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BIOARCHITETTURA
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Numero 41 di febbraio-marzo 2005
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Oud o l'eterno provvisorio
Ginevra De Colibus
Anche se la legge sulla casa (Woningwet) emanata dal Governo
Olandese risale addirittura al 1901, di fatto essa trovò
applicazione soprattutto dopo il 1910 allorché per sopperire alla
cronica carenza di alloggi, vennero realizzati i cosiddetti
quartieri semipermanenti dalla durata prevista limitata a circa 25
anni e destinati alle fasce meno abbienti di popolazione. Si
trattava di una legge rivoluzionaria che introduceva tra l’altro,
per la prima volta in una disposizione di estensione nazionale, lo
strumento dell’esproprio e l’obbligo, per i comuni di maggiori
dimensioni, di redigere un proprio Piano Regola tore, prevedendo
in questi casi finanziamenti pubblici e relativi controlli. Anche
se l’Olanda rimase estranea alla Prima Guerra Mondiale, è questo
il momento in cui la mancanza di alloggi diventa drammatica data
la generale crisi economica che investe soprattutto il settore
edile, particolarmente sensibile alle difficoltà di importazione,
all’aumento del costo della vita e del lavoro. Nel novembre del
1917 il Nationale Woningraad (organo rappresentativo delle
associazioni edilizie olandesi) pubblica un manifesto col quale
sollecita il Governo ad effettuare una approfondita indagine
sull’edilizia residenziale e ad intervenire in tempi brevi. La
politica edilizia olandese, fino a quel momento basata sulla
libera produzione imprenditoriale, viene così chiamata a
rispondere al malcontento delle classi operaie: la famosa legge
Woningwet deve essere applicata davvero. Sempre il Nationale
Woningraad, al Congresso sulla residenza (Woning con gress)
organizzato ad Amsterdam nel febbraio del 1918, sottolinea la
necessità di creare nuovi organi governativi che si occupino
specificamente di edilizia sovvenzionata. Tra molte polemiche e
resistenze viene posto anche il problema della normalizzazione.
Pietra dello scandalo è la relazione introduttiva al Con gres so
dell’ingegnere Van der Waerden che afferma l’assoluta necessità,
per la realizzazione di abitazioni economiche e di buona qualità,
di ricorrere ad elementi standardizzati. Architetti quali Berlage,
Oud, de Bazel si schierano dalla sua parte; i tradizionalisti e
tutti coloro che rivendicano il diritto dell’architetto a
un’autonoma espressione artistica si oppongono. La posizione di
Oud è chiara: l’architetto contemporaneo deve assumere un ruolo da
regista, come colui che mette in scena i prodotti di massa in un
insieme architettonico: l’arte dei rapporti. Chi dovesse sentire
ancora il bisogno di esprimere attraverso caratterizzazioni
estetiche, potrà sbizzarrirsi nelle abitazioni private.
Così il governo, a partire appunto dal 1918, destina ampi mezzi
finanziari alla costruzione di case sovvenzionate e di conseguenza
le associazioni edilizie e i comuni coinvolgono gli architetti
nella soluzione dei problemi legati all’edilizia popolare. Le
cooperative edili, in particolare, svolgono in questo scenario un
ruolo molto importante: tenendo a coniugare qualità ed economicità,
spingono i progettisti verso soluzioni funzionali e tipologiche
innovative, spesso anche divergenti dalla tradizione locale. Così,
prima ancora delle esperienze tedesche in questa direzione, si
realizzano alcuni dei complessi più interessanti del nuovo secolo.
Lo stesso Gropius, nella prima edizione di Internationale
Architektur del 1925, non esita ad includervi alcuni quartieri
realizzati da Oud, ma anche da Wils, Van Loghem e Van Harde veld,
confermando così come la scuola di Amster dam abbia formato i suoi
talenti proprio nel campo dell’edilizia sovvenzionata.
L’amministrazione cittadina, infatti, grazie a personalità quali
Tellegen (ingegnere e dal 1915 sindaco della città, ideatore del
piano Zuid di Berlage e del Woning dienst – Servizio di edilizia
pubblica comunale), Wibaut (dal 1915 al 1921 assessore all’Edili
zia popolare) e Keppler (dal 1915 al 1937 direttore del
Woningdienst) riesce a realizzare una serie di interventi a grande
scala che in qualche misura risolvono il problema degli alloggi e
nello stesso tempo indirizzano l’e spansione secondo un piano
prestabilito. Sulla scia di Amster dam molti altri comuni olandesi
prevederanno grandi interventi urbanistici, comprendenti quasi
sempre consistenti quartieri residenziali economici.
