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BIOARCHITETTURA
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Numero 41 di febbraio-marzo 2005
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La famiglia nella società del consumo
Domenico Secondulfo
La società dei consumi non galleggia nel vuoto. Essa si sviluppa
infatti nel passaggio tra la società industriale e quella
post-industriale, tra quello che era il complesso della società
moderna e quello che si sta costruendo come società post-moderna o
tardo-moderna. Momento essenziale è la trasformazione, soprattutto
lavorativa, del meccanismo tipico della società industriale –
l’accentramento produttivo e dei grandi contenitori sia sociali
sia ideologici – verso una società basata su tecnologie diverse e
orientate alla comunicazione e alla reticolarità e che, almeno
nelle fasi iniziali, mostra la necessità di smontare il contesto
sociale precedente, costituito da sicurezze a cui corrispondevano
contenitori tendenzialmente rigidi nei quali la persona procedeva
lungo tutta la sua vita, come la famiglia o il lavoro. Era (sino a
pochi anni or sono) l’epoca in cui i contenitori della vita
lavorativa funzionavano da grandi concentratori della società:
concentravano le persone in situazioni di tempo, di spazio e di
relazioni simili, favorendo così, storicamente e socialmente, la
nascita dei partiti di massa e dei sindacati. Questo tipo di
meccanismo si rifletteva anche a livello ideologico: le grandi
narrazioni della società moderna costituivano etiche le cui
indicazioni venivano seguite per tutta la propria esistenza.
Questo produceva un complesso etico e valori che tendevano a
definire una forte aderenza ad alcuni principi, ad alcuni modelli
e ad alcune situazioni “totali”; valori quali l’onestà o la
fedeltà erano valori tipici di questo modello sociale. Poi il
cambiamento di questa struttura di base dissolve questi grandi
contenitori: li dissolve innanzitutto dal punto di vista
fisico-sociale, perché la struttura produttiva viene decentrata,
esportata e nell’Occidente questi grandi contenitori si
disarticolano. (Ovviamente la post-industrialità riguarda
l’Occidente: il resto del mondo è in altre situazioni, molto
spesso in fase pre-industriale o di prima industrializzazione, pur
essendo dall’esterno dominato dall’Occidente). Da noi la caduta
delle grandi narrazioni provoca la caduta anche delle grandi
etiche di orientamento; questi grandi modelli di eccellenza si
dissolvono e, a quella che era una società legata a gruppi e
classi, si sostituisce una società che trova nell’individuo il suo
punto chiave. Si tratta di un passaggio complessivo che non
abbraccia soltanto il mondo del consumo, anche se nel mondo del
consumo – prima schiacciato dalla prevalenza del mondo del lavoro
– questo meccanismo emerge con particolare veemenza. In
particolare muta anche il tipo di relazione che la persona ha con
le proprie esperienze. In precedenza si trattava di una dinamica
dal forte coinvolgimento individuale perché portava ad una presa
di assunzione di ruoli e di impegni durevoli. Questo non accadeva
perché le persone, nella società industriale o contadina, fossero
più buone o più etiche, ma semplicemente perché le situazioni
sociali e lavorative in cui si trovavano duravano per la vita.
Quando si arrivava in un ufficio e si era sicuri di doverci
rimanere fino alla pensione, era meglio comportarsi bene; oggi
quando si arriva in un ufficio e si sa che ci si fermerà un anno o
due, non sarà particolarmente stimolante comportarsi con
correttezza; sarà invece molto più interessante seguire un’etica
che ci porti ad individuare un’occasione migliore quando sarà
finita la situazione nella quale ci troviamo. Da un’etica centrata
soprattutto sulla presa in carico di un impegno di lunga durata,
si tende così a passare, anche attraverso i processi di
flessibilità del lavoro, ad un’etica maggiormente attenta alla
propria vendibilità rispetto ad occasioni successive più
favorevoli. Quel complesso di valori altamente impegnativo per
l’individuo, viene a sfumarsi. Toccando il mondo dei valori e
degli orientamenti di vita, questo cambiamento non si riflette
soltanto sul mondo del lavoro, ma naturalmente anche sugli altri
mondi in cui la persona agisce. L’etica della flessibilità
riconosce alla coerenza rispetto al gruppo in cui ci si trova un
peso minore di quello che veniva riconosciuto in passato, in
quanto spinge verso valori legati all’opportunità, al saper
cogliere le situazioni vantaggiose che possono prospettarsi.
