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BIOARCHITETTURA
 

Numero 37 di giugno-luglio 2004

Riqualificare per contratto

Storia e dinamiche dei Contratti di Quartiere

Mario Spada
Direttore Ufficio Sviluppo Locale Sostenibile Partecipato
Comune di Roma


Un bando del Ministero dei Lavori Pubblici pubblicato nel '98, inaugura in Italia l'era dei contratti di quartiere. La proposta (funzionari del ministero, esperti di ambiente e di politiche sociali) aveva almeno due intenzioni. Intanto portare in Italia esperienze europee come quella del programma finanziato dalla UE “Urban” (che si proponeva di coniugare la riqualificazione urbanistica ed edilizia con elementi di sviluppo economico locale e di sostegno alle figure svantaggiate: disoccupati, donne sole, giovani in cerca di prima occupazione) orientandosi verso i quartieri più degradati, spesso di edilizia economica e popolare – le periferie, insomma – in cui il degrado è anche sociale ed economico oltre che ambientale. L'altro riferimento era il modello francese dei contrats de ville , in cui ritorna il tema del “contratto sociale” come origine della democrazia moderna, che evoca il tema della governance, cioè di un modo di governo che non vede la pubblica amministrazione nel ruolo del decisore forte e autoritario che concede servizi, ma come uno degli attori che ha il compito istituzionale di indirizzare gli interessi generali della comunità e con ciò stabilire un rapporto di confronto e possibile collaborazione con gli altri attori, in una visione condivisa dei problemi e delle soluzioni. C'era infine un aspetto più interno al dibattito urbanistico nazionale: nell'ambito del Ministero dei Lavori Pubblici prevaleva una corrente di pensiero intenzionata a svecchiare la pianificazione urbanistica legandola a programmi di recupero urbano (chiamati programmi integrati o complessi) miranti al coinvolgimento di risorse finanziarie private; a fronte degli investimenti i privati ricevevano vantaggi in termini di varianti urbanistiche, aumenti di cubature e simili. A questa categoria di programmi cosiddetti “complessi” appartengono ad esempio i Patti territoriali o i Contratti d'area, operazioni di urbanistica contrattata che – va detto – in alcuni casi hanno dato esiti pessimi in quanto utilizzati come coperture per operazioni speculative di basso profilo. Chi ha proposto i Contratti di quartiere cercava dunque di contrapporre a tale visione più liberista, troppo vicina a coloro che intendono il territorio come tessuto indifferenziato che produce ricchezza e quindi oggetto di contrattazione esclusiva tra poteri forti, una visione capace di focalizzare le zone di vero degrado della città, spesso coincidenti coi quartieri di edilizia residenziale pubblica (comunque poco appetibili per gli investitori privati e quindi tendenzialmente esclusi da ogni possibile contrattazione), riproponendo delle specie di progetti Urban su scala nazionale. Il fatto però che una quota consistente dei finanziamenti per i Contratti di quartiere fosse costituita da fondi Gescal, i vecchi fondi gestione delle case popolari, indeboliva sul nascere il programma: tali fondi sono infatti vincolati alla ristrutturazione e alla costruzione di edilizia residenziale pubblica e quindi alla costruzione di case, giardini o al più, centri sociali e scuole. Questo veniva a privare i Contratti del necessario ampio respiro territoriale in un'ottica di integrazione di misure di riqualificazione sociale ed economica, che pure ne costituiva premessa. Tuttavia, come si dice, sempre meglio che niente.
In Francia invece esiste una Commissione interministeriale, composta da rappresentanti dei Ministeri delle Infrastrutture, delle Politiche sociali, dell'Economia, della Cultura, dell'Ambiente e della Scuola, che si occupa delle periferie degradate accorpando competenze diverse. I programmi per le periferie francesi quindi nascono già integrati, il che obbliga poi le Amministrazioni a costituire delle strutture interdisciplinari. Da noi invece può succedere che alcuni Municipi a pochi giorni dalla scadenza del bando incarichino alcuni architetti affinché realizzino qualche disegno (se viene finanziato poi sei della partita) interpretando il contratto di quartiere come un'occasione per sistemare qualche casa, una piazza, un giardinetto, per costruire una strada. Si perde la complessità del processo, viene ignorato sostanzialmente l'aspetto integrato del programma e si dissolve il potenziale contributo delle conoscenze locali relative ai bisogni del quartiere ma anche conoscenze di tipo tecnico; ad esempio che in una certa area crescono meglio gli alberi di un certo tipo o che in quell'angolo ci starebbe bene un bar lo sanno benissimo solo alcuni che vivono lì da tempo. Per altro il tema delle periferie delle metropoli sarà il tema esplosivo dei prossimi anni dato l'intensificarsi dei processi d'inurbamento e il progressivo degrado fisico e sociale derivante dalla immigrazione e dalla disoccupazione.


