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BIOARCHITETTURA
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Numero 37 di giugno-luglio 2004
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Riqualificare per contratto
Storia e dinamiche dei Contratti di
Quartiere
Mario Spada
Direttore Ufficio Sviluppo Locale
Sostenibile Partecipato
Comune di Roma
Un bando del Ministero dei Lavori Pubblici pubblicato nel '98,
inaugura in Italia l'era dei contratti di quartiere. La proposta
(funzionari del ministero, esperti di ambiente e di politiche
sociali) aveva almeno due intenzioni. Intanto portare in Italia
esperienze europee come quella del programma finanziato dalla UE
“Urban” (che si proponeva di coniugare la riqualificazione
urbanistica ed edilizia con elementi di sviluppo economico locale
e di sostegno alle figure svantaggiate: disoccupati, donne sole,
giovani in cerca di prima occupazione) orientandosi verso i
quartieri più degradati, spesso di edilizia economica e popolare –
le periferie, insomma – in cui il degrado è anche sociale ed
economico oltre che ambientale. L'altro riferimento era il modello
francese dei contrats de ville , in cui ritorna il tema del
“contratto sociale” come origine della democrazia moderna, che
evoca il tema della governance, cioè di un modo di governo che non
vede la pubblica amministrazione nel ruolo del decisore forte e
autoritario che concede servizi, ma come uno degli attori che ha
il compito istituzionale di indirizzare gli interessi generali
della comunità e con ciò stabilire un rapporto di confronto e
possibile collaborazione con gli altri attori, in una visione
condivisa dei problemi e delle soluzioni. C'era infine un aspetto
più interno al dibattito urbanistico nazionale: nell'ambito del
Ministero dei Lavori Pubblici prevaleva una corrente di pensiero
intenzionata a svecchiare la pianificazione urbanistica legandola
a programmi di recupero urbano (chiamati programmi integrati o
complessi) miranti al coinvolgimento di risorse finanziarie
private; a fronte degli investimenti i privati ricevevano vantaggi
in termini di varianti urbanistiche, aumenti di cubature e simili.
A questa categoria di programmi cosiddetti “complessi”
appartengono ad esempio i Patti territoriali o i Contratti d'area,
operazioni di urbanistica contrattata che – va detto – in alcuni
casi hanno dato esiti pessimi in quanto utilizzati come coperture
per operazioni speculative di basso profilo. Chi ha proposto i
Contratti di quartiere cercava dunque di contrapporre a tale
visione più liberista, troppo vicina a coloro che intendono il
territorio come tessuto indifferenziato che produce ricchezza e
quindi oggetto di contrattazione esclusiva tra poteri forti, una
visione capace di focalizzare le zone di vero degrado della città,
spesso coincidenti coi quartieri di edilizia residenziale pubblica
(comunque poco appetibili per gli investitori privati e quindi
tendenzialmente esclusi da ogni possibile contrattazione),
riproponendo delle specie di progetti Urban su scala nazionale. Il
fatto però che una quota consistente dei finanziamenti per i
Contratti di quartiere fosse costituita da fondi Gescal, i vecchi
fondi gestione delle case popolari, indeboliva sul nascere il
programma: tali fondi sono infatti vincolati alla ristrutturazione
e alla costruzione di edilizia residenziale pubblica e quindi alla
costruzione di case, giardini o al più, centri sociali e scuole.
Questo veniva a privare i Contratti del necessario ampio respiro
territoriale in un'ottica di integrazione di misure di
riqualificazione sociale ed economica, che pure ne costituiva
premessa. Tuttavia, come si dice, sempre meglio che niente.
