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BIOARCHITETTURA
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Numero 37 di giugno-luglio 2004
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Il miracolo della
Ruhr
Ugo Sasso
Era una delle aree più industrializzate del mondo. Carbone e
acciaio ne disegnavano la struttura urbana e sociale: le profonde
gallerie che, svuotando dall'interno, producevano incredibili
subsidenze, le grandi cokerie, i depositi immensi come cattedrali,
la rete delle ferrovie, le zone abitate dagli operai che
crescevano come anelli intorno alle aree industriali, il fiume
Emscher usato come collettore delle acque nere perché qualunque
conduttura interrata sarebbe stata frantumata dai movimenti del
sottosuolo, le montagne di detriti tanto vaste da muovere
l'orizzonte altrimenti assolutamente piatto. La grande ricchezza
prodotta trovava riflesso nella dignità delle “sale paga” in cui i
minatori in fila ricevevano compenso per il duro lavoro, nei fregi
delle stazioni, nella ricercata eleganza di alcune strutture
industriali in cui la razionalizzazione dei processi ci teneva a
mostrarsi come immagine simmetrica e volumetricamente scandita nei
piani e nelle vibrazioni dei materiali.
Poi quasi all'improvviso i tempi sono cambiati: i filoni utili
sono risultati troppo profondi, il carbone è diventato poco
gradito nelle società ricche data la sua carica inquinante,
l'acciaio non era più materiale strategico. La grande Ruhr per cui
si erano nel tempo mobilitati gli eserciti e le diplomazie, ha
perso smalto, appetibilità, interesse. Una dopo l'altra le miniere
hanno chiuso i battenti, le cokerie non fumavano più, la matassa
dei binari che affettavano le aree urbanizzate è arrugginita,
l'erba è spuntata tra il groviglio dei tubi nelle fabbriche
dimesse; così un po' di turchi sono tornati in patria e molti
industriali si sono trasferiti altrove. Ma il progredire
minaccioso della disoccupazione in una regione che per decenni
aveva richiamato immigrati da tutto il mondo, ha impaurito e
prostrato una popolazione formata per la stragrande maggioranza da
dipendenti di grandi strutture e quindi per sua natura poco
imprenditoriale. I relitti di un passato che non poteva tornare si
ergevano imponenti a segnare un paesaggio che ora per la prima
volta nella storia si mostrava agli occhi degli abitanti solo nei
suoi termini negativi, grigi, sporchi, squallidi, poveri. Nella
terra abituata all'orgoglio dei primati (la ciminiera più alta, il
gasometro più grande, la rete ferroviaria più capillare, la
miniera più profonda, l'acciaieria più specializzata) si faceva
strada l'alcolismo, la droga, la depressione. Persino
l'orientamento politico, assieme allo scontento ed alla protesta,
stava repentinamente cambiando e la “rossa” Ruhr si orientava
sempre più a destra.
Poi a qualcuno è venuto in mente di trasportare l'idea dell'IBA (Internationale
Bauausstellung = mostra internazionale di architettura) che era
riuscita a imporre Berlino all'attenzione della cultura
contemporanea, sulla sporca area dell'Emscher, il fiume/cloaca che
tuttavia conservava nei ritagli e nelle pieghe delle aree
industrializzate, ai confini tra una miniera e l'altra, tra un
comune e quello vicino, vasti fazzoletti dimenticati di verde.