I primi risultati
Il primo bando ha prodotto un po' in tutte le regioni una serie di progetti, anche interessanti, ma inevitabilmente limitati in quanto alla fine è consistito in una riqualificazione più o meno correttamente una piccola porzione di territorio – alcune case degradate – senza riuscire ad incidere in profondità, ad innescare le sperate dinamiche positive. In generale il livello migliore si è sviluppato in città medio piccole mentre le città grandi hanno sottovalutato l'opportunità.
A Roma i primi Contratti di quartiere vennero in generale un po' trascurati perché ritenuti essenzialmente finalizzati a ristrutturare una manciata di case popolari; i più erano infatti convinti che l'operazione importante risiedesse nei programmi di Recupero urbano (della famiglia dei programmi complessi) derivanti dall'articolo 11 della legge 493 del '93, i cui interlocutori principali erano gli imprenditori edili; li si riteneva infatti capaci di mettere in moto l'economia e creare lavoro, anche se poi per vari motivi quei programmi sono rimasti fermi per alcuni anni. Tuttavia anche a Roma qualcosa è successo, per esempio nel contratto di Centocelle Vecchia, il garage usato come autoparco comunale posto nella corte di un edificio comunale di 160 alloggi, verrà demolito per far posto ad un centro polivalente con teatro, ludoteca, palestra, servizi circoscrizionali; in più sono stati realizzati 16 nuovi alloggi secondo i principi dell'architettura bioclimatica rispondendo alla richiesta, presente nel bando, di aspetti sperimentali in edilizia.