In Francia invece esiste una Commissione interministeriale,
composta da rappresentanti dei Ministeri delle Infrastrutture,
delle Politiche sociali, dell'Economia, della Cultura,
dell'Ambiente e della Scuola, che si occupa delle periferie
degradate accorpando competenze diverse. I programmi per le
periferie francesi quindi nascono già integrati, il che obbliga
poi le Amministrazioni a costituire delle strutture
interdisciplinari. Da noi invece può succedere che alcuni Municipi
a pochi giorni dalla scadenza del bando incarichino alcuni
architetti affinché realizzino qualche disegno (se viene
finanziato poi sei della partita) interpretando il contratto di
quartiere come un'occasione per sistemare qualche casa, una
piazza, un giardinetto, per costruire una strada. Si perde la
complessità del processo, viene ignorato sostanzialmente l'aspetto
integrato del programma e si dissolve il potenziale contributo
delle conoscenze locali relative ai bisogni del quartiere ma anche
conoscenze di tipo tecnico; ad esempio che in una certa area
crescono meglio gli alberi di un certo tipo o che in quell'angolo
ci starebbe bene un bar lo sanno benissimo solo alcuni che vivono
lì da tempo. Per altro il tema delle periferie delle metropoli
sarà il tema esplosivo dei prossimi anni dato l'intensificarsi dei
processi d'inurbamento e il progressivo degrado fisico e sociale
derivante dalla immigrazione e dalla disoccupazione.
I primi risultati
Il primo bando ha prodotto un po' in tutte le regioni una serie di
progetti, anche interessanti, ma inevitabilmente limitati in
quanto alla fine è consistito in una riqualificazione più o meno
correttamente una piccola porzione di territorio – alcune case
degradate – senza riuscire ad incidere in profondità, ad innescare
le sperate dinamiche positive. In generale il livello migliore si
è sviluppato in città medio piccole mentre le città grandi hanno
sottovalutato l'opportunità.
A Roma i primi Contratti di quartiere vennero in generale un po'
trascurati perché ritenuti essenzialmente finalizzati a
ristrutturare una manciata di case popolari; i più erano infatti
convinti che l'operazione importante risiedesse nei programmi di
Recupero urbano (della famiglia dei programmi complessi) derivanti
dall'articolo 11 della legge 493 del '93, i cui interlocutori
principali erano gli imprenditori edili; li si riteneva infatti
capaci di mettere in moto l'economia e creare lavoro, anche se poi
per vari motivi quei programmi sono rimasti fermi per alcuni anni.
Tuttavia anche a Roma qualcosa è successo, per esempio nel
contratto di Centocelle Vecchia, il garage usato come autoparco
comunale posto nella corte di un edificio comunale di 160 alloggi,
verrà demolito per far posto ad un centro polivalente con teatro,
ludoteca, palestra, servizi circoscrizionali; in più sono stati
realizzati 16 nuovi alloggi secondo i principi dell'architettura
bioclimatica rispondendo alla richiesta, presente nel bando, di
aspetti sperimentali in edilizia.
La partecipazione
Dato apprezzabile era comunque che, per la prima volta in un bando
del Ministero dei Lavori Pubblici, si faceva accenno al tema della
partecipazione, al fatto cioè che i programmi debba no essere
discussi e concordati coi cittadini.
Sicuramente la partecipazione diventerà centrale nel dibattito
urbanistico dei prossimi anni: la nuova legge urbanistica sta
esprimendo una posizione improntata ad una sostanziale
deregulation che rimanda ad accordi stipulati di volta in volta
tra le parti. Se è vero che il vecchio Piano Regolatore non
funziona più, è rigido, non in grado di regolare le rapide
trasformazioni del territorio imposte dai processi di sviluppo, e
comunque sempre aggirato quando si tratta di potenti forze
economiche in campo, tuttavia una trasformazione urbana per parti
è plausibile a patto che il processo mantenga trasparenza e venga
sottoposto alla verifica degli indicatori di sostenibilità
ambientale e alla partecipazione degli attori locali.
È importante comunque non farsi confondere dalla terminologia. In
teoria la parola “contratto” possiede una grande portata in quanto
presuppone che i cittadini definiscano un proprio scenario di
sviluppo locale e poi, tramite i progettisti interpreti/mediatori
o i facilitatori di progettazione partecipata, si confrontano con
l'amministrazione e trovano punti di accordo possibile. Più in
generale qualunque operazione di riqualificazione urbana
soprattutto nella città attuale, alla fine si configura come un
patto anche se non dichiarato, in cui i tanti protagonisti e
soggetti locali si muovono agguerriti proprio in quanto sentono il
territorio come spazio vitale e si oppongono a trasformazioni
urbane che potrebbero peggiorare le condizioni ambientali locali.