Questo si riflette sia sulle situazioni lavorative sia su quelle
familiari, sia su quelle parentali, sia su quelle amicali. Si
tratta di uno degli aspetti dell’esplosione della società dei
gruppi e delle classi, nella società degli individui.
Le risposte della New Age
Dal punto di vista dell’esperienza personale, anche quelle
spirituali e religiose vengono vissute in modo meno coinvolgente e
meno determinante; le esperienze vengono vissute in maniera da
potersene svincolare senza grossi svantaggi al momento del
bisogno, o allorché si modifica il proprio tipo di bisogno. Questa
è l’essenza del consumo, è in questo senso che la società dei
consumi diventa dominante. Per esempio: il tipo di orientamento
nell’acquisire una relazione, un’esperienza anche di tipo
spirituale o religioso, che nel passato aveva una cogenza e un
peso estremamente importante e un coinvolgimento profondo di tutta
la persona, in una società in cui domini un’etica di consumo (cioè
un’etica in cui si ha un rapporto col resto del mondo basato sulla
forma-merce, su qualche cosa che acquisto quando ne ho bisogno e
di cui mi libero quando non ne ho più bisogno) tende a essere più
superficiale perché in questo modo posso svincolarmi dalle
esperienze e provarne delle altre. Qui troviamo l’intreccio tra il
processo di individualizzazione e quello dei consumi. Anche se
questo tipo di orientamento trova nell’approccio al consumo la sua
espressione più accentuata, va ricordato che tale approccio è
complessivo, non è cioè solo un rapporto con la merce ma
sostanzialmente configura la disponibilità a farci coinvolgere
profondamente in una relazione. L’evoluzione per esempio della
cosiddetta New Age, termine che in realtà costituisce un ombrello
posto sopra esperienze anche molto diverse, va in questo senso: la
New Age offre esperienze anche di tipo spirituale, ma a pacchetto,
seguendo il modello del turismo di massa. In sostanza con
l’avvento del consumismo è questo che cambia: il modello di
relazione con le proprie esperienze di vita.
Altro aspetto con cui la società dei consumi emerge all’interno
della post-industrialità, è la sua importanza strutturale. In una
società fondata sul lavoro, tutti quelli che esistevano lavoravano
e chi non lavorava non esisteva: il punto di passaggio del
diventare cittadino era essenzialmente legato al lavoro. In una
società dei consumi, in cui il lavoro si riduce progressivamente,
tutti consumano anche se non tutti lavorano. Molto banalmente, la
grande centralità del consumo è data anche da questo: tutti siamo
diventati consumatori prima che lavoratori. In qualche misura
anche l’aspetto legato alla personalità, all’importanza del
lavoro, sfuma rispetto al rilievo che, nella costruzione e
nell’equilibrio della personalità, può avere il consumo. Si tratta
di un’evoluzione presente anche nell’atto lavorativo: il processo
che porta il lavoro a diventare flessibile e mutevole, quindi meno
adatto ad essere punto di proiezione delle nostre aspettative di
vita, incoraggia ad appoggiare le nostre prospettive di espansione
della nostra individualità, sul consumo. Può essere non del tutto
fantascientifico pensare ad una società in cui una larga parte
della popolazione fa un lavoro qualsiasi per procurarsi un reddito
da realizzare poi nei consumi (realizzare nel senso di proiettare
nei consumi quelli che sono i propri desideri e le proprie
aspettative). In questo senso l’area del consumo diventa area di
espansione delle individualità e diventa un gancio per quei famosi
“bisogni non veri” che fanno leva su un bisogno vero, che è quello
di essere se stessi, di espandersi e di realizzarsi, in precedenza
accolto da altri tipi di universi, nel lavoro, nelle relazioni
sociali, ecc. Questo vuol dire che dal punto di vista dello spazio
e del tempo, il consumo, nella nostra società, guadagna spazi: i
luoghi e i rituali del consumo diventano sempre più forti. I
luoghi del consumo sono i luoghi dove tutti andiamo. Il sabato
diventa il giorno del supermercato, del centro commerciale, che è
talvolta anche il luogo in cui la famiglia si ritrova perché ci va
insieme. Si tratta di spazi che tendono ad assorbire all’interno
della propria struttura funzioni che erano nella società: funzioni
relazionali, di sensazione comunitaria, dello stare in panchina e
guardare il mondo che gira e sentire di esserne parte.