La partecipazione
Dato apprezzabile era comunque che, per la prima volta in un bando del Ministero dei Lavori Pubblici, si faceva accenno al tema della partecipazione, al fatto cioè che i programmi debba no essere discussi e concordati coi cittadini.
Sicuramente la partecipazione diventerà centrale nel dibattito urbanistico dei prossimi anni: la nuova legge urbanistica sta esprimendo una posizione improntata ad una sostanziale deregulation che rimanda ad accordi stipulati di volta in volta tra le parti. Se è vero che il vecchio Piano Regolatore non funziona più, è rigido, non in grado di regolare le rapide trasformazioni del territorio imposte dai processi di sviluppo, e comunque sempre aggirato quando si tratta di potenti forze economiche in campo, tuttavia una trasformazione urbana per parti è plausibile a patto che il processo mantenga trasparenza e venga sottoposto alla verifica degli indicatori di sostenibilità ambientale e alla partecipazione degli attori locali.
È importante comunque non farsi confondere dalla terminologia. In teoria la parola “contratto” possiede una grande portata in quanto presuppone che i cittadini definiscano un proprio scenario di sviluppo locale e poi, tramite i progettisti interpreti/mediatori o i facilitatori di progettazione partecipata, si confrontano con l'amministrazione e trovano punti di accordo possibile. Più in generale qualunque operazione di riqualificazione urbana soprattutto nella città attuale, alla fine si configura come un patto anche se non dichiarato, in cui i tanti protagonisti e soggetti locali si muovono agguerriti proprio in quanto sentono il territorio come spazio vitale e si oppongono a trasformazioni urbane che potrebbero peggiorare le condizioni ambientali locali. È la nota sindrome NIMBY (“Nothing In My Back Yard” niente sotto casa mia) fenomeno di conflitto urbano talmente diffuso da creare ampi scompigli nelle pratiche di pianificazione: amministratori, urbanisti, investitori sono comunque costretti a scendere a patti. Un esempio nel quartiere San Giovanni a Roma: un progetto del Comune prevede la valorizzazione delle Mura Aureliane restringendo una strada e togliendo alcuni parcheggi. I cittadini, organizzati in associazione, hanno tappezzato i muri con manifesti che illustrano un progetto alternativo. Habermas direbbe che è il mondo vitale, costituito dai comportamenti personali, che si contrappone al sistema astratto, che identifica l'ordine economico e politico, in questo caso rappresentato da un disegno urbano fondato su idee di valorizzazione ambientale locale che però divergono da quelle dei residenti. Non è qui il caso di attribuire la ragione agli uni o agli altri; quel che è certo è la nascita di una relazione dialettica tra posizioni diverse che apre un confronto difficile ma allo stesso tempo interessante. Nelle società moderne e intricate nelle quali viviamo, i sistemi sociali si nutrono dello scambio permanente tra i due poli del mondo vitale e del sistema astratto. Sempre di più, anche grazie al sistema diffuso di comunicazione, il mondo vitale produce reti di relazioni tra soggetti accomunati dalla stessa identità sociale, culturale, generazionale, territoriale o etnica; le reti, a loro volta, entrano in relazione tra loro creando convergenze di interessi o conflitti. E tutto questo brulicare di reti che somigliano tanto alle reti neuronali del cervello, si misurano quotidianamente con il sistema astratto delle norme, delle regole economiche e politiche che tendono a sistematizzare e uniformare, quasi sempre in nome dello sviluppo e dell'ordine sociale. Addentrarsi in questa riflessione significherebbe dover semplificare concetti complessi. Rimane la convinzione che questo dualismo tra società da un lato e istituzioni dall'altro, è sempre presente e – in contrasto con quanti si sforzano di soffocare uno dei due poli – può essere vissuto come ricchissima materia di lavoro. Questo in particolare nei Contratti di quartiere ove, riconoscendo il dualismo istituzioni-cittadini, lo si può rendere fertile per giungere ad una visione condivisa dello sviluppo, dell'assetto urbano e così via. Si tratta appunto dell'aspetto partecipativo, del fatto che i cittadini sono chiamati a definire una loro ipotesi di riqualificazione del quartiere da confrontare con l'amministrazione, che diventa così promotore di un sistema aperto di governance, attore determinante ma non esclusivo nell'individuazione di un senso comune dei luoghi. Attraverso questa strategia si può tendere alla costruzione di un sistema interattivo con le realtà esterne, adattivo, reversibile, tendenzialmente auto-organizzato e soprattutto modello di un'organizzazione inesauribile perché riesce ad assorbire energia dall'ambiente e può svilupparsi con forme sempre più evolute. Tale seducente ipotesi, presa in buona parte dalle teorie della complessità che indica un nuovo percorso di sviluppo della democrazia in una società complessa, nella realtà si applica per ora solo in parte: alcune amministrazioni pubbliche promuovono un certo grado di consultazione, in alcuni casi approfondita e in altri meno, attraverso questionari, riunioni e laboratori di progettazione partecipata, per fare in modo che i cittadini possano esprimere delle loro idee sulla riqualificazione urbanistica del quartiere e su come si possano migliorare dei servizi sociali o avviare delle iniziative di sostegno all'occupazione locale soprattutto giovanile. Tutto questo poi viene raccolto in un programma articolato in fasi, sulla base del quale i progettisti elaborano i primi progetti preliminari delle azioni di breve periodo.


