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BIOARCHITETTURA
 

Numero 41 di febbraio-marzo 2005

L'altra metà dell'abitare
Giorgio Origlia

Baraccopoli, bidonville, slum, favelas. Così noi occidentali chiamiamo con arrogante superiorità gli agglomerati urbani nei quali, secondo i dati dell’ONU, vive il 18% della popolazione mondiale. Il termine stesso “favela”, di seguito utilizzato per riferirsi in generale a questo tipo di insediamento, mantiene in sé un senso di spre gia tivo: è il nome di una pianta infestante brasiliana. Parliamo in realtà di circa un miliardo di persone, cioè un essere umano su sei; uno su tre, se consideriamo solo la popolazione che vive di attività non agricole. Malgrado la dimensione planetaria, il fenomeno viene ignorato o al massimo affrontato con falsa coscienza, quasi fosse una malattia imbarazzante della nostra civiltà. Coscienza falsa perché si tratta di una delle condizioni base del cosiddetto “sviluppo” globale in quanto garantisce in prossimità dei luoghi di impiego – le grandi metropoli – un’abbondante serbatoio di forza lavoro a bassissimo costo diretto (salari) e indiretto (investimenti). Questo fa comodo a tutti: dal capitale illegale del narcotraffico e della prostituzione, che vi trova protezione e manovalanza, al capitale pulito a tutte le scale, alle banche, alle imprese, alla finanza pubblica che non ci investono danaro, al professionista che ha bisogno di una colf e vuole pagarla un dollaro al giorno. Falsa, perché con un dollaro al giorno ci si può permettere solo di vivere in una favelas. Falsa perché è il consumo minimo di questo miliardo di persone che rende a noi possibile divorare preziose risorse. Nell’ot tica di una architettura sostenibile questi insediamenti “poveri”, che sono e forse saranno per sempre l’habitat umano più diffuso al mondo, vanno osservati con maggiore attenzione e rispetto. Se la nostra società vuole davvero limitare gli sprechi, probabilmente abbiamo da imparare da chi lo spreco non se lo può comunque permettere. La favela rappresenta infatti, per chi vi abita, l’unico habitat possibile, l’unica forma di insediamento – al di fuori di quel mondo agricolo dal quale proviene – capace di garantire al tempo stesso l’appartenenza ad una comunità e la sopravvivenza. Pochi sono gli abitanti che si lamentano della vita nella favela. L’immigrato non rileva la mancanza di infrastrutture e servizi: questi non c’erano neppure nei villaggi dai quali proviene. Certo c’è promiscuità eccessiva, delinquenza, sporcizia, miseria, ma se riesci a star vicino alla fonte di sostentamento e nessuno ti caccia via, il posto è di per sé buono. Così i primi “coloni” occupano terre abbandonate vicine a strade, o a quartieri popolosi o ricchi, o a fabbriche dove trovare lavoro; successivamente arrivano conoscenti, parenti o altri diseredati e rapidamente prende consistenza un primo embrione di comunità. È questo che importa a chi arriva, che vi sia un nucleo di riferimento, una comunità che – per quanto minima, competitiva e brutale – permetta di creare legami affettivi e di solidarietà, offra possibilità di scambio e quindi un modello sociale capace di surrogare quello che si è lasciato alle spalle. A questo punto ci si arrangia a trasformare la nuda terra in casa, come prima di lui hanno fatto gli altri, come l’uomo ha fatto per millenni. Con i mezzi a disposizione, per lo più senza aiuto, senza regole, o secondo regole create soltanto da chi è arrivato prima. Le baracche proliferano una accanto all’altra, come la “favela”, la pianta infestante. La caratteristica più importante della favela è dunque quella di essere una comunità, anche se carica di problemi economici e sociali generati dalla miseria, dall’ignoranza ma soprattutto dalle varie forme di sfruttamento che della miseria e ignoranza approfittano. Ma nella comunità si trovano