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BIOARCHITETTURA
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Numero 41 di febbraio-marzo 2005
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Tra origine e originalità
Ugo Sasso
Come tutti sappiamo, l’architettura non sta nell’inquadratura
sapiente, negli artifizi con cui i fotografi pettinano la realtà,
negli scorci bloccati di sghimbescio tra i rami frapposti per
l’occasione davanti alla macchina.
Proliferano tuttavia schiere di cultori che mantengono caparbia
contabilità circa gli “autori pubblicati”, si confrontano in
erudite tenzoni citando a menadito anno, progettista,
collaboratori, schizzi preliminari e variazioni in corso d’opera,
di realizzazioni che non hanno mai visto di persona né vedranno
mai (si tratta, in questo gioco, di un dettaglio irrilevante); che
sanno compilare graduatorie improbabili catalogando tutte e ognuna
delle immagini che affollano le riviste di settore e i siti
dedicati. La percezione che occupa il mondo degli addetti alla
progettazione si viene così a strutturare e organizzare come somma
di foto, gerarchie, dinamiche infedeli e inattendibili nella
sostanza, quasi che un dio oscuro si divertisse a confondere le
menti e i discorsi in un vortice di grafie ammalianti, a costruire
un grandioso artificio parallelo alla realtà, convenzionalmente
chiamato architettura. Forse è per aiutarci – come si dice – a
sognare, a salvarci dal grigiume che avvolge la quotidianità dei
condoni e dei capitolati: viva il segno che riscatta e nobilita
tutti, viva il mito a cui è concesso di inventare l’immagine del
mondo. O forse si tratta di un dio perverso che ci impedisce di
vedere come stanno davvero le cose, di guardare fuori dalla
finestra e capire come il costruire sia infangato in un brodo
intricato e squallido di frodi e corruzioni, che la periferia
cresce irrigidita attraverso empietà e turpitudini, esibizionismi
e mercimoni che distruggono in un amen il tessuto stratificato da
generazioni? O un dio astuto, che facendo leva su nostalgici
idealismi, evocando aulici discorsi sull’arte e sulla creatività,
riesce a convincerci che di qua sta la prassi e di là la poesia,
che una cosa è la vita e l’altra l’invenzione per condurci infine
all’innocua (per il sistema) conclusione che la via della
redenzione passa non attraverso l’impegno civile combattuto con
gli strumenti che pure la professione offre, bensì nell’eleganza
superflua di un dettaglio?
Fatto sta che leggendo di architettura, interessandosi del futuro
che le più sapienti giurie del globo vanno stabilendo per noi,
senza rendersene conto si scivola lungo pendii aristotelici
perdendo via via consapevolezza di cosa si stia discutendo, di
quale sia l’argomento e soprattutto il fine di tanto impegno. Ad
ogni buon conto si dimentica o comunque si trascura che la carta
stampata restituisce comunque una sorta di realtà
depotenzializzata, è un rendering edulcorato, un limbo a cavallo
tra realtà e finzione, un prodotto depurato della sua essenza così
come abbondano in commercio: caffé decaffeinato, panna degrassata,
birra non alcolica, mar mo di plastica, legno serigrafato. Eppure
in fondo lo sappiamo benissimo, continuiamo a dircelo
(evidentemente senza riuscire a esserne totalmente convinti):
l’architettura nella sua essenza è l’occhio (ma anche le mani, i
piedi, l’orecchio, la bocca) di chi la vive, è la rete di
relazioni che lo spazio consente e – possibilmente – agevola. Così
mentre sui libri e sulle centinaia di riviste di architettura (ma
quante sono?) si continua dottamente a discutere su stili e
stilemi, su quali siano le migliori strategie per qualificare la
città, su come gestire in maniera corretta le dinamiche
urbanistiche, sui limiti dell’urbanizzazione (quasi che il mondo,
per muoversi, fosse in attesa di un responso, di una indicazione