Lo schema libero
Tale impostazione è stata adottata nell'elaborazione di Contratti di quartiere che potremmo definire “a schema libero” basati su un contributo regionale con pochi vincoli (in questo diversi rispetto alle opportunità che provengono dai bandi ministeriali). Anche se il tema potrebbe aprirsi a ben altre operazioni, alcuni passi si sono fatti. A Roma per esempio, grazie a un finanziamento regionale di 15 miliardi di lire previsto dalla finanziaria del 2001 non strettamente legato all'edilizia residenziale pubblica (La legge regionale prevedeva che il 60% del contributo fosse indirizzato all'attività di riqualificazione edilizia, il 20% a sostegno di attività sociali e l'altro 20% a sostegno dell'economia locale) è stata sperimenta una nuova versione dei Contratti di quartiere interpretandoli come veri e propri piani strategici di sviluppo locale sostenibile di vaste aree urbane, proiettati nei prossimi 15 o 20 anni. Le trasformazioni di un territorio infatti non avvengono in pochi anni, e quello indicato è un periodo ragionevole per lo svolgersi di azioni di riqualificazione in grado di mutare sostanzialmente uno scenario territoriale. Pur nel suo piccolo quindi veniva dato spazio ad un programma integrato e questa libertà ha consentito di elaborare dei contratti che alzassero un po' il tiro, immaginandoli come piccole Agende 21 locali caratterizzate da una forte impronta partecipativa e da sostenibilità ambientale. Si partiva con un'assemblea cui partecipavano in media un centinaio di abitanti, poi si organizzavano incontri molto mirati e molto strutturati secondo una metodologia di progettazione partecipata definita “action planning” che consente nel giro di poche ore di definire alcune ipotesi di sviluppo da focalizzare in riunioni successive ed elaborare in termini di piano d'azione. Tra le azioni individuate venivano quindi scelte quelle a breve termine sulla base delle quali si elaboravano i progetti.


Il Contratto del Pigneto
I contratti della seconda ondata hanno riguardato a Roma quattro quartieri, due della periferia più estrema e due della semiperiferia, in quest'ultimo caso zone abbastanza vicine al centro storico che costituivano la periferia della città novecentesca. Una di queste è il Pigneto, quartiere operaio e popolare caratterizzato da un grosso deposito dell'Atac, l'azienda tranviaria, dallo scalo merci della stazione Tiburtina – dove quindi avveniva e in parte ancora si svolge la manutenzione delle carrozze ferroviarie – con parecchie costruzioni abusive sorte nel dopoguerra. Innanzitutto bisognava verificare l'impatto che alcuni grossi interventi in corso avranno sul territorio; per esempio nell'ex Snia-Viscosa, abbandonata da anni, si realizzerà un insediamento universitario per 5 o 6000 studenti; poi nella fabbrica farmaceutica Serono, oggi grossa multinazionale, una parte dell'edificio resterà destinata ad uffici dell'industria, il resto diventerà un complesso alberghiero con un centro commerciale. In questo caso ad esempio si è contrattato coi proprietari affinché parte della fabbrica ristrutturata venisse concessa al quartiere per servizi locali. È stato quindi deciso di restaurare il torrione di epoca romana con l'area verde adiacente, ampliandola e riqualificandola. Infine sono state delineate una serie di azioni proiettate sul lungo periodo. Dal punto di vista socioeconomico al Pigneto (è il secondo quartiere di Roma dopo l'Esquilino in termini di presenza d'immigrati) era disponibile un progetto con buon rilievo finanziario, di sostegno all'integrazione degli immigrati o quantomeno alla convivenza, con un programma destinato alle scuole e un altro di sostegno alle culture di origine. Verrà finanziato inoltre uno studio sulla viabilità locale che disegni un maggior numero di aree a basso traffico. Rivitalizzare il quartiere significa anche fare in modo che l'attuale isola pedonale, zona conquistata a fatica dagli abitanti negli anni passati e ora piuttosto degradata dal punto di vista commerciale perché molti negozi sono stati chiusi, recuperi una sua vitalità. Per cui è previsto un bando per facilitare determinate attività commerciali, ad esempio con contributi a fondo perduto vincolati alla realizzazione di attività a profilo culturale o sociale, tipo librerie o pub per i giovani.


