A. WEGER
LIBRERIA BRESSANONE

via Torre Bianca, 5
39042 Bressanone BZ
Tel. +39 0472 836164
Fax. +39 0472 801189
info@weger.net

 
 
 
BIOARCHITETTURA
 

Numero 37 di giugno-luglio 2004

Dalla fabbrica decorata all'industria indecorosa
Salvatore Gammella
Ginevra De Colibus

 

Le architetture eleganti e solenni che un tempo segnavano i luoghi della produzione esercitano, insieme all'indubbio fascino di un passato ormai perduto, uno struggente rimpianto. Confrontandole con i paesaggi squallidi, anonimi ed alienanti, gli aggregati di padiglioni tristi ed atoni, privi di armonia, significato, storia che occupano le aree in cui oggi si produce, sorge il dubbio che la spinta delle utopie illuministe, con il loro impastato carico di idealismo ed eleganza, di razionalità e retorica, mostri alla fine maggiore aderenza alla funzionalità globale rispetto agli attuali interventi improntati ad esclusiva funzionalità. Ancor oggi queste architetture, pensate per un vivere e lavorare dignitoso e non connesse in maniera soffocante ad una astratta efficienza, riescono a stabilire relazioni forti e simmetriche con il contesto che le circonda sopravvivendo e rispondendo bene anche a bisogni diversi rispetto a quelli che ne determinarono la nascita. Possiamo forse partire dal lontano 1778, allorché Ferdinando IV di Borbone, figura contraddittoria capace di intuizioni illuminate quanto di gesti retrogradi, incarica Francesco Collecini, intelligente allievo di Vanvitelli, affinché realizzi una colonia operaia nel piccolo borgo di San Leucio, poco distante dalla reggia di Caserta. Cuore della colonia, che acquisterà fin dall'inizio e conserverà per lungo periodo grande rinomanza, sarà l'antico casino da caccia reale che domina con stile neoclassico sobrio ed elegante, la lieve altura chiamata Belvedere. Viene modificato e riadattato per accogliere chiesa, scuola, appartamenti reali nonché la filanda, i depositi e le attrezzature dell'opificio. L'edificio conserva oggi immutata l'aria di solenne e silente guardiano del territorio circostante, con la facciata scandita da eleganti lesene a capitello ionico, l'imponente frontone centrale a incastonare l'orologio che regolava vita e lavoro della colonia, le due scenografiche gradinate per salire dalla piazza sottostante. Da questa si dipartono i viali su cui si attestano i due quartieri operai di San Ferdinando e di San Carlo che ospitavano le abitazioni a schiera degli operai del setificio, l'abitazione del medico e l'ambulatorio, i luoghi di incontro e di svago. Tra il 1789 e il 1799, con l'ampliamento della filanda e la costruzione di una “cuculliera” nella quale preparare e conservare i bozzoli, San Leucio diviene una colonia agricola e manifatturiera “a ciclo completo”, in cui si effettuano tutte le fasi della lavorazione: coltivazione, filatura e tessitura della seta. Ferdinando IV, orgoglioso per aver realizzato uno dei luoghi produttivi più avanzati d'Europa – modello e prova generale per Ferdinandopoli, città ideale che ambiziosamente contava di realizzare – la nomina “Colonia Reale” e le assegna uno Statuto a regola e tutela degli operai.
Quasi in contemporanea con la realizzazione di San Leucio, un altro borbone, Luigi XVI di Francia, incarica l'architetto Claude-Nicolas Ledoux di realizzare un impianto di sfruttamento delle saline ad Arc-et-Senans. Ledoux, frequentatore assieme a Boullée della scuola di architettura di Blondel, maestro di quella generazione di architetti che passeranno alla storia con l'appellativo di “visionari”, realizza un impianto semicircolare al quale si accede attraverso un peristilio dorico antistante una “grotta primitiva”. Da questa parte l'asse centrale del complesso: gli edifici industriali, rivestiti di bugnato in pietra levigata e con ingressi annunciati da eleganti colonnati classici, fiancheggiano le vasche per la produzione del sale e si distribuiscono ai due lati della casa del direttore, riconoscibile per il colonnato a rocchi squadrati sormontati da un elegante timpano. Due cerchi concentrici, posti ad una certa distanza l'uno dall'altro e collegati tra loro da viali alberati radiali, delimitano l'area nella quale sorge la salina. Sia le case degli operai sia i capannoni industriali sono movimentati da getti d'acqua pietrificati, a simboleggiare la lavorazione del sale sulla quale si fonda la vita della città. Nel periodo di prigionia durante la Rivoluzione Francese, Ledoux rielaborerà lo schema delle saline per farne il centro della sua città ideale: Chaux. Ma poi nella storia si rompe qualcosa: il successivo raffinarsi delle logiche capitalistiche porterà, come segnala Munford nel saggio “Un paradiso paleotecnico: Coketown”, a trasformare la città ed