Assorbire il tempo
Mentre secondo gli utopisti degli anni ‘20 e ‘30 l’evoluzione
della produttività avrebbe creato un uomo filosofo (il tempo
libero dilatato avrebbe sviluppato le qualità proprie di chi
allora poteva permettersi di non lavorare) come tutti noi possiamo
vedere non è andata così. Il calo del tempo di lavoro si è
sviluppato essenzialmente in due sensi. Da un lato nella
diminuzione delle persone che lavorano: anziché far lavorare meno
tutti, facciamo lavorare molto solo alcuni. Ci sono naturalmente
ragioni economiche molto precise: la maggioranza, poiché deve
concentrarsi sul consumo, avrà redditi trasferiti, pensioni,
sussidi, sostegni, donazioni da parte pubblica o privata, comunque
da parte dei pochi che lavorano. Contemporaneamente si tende a
saturare il tempo: le ore disponibili vengono convertite in ore di
consumo e di acquisto in maniera che tutto il ciclo del tempo
diventi produttivo. Non possiamo permetterci che la gente stia con
le mani in mano: deve lavorare o consumare. Soprattutto per un
giovane, è impossibile andare una giornata in giro per la città
tornando senza aver comprato nulla. Potremmo definirlo “effetto
Kinder”: la vacanza, l’uscita, la relazione con l’esterno, con il
pubblico, viene legata non ad una sensazione dello spirito ma ad
una gratificazione che si oggettivizza in un oggetto acquistato.
La passeggiata per godersi il passeggio, l’ambiente, l’intorno, le
relazioni con gli altri, non è più di moda: quando si esce a fare
un giro c’è la necessità di tornare sempre con una pagliuzza nel
becco perché vige il processo di oggettivazione. Questo processo,
tipico del mondo del consumo, è fortemente pervasivo perché
socializza, abitua il consumatore, cioè tutti noi, a proiettare i
propri desideri, le proprie speranze, i propri problemi e quindi
le speranze di risolverli, in oggetti, in merci, in servizi; a
vivere “fuori di sé”. Un indice può essere l’enorme sviluppo delle
fotografie. Per quale motivo se guardo un tramonto devo
fotografarlo, sapendo che la foto non ridarà mai, neanche per di
lontano, neanche approssimativamente, l’emozione di quel momento?
Per la necessità di possederlo. Questa è la chiave della nostra
società: il possesso dell’esteriorità, ciò che risiede nel
feticcio dell’oggetto, nel quale ho proiettato ciò che desidero.
Schematicamente è questo il meccanismo del consumo e questa la
motivazione per cui il consumo quasi sempre non è gratificante:
spesso e volentieri, l’oggetto non restituisce quello che spererei
contenesse. Ovviamente tutto questo viene sostenuto da un
meccanismo enormemente potente, la pubblicità, che spinge in
questa direzione e cerca di convincermi a riprovare. Qui è
possibile aprire una parentesi sul rapporto emozioni e
razionalità. La società dei consumi fa leva in profondità sulle
emozioni: la scienza e la ragione sono nemiche della società dei
consumi, perché distanziano rispetto all’oggetto e distanziano
rispetto alle proprie passioni. La società dei consumi è una
società profondamente emozionale in quanto, nel trasformare i
bisogni veri in bisogni “altri”, deve aggirare il filtro
razionale. Raccontare che esiste una pomata che fa ricrescere i
capelli, è risibile; ma mostrare una persona tutta calva e triste,
che nessuna ragazza guarda, e dopo un giovanotto che si dà la
crema ed è bello contento e tutti gli corrono dietro, è molto
convincente perché la speranza – quando il problema c’è – è
l’ultima a morire. Ovviamente il falso bisogno è la crema, il
problema vero è la ferita personale generata dalla carenza che
l’individuo vive in se stesso, che la pubblicità acuisce
mostrandoci “brutti e sventurati”. Il meccanismo tipico della