Le procedure
Si fa un'assemblea pubblicizzandola il più possibile; nel corso dell'assemblea vengono distribuite delle schede in cui si chiede di precisare se si è semplici cittadini o rappresentanti di interessi locali, per esempio un'associazione ambientalista o giovanile o culturale o di commercianti. Attraverso le schede e con le informazioni fornite dai Municipi (le vecchie circoscrizioni) che sono più vicini al territorio, si costruisce un elenco di una cinquantina di soggetti rappresentativi, quelli che gli inglesi chiamano stakeholders, portatori d'interessi locali; li si chiama ai laboratori e di solito l'80-90% partecipa attivamente e sempre in modo molto produttivo. Problema non secondario è il vaglio delle rappresentatività, a volte infatti si presentano sedicenti rappresentanti di questa o quella categoria che invece rappresentano poco più che sé stessi e bisogna tarare adeguatamente le loro proposte. È chiaro che bisognerebbe coinvolgere anche i cittadini passivi, spesso passivi solo per necessità, perché lavorano fino a tardi o che comunque hanno difficoltà a rappresentarsi. Questi si possono raggiungere coi questionari, ma molto più utili in questo caso si rivelano gli animatori locali, i sindacati degli inquilini, il volontariato sociale. Per cui il processo che porta al Contratto non è lineare né facilmente schematizzabile. Per realizzare un buon contratto di quartiere servirebbero quantità di operazioni preliminari di approfondimento, consultazione e coinvolgimento; in realtà spesso finisce che i soggetti deboli vengano rappresentati da esponenti di associazioni locali. Nel Pigneto ad esempio gli immigrati hanno partecipato solo alla prima assemblea, si trattava di un gruppo abbastanza nutrito di senegalesi, e comunque rappresentati da un italiano che fa parte di un'associazione di quartiere legata all'integrazione dei migranti. Altro esempio: i giovani disoccupati del Pigneto, gruppo abbastanza turbolento, hanno un discreto potere contrattuale; partecipano polemicamente a due assemblee però disertano i laboratori di approfondimento: siccome il gruppo nasceva in parte dalla scissione di un comitato locale, non volevano riconoscere al coordinatore di tale comitato una ipotetica posizione dominante. Per fare bene il lavoro sui giovani ci sarebbe stato bisogno di animatori che sviluppassero specifici approfondimenti, ma le energie e le risorse in questo ambito preliminare non sono mai all'altezza delle necessità. I metodi di partecipazione possono variare, ma le domande da cui partire sono le stesse: sto interpretando nel modo giusto le potenzialità sociali del territorio? Gli stakeholders convocati sono tutti rappresentativi degli interessi locali? Ho dimenticato qualcuno? Come posso rendere soggetti attivi indistintamente tutti i cittadini? Quale rapporto con le forze politiche? Quale ruolo attribuire ai processi di partecipazione guidata e a quelli autodeterminati? Ma su tutte la domanda principale è: sono riuscito a stabilire un processo di mutuo apprendimento tra soggetti e interessi differenti? Perché un processo partecipativo che non riesca a smussare le posizioni iniziali di ciascuno non può che concludersi con una mediazione fondata sul reciproco danno minore. Si tratta pur sempre di un risultato di convivenza, ma non molto esaltante. Se s'innesta invece un processo virtuoso di mutuo apprendimento tra soggetti diversi con interessi conflittuali, che via via acquistano consapevolezza delle ragioni altrui e sono disposti a modificare la propria posizione, si configura allora il senso comune, lo scenario che rafforza i legami di una comunità o ne identifica una nuova.
Un progetto così ambizioso necessita però di finanziamenti adeguati; purtroppo, mentre sono stanziati i fondi per le opere e per le attività socioeconomiche, mancano quelli per le azioni di facilitazione da attuare nei tempi dovuti: un lavoro di concertazione con la comunità locale richiede tempi adeguati, parecchie risorse umane e professionalità diverse.


