di acqua molto superiore rispetto a quello dell’aria
circolante all’esterno determinando una maggior pressione relativa
del vapore acqueo. Tale differenza di pressione provoca una
migrazione (diffusione) di vapore acqueo dall’interno verso
l’esterno. Durante tale migrazione l’aria più o meno satura
incontra temperature sempre più basse sino al punto da non
riuscire più a mantenere disciolta l’umidità, che quindi condensa.
Nei casi in cui la temperatura superficiale interna dell’elemento
strutturale sia adeguatamente bassa, la condensazione può
manifestarsi già sulla superficie interna, con la conseguente
formazione di muffe. Se invece avviene all’interno delle
struttura, quanto meno se ne compromette l’efficacia isolante (che
è funzione inversa dell’umidità contenuta: l’acqua è un buon
conduttore di calore). Una prima stima circa la reazione di un
determinato elemento strutturale può avvenire attraverso il
calcolo del punto di rugiada, cioè quello in cui l’aria raggiunge
la saturazione per un determinato contenuto d’acqua. Se il punto
di rugiada cade all‘interno dell’elemento strutturale, questo può
infradiciarsi e annullare la sua efficacia isolante. Il trasporto
di vapore acqueo all’interno dell’elemento strutturale viene
contrastato in maniera diversa da ogni materiale mediante
l’opposizione di una resistenza (coefficiente m) che prende il
nome di resistenza alla diffusione. La resistenza di un materiale
alla diffusione corrisponde allo spessore in metri dello strato
d’aria che oppone alla diffusione del vapore la medesima
resistenza di 1 metro del materiale in esame. Vi sono perciò
materiali che ostacolano in maniera accentuata il flusso di vapore
(barriere), altri che lo frenano (freni). Per impedire che il
vapore condensi all’interno della muratura, si pongono appunto dei
freni o delle barriere che rallentano il passaggio e con esso
(effetto di solito non positivo) la traspirazione. Buona regola
costruttiva generale è porre un freno adeguato fino al punto di
rugiada, quindi una volta superato quest’ultimo decrescere il più
possibile. Per evitare danni permanenti alla costruzione è inoltre
importante che l’umidità eventualmente accumulata possa facilmente
fuoriuscire tutte le volte che la temperatura esterna si alza.
La protezione del rumore
Il rumore mina le resistenze psicologiche. Non sempre un
isolante termico protegge anche dal rumore.
Il suono è una variazione di pressione prodotta dall’oscillazione
di un corpo (per esempio una campana) che si propaga con moto
ondulatorio attraverso un mezzo elastico (per esempio l’aria o i
muri). Il volume del suono che viene percepito dall’udito è
rappresentato dal livello di pressione sonora, che si esprime in
decibel (dB). La scala dei dB è una scala logaritmica, nella quale
il livello inferiore – la soglia dell’udito – è 0 dB, mentre la
soglia del dolore è circa 120 dB. Il suono è definito da grandezze
fisiche e valutato oggettivamente. Il concetto di “disturbo da
rumore” invece non può essere descritto tramite la fisica perché
solo nel cervello il suono si trasforma in disturbo e sono
molteplici i fattori che influenzano le modalità in cui il
cervello elabora le informazioni acustiche. Il fatto che
l’esposizione intensiva e prolungata al rumore comporti dei danni,
conducendo a malattie sia fisiche che psichiche, è ormai una
certezza medico-scientifica. Spesso ci si lamenta del rumore
sottovalutandone comunque le conseguenze per la salute:
l’esposizione eccessiva e/o prolungata può comportare sia
patologie uditive che compromettere l’intero organismo.
Le fonti di rumore sono strade, ferrovie, industrie, cantieri
edili, ma anche rumori che si producono all’interno dell’edificio
determinati da abitanti, impianti idraulici, ascensori, ecc.