ogni sua parte in prodotto commerciale spingendo i quartieri popolari ad un culmine di sporcizia e fetore forse persino superiore a quello delle baracche dei più miseri antri medioevali. Scompare ogni considerazione per l'uomo, per il territorio e per il bello. Dickens in “Tempi difficili”, nel notare come la prigione si confonda col municipio, il municipio con l'ospedale e tutto con la fabbrica. descrive in maniera colorita le condizioni di vita ed i tipi umani che allignano nel mondo degradato delle città industriali, in cui lusso borghese e povertà estrema si combinano e convivono senza mai incontrarsi né prendere reciproca coscienza. Engels nel saggio “La grande città: Manchester” ribadisce che vi si sarebbe potuto abitare per anni ed entrarvi ed uscirvi ogni giorno senza mai venire a contatto con un quartiere operaio o anche con un solo operaio. Caratteristica essenziale di queste città coinvolte dalla rivoluzione industriale è infatti la profonda, sostanziale, programmata separazione tra aree abitate dai differenti ceti sociali. Sempre riferendosi a Manchester, Hunh Miller, in “Old Red Sandstone”, descrive la situazione intorno al 1862 del fiume Irwel che attraversa la città: bucolico qualche miglio a monte, all'altezza delle fabbriche accoglie poi vagoni di veleni, liquidi bollenti dalle caldaie, puzzolenti dalle fogne e si trasforma in un flusso di letame liquido. L'insalubrità di questi quartieri, con le malattie che decimano la popolazione e debilitano i superstiti, spinge per converso alcune industrie a voler tener distinta la popolazione attiva dalle ampie fasce di disoccupati, localizzandosi in aree isolate più pulite, facilmente raggiungibili e di minor costo. Il problema dell'abitazione viene risolto mediante le cosiddette Company Towns, il cui sviluppo lungo tutto il XIX secolo raggiungerà livelli raffinati ove affiorano molti dei caratteri che caratterizzeranno poi la Città Giardino. Ai primi aggregati di baracche seguirono vere e proprie città pianificate a tavolino. Nel 1853 si hanno le prime lottizzazioni industriali a Mulhuse, primo esempio di quartiere con vaste attrezzature collettive concepite insieme alle case. Altro esempio significativo di tale processo urbanistico fu Port-Sunlight, quartiere edificato su commissione di tale Lever, industriale del sapone, dal 1887 in poi a 10km da Liverpool, costituito da 600 casette in stile gotico raggruppate a quattro a quattro su 53 ettari e comprendente edifici comunitari per riunioni, giochi e istruzione. Quasi nello stesso periodo, l'industriale Cadbury edificava nei pressi di Birmingham la cittadina di Bournville destinata a operai ma anche a persone agiate, composta da 500 casette su 182 ettari, di cui ben un decimo riservato a scuole e servizi comuni. Come dimostrano le relazioni dei Consigli di Ammini¬strazione delle industrie che costruivano le Company Towns, i problemi dell'aggregazione urbana vengono posti in maniera sempre più lucida e sistematica confrontandosi con l'ottica dei residenti. La preoccupazione per la salute dell'operaio non è più circoscritta alla fabbrica ma si estende sull'intero ambito organizzativo sociale, garantendo strutture e servizi per l'istruzione e per il tempo libero. L'organizzazione era quasi sempre scandita anche da statuti e regolamenti per garantire ordine anche sul piano morale e sociale in maniera da favorire situazioni di equilibrio e rassicurazione all'interno degli ambiti fisici pre-definiti. Si trattò di uno sforzo anche concettuale che, affrontando sia pure in forma embrionale l'urbanistica sociale, pone le basi per le future elaborazioni urbanistiche, sia quelle sviluppate dal filone utopista che da quello antiurbano, sviluppando nel contempo i presupposti della rivoluzione razionalista. In effetti il pensiero utopista, parte integrante nella storia dell'urbanizzazione e riferimento per tutti coloro che si avvicineranno al fenomeno della città, parte confrontandosi da una parte con le inaccettabili condizioni di vita dei lavoratori urbanizzati e dall'altra con le proposte e le soluzioni avanzate in alcune Company Towns. L'utopia sviluppatasi in Inghilterra e, in maniera più estremizzata, in Francia, è animata dal sogno di un ritrovato equilibrio tra industria e natura, dal desiderio di scoprire modalità produttive alternative e soprattutto dalla certezza che fosse possibile utilizzare le nuove scoperte tecniche per migliorare le condizioni generali della vita. Così agli inizi del nuovo secolo, nel 1904, gli echi dell'intervento borbonico di San Leucio e soprattutto di Chaux, la città ideale di Ledoux, riappaiono cent'anni dopo nella proposta dell'architetto lionese Tony Garnier che in una mostra personale