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BIOARCHITETTURA
 

Numero 41 di febbraio-marzo 2005

La buona favela
Roberto Mattone

È ormai ampiamente noto che – in ambito edilizio così come in altri settori – lo studio, la sperimentazione e il trasferimento tecnologico non possono prescindere da un attento studio delle preesistenze e delle tradizioni, dal rispetto dell’ambiente in cui ci si propone di operare. Si tratta di un complesso sistema di problematiche fortemente interrelate, che talvolta frena e altre volte, fortunatamente, stimola la ricerca di sistemi costruttivi mirati alla scala degli interventi di media grandezza, ovvero di quegli interventi che, a nostro parere, sono più facilmente gestibili e che costituiscono un ineludibile primo passo verso la diffusione di processi innovativi. Nell’affrontare questo problema, la nostra attenzione si è focalizzata sull’analisi delle potenzialità della terra cruda come materiale da costruzione: utilizzata praticamente ovunque, con sistemi e tecniche anche molto diverse tra loro, essa rappresenta, in molti contesti, una risorsa irrinunciabile. Non sempre, tuttavia, risulta semplice riproporne oggi l’utilizzo. Nella maggior parte dei casi, là ove abitare fatiscenti case di adobe o di taipa si associa ad una povertà diffusa, diventa difficile per gli abitanti del luogo scindere dal materiale “terra cruda” il valore simbolico di povertà. Un presunto, concreto miglioramento della qualità dell’abitare presuppone, per la maggior parte di essi, l’impiego di materiali alternativi quali i laterizi o i blocchi in calcestruzzo, ossia di materiali che co sti tui scono uno “status symbol” di progresso anche se, nella pratica, in molti casi in cui sono stati utilizzati, la qualità delle costruzioni ha disatteso fortemente gli obiettivi. Attraverso contatti diretti con realtà locali (il riferimento più preciso, per le nostre esperienze, è il Nord-Est del Brasile, ma quanto riscontrato in quell’ambito e le considerazioni che ne derivano sono trasferibili ad altri contesti), ci si è resi conto che, per superare diffidenze ormai radicate negli abitanti del luogo, diventa indispensabile formulare proposte a piccola scala, coinvolgere direttamente i fruitori nel processo produttivo, trasferire competenze, diffondere la cultura del materiale e gettare le basi per una sperimentazione pratica, sentita come traguardo personalmente raggiunto e perciò degno di valorizzazione. Difficilmente l’installazione di grandi o medi impianti, che spesso rimangono estranei ai fruitori in quanto partecipi solo marginalmente del processo produttivo, sarebbe riuscita a sradicare buona parte dei sospetti basati sulle esperienze tradizionali e sul valore simbolico delle costruzioni in terra di cui si è detto prima. La sperimentazione di cui si riferisce è basata sull’analisi delle potenzialità della terra cruda utilizzata come materiale da costruzione per ottenere strutture murarie; suggerimenti innovativi sul piano tecnologico tendono a renderne attuale e più efficace l’impiego, incentrato su tecniche antiche. Gli accorgimenti proposti – la forma del blocco, le modalità di posa in opera – hanno infatti lo scopo di rendere più semplice l’esecuzione di una muratura di qualità, realizzata in autocostruzione da parte di mano d’opera non specializzata. La irregolarità dei giunti di malta, la non perfetta verticalità delle pareti – fattori che penalizzano fortemente la qualità della muratura – sono carenze consuete nelle difficili situazioni dell’autocostruzione. È parso quindi importante, nella fase preliminare della ricerca, mettere a punto un blocco di forma particolare, che si collega meccanicamente agli altri e può essere posto in opera molto facilmente, quasi a secco o, comunque, con un giunto di malta di ridotto spessore (3-4 mm). Tuttavia, il risultato interessante del nostro lavoro non risiede nella forma del blocco – che è, di fatto, una specie di Lego – ma nell’averne resa possibile la produzione avvalendosi di una semplice pressa manuale ad alto rendimento, con lo stesso ciclo e gli stessi tempi con cui vengono comunemente prodotti blocchi parallelepipedi. La semplicità dell’attrezzatura e un ritmo produttivo elevato sono la chiave della diffusione di questa tipologia di blocchi.