pubblicità è quello della fiaba: all’inizio c’è il problema, la
sventura, la tristezza, poi la fatina buona (in questo caso il
prodotto) la risolve. Si è rotta la camicia? Arriva l’omino Dash e
sistema le cose. Detto così, fa ridere, ma funziona. Perchè la
pubblicità parla alle emozioni, non parla alla ragione e questo va
tenuto molto, molto presente se si vuole fare un’azione contro
questi meccanismi di manipolazione. È assolutamente inutile
cercare di aiutare le persone a difendersi da tali meccanismi
manipolatori facendo leva sulla ragione: tutti lo sanno, se glielo
spieghi, non sono stupidi. Quello che viene chiamato in causa è
ciò che si crea nel momento in cui lo spot funziona, l’aggancio
che ti pende dentro, è l’equilibrio interiore, alla fine, che
viene chiamato in causa. È quindi sui problemi, sulle sicurezze e
insicurezze che bisogna eventualmente lavorare, sull’aspetto
emotivo più che – come si poteva fare un tempo – sulla
controinformazione; questa aiuta, ma non risolve il problema,
perchè se qualcuno ha un’insicurezza sarà facile preda di qualcun
altro che gli dica “vieni da me che ti aiuto”, come dimostra il
mondo dei maghi, che è in espansione. Non possiamo chiedere ai
consumatori di essere più forti di quello che sono, se glielo
chiediamo falliamo. Questo va sottolineato con forza perchè c’è
molta stupida letteratura sulla stupidità del consumatore.
Come si espande il consumo
Concretamente, come aumento degli oggetti (il cumulo di merci su
cui siamo seduti è enorme), ma si espande soprattutto
nell’esperienza del tempo, che si lega sempre di più all’acquisto
e ai rituali di acquisto. Nell’esperienza di ciascuno di noi,
l’aspetto, l’importanza ed il peso che hanno i rituali
nell’acquisto e nel consumo, diventa fortissimo rispetto alle
altre esperienze, anche perchè il mondo del consumo si rivolge a
ciascuno di noi, non si rivolge in maniera indifferenziata a
chiunque, ma con messaggi molto specializzati che mirano a far
sentire ciascuno, individualmente, al centro dell’esperienza di
consumo! Da questo punto di vista, uno degli aspetti essenziali su
cui il consumo va ad incidere negli equilibri della famiglia è
quello delle etiche condivise. Il meccanismo del consumo si è
espanso anche inventandosi sempre nuovi consumatori. Un tempo i
consumatori per eccellenza erano le casalinghe, icona dell’uomo di
marketing. Nell’espansione dei consumi, quando le casalinghe sono
scomparse diventando casalinghe-lavoratrici, il consumo si è
inventato nuove categorie, liberando nuovi gruppi sociali e
facendoli diventare consumatori. Come li ha liberati questi gruppi
sociali? Rompendo le etiche comunitarie, le etiche di gruppo: le
pubblicità dirette ai bambini, agli adolescenti, ai
pre-adolescenti, alle donne single, agli uomini single, agli
anziani, sono tutte pubblicità che in un gruppo familiare composto
da tutti questi soggetti, tendono a rompere le etiche di gruppo,
perchè ciascuno diventa portatore di propri bisogni. Mentre in
precedenza tutta una serie di acquisti venivano fatti per tutta la
famiglia dalla moglie-madre, ovviamente esercitando un controllo
sui bisogni e sulla loro espressione. Se c’erano problemi
economici o nuovi bisogni, la famiglia reagiva in due modi:
• intensificando l’impegno lavorativo del marito-padre per avere
più reddito;
• nel suo interno intensificando il controllo etico della
moglie-madre, che gestiva i bisogni e le risorse.
Questo modello, naturalmente, viene dissolto dal fatto che ciascun
componente di questa struttura diventa in sé un consumatore, con
messaggi pubblicitari, merci e leve di pressione pensate apposta
per lui.