Molti materiali con capacità termiche posseggono anche
caratteristiche utili in ambito acustico per cui sovente si
utilizza uno stesso materiale con entrambi gli obiettivi. Si
ritiene utile quindi fornire alcuni cenni generali. Sono
sostanzialmente due le modalità secondo le quali un suono si
propaga all’interno di uno spazio: per via aerea (quando da una
sorgente sonora il rumore si propaga tramite l’aria) e per via
solida (quando le vibrazioni sonore si propagano attraverso le
strutture di un edificio fino a raggiungere un ambiente nel quale
si diffondono come rumore). Gli isolanti acustici rispondono
quindi a due differenti tipologie: rumori aerei e rumori d’urto
(calpestio del pavimento, caduta di oggetti, trasporto di oggetti
pesanti...). Quello prodotto dai passi è considerata la più
frequente fonte di rumori negli edifici civili (Wienke 2000, 51).
Le corrispondenti tecniche di insonorizzazione tendono a ridurre
la trasmissione del rumore dall’esterno verso l’interno e tra
ambienti contigui (fonoisolamento) e per limitare la diffusione di
energia sonora diretta o riflessa all’interno di un locale (fonoassorbimento).
I fonoisolanti hanno lo scopo di ridurre la trasmissione di
energia sonora che li attraversa. Il loro potere isolante è
espresso in dB ed è indice del rapporto tra energia sonora
incidente ed energia sonora trasmessa. Un isolamento acustico con
buone prestazioni si aggira tra i 30 ed i 40 dB, determinato come
differenza dell’intensità del suono prima e dopo l’attraversamento
del materiale. I materiali più adeguati all’impiego nei termini
dell’isolamento acustico sono impermeabili, ad alta densità e
malleabili. I parametri che intervengono nella valutazione della
capacità isolante di una struttura edilizia sono quindi la massa
degli elementi strutturali attraversati dall’energia sonora, la
loro composizione e la frequenza di riferimento della radiazione
sonora. In generale a parità di massa per superficie unitaria, le
pareti pesanti o a doppio strato vantano una capacità fonoisolante
maggiore rispetto a pareti leggere o monostrato.
L’altra modalità di isolamento è l’assorbimento (fonoassorbenza)
che, riducendo l’energia sonora impattante la superficie, smorza
la propagazione del rumore nell’ambiente secondo il coefficiente
di assorbimento acustico a=Wa/Wi (rapporto tra energia sonora
incidente e energia sonora assorbita). Posseg¬gono buona
assorbenza i materiali porosi dotati di struttura fibrosa o
alveolare aperta quali lana di vetro, schiuma a cellule aperte o
pannelli forati. Determinanti ai fini dell’assorbimento acustico
sono lo spessore del materiale e la sua collocazione all’interno
della struttura.
Nella scelta dei materiali bisogna quindi considerare le
dimensioni, la massa areica (nelle distribuzioni superficiali di
massa è quella contenuta nell’unità di area e si misura in kg/ml)
secondo i valori stabiliti dalle norme UNI, il coefficiente di
assorbimento acustico (UNI ISO 354), il potere fonoisolante (UNI
82703/3), la reazione e il comportamento al fuoco, i limiti di
emissione di sostanze nocive per la salute e la compatibilità
chimico-fisica con gli altri materiali.
Per quanto concerne i solai, il comportamento acustico dipende
essenzialmente da stratigrafia, spessore e massa areica. Lo strato
portante in genere non garantisce un buon isolamento dai rumori.
Il sistema più efficace di isolamento è rappresentato dal
pavimento galleggiante (DIN 18164 parte 2) in cui il blocco
pavimento e massetto sono posati su uno strato isolante di
materiale resiliente e smorzante capace di trasformare parte
dell’energia meccanica di impatto in energia termica attraverso i
movimenti delle sue particelle. Tale isolante deve garantire
isolamento anche dalle pareti circostanti e quindi va posato con
giunti sfalsati e ben accostati facendolo risvoltare in verticale
per tutto lo spessore del massetto e del pavimento. Nello stesso
modo si dovranno isolare cavi, impianti e tubazioni. L’isolante
verrà poi separato dal getto del massetto di ripartizione da uno
strato realizzato, per esempio, con un foglio di polietilene di
0,2 mm. Per quanto riguarda l’isolamento acustico dai rumori
d’urto, i materiali fonoisolanti sono in genere forniti di un
indice di attenuazione del livello di rumore da calpestio espresso
dall’attenuazione ottenuta in corrispondenza della frequenza di
500 Hz. Per abbattere i rumori d’urto in un solaio risultano
favorevoli la presenza di strati continui di materiali con bassa
resistenza a compressione in contatto con strati rigidi, l’elevata
massa dei materiali costituenti il solaio stesso e la presenza di
strati di materiali con elevato assorbimento acustico all’interno
di un’intercapedine.