Tra questi la città di Rotterdam riveste un ruolo particolarmente
rivoluzionario. Si tratta di interventi che se da un lato hanno
come conseguenza uno scollamento formale dal tessuto urbano,
dall’altro permettono esperimenti d’avanguardia molto avanzati e
senza remore. In questi anni lavorano in questa città architetti
come Van der Vlugt, Brinkman, Van Tijen, Van den Broek. Nel 1918
l’Ufficio di Edilizia popolare del Comune di Rotterdam (Rotterdamse
Woningdienst), diretto dall’ingegnere Plate, su consiglio di
Berlage nomina architetto capo l’appena ventottenne J. J. P. Oud,
che aveva già avuto modo di confrontarsi con il tema dell’edilizia
residenziale tra il 1916 e il 1917, progettando un quartiere a
Leida in collaborazione con Dudok, nel cui studio lavorava. Nel
gennaio del 1917 inoltre aveva fondato, assieme a Wils e van
Doesburg, il club artistico De Sphinx. L’amicizia con Theo van
Doesburg risaliva al 1915 quando Oud, dopo aver letto alcuni suoi
scritti sulla pittura moderna, lo invia ad un incontro. Dalla
collaborazione nascerà il gruppo De Stijl, che poi nel 1920 Oud
abbandonerà: la progettazione dei nuovi quartieri cittadini ne
assorbe le energie ma lo porta anche a scelte (con l’obiettivo di
un’arte che sia di tutti) non condivise dagli altri membri del
gruppo e da van Doesburg in particolare. Anni dopo, ricordando la
sua esperienza in De Stijl e la nomina ad architetto della città
di Rotterdam, Oud scriverà: Non più piccole opere d’arte per il
singolo, non più raffinate case di campagna di bella produzione
artigiana e lussuosa decorazione, bensì produzione di massa e
standardizzazione, nell’intento di dare a molti una buona
abitazione. Comunque, tra il 1918 e il 1933, gli anni in cui
lavora al comune di Rotterdam, Oud si occupa esclusivamente dei
quartieri residenziali: in breve tempo realizza Spangen,
Tusschendijken, Hoek van Holland e Kiefhoek, per citare solo i più
noti, che lo impongono sulla scena culturale europea come uno dei
maggiori esponenti della nuova architettura. Secondo Oud l’isolato
costituisce la caratteristica espressione dell’abitare nella
‘grande città piena di vita’. Si tratta, per lui, del contrasto
tra le necessità organizzative e logistiche che la città ha, da un
lato, come “fabbrica”, e del bisogno di riposo e intimità che si
richiede alla casa e che scaturisce, dall’altro lato, come cosa
ovvia.
In questo da un lato rielabora la lezione di Berlage e la
tradizione abitativa olandese, dall’altro riprende alcune delle
scoperte di De Stijl. Il primo incarico riguarda, nel 1918, la
progettazione di due isolati del quartiere Spangen, a
completamento di quelli precedentemente realizzati dagli
architetti Meische e Schmidt. Per questo progetto collabora con
van Doesburg, che si occupa del colore per gli interni e per le
vetrate sopra gli ingressi, e con Rietveld, che progetta mobili e
arredi standard. Molte le polemiche che accompagneranno le
soluzioni più innovative, affievolite solo intorno al 1925
allorché l’acuirsi della crisi economica, prima riduce
drasticamente e poi completamente cancella i contributi statali.
L’edilizia torna ad essere gestita dal mercato privato e l’epoca
delle invenzioni si conclude.
Tre interventi della Municipalità di Rotterdam
Quartiere Tusschendijken (1920-21)
Tra il 1920 e il 1921 Oud progetta in estrema periferia il
quartiere Tusschendijken che – come egli stesso afferma – assume
come prototipo degli isolati il blocco n. 9 del quartiere Spangen,
quello pensato insieme a van Doesburg e a Rietveld. A
Tusschendijken viene scelta una griglia urbana ortogonale che
contiene sette isolati uguali, di forma rettangolare, che
riprendono la tipologia degli Höfe. La costruzione è tutta in
muratura a vista. Sulle corti interne (di cui Oud si dichiara
particolarmente soddisfatto 7) si affacciano dei terrazzi,
separati uno dall’altro da sottili setti murari, a creare una
sorta di ballatoio continuo al primo e al secondo piano. Al piano
terra, al centro delle ampie corti, spazi comuni in cui sono
inserite zone per i giochi dei bambini; da tali spazi si accede ai
giardini privati posti lungo il perimetro delle corti. L’unico
blocco con caratteristiche specifiche è il blocco V, che si
protende su una piazza a esagono ribassato. Il piano terra
dell’edificio ospita negozi e spazi aperti agli inquilini. La
standardizzazione degli appartamenti prevede i soggiorni
affacciati sulle corti interne e gli ambienti di servizio rivolti
alla strada.