Sotto questo profilo la società mostra terribili arretratezze: il
fatto che non vi siano normative severe sull’utilizzo dei minori
negli spot è una vergogna. Non solo perché sono permessi spot
altamente seduttivi orientati ai minori, nelle fasce in cui si sa
che sono davanti al televisore, ma anche perché le pubblicità
rivolte anche agli adulti regolarmente utilizzano bambini. Questo
meccanismo produce un’enorme ricchezza per alcune persone,
ricchezza e potere: nel momento in cui si sviluppa questa
individualizzazione, questo svincolarsi dalle etiche, le persone
rimangono in qualche modo sole davanti al messaggio e la capacità
orientativa dei messaggi legati al consumo diventa enorme, perchè
fa leva sulle proiezioni dei bisogni e dei desideri. Questo
significa accentrare non solo ricchezza economica ma anche una
grande forza sociale. La funzione di controllo sociale che questo
meccanismo produce è legato a due suoi aspetti:
• quello dell’essere fuori di sé, cioè del disabituarsi ad avere
una visione, una relazione e anche un governo delle proprie
emozioni, dei propri desideri e dei propri problemi; l’abitudine a
proiettare i problemi all’esterno, possibilmente in servizi e
merci anziché in relazioni sociali;
• in secondo luogo nel controllo dell’immaginario attraverso il
mondo del consumo: in questo meccanismo di proiezione dei desideri
e delle paure, c’è un consolidamento della realtà così come essa
è, un’attività che limita la capacità delle persone di immaginare
cose diverse da quelle che ci sono. Una sorta di chiusura
dell’orizzonte delle possibilità, che si autodefiniscono come ciò
che è offerto dal mondo del consumo. In questo tipo di mondo
quelle che stanno maggiormente fiorendo solo le merci
esperienziali, come vengono chiamate dall’uomo di marketing, cioè
merci che si presentano come stili di vita, come proposte di stili
di vita o come esperienze, come qualcosa di immateriale. Ad
esempio i viaggi vacanze. Cosa vende un viaggio vacanze? Vende
un’esperienza e la presenta come un’esperienza felice. La
pubblicità delle crociere presenta sempre giovani, uomini e donne
in atteggiamento seduttivo che brindano con lo champagne sul
ponte. Cosa stanno vendendo? a persone isolate, il sogno di
relazioni. Di fatto si diventa ostaggi, spesso anche taglieggiati,
come tutti gli ostaggi del mondo. Quando uno è in mezzo al deserto
chiuso in un pullman, cosa è se non un ostaggio? I meccanismi
profondi di controllo agiscono proprio su queste capacità di
autoprogettazione della persona, che sono da un Iato quelle legate
all’universo dell’immaginario (le possibilità che l’individuo può
immaginarsi e sognare) e dall’altro alla capacità di avere una
relazione con se stesso. Non ci sarà l’ecologia dei consumi finché
non sarà possibile un’ecologia dei desideri; l’alternativa è
additare una strada repressiva che le persone non seguiranno mai.
Non possiamo dire alle persone “consumate meno perchè il panda
muore”, non gliene importa nulla del panda; provano cinque secondi
di senso di colpa e lo risolveranno in qualche altro mondo, forse
ascoltando una ditta che dice “comperate i miei pneumatici perché
una parte di quello che voi spendete serva i panda”. Oppure l’orso
polare aiutato dalla chewing gum e cose di questo genere. Anche il
senso di colpa diventa una ottima spinta al consumo, non c’è
problema da questo punto di vista. La società dei consumi è
onnivora. L’unica possibilità sta nell’ecologia della persona, che
però è un progetto tutt’altro che semplice.