È la nota sindrome NIMBY (“Nothing In My Back Yard” niente
sotto casa mia) fenomeno di conflitto urbano talmente diffuso da
creare ampi scompigli nelle pratiche di pianificazione:
amministratori, urbanisti, investitori sono comunque costretti a
scendere a patti. Un esempio nel quartiere San Giovanni a Roma: un
progetto del Comune prevede la valorizzazione delle Mura Aureliane
restringendo una strada e togliendo alcuni parcheggi. I cittadini,
organizzati in associazione, hanno tappezzato i muri con manifesti
che illustrano un progetto alternativo. Habermas direbbe che è il
mondo vitale, costituito dai comportamenti personali, che si
contrappone al sistema astratto, che identifica l'ordine economico
e politico, in questo caso rappresentato da un disegno urbano
fondato su idee di valorizzazione ambientale locale che però
divergono da quelle dei residenti. Non è qui il caso di attribuire
la ragione agli uni o agli altri; quel che è certo è la nascita di
una relazione dialettica tra posizioni diverse che apre un
confronto difficile ma allo stesso tempo interessante. Nelle
società moderne e intricate nelle quali viviamo, i sistemi sociali
si nutrono dello scambio permanente tra i due poli del mondo
vitale e del sistema astratto. Sempre di più, anche grazie al
sistema diffuso di comunicazione, il mondo vitale produce reti di
relazioni tra soggetti accomunati dalla stessa identità sociale,
culturale, generazionale, territoriale o etnica; le reti, a loro
volta, entrano in relazione tra loro creando convergenze di
interessi o conflitti. E tutto questo brulicare di reti che
somigliano tanto alle reti neuronali del cervello, si misurano
quotidianamente con il sistema astratto delle norme, delle regole
economiche e politiche che tendono a sistematizzare e uniformare,
quasi sempre in nome dello sviluppo e dell'ordine sociale.
Addentrarsi in questa riflessione significherebbe dover
semplificare concetti complessi. Rimane la convinzione che questo
dualismo tra società da un lato e istituzioni dall'altro, è sempre
presente e – in contrasto con quanti si sforzano di soffocare uno
dei due poli – può essere vissuto come ricchissima materia di
lavoro. Questo in particolare nei Contratti di quartiere ove,
riconoscendo il dualismo istituzioni-cittadini, lo si può rendere
fertile per giungere ad una visione condivisa dello sviluppo,
dell'assetto urbano e così via. Si tratta appunto dell'aspetto
partecipativo, del fatto che i cittadini sono chiamati a definire
una loro ipotesi di riqualificazione del quartiere da confrontare
con l'amministrazione, che diventa così promotore di un sistema
aperto di governance, attore determinante ma non esclusivo
nell'individuazione di un senso comune dei luoghi. Attraverso
questa strategia si può tendere alla costruzione di un sistema
interattivo con le realtà esterne, adattivo, reversibile,
tendenzialmente auto-organizzato e soprattutto modello di
un'organizzazione inesauribile perché riesce ad assorbire energia
dall'ambiente e può svilupparsi con forme sempre più evolute. Tale
seducente ipotesi, presa in buona parte dalle teorie della
complessità che indica un nuovo percorso di sviluppo della
democrazia in una società complessa, nella realtà si applica per
ora solo in parte: alcune amministrazioni pubbliche promuovono un
certo grado di consultazione, in alcuni casi approfondita e in
altri meno, attraverso questionari, riunioni e laboratori di
progettazione partecipata, per fare in modo che i cittadini
possano esprimere delle loro idee sulla riqualificazione
urbanistica del quartiere e su come si possano migliorare dei
servizi sociali o avviare delle iniziative di sostegno
all'occupazione locale soprattutto giovanile. Tutto questo poi
viene raccolto in un programma articolato in fasi, sulla base del
quale i progettisti elaborano i primi progetti preliminari delle
azioni di breve periodo.