programmatica risolutiva), gli uomini costruiscono. Se solo si
riuscisse a guardare i numeri da un’ottica un tantino più
planetaria, ci si accorgerebbe che le città crescono, ma per loro
conto; crescono a dispetto di ogni assenza o presenza progettuale,
si espandono come possono attraverso la spinta degli abitanti che
occupano uno dietro l’altro, uno come l’altro, lo spazio. Più di
un miliardo di uomini e donne abitano in baracche ai limiti urbani
e il fenomeno continua ad allargarsi so spinto da una
irresistibile attrazione per le grandi città. Un rapporto dell’ONU
ci racconta che gli slum non sono – come si credeva – i luoghi del
crimine (l’incidenza non è più alta che nel resto delle città di
riferimento), le baracche non sono disponibili e gratuite per chi
vuole occuparle (esiste anzi un “regolare” mercato di vendita e di
affitto del tutto simile a quello degli “urbani”, con oneri più
alti in funzione della posizione privilegiata, della superficie,
delle rifiniture, ecc.) e quindi non sono abitate dai più poveri
fra i poveri (ma anche da studenti, operai, impiegati, donne
sole). Soprattutto non sono i luoghi della solitudine e della
desolazione: i livelli di socializzazione paiono particolarmente
alti e la commistione di gente diversa accomunata dalla difficoltà
del vivere porta anche a inventare nuove soluzioni organizzative e
culturali, per esempio in ambito musicale o visivo. Esecrare le
favelas è facile: rappresentano la definizione del non disegno,
del non progetto, la mancanza di servizi, di igiene, di ogni
apparente sistema organizzativo. Non compaiono nelle riflessioni
sull’architettura e sull’urbanistica perchè non riusciamo a
rintracciare il punto da cui partono né quello di arrivo, non
individuiamo spine dorsali o zonizzazioni funzionali. Poi alcune
riviste di architettura, alla ricerca della novità più nuova, ne
hanno parlato e riprodotto foto coloratissime. Così la situazione
più infamata e infamante è apparsa all’improvviso investita da una
sorta di redenzione, da un riscatto espressivo: il disordine
variopinto e sovrapposto, accolto come trend aggiornato, come
suggerimento anticonvenzionale per agghindare le facciate dei
nostri condomini repulsivi quanto costosi. Oppure è il fascino
romantico che il mito del buon selvaggio ancora proietta sulle
chiacchiere da salotto a conciliarci con la coscienza.
In realtà la lezione è ben altra: questo aggregato complesso,
organico, carico di vissuti che si intrecciano, porta una
dimensione originaria, arcaica, precedente a ogni idea di
funzionalità, di modernità, di architettura. Gli abitanti
abbandonati da politici, urbanisti, utopisti e architetti sono
tornati a farsi protagonisti dell’organizzazione spaziale, si sono
scoperti uomini e donne capaci di strutturare lo spazio così come
gli serve e gli piace in maniera da renderlo – attraverso una dura
lotta quotidiana – amichevole e protettivo, che porti riparo,
ricordi e opportunità.
Abbiamo costruito, stiamo costruendo con orgoglio (sic) pezzi di
città marci nella struttura più intima, non riscattabili dai
frammezzati monumenti – la scuola, il palazzo di giustizia, la
chiesa, il municipio, il museo – affidato ai miti più o meno
casalinghi dell’architettura. Mentre nelle facoltà e negli studi
si affannano a parlare di pulizia formale, atteggiamenti
analitici, complessità linguistiche, dinamismi disarticolati,
mentre producono disegni, planimetrie, funambolici 3D di quartieri
ecologici futuribili (basta spargere un po’ di fitodepurazione,
fotovoltaico, assi eliotermici) nel frattempo, non si sa bene
perchè e dove, si costruisce. Spesso con intensità violenta,
talvolta con dolorosa e disperata dolcezza. Alla fine anche i più
giovani, speranzosi e ubriachi; i più vecchi, adeguati o
disillusi, dovranno accorgersi che la realtà reale è quasi sempre
estranea ai nostri pensieri.
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