| |
BIOARCHITETTURA
|
Numero 41 di febbraio-marzo 2005
|
Dove andava l'ina
Salvatore Gammella
Gli insediamenti dell’INA Casa comprendono alcuni nuclei resi
denziali pregevoli, come quello Bernabò Brea a Genova di LC.
Daneri, o Falchera a Torino del gruppo Astengo. Ma hanno un sostan
ziale difetto: si giustappongono arbitrariamente, senza criterio,
agli organismi urbani esistenti; si teorizza una loro autonomia,
quasi fossero ‘paesi’ autosufficienti. I costi per dotarli dei
servizi indispensabili sono così alti e il risultato è così
frammentario da indurre il gruppo di Mario Fiorentino a progettare
Corviale, un quartiere-edificio lungo un chilometro che, mancando
una gestione adeguata, cade presto nello squallore. Approccio
analogo segue Daneri a Genova nella significativa macrostruttura
paesaggistica di Forte Quezzi. Il piano degli insediamenti rurali
produce soltanto il villaggio La Martella presso Matera di Quaroni.
(Bruno Zevi, Paesaggi e Città, 1995)
Mentre l’architettura europea post bellica si sviluppa in
continuum ideologico con quanto affermato dall’International Style
nel decennio precedente, in Italia il Piano incremento occupazione
operaia. Case per lavoratori, proposto dal senatore Fanfani,
diventerà uno dei più validi strumenti di promozione della nuova
architettura. Per la gestione del piano, il cui obiettivo era di
contribuire a risolvere contemporaneamente problemi occupazionali
e abitativi, venne istituito l’ente INA Casa che, attivo dal 1949
al 1963 e con l’ausilio di una vasta congerie di architetti,
urbanisti e progettisti, realizzò diversi quartieri popolari e
numerosi interventi di edilizia minore in tutta Italia. Il Piano
venne varato dunque secondo due orientamenti:
• l’applicazione di una precisa linea tradizionalista, garantita
nella sua attuazione dalla presenza di un articolato sistema di
controllo e verifica del carattere di omogeneità e organicità
delle realizzazioni;
• il coinvolgimento di imprese locali e di piccoli imprenditori in
modo da favorire la ripresa economica del Paese.
La posizione di Bruno Zevi, che non può tacere l’importanza
dell’Istituto nella scelta di gruppi di progettisti giovani e
capaci, esprime allo stesso tempo ammirazione e disapprovazione
per gli interventi INA Casa, un’esperienza unica nella nostra
storia che ha impegnato risorse finanziarie ingenti e ha investito
decine di centri urbani grandi e piccoli, mobilitando un’intera
generazione di progettisti. Nel corso di 14 anni il Piano INA Casa
ha ridisegnato interi settori urbani, elaborato e verificato sul
campo nuovi schemi progettuali e urbanistici sui temi del
quartiere e delle parti di città, innovato e ripensato i modelli
abitativi. Non è casuale che l’immensa mole di progetti e
realizzazioni dell’epoca, costituisca ancora oggi una preziosa
occasione di studio e riflessione per ripercorrere l’ultimo mezzo
secolo di architettura e urbanistica italiana. Più che altrove i
quartieri INA Casa mantengono oggi una loro identità nel paesaggio
caotico della periferia romana. Capita spesso di riconoscerne i
tratti familiari: uno scorcio del Tiburtino, il boomerang di De
Renzi e Muratori al Tuscolano, le torri a pianta stellare al Valco
San Paolo, una delle verdeggianti unità di vicinato di Torre
Spaccata. Non è come trovarsi di fronte un monumento, quanto
piuttosto intravedere un volto conosciuto nella folla anonima. A
cosa si deve questa discreta, ma sicura riconoscibilità?
Fondamentalmente all’effetto quartiere: l’importazione di un
modello insediativo di stampo nord-europeo, per di più generato da
una ideologia tendenzialmente antiurbana, anche se reinterpretato
in chiave storicistica, mediterranea, popolaresca, mantiene la
percezione utopistica del modello insediativo autonomo. Lo prova
il fatto che gli importanti episodi realizzati, anziché innescare
uno sviluppo per nuclei compiuti, sono stati incorporati in una
indiscriminata espansione a macchia d’olio. Eppure, pur assorbito
dal causale costruito, stravolto dall’uso a parcheggio di ogni
spazio libero, degradato dall’incuria e da trasformazioni poco
eleganti, il quartiere INA Casa conserva ancor oggi i propri
caratteri distintivi: il porsi come parte urbana compiuta, la
dimensione collettiva ma intima di residenza per la piccola
comunità, il carattere domestico che si estende dalla casa al
vicinato, una forte unità stilistica che amalgama ogni dettaglio,
dalla finestra alla cancellata, alla panchina, al lampione...
