A. WEGER
LIBRERIA BRESSANONE

via Torre Bianca, 5
39042 Bressanone BZ
Tel. +39 0472 836164
Fax. +39 0472 801189
info@weger.net

 
 
 
BIOARCHITETTURA
 

Numero 36 di aprile-maggio 2004

La colonia Güell
Il quartiere operaio organizzato secondo Gaudí

Ginevra De Colibus, Salvatore Gammella

Nella seconda metà dell’Ottocento la Catalogna vive, dopo secoli di decadenza, un momento di grande prosperità economica e di vivace fermento culturale, anche grazie a una borghesia industriale colta e potente che affianca nel potere la vecchia aristocrazia. È il periodo cosiddetto della “Renaixença”, in cui si fondano accademie, università, musei, vengono promosse riforme economiche e sociali, ammodernate le strutture politiche e, soprattutto, legittimate la lingua e la cultura catalane. La critica all’inefficienza del governo di Madrid, comune a molti intellettuali catalani, diventa sovente spunto per contrapporre l’illuminata iniziativa privata della borghesia di Barcellona e, in particolare, la realizzazione di colonie rurali. Enric Prat de la Riba, ideologo della Lliga Regionalista e principale esponente del catalanismo conservatore, nel 1898 pubblica Ley Jurídica de la Industria, libro nel quale affronta la “questione sociale” in Catalogna. Prat identifica nelle grandi concentrazioni urbane, cresciute a dismisura in seguito allo sviluppo delle industrie, “ambienti nei quali pullulano tutti i germi del male”. Le nuove colonie industriali, invece (tra il 1860 e il 1920, più o meno lontano da Barcellona, ne vengono realizzate circa 40), mantengono a misura sociale la dimensione aggregativa, decongestionano le città e soprattutto consentono la permanenza degli antichi valori tipici dei costumi tradizionali catalani. In quest’ottica, il proprietario della colonia – colui che, come sottolinea Prat, dà lavoro e riparo ai suoi operai – incarna il “patriarca” deputato a custodire, rinnovandole, le tradizioni della civiltà rurale. Fra le nuove colonie un posto di riguardo copre la Colonia voluta da Eusebi Güell, ricco industriale e raffinato mecenate, a cui Prat dedica l’apertura del suo testo. La costruzione del nuovo stabilimento per la tessitura del velluto era iniziata nel 1890 a Santa Coloma de Cervelló, distretto a circa venti chilometri da Barcellona. L’area, un’estensione di circa 160 ettari attraversata da un fiume secondo la direzione nord-sud, era stata acquistata nel 1860 dal padre di Eusebi, Joan Güell i Ferrer, ed era un’antica proprietà rurale nel cui centro sorgeva una masseria del XVIII secolo, caratteristica della campagna catalana. Lo studio dell’impianto della nuova colonia venne affidato a Francesc Berenguer, collaboratore di Gaudí, forse con la supervisione del maestro. Sempre Berenguer, assieme ad un altro collaboratore di Gaudí, Joan Rubió, si occupa anche della progettazione delle abitazioni e dei principali edifici della colonia: 150 case, negozi e servizi tra i quali la scuola, la Cassa di Risparmio, la Società di Mutuo Soccorso, la filodrammatica, due associazioni corali e la casa del medico con annesso l’ambulatorio. Il piano della colonia ha forma di “L”: alle estremità dei due bracci sono collocate la scuola e la chiesa; tra le due sono disposte le case degli operai, allineate lungo assi viari che disegnano, nella parte centrale del braccio più lungo della “L”, una piazza quadrangolare: piazza Joan Güell. In uno degli edifici della piazza ha sede l’Ateneo Unió, un’associazione che organizza spettacoli teatrali, iniziative culturali e di intrattenimento, nonché le partite della squadra di calcio della colonia. Dal lato opposto rispetto alla chiesa si trova il complesso degli edifici industriali. Chiesa, scuola e fabbrica formano simbolicamente un triangolo al centro del quale sorge l’antica masseria trasformata in residenza della famiglia Güell e utilizzata da quest’ultima durante le visite alla colonia. L’impianto generale della colonia è abbastanza conforme a quello di strutture simili, se non fosse per una maggiore cura dei dettagli soprattutto nell’assemblaggio degli elementi laterizi e la percepibile intenzione di mantenere decorosa anche la qualità della vita degli operai. Tant’è che gli alloggi unifamiliari, che vanno dai 60 ai 140 mq in funzione della dimensione del nucleo familiare, distribuiti su due piani e con orticello e giardino sul retro, vengono definiti da un cronista del tempo «veri e propri chalets circondati da