Controllarsi o essere controllati
Riassumendo, è possibile individuare alcuni aspetti in cui la
società del consumo in qualche modo ci controlla o comunque pesa
nella nostra vita:
• l’aspetto legato agli individui; per esempio l’intreccio tra la
spinta all’espressione di se stessi ed alla propria
autorealizzazione, trend radicale delle nostre società, con
l’evoluzione dai bisogni legati al sostentamento e alla sicurezza,
verso i bisogni legati all’autoespressione. Anche sotto l’aspetto
spirituale, le proposte della New Age vanno verso un
rinforzamento, una manutenzione del sé più che verso la relazione
con gli altri;
• in secondo luogo si mette in moto la “liberazione”, nel corpo
sociale, di sempre ulteriori gruppi consumatori, con la necessaria
rottura delle etiche dei gruppi cui questi consumatori
precedentemente appartenevano. Si tratta di una strategia
raffinatissima: per esempio nei supermercati le merci dei bambini
sono all’altezza dei bambini, i dolciumi vicino alle casse dove si
fa la fila e i bambini si annoiano; persino carrellini piccoli in
modo che il giovane consumatore si possa socializzare
all’autonomia di scelta; e quando un bambino ha messo una cosa nel
suo carrellino voglio vedere chi riesce a levargliela. La società
dei consumi non è un qualcosa di rozzo e di superficiale, ma vive
di modalità sottili, una di queste è distruggere la sensazione di
sacrificio legata all’acquisto. Nell’equilibrio fra merce e
denaro, all’acquisto si genera un sacrificio rappresentato dalla
spesa. L’essere umano, che è un essere emozionale e non razionale,
se deve pagare 100 euro in monete da 1 euro, al cinquantesimo euro
comincia ad avere dei problemi; se paga con un biglietto da 100
euro ha meno problemi; ancora meno se fa un assegno, nessuno se
usa la carta di credito, soprattutto se può spendere soldi che
ancora non ha. Rendere ludica l’esperienza dell’acquisto, è uno
dei processi fondamentali della logica della mercificazione delle
emozioni: gli spazi di acquisto diventano spazi affascinanti in
cui l’oggetto e l’atto stesso dell’acquisto diventano gratificanti
e ludici in sé. Non a caso esistono terapie contro la depressione
attraverso lo shopping, il che ricollega ad una socializzazione
primaria da consumatore, alla mamma. È tristissimo doversi
comprare le cose che si vorrebbe che gli altri ci regalassero; ma
la pubblicità, anziché dire “cercati qualcuno che te le regali” ti
dicono “regalatele tu stesso”. Si stabilisce una realtà super
controllata in cui il consumatore fluisce senza rendersi conto di
essere supercontrollato. Questo ovviamente fa dissolvere
completamente anche i concetti di parsimonia e sobrietà, che
diventano specie di invettive perché se la frugalità nasce da un
equilibrio individuale, allora rinforza l’individuo; se gliela
imponiamo diventa qualcosa da rifuggire, lasciandolo incapace di
coglierne l’aspetto di libertà;
• infine, sotto l’aspetto di tipo antropologico, percepiamo una
spaccatura rispetto al rapporto con l’ambiente; di fatto si tratta
di spaccatura avvenuta molti anni fa, allorché siamo passati dallo
stadio dei raccoglitori a quello degli agricoltori. Qui non
c’entra la società industriale: l’ambito del possesso e del
dominio da un lato, e l’aspetto del dono e dell’armonia
dall’altro, sono scelte che ci siamo lasciati alle spalle da molto
tempo. Ovviamente poi la tecnologia moltiplica all’infinito questa
capacità di manipolazione dell’uomo sull’ambiente che, infatti,
l’uomo ha completamente trasformato. In qualche modo, volendo
essere provocatori, per quale motivo dovremmo conservare un
ambiente come questo, che non è altro che quello che abbiamo
prodotto? Allora andando avanti continuiamo a produrlo e cambierà
di nuovo. L’ambiente naturale diventa sempre più una specie di
nostra utopia: è forse naturale il bosco dove gli alberi sono
stati ripiantati dall’uomo? In realtà è un parco, una
manipolazione dell’uomo che ha creato qualcosa che gli sembra
naturale e se lo gode in questo modo, in contrapposizione con
l’artificiale della fabbrica, come i parchi delle città
industriali dell’Ottocento. Questa, naturalmente, è una
provocazione, però la frattura avviene in un momento ormai troppo
lontano e rimettere in piedi un atteggiamento donativo è molto
difficile. Tra l’altro questo è un aspetto che richiederebbe un
percorso spirituale ed infatti in alcuni filoni della New Age si
sta sviluppando una cosa di questo genere. Alcuni gruppi ecologici
della New Age in realtà sono gruppi animasti perchè risacralizzano
l’ambiente. Ed è anche possibile che l’uomo non sia capace di
avere una relazione di equilibrio donativo con qualcosa che non
personalizza: tutte le volte che c’è stato uno sviluppo fortemente
orientato al rispetto dell’ambiente, vi sono anche stati aspetti
di tipo animistico nel vissuto dell’ambiente stesso: evidentemente
personalizzarlo facilita la relazione. Del resto anche il sistema
culturale di tutta una serie di santi legati ai culti agricoli si
sviluppa su questo tipo di meccanismo;
• sotto l’aspetto personale, si tratta di un processo di
reificazione dei bisogni e dei desideri e chiusura dell’universo
dell’immaginario; questo è particolarmente importante perchè reca
con sé attraverso i meccanismi del consumo, che sono altamente
coercitivi, un controllo generale. Non è assolutamente vero che
siamo liberi di consumare quello che vogliamo e come vogliamo, e
gli stessi luoghi dei consumi sono luoghi ad altissimo controllo.
