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BIOARCHITETTURA
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Numero 37 di giugno-luglio 2004
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Architetture del vino
Tre cantine sulla Strada del Vino
in Alto Adige
Andreas Gottlieb Hempel
I pilastri dell'economia sudtirolese sono: i piccoli e medi
esercizi commerciali, il turismo, le mele e il vino. Per il
commercio e le mele si costruisce quasi sempre in modo
deplorevole: grandi contenitori privi di disegno architettonico
sparsi qua e là in un paesaggio costruito con millenaria sapienza.
Oppure saturano i fondovalle: dalle colline è possibile valutare
con amara precisione l'incidenza di tante scelte arbitrarie. Per
quanto concerne il turismo, si diffonde una architettura
edulcorata che segue gli schemi dell'immaginario pseudo-alpino
(tanti saluti da Disney). Anche gli alberghi a gestione familiare,
ricchi del fascino del vecchio Sudtirolo, vengono trasformati e
gonfiati di camere per il turismo dei “torpedoni” o per
massimizzare il rendimento degli investimenti negli impianti “wellness”,
rispondenti ovviamente alle più accreditate richieste del mercato
turistico internazionale.
Anche il vino, sino a non molto tempo fa, seguiva leggi interne,
memori dell'incidenza percettiva connessa al bere: conferma
dell'immagine vetusta della tenuta, scelte scenografiche,
romanticismo da cantine buie con barili e botti di legno,
etichette dalla grafica araldica e simili. Va detto per altro che
la viticoltura sudtirolese è stata spesso all'avanguardia: basti
pensare che le prime cooperative sociali risalgono al lontano
1936. A Magrè sono orgogliosi di mostrare, in vicolo dei Conti,
una vite che notizie storiche certificano piantata nel 1601.
Era diffusa una produzione di qualità media rivolta alla massa.
Poi, durante gli anni ‘70/'80, il mercato repentinamente cambiò –
divenne più redditizio seguire le richieste del consumatore di
alto profilo che chiedeva più qualità – e la produzione seppe con
accortezza trovarvi motivi di aggiornamento. Una giovane
generazione di viticoltori ha saputo in pochi anni “inventarsi”
una tradizione colta e nell'ultimo decennio il successo non è
mancato: premi e distinzioni nelle mostre più importanti del mondo
e ora nelle guide enogastronomiche d'Italia i vini altoatesini
appaiono in prima linea. I sudtirolesi Blauburgunder e il
Weissburgunder, Gewürz¬traminer e Lagrein Dunkel, nonostante
l'ostica pronuncia, sono diventati nomi comuni nelle cantine del
mondo. In una situazione di aggiornata capacità vinificatoria e di
penetrante capacità promozionale (in cui l'immagine gioca un ruolo
preminente) anche il gusto estetico della comunicazione è
cambiato: dalla grafica delle pubblicità fino al disegno
architettonico delle cantine. Nuovi metodi di produzione, dalle
raffinate tecnologie, esigevano l'aggiornamento, l'ampliamento o
addirittura la costruzione di nuove strutture. Di seguito vengono
presentate tre cantine di lunga tradizione vinificatoria, che
hanno voluto disegnare intorno al loro mestiere edifici moderni ed
efficaci capaci di dichiarare le radici nella storia e nel
mercato, ma anche la capacità d'innovazione. Invece di costruire –
come in Borgogna – moderni castelli in pietra arenaria, con le
merlature in alto ed i macchinari per la chimica nel ventre,
questi viticoltori ed i loro architetti hanno provato a ragionare
con più raffinata modestia e più realismo in una prospettiva
aperta all'oggi.