giardino». L’intera struttura aggregativa viene inaugurata nel 1891 e dal 1892 prende ufficialmente il nome di Colonia Güell. Antoni Gaudí riserva per sé solo la progettazione della chiesa, l’ultima sua opera prima della Sagrada Família. Comincia a lavorare al progetto nel 1898, subito dopo la richiesta di Eusebi Güell, anche se la cerimonia per la posa della prima pietra avrà luogo solo il 4 ottobre 1908. Il luogo scelto, che rispetto alla fabbrica si trova all’estremo opposto della colonia, era una lieve altura coperta da un boschetto di pini e un po’ discosta dal nucleo di abitazioni. Le alte guglie della chiesa, ricoperte di maioliche dorate, avrebbero dovuto contrapporsi alle ciminiere del complesso industriale. La chiesa e la fabbrica, una di fronte all’altra, avrebbero rappresentato i valori fondamentali della colonia: lavoro e religione. Gaudí, che in ogni sua opera cerca un’architettura come «perfezionamento del gotico», rifiuta l’ortogonalità come scelta artificiale e staticamente imperfetta e quindi inclina mura e pilastri secondo linee di tensione.
Per rispondere in maniera adeguata alle leggi superiori della statica, si inventa un metodo empirico che non trova precedenti: messe da parte riflessioni teoriche e calcoli matematici, costruisce in un capannone appoggiato nel luogo in cui sorgerà la chiesa, quello che lui stesso definisce un modello stereostatico: un modello alto 4 m costituito da un complesso sistema di fili sospesi al soffitto ai quali appende sacchetti di tela riempiti di pallini di piombo, con peso proporzionale al carico che la struttura avrebbe realmente dovuto sopportare in ogni singolo punto. Così caricati, i fili assumono la forma della struttura della chiesa vista al contrario, come in uno specchio, fornendo l’esatta direzione delle spinte. Disegnare il profilo degli archi e l’inclinazione delle mura e dei pilastri sui quali questi avrebbero dovuto poggiare, diventa immediato. Della chiesa della colonia Güell viene realizzata solamente la cripta: un nucleo centrale nel quale si trova l’altare circondato da una sorta di deambulatorio – coperto da archi parabolici poggianti su pilastri inclinati e a sezione circolare – al quale si accede attraverso un fitto porticato composto da undici piloni, anch’essi inclinati e tutti diversi per forma e trattamento dei materiali. Sia all’interno sia all’esterno i piloni richiamano gli alberi di pino del boschetto circostante in maniera da restituire la sensazione naturalistica di tronchi sorgenti dal terreno. All’interno della cripta nervature di mattoni si aprono a scolpire una copertura a foglie di palma. Anche le vetrate colorate e gli arredi della cripta sono disegnate da Gaudí. Per ragioni economiche ma in parte anche per scelta ideologica, i materiali utilizzati sono tutti di riciclaggio o addirittura di scarto: i mattoni imperfetti e bruciati vengono selezionati con cura dallo stesso architetto, le inferriate esterne delle finestre sono realizzate con aghi precedentemente impiegati nei telai della fabbrica, quasi a sottolineare la lezione di bellezza e umiltà che proviene dal lavoro. In un’Europa che si preparava a teorizzare e sperimentare la standardizzazione con l’obiettivo di poter ripetere all’infinito gli stessi elementi, il maestro catalano sceglie materiali imperfetti, frutto del lavoro artigianale e tutti diversi tra loro. La cripta, consacrata solennemente nel novembre del 1915, comincia a essere usata come cappella della colonia in attesa che si concludessero i lavori della chiesa superiore, prima rallentati e quindi definitivamente interrotti nel 1916.
Oggi la cripta della colonia Güell si offre come non-finito di particolare fascino e suggestione, luogo sacro dove architettura e natura si accostano. E forse è l’intimità e la spiritualità che vi si respirano che hanno portato Le Corbusier, l’architetto che voleva “macchine per abitare”, a scrivere: «Gaudí è tra coloro che toccano il cuore sensibile degli uomini».
 

 

 

 

 

 

 

 
 

Torna al numero 36 di BIOARCHITETTURA

Torna alla pagina degli arretrati di BIOARCHITETTURA

 

Casa editrice

Istituto Nazionale Bioarchitettura

 

 

 

 
 
 

 

I numeri dal 35 al 52

Sono editi dalla Mancosu Editore di Roma, a cui richiedere eventuali numeri arretrati.

   BIOARCHITETTURA Service
   Abbonamenti
   Contatto
   Redazione

  

   Redazione

   BIOARCHITETTURA

   C.P. 61 - 39100 Bolzano
   0471.278294