Per quanto concerne le pareti, l’isolamento acustico è solitamente
superiore quando si prevede l’accostamento di uno strato elastico
tra due masse rigide concepite con masse e natura differenti e non
rigidamente collegate tra loro, al fine di evitare fenomeni di
risonanza. Risulta particolarmente importante anche l’eventuale
presenza di una intercapedine d’aria tra gli strati in grado di
costituire interruzione alla trasmissione delle onde sonore per
via solida. In genere gli accoppiamenti prevedono strati continui
di materiale con bassa resistenza a compressione in contatto con
strati solidi rigidi; la presenza di strati continui di materiali
con elevata tenuta all’aria posati verso l’ambiente disturbante;
la presenza di strati di materiali con elevato assorbimento
acustico. Inoltre la parete deve evitare i fenomeni di riflessione
e amplificazione dei rumori ricorrendo a determinate geometrie
superficiali o a particolari materiali costituenti il rivestimento
interno. Nel caso di costruzioni esistenti, gli interventi più
frequenti consistono nell’accoppiamento ad una parete monostrato
di una controparete in materiale fonoisolante, nel rivestimento
della parete con fogli di piombo che ne aumentano il peso, nella
posa, sulla parete, di intonaci fonoassorbenti a base di fibre
minerali, vermiculite, polistirolo nello spessore di 1-3 cm.
Rilevante è la necessità di non creare ponti acustici che,
analogamente a quelli termici, sono punti singolari della
struttura edilizia in cui è notevolmente ridotta la resistenza al
passaggio di energia sonora. Tra le cause fondamentali dei ponti
acustici sono da citare fessure, vuoti nei giunti tra elementi
resistenti, elementi fessurati, giunti murari, passaggio di
canalizzazioni, collegamenti rigidi tra strati di muratura e tra
tramezzi e solai, infine i telai degli infissi.
Rispetto ai più frequenti rumori interni ed esterni risultano
materiali idonei le fibre minerali, di legno/cellulosa, di cocco,
di poliestere, canapa, lino, lana, polistirolo espanso
elasticizzato. Non sono adatti il vetro cellulare, il normale
polistirolo ed il poliuretano. Risulta ad ogni buon conto sempre
determinante il tipo di accoppiamento tra materiali diversi ed il
peso complessivo del pacchetto. Stuoie, feltri e pannelli
utilizzati come anticalpestio devono possedere una soddisfacente
elasticità, rappresentata dalla rigidità dinamica dell’isolante:
più è bassa la rigidità dinamica dell’isolante, più efficacie é
quest‘ultimo. Cosi il potere fonoisolante di una parete d’ambito
può peggiorare attraverso l’utilizzo di materiali coibenti con
un’alta rigidità dinamica come ad esempio attraverso
l’applicazione in aderenza sulla facciata esterna di pannelli
rigidi di legno mineralizzato oppure di isolanti sintetici.
Per lo smorzamento della risonanza di cavità (ad esempio nelle
intercapedini) vengono impiegati materiali porosi e morbidi con
resistenza aerodinamica specifica del materiale di assorbimento >
5 kN s/m4. A tale scopo si prestano, oltre ai materiali
isolanti di fibre minerali, anche suolette di cellulosa, cocco e
lana.
Tutela dell’ambiente
Produrre, porre in opera, utilizzare, smaltire, sono attività
energivore e spesso inquinanti; ridurre al minimo l’impatto è
scelta sociale e compito di ciascuno.