Lo schema libero
Tale impostazione è stata adottata nell'elaborazione di Contratti
di quartiere che potremmo definire “a schema libero” basati su un
contributo regionale con pochi vincoli (in questo diversi rispetto
alle opportunità che provengono dai bandi ministeriali). Anche se
il tema potrebbe aprirsi a ben altre operazioni, alcuni passi si
sono fatti. A Roma per esempio, grazie a un finanziamento
regionale di 15 miliardi di lire previsto dalla finanziaria del
2001 non strettamente legato all'edilizia residenziale pubblica
(La legge regionale prevedeva che il 60% del contributo fosse
indirizzato all'attività di riqualificazione edilizia, il 20% a
sostegno di attività sociali e l'altro 20% a sostegno
dell'economia locale) è stata sperimenta una nuova versione dei
Contratti di quartiere interpretandoli come veri e propri piani
strategici di sviluppo locale sostenibile di vaste aree urbane,
proiettati nei prossimi 15 o 20 anni. Le trasformazioni di un
territorio infatti non avvengono in pochi anni, e quello indicato
è un periodo ragionevole per lo svolgersi di azioni di
riqualificazione in grado di mutare sostanzialmente uno scenario
territoriale. Pur nel suo piccolo quindi veniva dato spazio ad un
programma integrato e questa libertà ha consentito di elaborare
dei contratti che alzassero un po' il tiro, immaginandoli come
piccole Agende 21 locali caratterizzate da una forte impronta
partecipativa e da sostenibilità ambientale. Si partiva con
un'assemblea cui partecipavano in media un centinaio di abitanti,
poi si organizzavano incontri molto mirati e molto strutturati
secondo una metodologia di progettazione partecipata definita
“action planning” che consente nel giro di poche ore di definire
alcune ipotesi di sviluppo da focalizzare in riunioni successive
ed elaborare in termini di piano d'azione. Tra le azioni
individuate venivano quindi scelte quelle a breve termine sulla
base delle quali si elaboravano i progetti.
Il Contratto del Pigneto
I contratti della seconda ondata hanno riguardato a Roma quattro
quartieri, due della periferia più estrema e due della
semiperiferia, in quest'ultimo caso zone abbastanza vicine al
centro storico che costituivano la periferia della città
novecentesca. Una di queste è il Pigneto, quartiere operaio e
popolare caratterizzato da un grosso deposito dell'Atac, l'azienda
tranviaria, dallo scalo merci della stazione Tiburtina – dove
quindi avveniva e in parte ancora si svolge la manutenzione delle
carrozze ferroviarie – con parecchie costruzioni abusive sorte nel
dopoguerra. Innanzitutto bisognava verificare l'impatto che alcuni
grossi interventi in corso avranno sul territorio; per esempio
nell'ex Snia-Viscosa, abbandonata da anni, si realizzerà un
insediamento universitario per 5 o 6000 studenti; poi nella
fabbrica farmaceutica Serono, oggi grossa multinazionale, una
parte dell'edificio resterà destinata ad uffici dell'industria, il
resto diventerà un complesso alberghiero con un centro
commerciale. In questo caso ad esempio si è contrattato coi
proprietari affinché parte della fabbrica ristrutturata venisse
concessa al quartiere per servizi locali. È stato quindi deciso di
restaurare il torrione di epoca romana con l'area verde adiacente,
ampliandola e riqualificandola. Infine sono state delineate una
serie di azioni proiettate sul lungo periodo. Dal punto di vista
socioeconomico al Pigneto (è il secondo quartiere di Roma dopo
l'Esquilino in termini di presenza d'immigrati) era disponibile un
progetto con buon rilievo finanziario, di sostegno
all'integrazione degli immigrati o quantomeno alla convivenza, con
un programma destinato alle scuole e un altro di sostegno alle
culture di origine. Verrà finanziato inoltre uno studio sulla
viabilità locale che disegni un maggior numero di aree a basso
traffico. Rivitalizzare il quartiere significa anche fare in modo
che l'attuale isola pedonale, zona conquistata a fatica dagli
abitanti negli anni passati e ora piuttosto degradata dal punto di
vista commerciale perché molti negozi sono stati chiusi, recuperi
una sua vitalità. Per cui è previsto un bando per facilitare
determinate attività commerciali, ad esempio con contributi a
fondo perduto vincolati alla realizzazione di attività a profilo
culturale o sociale, tipo librerie o pub per i giovani.