In particolare lo studio di fattibilità sull’utilizzo della terra cruda come materiale da costruzione nelle aree rurali del Nord-Est brasiliano è stato oggetto di un progetto di ricerca bilaterale – finanziato dal CNR e dal CNPq – che ha visto impegnati anche un docente dell’Uni ver sità Federale di Paraiba, che ha sede a Joâo Pessoa. La disponibilità di un missionario da tempo presente in Brasile che ha condiviso le nostre idee e le nostre aspettative, ha reso possibile trasferire sul campo i risultati della ricerca condotta in laboratorio. Nel contesto in cui siamo intervenuti, alla periferia di Sapè, cittadina di circa 30.000 abitanti non lontana da Joâo Pessoa, gran parte delle abitazioni sono tuttora in taipa, terra applicata su di una struttura a traliccio vegetale. Questo sistema costruttivo, uniformemente diffuso nelle aree rurali più povere del Sud America e dell’Africa, è ancora oggi ampiamente presente nei precari insediamenti periferici di centri urbani, adottato da coloro che hanno abbondato la campagna per trasferirsi verso la città. La scarsa attenzione che gli abitanti del luogo dedicano alla manutenzione degli edifici pone in risalto i problemi insiti in questo sistema costruttivo: l’elevata deformabilità della struttura provoca nelle pareti di fango, anche se intonacate, numerose fessurazioni, ove si annidano facilmente colonie di insetti, che rendono le abitazioni di questo tipo fortemente malsane. La favela in cui i risultati della sperimentazione effettuata in laboratorio hanno trovato pratico riscontro si snoda su di una piccola striscia di terra compresa tra la strada e la ferrovia. Le fatiscenti case in taipa che vi sorgono risentono moltissimo, nella loro impostazione, delle difficili caratteristiche planimetriche del luogo. In questo contesto è stato possibile costruire, quale edificio prototipo, un centro comunitario. L’applica zio ne della tecnica prima descritta, proposta come alternativa alla taipa, ha reso necessario organizzare corsi di formazione in loco: la semplice lettura di un manuale non avrebbe certamente potuto fornire la necessaria consapevolezza delle fasi più salienti del processo produttivo. Un’accurata determinazione del quantitativo di materiale necessario per la produzione dei blocchi, del rapporto ottimale tra i singoli componenti nonché l’organizzazione di un corretto ciclo di curing sono infatti presupposto necessario per ottenere blocchi di qualità. Concluso il corso e prodotti i blocchi necessari per la realizzazione del prototipo, l’attività è proseguita con la costruzione dell’edificio: sono state eseguite le fondazioni, con pietre e calcestruzzo magro; è stato posizionato il primo corso di blocchi, inizialmente a secco per il controllo delle dimensioni, e poi allettato con malta cementizia magra; sono stati posti in opera i corsi successivi, utilizzando una malta di terra e cemento (6%) molto fluida; è stato eseguito il cordolo di finitura in calcestruzzo in corrispondenza della sommità dei muri e, infine, è stata completata la copertura. Questo primo intervento pilota ha posto in evidenza la possibilità di migliorare la qualità globale della muratura con mezzi semplici, alla portata di tutti; al tempo stesso, ha consentito di verificare la possibilità di raggiungere, attraverso interventi a piccola scala, un sostanziale mutamento in positivo della qualità dell’abitare. Con gradualità, gli abitanti della favela Cuba de Baixo hanno incominciato a demolire le loro case di taipa per sostituirle con case in blocchi di terra stabilizzata. In questi ultimi anni, gruppi di studenti di architettura, coinvolti in questa attività di edilizia a basso costo in autocostruzione, hanno sviluppato progetti di case semplici, mono e bifamigliari, con lo scopo di suggerire, di volta in volta, piccoli miglioramenti e di intervenire quindi - ora che il materiale è accettato - nella lenta e graduale evoluzione della abitazione. I molti blocchi che sono già stati prodotti e che si stanno tuttora producendo nella favela Cuba de Baixo sono il segno tangibile che gli abitanti del luogo hanno ritenuto “appropriabile” la tecnologia costruttiva proposta, e se ne sono appropriati; in prospettiva, altre nuove costruzioni andranno via via a sostituire le fatiscenti case di taipa, e si aggiungeranno alle venticinque case realizzate finora.

 

 

 

 

 

 
   

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