Cantina Vini Alois Lageder, Magrè
Architetti: Abram & Schnabl, Bolzano
Molte delle caratteristiche specifiche delle cantine sudtirolesi
erano già presenti in questo luogo: la vecchia tenuta, una
posizione nella migliore zona vitivinicola, un nome di tutto
rispetto. Alois Lageder, il proprietario, con gusto architettonico
ed ambizioni artistiche ed ambientali (in senso ecologico:
rispetto nell'uso dell'energia e dei materiali) decise che il
progetto doveva sfruttare il dislivello naturale del sito
includendo quindi questi tre parametri:
• un grande tetto a shed sulla zona di carico;
• una rampa larga come una strada che sale fin sotto questa
tettoia, allargandosi in una piazza di circa 900m2
;
• vasche, ascensori, uffici, scale collocati al livello inferiore
rispetto alla piazza.
Questa intelligente impostazione consente alle uve di arrivare
direttamente con i camion al livello più alto e da qui essere
riversate nelle vasche di raccolta per giungere, a caduta libera,
nella diraspatrice e quindi nelle cisterne e nei torchi senza mai
venire a contatto con il metallo delle tradizionali chiocciole.
Sulla faccia interna delle bucce dell'uva si trovano le sostanze
aromatiche più preziose; cadendo per sola gravità l'uva rimane
integra e senza interferire col metallo. Questo determina un
miglioramento del prodotto. Come la produzione del vino non fa
altro che aggiornare in maniera tecnologica, senza snaturarli, gli
antichi procedimenti naturali, così l'edificio è stato costruito
seguendo criteri naturali, ecologici e rispettosi dell'energia:
• L'involucro murario ha un isolamento termico superiore ai valori
localmente richiesti; le finestre presentano un coefficiente
termico k di 1,1W/m2 K.
• La cantina più profonda (15m sotto la “Piazza”) confina a Sud,
verso la montagna, con una parete in roccia naturale: l'aria
proveniente dal pozzo profondo sfiora con movimento diagonale la
parete climatizzando l'ambiente ad una temperatura costante di
circa 10°C. Grande vantaggio in inverno ed in estate: mediante
ventilatori quest'aria fresca viene immessa nella cantina.
• I depositi del vino sono totalmente climatizzati; impianti di
ricircolo e scambiatori di calore fanno sì che il 70% del calore,
ovverosia del fresco dell'aria espulsa, vengano recuperati: in tal
modo è stato possibile installare solo 22,5kW (al posto dei 75
altrimenti necessari) per il ciclo di riscaldamento e12,9kW (al
posto di 43) per il ciclo di raffreddamento.
• L'acqua destinata ai lavaggi industriali viene attinta dal pozzo
in profondità.
• La climatizzazione degli uffici avviene tramite piastre radianti
a soffitto, alimentate ad acqua a bassa temperatura, ottenuta
mediante pompe di calore aria/acqua. Queste alimentano anche le
macchine produttrici di freddo, necessarie per mantenere alle
temperature prefissate il processo di fermentazione. Lo
sfruttamento della temperatura terrestre avviene in modo
rispettoso dell'ambiente e gratuito; è stato così possibile
rinunciare a caldaie a combustione ed evitare scarichi inquinanti.
• Per rifornire la cantina di acqua calda sono stati installati
24m 2 di collettori e due serbatoi di acqua calda di 1500 l
ciascuno: quanto basta a coprire il fabbisogno di acqua sanitaria
e a riscaldare l'acqua per la pulizia e il lavaggio; la sua
temperatura contribuisce a ridurre, rispetto all'acqua fredda, i
volumi necessari e la quantità di prodotti detergenti.
• La superficie del tetto a shed rivolta verso sud si presta in
maniera ottimale per il posizionamento di cellule fotovoltaiche.
141 moduli solari monocristallini, per complessivi 136m2
di superficie, rendono disponibile (con un irraggiamento solare di
1000W/m2) una potenza elettrica
di 17,7kW. L'energia elettrica prodotta viene utilizzata
principalmente dalla cantina stessa, l'eventuale esubero viene
rimesso in rete. Un computer registra tutti i dati salienti
dell'impianto e li rende manipolabili e consultabili in ogni
momento. È previsto un incremento della potenza di questa centrale
solare a 51kW.