Le procedure
Si fa un'assemblea pubblicizzandola il più possibile; nel corso
dell'assemblea vengono distribuite delle schede in cui si chiede
di precisare se si è semplici cittadini o rappresentanti di
interessi locali, per esempio un'associazione ambientalista o
giovanile o culturale o di commercianti. Attraverso le schede e
con le informazioni fornite dai Municipi (le vecchie
circoscrizioni) che sono più vicini al territorio, si costruisce
un elenco di una cinquantina di soggetti rappresentativi, quelli
che gli inglesi chiamano stakeholders, portatori d'interessi
locali; li si chiama ai laboratori e di solito l'80-90% partecipa
attivamente e sempre in modo molto produttivo. Problema non
secondario è il vaglio delle rappresentatività, a volte infatti si
presentano sedicenti rappresentanti di questa o quella categoria
che invece rappresentano poco più che sé stessi e bisogna tarare
adeguatamente le loro proposte. È chiaro che bisognerebbe
coinvolgere anche i cittadini passivi, spesso passivi solo per
necessità, perché lavorano fino a tardi o che comunque hanno
difficoltà a rappresentarsi. Questi si possono raggiungere coi
questionari, ma molto più utili in questo caso si rivelano gli
animatori locali, i sindacati degli inquilini, il volontariato
sociale. Per cui il processo che porta al Contratto non è lineare
né facilmente schematizzabile. Per realizzare un buon contratto di
quartiere servirebbero quantità di operazioni preliminari di
approfondimento, consultazione e coinvolgimento; in realtà spesso
finisce che i soggetti deboli vengano rappresentati da esponenti
di associazioni locali. Nel Pigneto ad esempio gli immigrati hanno
partecipato solo alla prima assemblea, si trattava di un gruppo
abbastanza nutrito di senegalesi, e comunque rappresentati da un
italiano che fa parte di un'associazione di quartiere legata
all'integrazione dei migranti. Altro esempio: i giovani
disoccupati del Pigneto, gruppo abbastanza turbolento, hanno un
discreto potere contrattuale; partecipano polemicamente a due
assemblee però disertano i laboratori di approfondimento: siccome
il gruppo nasceva in parte dalla scissione di un comitato locale,
non volevano riconoscere al coordinatore di tale comitato una
ipotetica posizione dominante. Per fare bene il lavoro sui giovani
ci sarebbe stato bisogno di animatori che sviluppassero specifici
approfondimenti, ma le energie e le risorse in questo ambito
preliminare non sono mai all'altezza delle necessità. I metodi di
partecipazione possono variare, ma le domande da cui partire sono
le stesse: sto interpretando nel modo giusto le potenzialità
sociali del territorio? Gli stakeholders convocati sono tutti
rappresentativi degli interessi locali? Ho dimenticato qualcuno?
Come posso rendere soggetti attivi indistintamente tutti i
cittadini? Quale rapporto con le forze politiche? Quale ruolo
attribuire ai processi di partecipazione guidata e a quelli
autodeterminati? Ma su tutte la domanda principale è: sono
riuscito a stabilire un processo di mutuo apprendimento tra
soggetti e interessi differenti? Perché un processo partecipativo
che non riesca a smussare le posizioni iniziali di ciascuno non
può che concludersi con una mediazione fondata sul reciproco danno
minore. Si tratta pur sempre di un risultato di convivenza, ma non
molto esaltante. Se s'innesta invece un processo virtuoso di mutuo
apprendimento tra soggetti diversi con interessi conflittuali, che
via via acquistano consapevolezza delle ragioni altrui e sono
disposti a modificare la propria posizione, si configura allora il
senso comune, lo scenario che rafforza i legami di una comunità o
ne identifica una nuova.
Un progetto così ambizioso necessita però di finanziamenti
adeguati; purtroppo, mentre sono stanziati i fondi per le opere e
per le attività socioeconomiche, mancano quelli per le azioni di
facilitazione da attuare nei tempi dovuti: un lavoro di
concertazione con la comunità locale richiede tempi adeguati,
parecchie risorse umane e professionalità diverse.
