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BIOARCHITETTURA
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Numero 37 di giugno-luglio 2004
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Pane al pane
Dal buio dei secoli al fast food
Vincenzo De Rinaldis
Recita un adagio popolare “Non si vive di solo pane” , eppure si
tratta di un cibo prezioso e carico di significati, fondamento
dell'alimentazione umana che segue da millenni lo sviluppo della
civiltà. Possiamo dire che nasce con noi: pare che l' homo sapiens
fosse in grado di prepararsi una specie di focaccia cuocendo su
una lastra rovente ghiande tritate impastate con acqua. La
cottura, come oggi, serviva a migliorare sapore e digeribilità e
consentiva una conservazione più duratura; coi secoli,
sperimentazioni successive portarono all'utilizzo del frumento,
che divenne il cereale tipico della panificazione. È dalla
coltivazione dei cereali che nasce l'agricoltura e con essa una
struttura sociale stabile. I primi veri panificatori furono gli
Egizi i quali, accortisi che lasciando riposare l'impasto si
otteneva un pane più buono e digeribile, scoprirono la
lievitazione naturale. Secondo alcuni storici per essi il pane era
più che un semplice alimento, addirittura base economica del
sistema sociale in quanto i compensi per il lavoro assumevano come
riferimento i pezzi di pane. A Roma, fino alla caduta dell'Impero,
si misero successivamente a punto tecniche diverse per migliorare
e differenziare i processi legati alla panificazione, tra cui la
sostituzione della macina in pietra (azionata da schiavi o
animali) con il mulino ad acqua (il termine pìstor derivato
da pistrinum =mulino, indicava tanto il mugnaio quanto il
panificatore). La qualità e la varietà delle farine impiegate era
un tempo segno di distinzione di classe: pane nero per i poveri,
bianco per i possidenti. La farina setacciata era infatti troppo
onerosa per le famiglie contadine, le quali preparavano il pane in
casa utilizzando il grano che esse stesse coltivavano. Pare che in
campagna fosse comunque preferito il pane nero in funzione della
più consistente sensazione di sazietà apportata. Negli ultimi anni
la moda alimentare del “pane integrale” ha spinto ad aggiungere
crusca all'impasto di pane bianco, con maggiore spesa produttiva e
nessun vantaggio nutrizionale. Questo dimostra quanto
l'alimentazione sia intrinsecamente legata alla società e con ciò
soggetta alle influenze dei mass media. Nell'ultimo mezzo secolo
una serie di fattori (urbanizzazione, emancipazione femminile,
lavoro generalizzato fuori casa, aumento delle famiglie
mononucleari) sommati ad una consistente diminuzione dei lavori
pesanti che determina minori fabbisogni calorici giornalieri,
hanno determinato un radicale cambiamento nel concepire i pasti.
Il mezzogiorno come appuntamento quotidiano per la famiglia non è
più avvenimento frequente: bar, mense e fast food sono gli odierni
luoghi di riunione, mentre aperitivi, piatti pronti e surgelati si
pongono come succedanei della buona cucina di una volta. Altro
elemento determinante nel cambiamento è stata l'introduzione
culturale della dieta dimagrante, vero paradosso dal momento che
proprio gli stili di vita degli anni recenti hanno portato la
necessità di controllare le calorie ingerite non solo per
prevenire malattie ma fondamentalmente per assomigliare sempre di
più ai modelli proposti (imposti) dai media. Tutto ciò ha
contributo, assieme alla produzione industriale di pasti pronti e
surgelati, anche a proporre sostituivi del più umile e, allo
stesso tempo, più nobile degli alimenti: il pane, incriminato
quale responsabile di aumenti di peso indesiderati. Una dieta
corretta è invece quella che apporta giusti equilibri tra
carboidrati, proteine e grassi. In particolare, il pane
costituisce ottima fonte di energia e la riduzione del suo consumo
(o di altri carboidrati quali pasta o riso) può non garantire i
giusti rapporti tra i nutrienti, favorendo alimentazioni
iperproteiche, squilibrate e quindi dannose. Inoltre è possibile
trovare anche oggi sul mercato pane realizzato con procedimenti
tradizionali, con lievito naturale e con cereali biologici. La
moda in questo caso ha spinto verso direzioni corrette e in Europa
si prevede un continuo incremento del mercato del biologico, con
conseguente riduzione dei prezzi e abbattimento dell'alone
elitario che ancora lo circonda. Infatti il ricorso al biologico è
sintomo di una tendenza spinta non tanto da recuperate tecniche di
produzione agricola o da voglia di “ritorno” alla natura, quanto
piuttosto da vere e proprie nuove correnti alimentari. Per molti
il consumo dei prodotti cosiddetti “bio” è diventato uno stile di
vita, attuato tuttavia soprattutto a salvaguardia della propria
salute più che per attenzione all'ambiente. Invece l'agricoltura
biologica consiste essenzialmente in metodi di coltivazione che
prevedono rispetto dei principali equilibri naturali, da cui
l'impiego di fertilizzanti naturali in luogo di pesticidi e
concimi di sintesi, la selezione in via preventiva di specie
resistenti alle malattie, l'utilizzo di tecniche di coltivazione
messe a punto nel passato e tese a mantenere la fertilità di un
terreno quali: rotazione delle colture (alternanza temporale di
colture diverse per ostacolare l'ambientarsi dei parassiti e
ottimizzare le sostanze nutrienti della terra), piantumazione
(posa a dimora di piante ospitali verso predatori dei parassiti
e/o che fanno da barriera fisica o chimica a possibili
inquinamenti esterni), consociazione (coltivazione in terreni
contigui di piante sgradite l'una ai parassiti dell'altra) ecc.
