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BIOARCHITETTURA
 

Numero 37 di giugno-luglio 2004

Inventare futuro

Ugo Sasso

Il processo di strutturazione delle città, quei luoghi a cui nel linguaggio comune ci riferiamo in maniera convenzionale (senza cioè tener conto delle “periferie”, ben più estese delle città che circondano ma di fatto e solo, aree geograficamente prossime ai luoghi nominati) in genere si è concluso nella prima metà del secolo scorso. La loro forma è sempre segnata dai processi produttivi succedutisi (agricoltura, artigianato, manifattura, produzione industriale di massa) e dai connessi elementi di organizzazione sociale, familiare, culturale, persino politica; mostra quindi forte l'immagine dell'alta borghesia e degli operai, di conflitti, di bisogni, di lavoro, di divisioni tra i sessi. Poi quasi all'improvviso la merce più preziosa è diventata quella immateriale: l'informazione, i servizi, il terziario avanzato; il lavoro più diffuso è di tipo nuovo: leggero, flessibile, diffuso, oscillante. Basta guardarsi intorno e si percepisce una capacità e volontà di spesa, checché se ne dica, ipergonfiata così come il tempo libero a disposizione (con conseguente sensazione di noia e di insoddisfazione, di dover fare qualcosa che non si sa cosa). Vediamo interessi ed etnie che si intrecciano, figure sociali e culturali lontanissime che convivono mescolate negli stessi spazi. La nuova razionalità ha disarticolato i legami, la continuità, il tempo, la durata, proponendo sequenze puramente spaziali, sincroniche, in cui è difficile comprendere significati e connessioni. Così i modelli di lettura cui siamo stati abituati e che talvolta ancora prendiamo per buoni data la tipica inerzia delle pietre e dei codici umani, in realtà non funzionano più; le antiche geometrie risultano spezzate, le forme delle città e le forme di vita degli uomini e delle donne che le abitano, separate sin quasi a non riconoscersi più. Molti sostengono che degrado e imbarbarimento costituiscono prezzo inevitabile della contemporaneità, ritengono che non esista alternativa alla logica straripante del mercato, che la speranza di un domani più equilibrato e accogliente risieda in una produttività maggiore e in un consumo più diffuso. Pensano che la città come la intendiamo sia morta e l'architettura con essa.

Tuttavia vi sono, nella nostra società, alcune professioni portate per mestiere a interrogarsi e per questo a ritenere di poter orientare la realtà. Ad esempio i filosofi, i sociologi e i progettisti. Ad esse è affidato il mandato sociale di riflettere sul divenire, sulla trasformazione, sul mutamento, con la sostanziale differenza che le prime due sono composte da gazzelle mentre gli architetti sono castori, sono cioè formati per pensare per agire. Per quanto importante e soddisfacente possa apparire il compito svolto da altri professionisti (il chimico in laboratorio, il direttore delle poste, l'avvocato in tribunale, il geologo nelle sue ispezioni) si tratta di ruoli con forti riferimenti all'immediato, che quasi sempre occupa fisicamente e mentalmente solo un segmento del quotidiano lasciando spazio ad altre attività e relazioni, dal tennis alla filatelia, dal guadagno alla beneficenza. Parrebbero, almeno in teoria, lavori meno coinvolgenti ed emozionanti rispetto a quello di “inventare futuro”. Perché la costruzione di un muro, l'apertura di un vuoto, la rilettura moderna di un vecchio spazio, cambiano la realtà e fanno il mondo diverso. I progettisti sono consapevoli di ciò. Solo una percentuale un po' rinunciataria intende il progetto come abilità nel “comporre” le istanze diverse e mai convergenti della normativa e del mercato, e si limita perciò ad eseguire, quand'anche con precisione e professionalità, quanto richiesto. Altri, percependo con maggiore intensità la componente innovativa che caratterizza il mestiere... scelgono di far altro. Alcuni perché si sentono inadeguati di fronte alla complessità umanistica e tecnologica richiesta da ogni progetto; altri in quanto vivono come insanabile la sperequazione tra percorso formativo e realtà, tra volontà di fare e possibilità operative, tra ambizioni e proposte. Così alla prima occasione, pensando di trovare altrove spazi più adeguati all'urgenza che li spinge, letteralmente “cambiano mestiere”, si trasformano in docenti, politici o aprono un ristorante. C'è infine la schiera degli irriducibili, nel profondo convinti che vi sia una relazione tra sbandamenti contemporanei ed il progressivo spaesamento spaziale a cui siamo sottoposti, tra la mancanza quotidiana di conforto, di accoglienza, di riconoscibilità, di qualità e di estetica e la percezione sociale di malessere. Confidando nel ruolo didattico e socialmente rilevante presente in ogni conformazione, con ostinazione s'impuntano a voler contribuire, aggiungere qualcosa alla definizione di quanto li circonda, a voler far davvero il progettista. Sono disposti per questo a lavorare al di là di quanto viene loro richiesto, ad accettare gli inevitabili compromessi che ogni costruzione impone, a superare incomprensioni e talvolta anche umiliazioni nel confronto con l'amico farmacista o giornalaio. Però si documentano (gli aggiornamenti in altre professioni non sono così pressanti), leggono riviste (nessun'altro professionista legge e consulta così tanti testi), frequentano corsi (non vi sono altre categorie così rispondenti all'offerta di formazione continua) e infine combattono – ben al di là di quanto richiesto dal mercato – per inserire nel progetto la loro specifica visione del mondo. Eppure tutti lo sanno: l'architettura non nasce come esclusiva volontà del progettista, anzi la parte consentitagli è spesso periferica e limitata. Ben più rilevanti nella definizione dello spazio risultano la (im)preparazione urbanistica ed architettonica della cultura politica, l'intreccio tra affari e governo, il collasso degli strumenti amministrativi di gestione del territorio, l'equivalenza tra bello e brutto, sporco e pulito diffusa dai media e dall'accademia. Eppure anche oggi che si teorizza l'arretramento del Pubblico di fronte al Mercato e si consegna con ciò il territorio non a un liberismo intelligente ma al greve ed asfissiante pasticcio tra interessi speculativi e inefficienze pubbliche, tra connivenze e sottocultura, tra programmazioni arretrate e miopi azioni finanziarie, schiere di professionisti intelligenti e coraggiosi, addestrati a combattere, in effetti combattono per aggiungere il loro pensiero, per far in maniera che la struttura si trasformi portando anche l'impronta del loro sentire. Ma attenzione: se per caso tale prezioso investimento dovesse risultare alla fine estraneo alle più profonde esigenze collettive, se ci impuntiamo su problemi fatui e superflui, il dramma anche individuale sarebbe assoluto. Detto in altre parole, se vale comunque la pena, pur al di là di ogni riconoscimento, gestire in maniera gratificante e corretta il difficile mestiere scelto, diventa importante per ogni “progettista di futuro” raggiungere chiarezza circa le incidenze sociali delle sue scelte, sapere con adeguata profondità cosa voglia effettivamente dire la “qualità della vita” per la quale si impegna. La scommessa difficile di riuscire a coniugare dal vivo e in corsa, storia e trasformazione, richiede in effetti molta, più alta consapevolezza. Per quanti ritengono di non avere spazi né energie per impegnarsi nel modificare la storia, non abbiamo argomenti. Solo di quello, poco o tanto che pensiamo di poter fare, ci interessa parlare.
 

 

 
 

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