Le difficoltà politiche
A parte le difficoltà di ordine economico, spesso problemi nascono
nei rapporti con la politica, nel senso che questa ha linguaggi,
tempi e logiche decisionali che non sempre si coniugano con le
modalità della progettazione partecipata, anche se l'attenzione ed
il rispetto per le attività di progettazione partecipata si sta
facendo strada: il consenso è argomento che suscita sempre grande
attenzione. Altra difficoltà può nascere dal fatto che i diversi
Dipartimenti sono fatti un po' a compartimenti stagni che
comunicano tra loro con difficoltà: di solito chi si occupa di
politiche sociali obiettivi, metodi di lavoro e schemi che solo
raramente s'incrociano con quelli di chi si occupa di urbanistica
o di commercio; spesso poi i conflitti dipendono dal fatto che il
Municipio magari è orientato a destra e il Comune a sinistra
oppure non si trova un accordo fra Regione e Comune su chi dovrà
effettivamente gestire i fondi. A volte ci si trova a dover tenere
insieme iniziative di altri Dipartimenti e di altri Assessorati,
gli accordi interistituzionali tra Regione, Provincia, Comune e
Municipio ecc. Tutto può diventare molto difficile in assenza di
una generale intesa politica e in mancanza di ruoli chiari delle
diverse componenti amministrative. Le Conferenze di servizi
dovrebbero facilitare tali intese, ma la legge sui Lavori pubblici
prescrive l'uso delle Conferenze di servizi solo per i progetti
definitivi e molto spesso è già tardi per tornare indietro e
rivedere i presupposti di base del progetto. Questa situazione
s'intreccia poi con carenze di ordine culturale: oggi la
partecipazione è ancora una sorta di opzione culturale di
amministratori, architetti e urbanisti che hanno a che fare con le
povertà urbane o con coloro che sono tradizionalmente esclusi, i
bambini per esempio. È assai difficile che un progettista
incaricato da influenti investitori si preoccupi di avviare
processi di progettazione partecipata, salvo in extremis per
parare i colpi della sindrome NIMBY. La partecipazione invece, se
adotta regole chiare e trasparenti, può essere un metodo
applicabile a qualsiasi progetto.
L'ultimo bando
Il più recente bando del Ministero delle Infrastrutture e delle
Regioni: “Contratti di quartiere II” invita a integrare, a
mettere dentro il contratto attività sociali e di sostegno
economico ai soggetti deboli, ai giovani, ai disoccupati, però poi
demanda il loro finanziamento ai Comuni e si limita a finanziare
opere di riqualificazione edilizia ed urbanistica. C'è comunque un
progresso rispetto al primo bando riguardo alla divisione delle
risorse: 40% per urbanizzazioni d'area, 60% per alloggi ERP e per
urbanizzazioni di prossimità (ad esempio aree verdi o asili nido)
di cui il 25% per sperimentazione bioclimatica, fruitiva o
morfologica. Si può anche ragionare ad una scala più ampia
rispetto al primo bando, continuano tuttavia a mancare risorse per
iniziative di tipo socio economico. È il Comune che vi deve
provvedere, ma spesso non ne ha i fondi.
Cittadini o architetti
Senza fare demagogia, spesso i cittadini mostrano una visione più
avanzata rispetto ad architetti o urbanisti i quali, quand'anche
posseggono consapevolezza degli aspetti sociali, interpretano la
riqualificazione urbana essenzialmente in termini di qualità
moderna dello spazio, spesso ideologica. Da parte dei cittadini
invece il problema non è di avere una piazza esteticamente
qualificata, quanto piuttosto di avere a disposizione uno spazio
vivibile, dove le panchine siano comode, i negozi vicini e magari
del verde. Gli architetti si perdono in una ricercatezza dei
materiali – si pensi a certe nuove piazze in travertino che fanno
pensare alle piazze metafisiche di De Chirico – che un cittadino
qualsiasi di solito non apprezza. Progettare una piazza elegante
senza riflettere sulla manutenzione, su attività che la rendano
vi¬va, sulle dinamiche che si instaureranno, inevitabilmente
questa muore e diviene luogo di degrado ancora maggiore, magari
rifugio per giovani drogati disperati. Mentre ai tecnici manca
spesso una visione solistica (il sociologo si interroga sulle
cause del degrado, l'economista rileva che manca il commercio,
l'architetto considera la qualità estetica dello spazio fisico
ecc.) l'insieme dei cittadini riesce a vedere la piazza sotto più
profili.