Naturalmente una IBA con obiettivi e strategie diversi. In questo
caso non erano determinanti le grandi firme, l'esibizione di
griffe altisonanti, la mostra dei modelli che l'architettura stava
elaborando per rispondere alle mutate esigenze quantitative della
ricostruzione post bellica. Nella Ruhr era importante ricucire,
restituire logica e significato a dinosauri senz'anima e senza
speranza, ripulire e bonificare l'area, soprattutto reinnescare
processi di affezione e di appartenenza. Solo dieci anni a
disposizione (1990-2000) per far nascere piccole imprese, per
dotare gli abitanti di una mentalità più dinamica, per ridisegnare
la geografia delle strade e persino di molte città cresciute come
atolli intorno a miniere che non c'erano più e la cui chiusura
aveva interrotto attraversamenti reali o solo mentali. L'IBA
Emscher Park, gestita in maniera mirata e coinvolgente, a volte
quasi visionaria da Karl Ganser, il direttore con pieni poteri, si
è mossa per scelta politica chiara lungo due coordinate che volta
per volta stabilivano l'efficacia e la graduatoria del singolo
progetto: lavoro ed ecologia. Ogni iniziativa, ogni proposta, ogni
suggerimento doveva rispondere prioritariamente a questi due
imperativi: creare opportunità d'impiego e contribuire a
riqualificare il territorio. I progetti “adottati” ricevevano il
marchio IBA e diventavano per il sistema politico / amministrativo
di prima priorità; su questi confluivano tutte le risorse
normalmente disponibili per l'incentivazione industriale, per la
bonifica delle aree, per le energie alternative, per
l'occupazione, per il sostegno alla disoccupazione, per il
riequilibrio territoriale ecc.
La struttura dell'IBA, forte di circa 300 dipendenti, non gestiva
direttamente finanziamenti ma fondamentalmente fluidificava le
decisioni, organizzava incontri, convocava conferenze di servizi,
forniva consulenza organizzativa e manageriale, tutte operazioni
strategiche in una situazione fortemente stratificata in cui
antiche strutture organizzative cariche di poteri decisionali, pur
obsolete e poco utili nel nuovo quadro operativo, si ostinavano a
mantenere posizioni e privilegi.
Accanto a quest'opera di mediazione, altrettanto importante è
stata l'impostazione psicologica che ha caratterizzato
l'operazione, finalizzata a ristabilire tra la popolazione e il
territorio l'antico orgoglio dell'appartenenza. Se ecologia e
lavoro erano gli obiettivi, coordinamento e coinvolgimento sono
strati gli strumenti. Ogni singola e sia pur elementare azione è
stata annunciata, sbandierata, dichiarata per riuscire a portare
la gente nelle sale, convincerla a leggere i giornali e seguire
l'evoluzione dei progetti e la loro dinamica come si trattasse di
un campionato di cacio. I passaggi, i fischi di sospensione, le
rimesse laterali e le conclusioni venivano seguiti e commentati
dalle radio e dai media, stimolati in questo dall'apparato
dell'IBA forte di giornalisti, psicologi, sociologi, facilitatori,
fotografi tutti protesi a vendere la trasformazione del territorio
come avvenimento corale. È qua che si concretizza e trova la sua
più efficace attuazione quella strategia denominata marketing
urbano che è riuscito a stabilire nuova alleanza tra la società e
il sistema. Mentre alcuni dei vecchi minatori continuano a
frequentare le gallerie e le sale macchine nella nuova veste di
guide e ciceroni di un passato che non vuol essere dimenticato,
numerosissime nuove piccole industrie soprattutto nel settore
informatico, nella distribuzione e nell'artigianato occupano gli
antichi spazi frazionati dall'ente pubblico e rimessi a
disposizione dei privati. Il livello culturale è molto cresciuto
grazie a scuole superiori e università concretamente finalizzate
allo sviluppo; una parte degli antichi canali in cemento sono
stati naturalizzati; molte delle grandi industrie che hanno fatto
la storia della Ruhr sono state trasformate in pachi aperti al
pubblico; i villaggi dei turchi sono stati restaurati e dotati di
piccoli orti privati; i monumenti più importanti ripuliti e
lustrati per nuove destinazioni culturali; l'aria è tersa e la
povere nera che un decennio prima copriva ogni cosa, è solo un
ricordo. Il nuovo si intreccia al vecchio portando nuove letture e
nuovi significati. Il difficile passaggio oggi è compiuto.



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