Alois Lageder ha invitato anche numerosi artisti affinché
trovassero ispirazioni per gli spazi di questa architettura
innovativa. Christian Philipp Müller (Biel, CH), come cuore
simbolico delle diverse aree di provenienza delle uve, ha raccolto
i rispettivi terreni in tre contenitori cubici di vetro in cui è
possibile verificare le striature colorate delle stratificazioni
naturali e la vegetazione spontanea. Matt Mulligan (New York, USA)
ha posizionato negli spazi interni ed esterni 53 mappe astrali
incise su tavole di granito nero; le immagini della volta celeste
alludono all'influsso delle stelle e della luna sulla crescita
delle vigne e sul processo di vinificazione. Carsten Höller
(Stoccolma, SW) e Rosemarie Trockel (Colonia, D) hanno costruito
un alveare di elementi in ceramica smaltata e acciaio, un lavoro
in bilico tra arte e scienza che rende possibile sia
l'osservazione scientifica che una ingegnosa ironia artistica.
Mario Airò (Milano, I) specialista in fonti energetiche
alternative, ha inventato una “ninna-nanna per barriques ed
archi”, una installazione sonora che accompagna il vino nel
periodo in cui matura in botte. La modulazione del suono,
determinata dal mutare degli avvenimenti esterni, si ritiene
influisca positivamente sul processo di affinamento.
La cantina è così diventata essa stessa un'opera d'arte, un
insieme di architettura, scultura e natura (in senso ecologico)
con una tecnologia innovativa e dolce per la produzione di vino
d'altissima qualità, come verificabile nella vicina vinoteca
“Paradiso” realizzata al piano terra dell'antico casale “Casòn
Hirschprunn”.



Cantina Hofstätter, Termeno
Architetto: Walter Angonese, Caldaro
Pochi chilometri più a nord si raggiunge la piazza del paese di
Termeno, con bella ed imponente chiesa gotica costruita
completamente in pietra calcarea dai riflessi dorati. La cantina
J. Hofstätter si trova da generazioni nelle immediate vicinanze di
un palazzo tradizionale e rispettabile: murato, intonacato,
massiccio. L'inserimento di un edificio tra questo palazzo
importante e la chiesa, a pochi metri dal campanile gotico (il più
alto campanile in muratura di tutto il Tirolo), è stato problema
delicato. La soluzione appare semplice e convincente.
Un torrione tarchiato, su una base quasi quadrata, coperto con un
tetto aggettante che con un angolo quasi tocca il campanile.
L'interno mostra tutta la tecnologia moderna necessaria ad una
vinificazione di qualità. Il rivestimento interno è realizzato in
mattoni faccia a vista, l'aerazione è naturale e sfrutta le brezze
discendenti del vicino monte Roen. Visto dall'alto il tetto
mantiene la linea della gronda del palazzo e si percepiscono le
ragioni della sua integrazione nella scala dimensionale della
piazza. Solo all'ultimo piano del torrione, tutto nell'ombra
dell'aggetto del tetto e in contrasto delicato con la facciata
rivestita ad assi di rovere ordinate in orizzontale, mostra
finestre e logge parzialmente chiudibili con imposte scorrevoli. I
riferimenti al cornicione del campanile sono puliti, e anche il
colore dorato del legno si armonizza con il vicino colore della
pietra calcarea. In cima, sotto il tetto del torrione, c'è la sala
degustazione da cui si gode una vista a 360 gradi sull'intorno.
Vige un'atmosfera elegante e rarefatta, contrastante con quanto ci
si aspetta nei luoghi ove si assaggia il vino, piuttosto il piano
di un comitato di manager astemi in cui si discute di strategie
economiche. In questa sala sobria e raffinata, le pareti rivestite
da distinti pannelli di legno, si giudica invece e si discute
circa la qualità del vino prodotto nei piani sottostanti. Forse il
migliore risulterà il pinot nero “Villa Barthenau”, un vino di
livello internazionale.