Per quanto concerne il pane, le farine biologiche sono ottenute da
materie prime (grano, orzo, mais ecc.) coltivate con il sistema
biologico e macinate con procedimenti di molitura a pietra che,
grazie alla minore frantumazione delle strutture cellulari,
mantengono integra (da cui “farina integrale”) l'attività
enzimatica dei cereali. Il gusto, il tipo, il colore, le valenze
nutritive dipendono dalla farina utilizzata: si va dall'avena alla
soia, dal riso all'orzo, dal grano saraceno al miglio, dal mais
alla segala, ma quella più usata è come noto la farina di frumento
in cui l'alta percentuale di amido e la presenza di proteine
donano all'impasto elasticità e compattezza. Il pane biologico
utilizza per la lievitazione il metodo naturale a pasta acida, un
processo di fermentazione che si forma spontaneamente con ripetuti
impasti di acqua e farina e produce microrganismi benefici per
l'organismo umano – una sorta di antibiotico naturale – e che, a
differenza del lievito di birra, rende digeribile anche la crusca,
la parte più ricca di sostanze nutritive. Il pane integrale
ottenuto con questi ingredienti e questa lavorazione si conserva
più a lungo ed è più ricco di fibre che aiutano la regolazione
dell'intestino. Non occorre essere esperti dell'alimentazione per
notare le differenze tra un pane biologico di fattura artigianale
e quello industriale realizzato con farine eccessivamente
raffinate e lievitato mediante additivi vari. In un periodo nel
quale il consumo di pane è ai minimi storici (in Italia circa 70kg
pro capite all'anno, quarto posto in Euro¬pa) occorre rivolgere
maggiore attenzione alla qualità dei prodotti ingeriti. Ma come
riconoscere le caratteristiche positive del pane utilizzando gli
strumenti a disposizione, cioè essenzialmente il nostro gusto?
Innanzitutto acquistando nei panifici in cui si produce
direttamente, meglio se si utilizza ancora il forno a legna;
controllare se si impastano farine di origine biologica e se si
recuperano tradizioni regionali italiane (Altamura, Genzano,
Ferrara); se infine dopo poche ore dall'acquisto un pane risulta
duro o eccessivamente molle, comunque non più friabile, è
sicuramente un prodotto qualitativamente basso in cui è facile
siano stati ag¬giunti emulsionanti e trattanti vari (acido
a¬scor¬bico, destrosio ecc.). Nel caso del pane biologico la
soddisfazione può essere espressa con tutti e cinque i sensi:
oltre al piacere del gusto, la vista può essere appagata nella
forma e nei colori naturali, l'olfatto compiaciuto dai profumi
legati alla legna arsa in un forno di pietra, il tatto gradisce il
contatto con la fragranza li¬scia o ruvida che sia, persino
l'udito viene coinvolto dallo sgranocchiare di una fetta dura
all'esterno e dal cuore bianco e morbido.
La ricetta
Si tratta di una ricetta che era nel DNA di tutte le generazioni
precedenti e che oggi pochissimi ancora conoscono. Per fare del
buon pane, una volta scelta la farina, la ricerca della qualità
continua con la lievitazione naturale, capace di conservare i
princìpi nutritivi e la fragranza. La pastella acida per la
fermentazione può essere utilizzata più volte e rinnovata una
volta alla settimana: si versano in una terrina 100g di farina e
un identico volume di acqua tiepida, aggiungendo a piacere un
cucchiaino di miele. Si mescola bene fino a ottenere una pastella
omogenea che si lascerà riposare in un ambiente moderatamente
caldo (20-22°C.) ricoperta con un panno spesso e appena inumidito.
Un paio di volte al giorno si rimpasta e, trascorse 48 ore,
l'impasto dovrebbe essersi gonfiato, si aggiungono 3-4 cucchiai
d'acqua tiepida e una quantità di farina sufficiente per ottenere,
alla fine della lavorazione, una pagnottina abbastanza tenace da
non attaccarsi alle dita. Quindi si fa lievitare per altre 24 ore,
lasciando la pastella sempre ricoperta con un canovaccio umido. A
questo punto il lievito è pronto e si può cominciare a preparare
il pane.
Gli ingredienti della ricetta base sono: 200g di pasta acida, 1 kg
di farina di grano tenero o di grano integrale o miscela delle
due, 0,6 l di acqua, 20-25g di sale da sciogliere nell'acqua
dell'impasto. La sera precedente si scioglie la pasta acida in una
ciotola riempita con due tazze d'acqua tiepida. Quando tutta la
pastella è sciolta nell'acqua, si aggiunge nuova farina fino a
ottenere una pasta abbastanza spessa e tenace; si copre la ciotola
con un panno umido e si lascia riposare tutta la notte. Il mattino
seguente, posta su di una spianatoia la pastella acida, vi si
versano 800g di farina impastando e aggiungendo acqua tiepida un
po' alla volta. La lavorazione dura almeno 15 minuti e il
risultato finale è un impasto compatto (a questo punto si potrebbe
prelevare un pugno di pasta da utilizzare come lievito madre per
le successive panificazioni). Quindi si dispone la pasta su una
superficie piana precedentemente infarinata, si copre con un panno
asciutto e si lascia lievitare in un luogo caldo per alcune ore.
Si inforna a 250°C e dopo circa 30-40 minuti si abbassa la
temperatura del forno e si prosegue la cottura per altri 20-30
minuti. Prima di estrarre dal forno si saggia la cottura infilando
un coltello nella forma: se la lama rimane asciutta il pane è
cotto. Sfornato, si copre con un panno di lana e si lascia
raffreddare per circa 4-5 ore.
La bontà ha bisono di pazienza.

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