Inconfondibili appaiono le articolate eppure semplici facciate,
portate a familiarità da logge e coperture a falde, segnate da
cordoli e intelaiature, distinte nel colore, arricchite da griglie
e trame operate nel corpo dell’apparecchio murario. Era, quello
messo a punto nell’INA Casa romana, un linguaggio nuovo ma
inserito nella strategia conservatrice del Piano che scoraggiava
ogni innovazione tecnologica e imponeva un modo di costruire di
carattere artigianale nonostante l’impiego diffuso del cemento
armato. E quali migliori interpreti dunque di tale orientamento
antindustriale se non gli architetti romani, che avevano guardato
con scetticismo alle tesi razionaliste e mantenuto invece una
naturale affinità con empirismi e classicismi? Se la direttiva
artigianale e tradizionalista ispirava nel Tiburtino, tra ombre e
luci, il più importante tentativo di inserire la sperimentazione
architettonica nel clima del Neorealismo, nel complesso delle
realizzazioni la rinuncia ad ogni valenza progressista produce un
sobrio realismo architettonico e costruttivo. Nelle soluzioni dei
professionisti romani, con personalità di notevole rilievo
tradizionalmente coinvolte nella pratica costruttiva – Muratori,
De Renzi, Nicolosi, Paniconi e Pediconi – il virtuosismo di
Ridolfi pur epurato da alcuni accenti manieristici e letterari, si
sedimentava in un linguaggio semplice e corrente. Esclusa ogni
innovazione (ma anche ogni folkloristico ripiegamento) si veniva
evidenziando il dispositivo costruttivo tipico del Modernismo
italiano: costruzione mista in muratura e cemento armato,
definitivamente assimilata nel periodo dell’autarchia nel
patrimonio genetico dell’architettura italiana del Novecento.
Parlando in particolare di De Renzi, Bruno Zevi conferma tale
posizione: Virtualmente, potrebbe essere paragonato a Marcel
Breuer per la tensione sperimentale, per l’impegno tecnologico e
specie per la vivacità anti-dogmatica. Ma l’architetto ungherese
studiò nel Bauhaus diretto da Walter Gropius, poi insegnò nella
Harvard University e tuttora lavora nel galvanizzante contesto di
New York. De Renzi invece, nel flaccido, indifferente, corrotto
clima romano, non poteva trovare stimoli se non in se stesso. La
sua umanità, anche nelle valente infantili e superstiziose,
attraeva gli allievi della facoltà di architettura; non andavano
da lui per arricchirsi culturalmente, ma nemmeno per imparare
soltanto il mestiere. Sentivano che, dietro la bonomia e, più
tardi, la rassegnazione, fermentava una personalità brillante,
mortificata da un ambiente conformistico senza pietà. Agli occhi
contemporanei tuttavia De Renzi e gli altri protagonisti
dell’architettura sociale INA – CASA hanno il merito di aver
trasformato le macchine per abitare promosse dall’International
Style nell’abitazione dell’uomo comune. Al ferro di cavallo di
Taut, alle fredde abitazioni di Le Corbusier, ai quartieri a
rotaia di Gropius, Roma risponde con stelle, casette bifamiliari,
fasci dispiegati secondo la morfologia e la storia del territorio;
il cemento si mescola alla pietra, il verde all’asfalto, le
aperture a nastro si trasformano in graziose finestre in legno, le
pareti ad intonaco vengono smorzate dalla pietra locale. Insomma
il linguaggio internazionale viene declinato con accenti
provinciali più vicini alla storia e alla geografia. La
riconoscibilità di quella che Zevi definirà Scuola Romana non
durerà a lungo. Agli inizi degli anni ’70 la convinzione di
doversi aggiornare e uniformare all’Europa, romperà gli ultimi
indugi. La vecchia guardia si mescola alla nuova: il Corviale di
Fiorentino a Roma, le Vele di Di Salvo a Secondigliano, il
Gallaratese di Aymonino e Rossi a Milano, rappresentano il segno
della svolta. È la città moderna che programmaticamente si scolla
dalla città antica pretendendo autonoma dignità. Ovunque,
nell’Europa occidentale come in quella comunista, sorgono
quartieri fitti di anonimi condomini con più di cento appartamenti
per edificio. Sulla carta i casermoni avrebbero dovuto
rappresentare l’alternativa verso più rapide realizzazioni e
minori costi; nella realtà italiana, i ritardi, la cattiva
gestione, la completa assenza di infrastrutture, la corruzione,
hanno fatto lievitare le spese e reso questi luoghi ancora più
inospitali. Ma anche là dove ambiti traguardi tecnologici sono
conseguiti, gli abitanti non hanno gradito, guardando con
rimpianto alle prime case INA, monumenti sommessi e discreti
all’abitare.





|
|