Le difficoltà politiche
A parte le difficoltà di ordine economico, spesso problemi nascono nei rapporti con la politica, nel senso che questa ha linguaggi, tempi e logiche decisionali che non sempre si coniugano con le modalità della progettazione partecipata, anche se l'attenzione ed il rispetto per le attività di progettazione partecipata si sta facendo strada: il consenso è argomento che suscita sempre grande attenzione. Altra difficoltà può nascere dal fatto che i diversi Dipartimenti sono fatti un po' a compartimenti stagni che comunicano tra loro con difficoltà: di solito chi si occupa di politiche sociali obiettivi, metodi di lavoro e schemi che solo raramente s'incrociano con quelli di chi si occupa di urbanistica o di commercio; spesso poi i conflitti dipendono dal fatto che il Municipio magari è orientato a destra e il Comune a sinistra oppure non si trova un accordo fra Regione e Comune su chi dovrà effettivamente gestire i fondi. A volte ci si trova a dover tenere insieme iniziative di altri Dipartimenti e di altri Assessorati, gli accordi interistituzionali tra Regione, Provincia, Comune e Municipio ecc. Tutto può diventare molto difficile in assenza di una generale intesa politica e in mancanza di ruoli chiari delle diverse componenti amministrative. Le Conferenze di servizi dovrebbero facilitare tali intese, ma la legge sui Lavori pubblici prescrive l'uso delle Conferenze di servizi solo per i progetti definitivi e molto spesso è già tardi per tornare indietro e rivedere i presupposti di base del progetto. Questa situazione s'intreccia poi con carenze di ordine culturale: oggi la partecipazione è ancora una sorta di opzione culturale di amministratori, architetti e urbanisti che hanno a che fare con le povertà urbane o con coloro che sono tradizionalmente esclusi, i bambini per esempio. È assai difficile che un progettista incaricato da influenti investitori si preoccupi di avviare processi di progettazione partecipata, salvo in extremis per parare i colpi della sindrome NIMBY. La partecipazione invece, se adotta regole chiare e trasparenti, può essere un metodo applicabile a qualsiasi progetto.

 
L'ultimo bando
Il più recente bando del Ministero delle Infrastrutture e delle Regioni: “Contratti di quartiere II” invita a integrare, a mettere dentro il contratto attività sociali e di sostegno economico ai soggetti deboli, ai giovani, ai disoccupati, però poi demanda il loro finanziamento ai Comuni e si limita a finanziare opere di riqualificazione edilizia ed urbanistica. C'è comunque un progresso rispetto al primo bando riguardo alla divisione delle risorse: 40% per urbanizzazioni d'area, 60% per alloggi ERP e per urbanizzazioni di prossimità (ad esempio aree verdi o asili nido) di cui il 25% per sperimentazione bioclimatica, fruitiva o morfologica. Si può anche ragionare ad una scala più ampia rispetto al primo bando, continuano tuttavia a mancare risorse per iniziative di tipo socio economico. È il Comune che vi deve provvedere, ma spesso non ne ha i fondi.


Cittadini o architetti
Senza fare demagogia, spesso i cittadini mostrano una visione più avanzata rispetto ad architetti o urbanisti i quali, quand'anche posseggono consapevolezza degli aspetti sociali, interpretano la riqualificazione urbana essenzialmente in termini di qualità moderna dello spazio, spesso ideologica. Da parte dei cittadini invece il problema non è di avere una piazza esteticamente qualificata, quanto piuttosto di avere a disposizione uno spazio vivibile, dove le panchine siano comode, i negozi vicini e magari del verde. Gli architetti si perdono in una ricercatezza dei materiali – si pensi a certe nuove piazze in travertino che fanno pensare alle piazze metafisiche di De Chirico – che un cittadino qualsiasi di solito non apprezza. Progettare una piazza elegante senza riflettere sulla manutenzione, su attività che la rendano vi¬va, sulle dinamiche che si instaureranno, inevitabilmente questa muore e diviene luogo di degrado ancora maggiore, magari rifugio per giovani drogati disperati. Mentre ai tecnici manca spesso una visione solistica (il sociologo si interroga sulle cause del degrado, l'economista rileva che manca il commercio, l'architetto considera la qualità estetica dello spazio fisico ecc.) l'insieme dei cittadini riesce a vedere la piazza sotto più profili.