anche solidarietà e iniziative a sostegno dei più deboli; l’insieme di tali azioni viene a costituire una forma embrionale di “cosa pubblica”, di governo, di organizzazione sociale autogestita, che tra l’altro convive con la delinquenza organizzata senza necessariamente mescolarsi ad essa. Così come è “spontanea” la comunità, lo è anche l’ambiente fisico in cui tutto è autocostruito e autogestito, dove tutto è il risultato di un equilibrio tra arrangiamenti. Sia che si tratti di trovare un pezzo di lamiera ondulata per rifarsi il tetto, o di farsi un cestino con fogli di giornale arrotolati, o di costruire un ponticello su una fogna con vecchie traversine abbandonate, o di procurarsi corrente e acqua con un allacciamento abusivo, ci si arrangia da soli o con l’aiuto di altri, che aiutano perché avranno presto bisogno a loro volta di aiuto. Come nelle civiltà contadine di un nostro passato anche recente, il sistema di autocostruzione nelle favelas tende, almeno potenzialmente, a limitare la dissipazione di risorse. Sia perché nulla o quasi è spreco ma tutto viene creativamente riutilizzato, sia perché il sistema non mantiene burocrazia o apparati impiegatizi: il riuso e l’autocostruzione sono di per sé processi che remunerano poco il capitale e non coinvolgono il governo pubblico. A questo punto il nostro occhio occidentale potrebbe annegare nelle contraddizioni: ci appare come un ambiente squallido e degradato e nello stesso momento rappresenta, grazie all’autocostruzione, il modello con la più bassa impronta ecologica possibile. Valutiamo positivamente e in qualche caso mitizziamo i modelli aggregativi e costruttivi contadini e disprezziamo invece le favelas che ne costituiscono la naturale (inevitabile?) trasposizione in epoca moderna. Soprattutto rileviamo le inadeguatezze della situazione ma non siamo in grado di ipotizzare modelli migliori senza scivolare nell’utopia, dal momento che ogni ipotesi di quartiere borghese, ogni stereotipo di abitazione popolare occidentale, risulta incompatibile con le risorse disponibili. Anzi numerosi sono i mostri – basti pensare agli inumani e costosi casermoni popolari a ballatoio di cemento armato alti dieci piani, costruiti in molte città brasiliane negli anni ’70 – che alla luce dei risultati risultano meno vivibili delle favelas spontanee. L’unica possibilità di organizzare meglio le risorse disponili appare allora quella contadina, della miriade di villaggi sparsi in tutta l’America centrale, dai quali provengono quasi tutti gli abitanti delle favelas. Villaggi con abitazioni piccole e modeste, in legno, terra o mattoni, talvolta con l’elettricità ma quasi sempre privi di acqua corrente e fognatura. A ben vedere, molto simili alla maggior parte delle case delle favelas: le stesse dinamiche di autocostruzione e la stessa povertà. Solo si tratta di una povertà che ci sembra “più normale” in quanto antica e universale (appartiene anche al nostro passato) e soprattutto coniugata con la natura circostante che ne regola il metabolismo e le conferisce dignità. Le favelas, oltre a confrontarsi direttamente con il contiguo modello urbano, che definiamo più evoluto, non hanno attorno a sé spazi capaci di assorbire gli scarti e soprattutto di dar da vivere agli abitanti. Il modello organizzativo contadino, trapiantato ai margini delle metropoli, gonfiato, privato dei suoi legami vitali con la terra, va in crisi, perde il rapporto vitale con l’intorno e risulta fragile nei confronti della spietata economia metropolitana. Appare comunque chiaro: il degrado delle favelas non risiede nella povertà o nei sistemi autocostruttivi, quanto piuttosto nella esilità del rapporto con la natura non sostituito con le costose reti di servizi idrici, energetici, di trasporto, di raccolta e smaltimento rifiuti, di tutela dell’ordine ecc. che caratterizzano i quartieri urbani.