Siedlung Oud-Mathenesse (1922-23)
L’area scelta per il nuovo insediamento semipermanente destinato
agli abitanti di alcune case comunali della zona adiacente il
porto, è circondata da due dighe. Al termine dei 25 anni previsti
come durata massima, il Piano di Espansione prevedeva la
trasformazione dell’intera area in parco urbano. Invece il
quartiere venne demolito solo nel 1985, dopo diversi interventi di
ristrutturazione richiesti soprattutto dai movimenti di
assestamento delle fondazioni. Oud, architetto-capo del comune,
risolto mediante una piastra di fondazione in cemento armato il
problema della natura argillosa del terreno, completò la
realizzazione del quartiere in poco più di un anno. La planimetria
generale si sviluppa secondo un triangolo isoscele, al cui centro
si apre una piazza centrale, anch’essa triangolare, destinata ad
ospitare il mercatino settimanale. Attorno a questo spazio vengono
realizzate, in file per così dire concentriche, casette
standardizzate ad un solo piano con tetti a falde molto inclinate,
coperte con tegole rosse e con sottotetti utilizzabili (soluzione
quest’ultima pare non del tutto gradita a Oud). La struttura degli
edifici era realizzata in pino di Svezia, tamponata con tavole in
legno all’interno e intonaco su rete metallica all’esterno. Gli
interni si articolavano secondo quattro tipi di piante
normalizzate, alternate con una ricercata cura dei particolari
costruttivi e un uso ‘à la De Stijl’ dei colori primari per
caratterizzarne gli elementi 8. In totale il complesso contava 343
alloggi, 8 negozi e un piccolo edificio per l’amministrazione e le
pompe antincendio. La collocazione isolata rispetto alla città e
l’accentuata inclinazione dei tetti connotavano il complesso come
un villaggio autonomo. Alcune soluzioni particolarmente originali
vennero adottate per la casetta provvisoria destinata alla
direzione del cantiere; demolita subito dopo la fine dei lavori,
essa è ancora visibile nelle prime fotografie. Qui probabilmente
Oud ha la possibilità di sperimentare più liberamente che in altre
occasioni i principi dell’architettura neoplastica, nella quale
convivono razionalità e gioco delle forme 9. Realizzata al centro
della piazza triangolare, la casetta presentava una pianta a forma
di croce con bracci di diversa misura che in alzato, diventavano
parallelepipedi autonomi uno dall’altro e di misure diverse. Le
finestre erano poste sui due lati, mentre il prospetto d’ingresso
conteneva solo la porta di accesso. Il rivestimento esterno era
realizzato con tavole di legno di colori diversi, disposte ad
angolo retto con connessioni a 45 gradi.
Siedlung Hoek van Holland (1926-1927)
Nel 1924, quasi contemporaneamente al Café de Unie, Oud progetta
un quartiere operaio, realizzato poi tra il 1926 e il 1927, a Hoek
van Hol land, un piccolo paese di pescatori alla foce della Mosa,
sempre appartenente al distretto comunale di Rotterdam. Destinato
agli operai e alle loro famiglie, il quartiere ha una struttura
simmetrica molto semplice, ma contiene elementi rivoluzionari: si
presenta come una bassa stecca, realizzata lungo un asse viario
preesistente, di case a schiera a due piani, piano terra e primo
piano. Nella parte centrale la stecca è interrotta da due volumi
semicilindrici che segnano l’ingresso ai giardini collocati sul
retro dell’edificio. Analoghi corpi semicilindrici chiudono le due
estremità dell’edificio dando, come afferma Manfredo Tafuri, un
sapore metafisico e irreale al piccolo insediamento isolato 10.
Nei volumi semicilindrici, che costarono a Oud molta fatica e che
invece scandalizzarono van Doesburg, trovano posto due negozi che
concludono in testata la serialità degli appartamenti. Al primo
piano, una fascia aggettante racchiude in un unico nastro i
balconi dei diversi appartamenti e termina nella curva dei volumi
semicilindrici. Le pareti esterne sono tutte intonacate di bianco,
ad eccezione della bassa fascia basamentale realizzata in mattoni
gialli. Secondo Zevi il quartieri residenziali di Oud – e Hoek van
Holland in particolare – si annoverano fra gli esiti più
convincenti e poetici del razionalismo europeo. Nessuna estrosità,
nessun colpo di scena; messaggio umanissimo che trasla le
dissonanze De Stijl su volumi ritagliati e levitanti, spesso
raccordati negli incroci da sensuosi corpi cilindrici.
Conversazione affabile e civile tra case e strade; edifici
collettivi sommessi e schivi, non vistose emergenze. A distanza di
mezzo secolo, rimangono nuclei esemplari di un habitat democratico
11.