Cantina Manincor, Caldaro
Architetti: Walter Angonese, Caldaro; Rainer Köberl
e Silvia Boday, Innsbruck
Un viticultore che ama pensare da architetto e un architetto che
ambisce a diventare viticultore: accoppiata ideale per disegnare
una nuova cantina nel cuore dei vigneti di Caldaro, luogo di
produzione del “Kalterersee”, nome di un vino di livello medio
prodotto da uve vernaccia, con reputazione divenuta dubbia negli
anni ‘70/'80, allorché c'era un viavai di cisterne con targa
pugliese. Michael Graf Goess-Enzenberg, viticultore di nobile
famiglia, proprietario della tenuta Manincor con un bel palazzo
del ‘700 e 45 ettari di splendidi vigneti, stanco di fornire il
suo raccolto alla cooperativa vinicola o ad altre cantine, pensò
di iniziare una vinificazione in proprio di alta qualità, con
tecnologie innovative. Il grande successo dei vini della tenuta
Manincor richiese presto spazi più ampi in una nuova cantina.
Mantenendo e ristrutturando il vecchio podere, il Conte e i suoi
architetti hanno finalmente deciso di costruire un ampliamento.
L'amore per l'ambiente ma anche le severe norme di tutela del
paesaggio vigenti in Alto Adige hanno consigliato di intervenire
al di sotto del vigneto adiacente: la terra è stata riportata sul
manufatto (1,5m di spessore, più che sufficiente alla
ripiantumazione), il dolce degradare del pendìo è rimasto luminoso
e la vista del lago di Caldaro confermata. Il lato inciso dal
grande ingresso alla cantina è stato rimodellato secondo il
sentiero che si snodava tra i filari, i solai inclinati riprendono
le antiche pendenze esterne. L'unica parte del nuovo complesso
situata in superficie è il padiglione di ricevimento e di vendita
al dettaglio, uno spazio semplice, rettangolare, ad un piano. La
costruzione del padiglione invece è raffinata: un tetto piatto in
cemento a vista su snelli pilastri in legno, soluzione elegante
nel rapporto con gli edifici preesistenti con cui viene a formare
un cortile d'entrata. Degli ulteriori 3000 m2
calpestabili che determinano 30.000 m3
di volumetria, articolati su tre piani (l'obiettivo è 300.000
bottiglie/anno), si scorge solo la larga rampa per la consegna
delle uve, un'altra rampa per i trattori e macchine, una terrazza
con pergola davanti dalla parete di vetro del salone dove è
possibile assaporare i vini e, al punto più alto del pendio,
l'uscita della lunghissima scala che attraversa come una linea
rossa tutta la cantina. All'interno gli spazi di vinificazione e
le cantine con i barriques, fusti di rovere francese ove
invecchiano i vini, sono circondati da un muro irrigato con
l'acqua della fonte privata, in maniera da regolare il clima in
modo naturale. Pochi i materiali usati, soprattutto calcestruzzo a
vista tirato in maniera liscia e perfetta, con mescolate sostanze
organiche e metalliche per accelerarne e dirigere il naturale
viraggio: lentamente il grigio scolora in bruno chiaro. Altri
materiali: acciaio ossidato tipo Corteen, legno di rovere e vetro.
Alcuni artisti hanno contribuito: lo scultore berlinese Erik
Steinbrecher, con una pergola di cemento che copre l'uscita più
alta della lunga scala, e il pittore Manfred Alois Mair di
Goldrain (Val Venosta) che ha scelto i diversi colori delle
pareti. Seduti nel grande e austero salone, volgendo lo sguardo
verso il lago di Caldaro e le colline di Monticolo, assaggiando
vini eccezionali – ma c'è anche un fresco e leggero “Kalterersee”
per tutte le ore – si percepisce l'armonia tra architettura,
paesaggio, arte e gusto.



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