a Parigi propone una serie di grandi tavole acquerellate rappresentanti “Une Cité industrielle”. Secondo Frampton: “nessun tentativo così esauriente era stato fatto dopo la città ideale di Chaux di Ledoux del 1804”. Garnier fin da bambino ha respirato il clima progressista di Lione, uno dei primi grandi centri industriali francesi ed importante snodo ferroviario, con economia basata soprattutto sulle industrie metallurgiche. È a questa città che Garnier, allievo dell'Ecole des Beaux-Arts e vincitore del Gran Prix de Rome, durante gli anni trascorsi a Villa Medici, si riferisce per un progetto che diventerà poi matrice di molte architetture industriali e civili. Gli interventi realizzati, autentici “monumenti al lavoro” solidi e raffinati nelle loro forme sobriamente classiciste reinventate utilizzando tecniche e materiali della nascente ingegneria del ferro, si mostrano non come semplici macchine produttive o abitative, autoreferenti ed avulse dal contesto, ma esprimono sempre mutua ed elegante relazione spaziale. Più in generale, l'opera di Toni Garnier mostra rinnovata fiducia circa la possibilità di conciliare la città industriale con i bisogni umani riconducibili all'abitare, lavorare, circolare, coltivare corpo e spirito. Come si vede, si tratta di ipotesi che torneranno nell'impostazione che Le Corbusier darà alla sua Carta d'Atene.
In quegli stessi anni la scena culturale e politica della vicina Germania, in particolare dopo le dimissioni di Bismarck, cambia radicalmente: da più parti si levano voci convinte che lo sviluppo della società e della cultura tedesca dipenda dallo sviluppo di una industria che ancora non possiede qui le tradizioni e le dimensioni che accomunano Francia e Inghilterra. Hermann Muthesius, inviato nel 1896 presso l'Ambasciata tedesca a Londra con l'incarico di studiare l'architettura e il design inglesi, torna in Germania con la convinzione che la supremazia economica e politica britannica sia frutto del felice connubio tra spirito artistico ed industriale. In questo clima e con questi intenti Friedrich Naumann, Karl Schmidt e lo stesso Muthesius fondano nel 1907 il Deutscher Werkbund, associazione comprendente all'inizio dodici artisti indipendenti e dodici ditte artigianali, che fin da subito cerca, nonostante le opposizioni, di accreditare il binomio arte-industria. Esempio più emblematico di tale impostazione rimane il lavoro portato avanti per l'AEG da Peter Behrens, l'architetto berlinese che aveva esordito come pittore espressionista nel gruppo della Secessione di Monaco e successivamente aveva partecipato alla colonia artistica di Darmstadt assieme a Olbrichper. I compiti assegnati a Behrens da Emil e Walther Rathenau, direttori dell'AEG, allorché nel 1907 lo nominano consulente artistico, spaziano dalla progettazione di edifici ed oggetti industriali sino all'ideazione di manifesti e materiale pubblicitario. Leonardo Benevolo, riferendosi alla nota Fabbrica di Turbine, tempio moderno solenne e monumentale giocato tra le ombre delle murature e la grande vetrata centrale, con il frontone a contorno spezzato sul quale troneggia il simbolo dell'AEG, con una punta di disapprovazione nota come l'architetto “non perde neppure in temi di questo genere un atteggiamento da artista decoratore, proponendosi di accomodare gli elementi funzionali con solennità e persino con grazia un po' arcaica, di sapore wagneriano”. Sarà all'interno del Werkbund, come nello studio dello stesso Behrens, che si formeranno molti di quegli architetti che pochi anni dopo daranno vita col Neues Bauen a quell'Architettura Internazionale che, nello sforzo innovativo e progressista di liberare la funzione da orpelli ed decori, distruggerà ogni visione rituale del fatto produttivo. Gli esiti finali di tale percorso porteranno all'anonimato degli edifici che occupano le nostre aree industriali. A nulla varranno i dubbi, le riflessioni e le esortazioni a mantenere umana la civiltà delle macchine. Lo stesso Gropius, allorché appena ventottenne pubblica a Lipsia nel 1911 il suo primo articolo, apre con la domanda provocatoria: nella costruzione degli edifici industriali, le esigenze artistiche possono essere accordate con quelle pratiche ed economiche? La storia ha risposto per lui.

 


 

 

 

 

 

 
 

Torna al numero 37 di BIOARCHITETTURA

Torna alla pagina degli arretrati di BIOARCHITETTURA

 

Casa editrice

Istituto Nazionale Bioarchitettura

 

 

 

 
 
 

 

I numeri dal 35 al 52

Sono editi dalla Mancosu Editore di Roma, a cui richiedere eventuali numeri arretrati.

   BIOARCHITETTURA Service
   Abbonamenti
   Contatto
   Redazione

  

   Redazione

   BIOARCHITETTURA

   C.P. 61 - 39100 Bolzano
   0471.278294