Sotto questo aspetto é fondamentale la protezione del paesaggio,
la disponibilità a lungo termine di materie prime, la loro
estrazione e trasporto, il dispendio energetico e la valutazione
delle sostanze nocive prodotte ed emesse, i danni potenziali
(nonostante le sempre maggiori misure di sicurezza gli incidenti
chimici durante la produzione ed il trasporto continuano ad
aumentare in funzione dell’aumento delle quantità in valore
assoluto). Argomento importante è anche la disponibilità a lungo
termine delle materie prime: fonti non rinnovabili possono essere
utilizzate solo con parsimonia. Secondo autorevoli previsioni le
scorte di petrolio saranno sufficienti ancora per circa qurant’anni
a condizione che l’utilizzo rimanesse costante. Si considera un
materiale disponibile a lungo termine se viene prodotto da materie
prime rinnovabili, come ad esempio le fibre di legno, canapa, lino
e simili o da materiali di riciclaggio quali la cellulosa. Anche
argilla e sabbia di quarzo sono disponibili in quantità notevole.
(Energieagentur NRW)
Poiché ogni produzione di materiali da coibentazione comporta un
investimento energetico, è possibile avvicinarsi ad una
valutazione attraverso il PEI (Dispendio di Energia Primaria) dato
dalla somma dei costi di produzione compreso il trasporto ed il
posizionamento nel cantiere di produzione del singolo prodotto al
cancello della fabbrica. Tutti i processi che necessitano di molta
energia evidenziano grosse problematiche ambientali in quanto le
corrispondenti emissioni inquinanti danneggiano l’ecosistema,
pregiudicano la salute e portano ad un globale riscaldamento del
clima. Tuttavia il fabbisogno primario di energia come pura
grandezza fisica non è diretto indicatore ecologico in quanto va
differenziato tra consumi di risorse rinnovabili e non
rinnovabili. Per cui i dati riferiti evidenziano l’energia da
fossili non rinnovabili. (Landesinstitut für Bauwesen des Landes
NRW 1999)
Il consumo energetico primario si esprime nelle seguenti unità:
Attraverso la combustione di energie fossili vengono liberati
nell’aria grandi quantità di biossido di carbonio. Questo
contribuisce ad un globale riscaldamento del clima che sta
cambiando gli equilibri climatici. Il biossido di carbonio e altri
gas che contribuiscono al riscaldamento dell’atmosfera, vengono
denominati gas ad effetto serra. Molti di tali gas, come ad
esempio il CFC, mostrano potenziali di assorbimento e persistenza
nell’atmosfera molto maggiori rispetto al CO2 (Global Warming
Potential = GWP). Per quantificare l’effetto serra prodotto dalle
emissioni gassose viene utilizzato il CO2 equivalente.
Da tener presente poi che nell’atmosfera diversi componenti delle
emissioni gassose si uniscono con l’acqua a formare acidi.
Attraverso le precipitazioni questo determina un inacidimento
progressivo dei suoli con danneggiamento degli ecosistemi. La
componente principale dei gas acidi è presente nell’SO2.
Quale indicatore di una possibile conseguenza di danneggiamento
ambientale viene pertanto evidenziata la potenzialità di acidità (Acidification
Potential=AP) dei diversi prodotti. La potenzialità di acidità di
altri gas viene descritta come SO2
equivalente. (Landesinstitut für Bauwesen des Landes NRW 1999)
Pensare al momento della progettazione già alla futura fine
dell’edificio è atto inconsueto perché molto spostato nel tempo.
Tuttavia ogni edificio è destinato a richiedere adattamenti a
nuove funzioni o ad essere sostituito. Si dovrebbero perciò
costruire edifici scomponibili in elementi recuperabili,
riutilizzabili, riciclabili e infine smaltibili senza provocare
ulteriori inquinamenti.