Grandi città, grandi problemi
Nelle grandi città, a Roma, continua ad essere pesante il bisogno di case, che fatica a trovare soluzione perché ogni allargata disponibilità richiama ulteriori flussi, però il problema non è drammatico come vent'anni fa al tempo delle grandi occupazioni. L'aspetto più rilevante delle periferie invece è il coagulo di diversi disagi sociali: se in quartieri come Tor Bella Monaca ci sono oltre 200 persone in libertà vigilata, in generale la mancanza d'occupazione o il precariato si accomunano alla disgregazione sociale e familiare (nei quartieri periferici sono frequenti le madri sole con due o tre figli). In queste zone gli abitanti non hanno livelli d'istruzione che consentano di trovare nuove strategie esistenziali, allora subentra il conflitto con gli immigrati perché ci si contende lo stesso lavoro, lo stesso precariato, quindi il conflitto razziale è più forte, ma è più forte anche il conflitto generazionale perché i giovani sono più disperati. La cosa interessante però è che in questi quartieri, malgrado i disagi e le difficoltà che vi si vivono, sta nascendo anche un orgoglio di appartenenza. A Corviale, esempio discusso di insediamento intensivo degli anni '70, un edificio lungo un chilometro e alto otto piani che doveva rappresentare la dilatazione ideologica dell'unità di abitazione di Le Corbusier, attraverso un laboratorio territoriale è stata svolta un'indagine tra gli abitanti. Ebbene, dai dati raccolti emerge che la maggior parte difende l'identità di Corviale, contrasta la connessione fatta dai media tra Corviale e criminalità e suggerisce interventi di miglioramento. È ad ogni modo nelle periferie urbane che si dovrà plasmare il nuovo welfare, se si vuole impedire che i fatti innalzino muri invalicabili tra povertà e ricchezza in un momento in cui si accresce la fascia di quanti si pongono al di sotto della soglia di povertà, col diritto alla casa minacciato da nuove ondate speculative sugli immobili, il diritto al lavoro compromesso da una precarietà pervasiva, il diritto alla scuola indebolito.


Obiettivo lavoro
A Quartaccio i ragazzi appoggiati davanti a una specie di sala giochi ti dicono che, sì, va bene rifare le strade, ma loro hanno bisogno di avere un lavoro. Nel recente bando Contratti di quartiere II è stato possibile inserirlo grazie ai finanziamenti aggiuntivi ottenuti in base alla cosiddetta legge 266/97, detta legge Bersani, che finanzia attività di promozione del lavoro locale. Si tratta di contributi a chi mette in piedi nuove attività o per istituire incubatori d'impresa come quello che verrà realizzato al Quartaccio. L'incubatore d'impresa è un posto dove chi ha ottenuto il riconoscimento di un piano d'impresa valido ottiene a disposizione per 12 mesi una stanza con telefono e computer come supporto per avviare la sua attività, dopodichè deve trovarsi una sede autonoma. Però è anche un luogo di formazione in cui si fanno corsi d'aggiornamento per i giovani del posto su temi legati allo sviluppo e alle opportunità di lavoro. I giovani del quartiere hanno discusso questa proposta prima che venisse inserita nel Contratto in due riunioni in cui è emersa l'esigenza di avere una base di riferimento locale per la ricerca delle opportunità di lavoro e soprattutto l'orientamento verso lavori legati ai servizi sociali. È stata anche fatta un'analisi socioeconomica per individuare le attività carenti nel quartiere, ad esempio le librerie. Certo, è anche possibile che uno apra una libreria che poi magari dopo sei mesi è costretta a chiudere perché nessuno ci entra; però se sostenuta da iniziative culturali di contorno che trasformano la libreria in luogo attraente anche per il contesto locale, forse decolla.
 


 

 
 

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