Dalla baracca alla casa di mattoni
Si riuscirebbe con l’autocostruzione a risolvere almeno i disagi prodotti dalla mancanza di acqua corrente, di fognatura, di smaltimento dei rifiuti? Strumenti ed attrezzature esistono e in molti casi alcune organizzazioni umanitarie sono riuscite a realizzare, o aiutato a realizzare, pozzi con pompe manuali o elettriche, fosse settiche, vasche di compostaggio, per fare qualche esempio. Si tratta di impianti tra l’altro che, abbattendo l’impatto inquinante, migliorano ulteriormente l’impronta ecologica. Ma la loro reperibilità e messa in opera richiede cooperazione, tecnologie, conoscenze, investimenti e spesso si preferisce aspettare che ci pensi il governo pubblico. Che, se fosse illuminato, stimolerebbe proprio questo tipo di impiantistica autogestita. Persino la carenza di trasporti può essere risolta in forme autogestite, come peraltro già avviene in molte nazioni, basti pensare agli sgangherati ma ubiqui e veloci pulmini collettivi in Egitto o ai motorini de La Rocinha.
Molto si potrebbe fare anche in ambito edile, migliorare cioè l’abitazione dal punto di vista della sicurezza, dell’igiene, del comfort, della rispondenza tra spazi abitativi e cultura.
Il limite inferiore di ogni favela, dove tali mancanze sono assolute, è rappresentato dagli accampamenti temporanei fatti di gracili strutture in legno coperte con sacchi di pvc. Inaccettabili sotto ogni punto di vista ma fortunatamente quasi sempre provvisori. Partendo invece dalla prima forma di abitazione stabile e degna di questo nome, la baracca di legno, ciò che sorprende sempre, abituati come siamo all’edilizia sofisticata e ipertecnologica dei nostri Paesi, è quanto poco serva per costruire una casa: pannelli di legno e fogli di lamiera ondulata recuperati in discarica, finestre, porte (immancabili le griglie fatte di assi, che scoraggiano i ladruncoli ma lasciano passare l’aria) recuperate da demolizioni, così pure il pavimento vinilico. A volte c’è un wc che arreda una rudimentale fossa settica. Anche i mobili provengono dal riuso e spesso gli unici veri acquisti sono il fornello e l’immancabile televisore.
Se conteggiamo i costi di trasporto modesti o nulli (si tratta di materiali raccolti dalle discariche vicine) e detraiamo il mancato costo sociale ed energetico di smaltimento, queste baracche rappresentano un risparmio per la collettività. L’impronta ecologica è addirittura meno di zero. Dovrebbero infatti non costare nulla e così non è solo perché altri poveri vivono vendendo il materiale da loro raccolto in discarica. Eppure, grazie anche al clima favorevole della costa brasiliana, le condizioni abitative interne sono meno cattive di quanto si potrebbe supporre. Le aperture grigliate lasciano circolare l’aria e il tetto in lamiera disperde rapidamente il calore, il che rende la temperatura interna accettabile soprattutto nelle ore notturne, dedicate al sonno. L’umidità che arriva dal terreno e dall’atmosfera si può ridurre a livelli tollerabili con un poco di cura nel montaggio del tetto (che spesso invece non sporge a sufficienza a proteggere le pareti dalla pioggia), delle pareti stesse, e con un substrato drenante (ghiaia o materiali edili di scarto) sotto il pavimento, se siamo su un terreno piano. Oppure creando un assito orizzontale su pali, se il terreno è scosceso, come nelle palafitte. In altre parole, pochi accorgimenti potrebbero portare ad una abitazione relativamente sana e stabile a costo vicino allo zero, purché inserita in un contesto dotato dei servizi necessari. Ma poche baracche sono costruite con questi criteri, in parte per l’estrema povertà degli abitanti, più spesso per l’ignoranza di chi costruisce, che non può contare su procedure consolidate. Chi abita in una baracca di legno appena può cerca di venderla (c’è un mercato di vendite ed affitti anche nelle favelas) e di trasferirsi, oppure di trasformarla in una casa in muratura. Questo richiede un’esperienza più specifica, ma molti abitanti delle favelas lavorano come manovali edili e nel tempo libero aiutano gli altri a costruire. Di solito, data la difficile reperibilità dei mattoni e la assenza, o precarietà, di fondazioni, non si fanno pareti portanti ma si preferisce ricorrere al calcestruzzo, la cui rigidità compensa la mancanza di fondazioni. Più o meno come poggiare un tavolo molto rigido su di un pavimento sconnesso. Uno dei problemi più gravi delle favelas è proprio l’assenza di fondazioni, che espone le abitazioni a frane e smottamenti, e ai pericoli da terremoto. Spesso il risultato è una abitazione meno sana e sicura di una baracca in legno. Chi costruisce si lascia in genere la possibilità di sopraelevare; il che significa che la soletta di copertura può diventare in futuro il pavimento del primo piano, e viene quindi lasciata piana, con minima impermeabilizzazione e le parti in calcestruzzo scoperte, i ferri dell’armatura sporgenti. Di frequente mancano i soldi per l’intonaco esterno, per cui le pareti e le solette ad ogni acquazzone si impregnano di acqua, la trattengono, rendendo gli ambienti interni umidi e malsani.
Nella costruzione in muratura il recupero dell’usato è più limitato che non nelle baracche di legno, sia per ragioni pratiche che per ragioni psicologiche (la casa in mattoni è una meta sociale, non ci si può risparmiare troppo). Innanzitutto mattoni, calcestruzzo e ferro sono necessariamente prodotti da acquistare sul mercato, anche se si può risparmiare comprando mattoni di scarto perché scheggiati o miscelando calcestruzzo con inerti di riciclo. Si risparmia anche sulle casseforme adottando una tecnica costruttiva originale: si costruiscono prima i tavolati in forati, lasciando uno spazio libero agli angoli o dove servono i pilastri, si posa qualche tondino di ferro e poi, con il contenimento di semplici assi fissate ai muri, si getta il calcestruzzo a riempire lo spazio lasciato libero. Appena ci sono abbastanza soldi, si intonaca la facciata verso la via, e poi col tempo le altre pareti. Le pareti interne sono le ultime ad essere trattate. Come pavimento ci si accontenta per lo più di una lisciata di cemento verniciato, o di un foglio di pavimento vinilico. C’è comunque un fiorente mercato di porte, finestre e inferriate usate, così come di altri materiali edili: lamiere ondulate, sanitari, tubazioni. Per concludere, più che di studi fantasiosi sulla possibile evoluzione dei sistemi costruttivi attuali, ci sarebbe urgente bisogno di sviluppare un’impiantistica elementare e recuperare tecniche di autocostruzione antiche, come i muri in terra, o di graticcio e terra, o di paglia. Se si parte da ciò che manca, e non da stereotipi o idealismi, non ci vorrebbe molto a rendere l’habitat delle favelas più umano.

 

 

 

 

 
   

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