I prodotti si possono classificare secondo la loro riciclabilità
come da tabella qui accanto. (Wienke 2000)
Tutela della salute
Non sempre tutti i materiali sono innocui; scegliere con cura
vuol dire proteggere noi e gli altri.
Ai problemi in fase di produzione si è accennato. Per quanto
concerne la fase di esercizio, ormai da molti anni si discute
sulla eventuale pericolosità di polveri e fibre fini. Si può
affermare che le concentrazioni di pulviscolo all’interno non
aumentano se l’isolamento è stato collocato sotto rivestimenti
ermetici, sul lato esterno della parete e più in generale se sono
state osservate le prescrizioni di posa. L’indice è spesso puntato
contro il bitume: si tratta di una miscela di idrocarburi residui
di distillazione del petrolio. Anche se al di sotto dei 180°C non
esiste il rischio di emissione di vapori (idrocarburi policiclici
aromatici) cancerogenici, anche a temperature più basse si possono
avere esalazioni maleodoranti e irritazioni della pelle e delle
mucose; per cui negli ambienti interni è consigliabile evitare a
titolo preventivo l’uso di materiali isolanti trattati con bitume
(Fechner 1999). Altri materiali potenzialmente pericolosi sono
quelli per il trattamento ignifugo, non per emissioni ma per la
possibile polverizzazione e idrosolubilità, per cui i materiali
vanno confinati ed evitato il contatto con l’acqua. I più comuni
agenti antincendio sono a base di alogeni, fosforo, idrossido di
alluminio, borace, solfato di ammonio, solfato di alluminio,
triossido di antimonio con composti alogenati.
Altro problema è la radioattività: mentre i materiali organici ne
sono generalmente esenti, i materiali di origine minerale possono
introdurre nell’ambiente radon e minerali radioattivi.
L´emanazione di radon da questi materiali è legata ovviamente
innanzitutto alla concentrazione dei radioelementi nei materiali
stessi, ma anche allo stato di aggregazione, alla granulazione e
alla porosità (Bruno Stefano 2000). Lana di vetro e vetro
cellulare evidenziano i valori più bassi mentre perlite e pomice,
di origine vulcanica, evidenziano di solito una maggiore
radioattività. Questo vale anche per la lana di roccia. Comunque
l’inquinamento radioattivo da parte delle sostanze isolanti appare
poco significativo in ambito edilizio: la percentuale di materiali
isolanti presenti nella massa dell’edificio può variare dallo 0,1
all’1%, e per di più detti materiali vengono applicati
principalmente in situazioni esterne o confinate.
Ulteriore aspetto importante è il comportamento al fuoco. I
materiali da costruzione vengono suddivisi e classificati in base
alla loro reazione al fuoco. I materiali isolanti di origine
animale o vegetale e sintetici raggiungono al massimo la classe di
infiammabilità 1 (difficilmente infiammabili), ma mai 0. La
comparazione prende in esame i seguenti fattori: infiammabilità,
effetto aggressivo dei gas combusti, formazione di gocce
incendiarie e formazione di fumo denso. Mentre l’infiammabilità e
la formazione di gocce e di fumo denso possono essere facilmente
misurate, confrontate e standardizzate, la precisa valutazione
degli effetti dei gas di combustione é quasi impossibile e in
genere viene determinata quantificando la formazione di monossido
di carbonio, la causa più frequente di decesso in caso di
incendio. Forte formazione di fumo denso si verifica soprattutto
nel caso del polistirolo e di alcuni poliuretani espansi, mentre
le lane minerali (di roccia e di vetro) e le sostanze naturali
sviluppano meno fumo. (Felderer & Klammsteiner)
In presenza di fiamme di proporzioni notevoli gli agenti
antincendio non possono evitare la combustione degli isolante
termici, determinano invece un aumento della tossicità e della
quantità di emissioni derivanti dalla combustione. Questo vale
soprattutto per composti alogenati.
Articolo tratto da:
Ugo Sasso, “Isolanti si/isolanti no”
Edizioni Alinea – Firenze 2003
Fotografie di Josef Pernter, Bolzano



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