Il Piano della grande Amsterdam
La legge nazionale promulgata nel 1904 che imponeva la revisione
decennale dei piani generali e subordinava ogni edificazione alla
preliminare redazione di piani particolareggiati e al conseguente
esproprio dei terreni, spinse le imprese edili a edificare non più
case singole ma blocchi e quartieri, ripristinando quindi il
precedente sistema di crescita urbana. La crescita costante di
circa 10.000 abitanti l’anno fra il 1875 ed il 1920 (si passa dai
280.000 abitanti del 1875 ai 500.000 del 1900) rese urgente la
definizione di piani di espansione. Nel 1917 Hendrik Petrus
Berlage disegna Plan Zuid e nel 1928 si decide di por mano a un
nuovo Piano Generale riferito a tutto il territorio comunale e con
una previsione di almeno 50 anni. Tra il 1929 ed il 1932 si
procede ad una attenta e approfondita analisi del territorio e
quindi si procede al disegno di Piano a cura del Servizio
Urbanistica del Diparti mento Lavori Pubblici, diretto dall’Ingegnere
Sheffer a capo di 800 funzionari e 1.700 operai. Il Direttore
chiama a collaborare gli urbanisti Lohausen (docente presso l’Univer
sità di Amster dam) e van Eesteren (docente a Delft), il primo
come responsabile delle indagini e il secondo per la progettazione
dei piani particolareggiati. Il principio ispiratore del Piano è
di organizzare l’espansione in continuità con la città esistente,
suddividendola in Piani particolareggiati relativi ciascuno a
10.000 abitazioni. La disposizione prescelta per le espansioni è a
ventaglio, interponendo tra i diversi nuovi quartieri delle fasce
di verde in maniera che ogni zona conservi un’immagine autonoma e
coerente in dialogo con la città antica. I diversi quartieri sono
attraversati da strade a maglia ortogonale con una rete maggiore
che definisce le unità di vicinato e garantisce i collegamenti tra
le parti, e una rete secondaria di viabilità locale. Viene
previsto anche un tunnel sottomarino per collegare le diverse
porzioni di Amsterdam tagliate dal mare interno. Fondamentale è
anche la completa revisione della rete ferroviaria, che viene
raccordata ad un anello ferroviario sopraelevato che – quasi segno
di demarcazione tra il vecchio e il nuovo – gira intorno alla
città e consente gli spostamenti tangenziali. Direttrice
prevalente per l’espansione è la parte ad occidente della città,
che presenta suoli più salubri e prossimità sia al centro che
all’area industriale di circa 150 ettari ampliabili sino a 710
prevista ad ovest, lungo il Nordze Kanaal e in prossimità del
nuovo porto e dei docks. Per quanto riguarda gli spazi aperti,
oltre alla realizzazione di spazi dedicati al tempo libero
all’interno dei singoli quartieri, a sud della città è stato
realizzato un grande parco di interesse urbano, una vera e propria
foresta di 900 ettari dotata di molte attrezzature sportive,
capace di ospitare fino a 40.000 persone al giorno. La crescita
prevista dal Piano è di 300.000 abitanti (si prevedeva che dai
700.000 abitanti del 1920 si raggiungessero i 960.000 nel 2000,
stabilizzandosi prima di raggiungere il milione di abitanti). Il
Piano prevede quindi la costruzione di 111.130 abitazioni (di cui
84.300 nuove per soddisfare il fabbisogno dei 310.000 nuovi
abitanti previsti; 13.460 per sopperire alle abitazioni da
demolire per risanamento; 12.000 in sostituzione di quelle che in
Centro si sarebbero trasformate in negozi e uffici; 1.370 già
presenti nell’area di espansione e incluse nei conteggi del Piano)
raggiungendo una densità abitativa di circa 100 ab/ha, con piccole
differenze tra i diversi Piani particolareggiati: 134 a Slotermeer
(1951), 93 a Slotervaart (1954), 113 a Osdorp (1956), 131 a
Overtoomseveld (1955), 108 a Westlandgracht (1958), 145 a
Nieuwendam Nord (1962), 84 a Buiten veldert (1958). Attraverso
approfonditi studi che tendono ad ottimizzare il rapporto tra
consumo di suolo (e corrispondenti costi di bonifica dei terreni)
e superfici edificabili ricavabili in relazione anche alle scarse
caratteristiche meccaniche dei terreni, che non consentono
cospicui sviluppi in elevazione, vengono definite alcune tipologie
base per gli edifici. Tra i primi Piani Particolareggiati a
partire vi è quello di Slotermmer, che può essere assunto come
esempio: occupa 260 ettari e prevede 11.000 edifici di cui 4.000
basse (3.000 ad uno e 1.000 a due piani), 7.000 abitazioni medio
alte (6.000 a quattro piani e 1.000 a dodici piani) con grandi
spazi aperti.




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