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BIOARCHITETTURA
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Numero 41 di febbraio-marzo 2005
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Le corbusier e la continuità
interrotta
Ugo Sasso
Già il III Ciam aveva posto come problema centrale
dell’architettura, le radici che questa inevitabilmente sviluppa
alla scala di quartiere. La sopravvenuta Grande Crisi del ‘29
porterà poi in Europa e in America a riflettere sulle dinamiche
del mercato e sui metodi di produzione capitalisti e spingerà
quindi l’élite di professionisti e intellettuali che preparavano
per Atene 1933 il IV Ciam, a postulare un utopico e trasparente
rapporto tra città e società, legittimando al contempo l’idea di
un mercato perfetto capace di autoregolamentarsi. Per cui questi
lavori preparatori si focalizzarono sul regime dei suoli e sulla
funzionalità urbana, derivando da questi parametri la forma
dell’architettura. Sarebbe per altro errato considerare i
partecipanti al Congresso – come talvolta si è fatto – un insieme
omogeneo e coerente (si veda al riguardo l’intervento di Siegfrid
Giedion nel 1937 al V Congresso di Parigi). Vi si possono infatti
scorgere diverse scuole di pensiero: quella di Le Corbusier (la
città come aggregato spaziale e sociale da affrontare e risolvere
in maniera analitica), la proposta di van Eesteren, Moser e
Steiger (tensione verso una armonizzazione di componenti fisiche e
funzionali), le posizioni degli architetti cechi e sovietici (che
accettavano come dato di fatto la non urbanità dei nuovi
insediamenti) e quelle dei tedeschi May e Schmidt e dell’olandese
Stam, operanti in Unione Sovietica (concentrati sugli strumenti di
orientamento sociale da gestire a livello amministrativo). Forti
tensioni vi furono a riguardo del regime dei suoli tra gli altri
delegati e il gruppo degli italiani – tra cui i Pollini, Pietro
Maria Bardi, Piero Bottoni, Giuseppe Terragni, Gaetano Minnucci –
che confidando nelle posizioni corporative sostenute dal Fascismo,
ritenevano che solo superando i vincoli e i legami espressi dalla
proprietà privata, solo sottraendosi ai meccanismi del libero
mercato, sarebbe stato possibile evitare la paralisi della città.
Questo non in nome di una teorica equità sociale (che avrebbe
spostato il discorso verso le ragioni del socialismo) ma in
funzione della attualità della storia. Il superamento della
proprietà privata dei terreni si sarebbe configurato dunque come
il necessario superamento del diritto d’interferenza dei singoli
nei confronti del progresso collettivo. Si trattava in ultima
analisi di una posizione portata da soggetti abbastanza periferici
rispetto ai luoghi delle decisioni e anche relativamente astratta,
che porterà in seguito gli architetti-urbanisti italiani, proprio
a partire dalla questione dei suoli, a spostare le istanze dalla
specificità operativa dell’urbanistica al piano della politica, di
cui si riconosceva il primato. Il contrasto con i vertici del Ciam,
orientati a sottrarre il movimento da ogni condizionamento
ideologico per mantenerlo entro i confini di un funzionalismo
neutrale, era inevitabile. Tra gli altri principali problemi
affrontati, vi furono le modalità di relazione tra tecnici e
amministrazioni ma soprattutto il tema di come fondare un sapere
universale, un’enciclopedia del sapere architettonico moderno
capace di rispondere alle sfide della comunicazione e del
cosmopolitismo. Sul piano formale prevalse il modo di percepire la
realtà portato da De Stijl, cioè l’adozione di processi di
astrazione capaci di stringere la relazione tra aspetti formali e
funzionali: in coerenza con la scomposizione della città nelle sue
parti funzionali, si ipotizzava cioè una città costituita come
somma di volumi puri caratterizzati prima ed aggregati dopo,
secondo un linguaggio di matrice cubista. Da un lato la centralità
assegnata al problema – in quel momento davvero enorme – della
casa e dall’altro lato l’eco delle riflessioni settecentesche
sull’igienismo e l’idea di spazio omogeneo portata da Newton,
conducono ad una spazialità frammentaria, riproducibile
all’infinito, che affida ai singoli oggetti architettonici,
emblemi dei valori privati, il compito di generare la forma
urbana. Lo spazio libero, sino ad allora depositario dei valori
collettivi, è invece ridotto a vuoto residuale. In questa maniera
l’accento non viene posto sui contenuti (gli abitanti) ma sul
contenente (le abitazioni), sulla scatola edilizia isolata che
riscatta il proprio isolamento attraverso la scansione e il gioco
elegante dei volumi. Viene sancito il passaggio dalla città
classica, dominata dalla continuità, a quella contemporanea
segnata da obiettivi sempre più ravvicinati e variabili che si
concretizzano in elementi sempre più isolati e ripetibili. Questo
anche sulla scia del successo riscosso in quegli anni dalle
realizzazioni olandesi (il piano di Amsterdam come esempio di
metodo di lavoro capace di integrare architetti e amministratori)
ma anche in Germania. La Carta persegue tali obiettivi ponendosi
come una sorta di manuale sulle modalità di attuazione, dal piano
alle normativa alle tecniche compositive; di fatto non giunge a
fornire indicazioni operative, tipologiche, utili all’assetto di
una nuova città ma aggrega i singoli teoremi intorno all’idea
forte di modello di urbanizzazione a settori (zonizzazione). Per
ragioni di obiettività storica va ricordato che, anche se era
prevista come conclusione di questo Ciam la pubblicazione col nome
Carta di Atene di un documento di sintesi, i pur numerosi contatti
tra i partecipanti avvenuti nel periodo agosto-settembre di quell’anno
non portarono ad un accordo generale. Solo dieci anni più tardi,
nel 1943, Le Corbusier pubblicherà una Carta d’Ate ne conciliando
le divergenze all’interno della propria personale visione. Tra i
punti fondamentali: la distinzione tra abitare, lavorare,
ricrearsi e circolare, che veniva a sancire la settorializzazione
urbana; l’abitazione letta come elemento base di ogni struttura
urbana; la necessità di efficienza soprattutto nelle
comunicazioni. Tutto ciò, accolto e ampliato da fenomeni
economici, ha pro grammaticamente trascurato le relazioni
interpersonali, rotto le integrazioni polifunzionali e contestuali
che caratterizzavano le città, appiattito le interrelazioni
spaziali sulla semplice mobilità umana.
Disgregando l’architettura e l’organismo urbano nelle sue
componenti elementari, ogni nuovo intervento è rimasto periferia;
spezzandone ogni interna e reciproca relazione, allo spazio è
stato da allora in poi interdetto ogni possibile significato.





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