Quando si è al supermercato, conviene sorridere sempre, perché
siamo su qualche monitor di qualcuno che ci controlla. C’è come
una specie di catena nel voyeurismo nella nostra società, che
parte dai satelliti spia ed arriva alle telecamere nei
supermercati, per arrivare ad internet e alle telecamere
domestiche. È una specie di catena alimentare dell’occhio in una
società in cui l’occhio è affamato. Siamo completamente tracciati
in una società fondamentalmente repressiva, tant’è vero che se in
un supermercato proviamo ad infrangere anche le regole che
sembrano stupide (per esempio entrare dalla porta da cui non si
deve entrare) la reazione sanzionatoria si rivela violenta.
Dovrebbero essere contenti che uno comunque entra, in realtà il
supermercato ha bisogno che la gente faccia un percorso preciso,
perché ogni posto sullo scaffale ha un significato e un prezzo.
Perciò il consumatore non può andare dove gli pare e piace: il
pane e l’acqua minerale sono in fondo, le altre merci inutili in
mezzo, faccio una porta sola così posso seguire, tracciare e
prevedere i comportamenti. Così come la televisione vende il suo
pubblico. I programmi televisivi sono targettizzati in maniera
violenta ed è per questo che – ovviamente – molti programmi non ci
piacciono: non sono quelli fatti per noi, stiamo guardando fuori
dalle fasce orarie previste per la nostra tipologia di
consumatore. Quando vediamo una cosa che ci piace, è perché è
stata fatta pensando a noi, così come la pubblicità che la segue.
Gli scenari futuri
La società dei consumi si è sviluppata in Occidente essenzialmente
perché solo noi avevamo un potere di acquisto adeguato: gli
oggetti venivano costruiti e vengono costruiti nel resto del
mondo, con produzioni localizzate dove il costo del lavoro è più
basso, ma i soldi per comprare le merci li abbiamo solo noi,
quindi era fondamentale che il consumo in Europa, negli Stati
Uniti e in Giappone venisse sostenuto in tutti i modi, come si
vede dagli interventi governativi per la rottamazione delle auto e
dei vari oggetti. In Europa in particolare c’era anche il problema
della pace sociale, conseguenza delle tensioni tra due blocchi,
sovietico ed americano, e noi eravamo in una posizione di
cerniera. Quindi la pace sociale in Europa è stata finanziata
attraverso la creazione di un ceto medio di consumatori. Nella
fase attuale lo scenario muta: si stanno creando mercati di
consumatori un po’ dovunque e per quello che ci riguarda da
vicino, non è più necessario che l’Europa faccia da cerniera tra
blocchi che non esistono più. Questo significa che noi europei
diventiamo meno interessanti e quindi ci stiamo impoverendo, non è
più così importante mantenere il nostro potere di acquisto. Questo
scenario non pare molto positivo, perché in una società abituata
al consumo la riduzione del budget monetario destinato proprio al
consumo non provoca ecologia del desiderio ma piuttosto di primo
acchito genera malcontento. Per rispondere a tale insoddisfazione
le merci condenseranno sempre meno valore, che di solito hanno un
impatto ambientale più alto. Aumenteranno i junk-food e anche i
junk-goods, ma il sogno verrà mantenuto attraverso merci di valore
assolutamente infimo. La speranza di riuscire a sottrarsi alla
morsa della società dei consumi non sta dunque nella prossima
povertà, che comunque avrebbe un alto costo sociale. Il problema
ad ogni caso è un problema di ecologia della persona e di ecologia
dei desideri. Quindi, alla fine, un problema etico.
Dalla relazione presentata al seminario: “Famiglia, Ambiente e
Stili di Vita”, Roma, 6 marzo 2004 a cura della Conferenza
Episcopale Italiana



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