Grandi città, grandi problemi
Nelle grandi città, a Roma, continua ad essere pesante il bisogno
di case, che fatica a trovare soluzione perché ogni allargata
disponibilità richiama ulteriori flussi, però il problema non è
drammatico come vent'anni fa al tempo delle grandi occupazioni.
L'aspetto più rilevante delle periferie invece è il coagulo di
diversi disagi sociali: se in quartieri come Tor Bella Monaca ci
sono oltre 200 persone in libertà vigilata, in generale la
mancanza d'occupazione o il precariato si accomunano alla
disgregazione sociale e familiare (nei quartieri periferici sono
frequenti le madri sole con due o tre figli). In queste zone gli
abitanti non hanno livelli d'istruzione che consentano di trovare
nuove strategie esistenziali, allora subentra il conflitto con gli
immigrati perché ci si contende lo stesso lavoro, lo stesso
precariato, quindi il conflitto razziale è più forte, ma è più
forte anche il conflitto generazionale perché i giovani sono più
disperati. La cosa interessante però è che in questi quartieri,
malgrado i disagi e le difficoltà che vi si vivono, sta nascendo
anche un orgoglio di appartenenza. A Corviale, esempio discusso di
insediamento intensivo degli anni '70, un edificio lungo un
chilometro e alto otto piani che doveva rappresentare la
dilatazione ideologica dell'unità di abitazione di Le Corbusier,
attraverso un laboratorio territoriale è stata svolta un'indagine
tra gli abitanti. Ebbene, dai dati raccolti emerge che la maggior
parte difende l'identità di Corviale, contrasta la connessione
fatta dai media tra Corviale e criminalità e suggerisce interventi
di miglioramento. È ad ogni modo nelle periferie urbane che si
dovrà plasmare il nuovo welfare, se si vuole impedire che i fatti
innalzino muri invalicabili tra povertà e ricchezza in un momento
in cui si accresce la fascia di quanti si pongono al di sotto
della soglia di povertà, col diritto alla casa minacciato da nuove
ondate speculative sugli immobili, il diritto al lavoro
compromesso da una precarietà pervasiva, il diritto alla scuola
indebolito.
Obiettivo lavoro
A Quartaccio i ragazzi appoggiati davanti a una specie di sala
giochi ti dicono che, sì, va bene rifare le strade, ma loro hanno
bisogno di avere un lavoro. Nel recente bando Contratti di
quartiere II è stato possibile inserirlo grazie ai
finanziamenti aggiuntivi ottenuti in base alla cosiddetta legge
266/97, detta legge Bersani, che finanzia attività di promozione
del lavoro locale. Si tratta di contributi a chi mette in piedi
nuove attività o per istituire incubatori d'impresa come quello
che verrà realizzato al Quartaccio. L'incubatore d'impresa è un
posto dove chi ha ottenuto il riconoscimento di un piano d'impresa
valido ottiene a disposizione per 12 mesi una stanza con telefono
e computer come supporto per avviare la sua attività, dopodichè
deve trovarsi una sede autonoma. Però è anche un luogo di
formazione in cui si fanno corsi d'aggiornamento per i giovani del
posto su temi legati allo sviluppo e alle opportunità di lavoro. I
giovani del quartiere hanno discusso questa proposta prima che
venisse inserita nel Contratto in due riunioni in cui è emersa
l'esigenza di avere una base di riferimento locale per la ricerca
delle opportunità di lavoro e soprattutto l'orientamento verso
lavori legati ai servizi sociali. È stata anche fatta un'analisi
socioeconomica per individuare le attività carenti nel quartiere,
ad esempio le librerie. Certo, è anche possibile che uno apra una
libreria che poi magari dopo sei mesi è costretta a chiudere
perché nessuno ci entra; però se sostenuta da iniziative culturali
di contorno che trasformano la libreria in luogo attraente anche
per il contesto locale, forse decolla.

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