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BIOARCHITETTURA
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Numero 41 di febbraio-marzo 2005
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Lo strano caso del razionalismo
contaminato
Rossana Atena
Amsterdam, 1959: il City Periphery Committee presenta il piano
strutturale di espansione urbana della città, in direzione
sud-est, verso i polderds Bijlmermeer, prevedendo un insediamento
abitativo di social housing per 100.000 persone. Nel 1963
l’architetto G.S. Nassuth, a capo di uno studio di progettazione
urbana, The Bijlmermeer Team, presenta il progetto preliminare di
edilizia intensiva che prevede 40.000 appartamenti in edifici di
sei piani, rete viaria e parcheggi disposti su strutture
sopraelevate e piano terra adibito interamente ad area pedonale
con spazi di verde pubblico, piste ciclabili, specchi d’acqua e
servizi organizzati per distretti; dalla rete stradale si accede
ai parcheggi, messi in comunicazione con gli alloggi attraverso
per corsi coperti; all’interno del singolo edificio, e tra un
edifico e l’altro, vengono predisposti ulteriori percorsi che
connettono i servizi, gli spazi pubblici e le attività
commerciali. L’intento manifesto è quello di costruire una città
nella città, un’enclave urbana capace di autonomia e funzionalità.
L’approccio concettuale – e al tempo stesso, diremmo oggi, utopico
– deriva direttamente dalle teorie urbanistiche per le mega
strutture degli Anni ’60; il progetto segue i dettami del
Movimento Moderno applicando i concetti della Città Funzionale.
Confrontarsi oggi con l’intervento di Bijlmermeer, appare di
grande interesse: perfetto caso studio, puro esempio di
applicazione delle teorie urbanistiche del tempo e, soprattutto,
cartina tornasole capace di mettere in evidenza limiti e pregi di
tale approccio teorico e concettuale. Secondo alcuni, le ragioni
dell’insuccesso del progetto per Bijlmermeer vanno sostanzialmente
ricondotte ad una duplice insufficienza, di processo e di
programma. Si può parlare di insufficienza di processo in quanto
non fu mai realizzato nella sua interezza: è proprio durante
l’iter costruttivo che lo schema progettuale viene messo in crisi
e alterato. Gli eventi di Bijlmermeer, in parte ultimata nel 1975,
riflettono il susseguirsi di contrasti politici e programmatici,
piani e decisioni in cambiamento, assenza di coordinamento e di
gestione, divisioni sociali. Nel progetto originario l’archi tetto
G.S. Nassuth presenta una disposizione planimetrica degli edifici
che favorisce l’esposizione solare degli appartamenti, ma la
necessità dell’Amministrazione di abbreviare i tempi, porta a
semplificare lo schema planimetrico attraverso una mera
ripetizione seriale di uno stesso modulo esagonale; i piani degli
edifici, dai sei previsti, vengono portati a dieci; gli ascensori,
disposti da progetto ad una distanza massima di trenta metri,
vengono realizzati a distanze sempre più elevate; l’idea di
prevedere spazi di carattere semi-privato annessi agli
appartamenti (che potessero essere usati come sala hobby, zone
gioco per bambini, negozi, servizi, sport ecc.) distribuiti lungo
i corridoi, viene disattesa ancora una volta per ragioni
economiche; i servizi sociali non vengono mai realizzati.
Gli intenti di qualità abitativa perseguiti sulla carta con il
fine di superare i bassi standard delle case sociali, si scontrano
con la concreta realtà economica, politica e culturale del
contesto. Di fatto, le responsabilità del fallimento non sono
solamente ascrivibili ad accidenti di natura politico-economica.
Il programma del progetto nasce infatti segnato da eccessi di
funzionalizzazione e da quella che si potrebbe definire
iper-programmazione, in pratica una fragilità ideologica che
confida in qualità pedagogiche rivelatesi infondate sul piano
sociale; soprattutto la rigidità dell’impianto architettonico
impedisce ogni adattamento progressivo delle strutture agli eventi
e, di conseguenza, alle nuove necessità. La classe media olandese,
secondo programma destinataria degli appartamenti, non accoglie
l’invito al trasferimento soprattutto perché non è ancora ultimata
la connessione metropolitana con il centro della città e in ogni
caso, dovendo accettare il decentramento, si preferisce una
tipologia abitativa più bassa. Gli appartamenti vengono ultimati
nel 1975 e, contrariamente ad ogni programmazione, vengono
occupati dalla popolazione del Suriname che nello stesso anno
ottiene l’indipendenza e dà vita ad un repentino fenomeno di
immigrazione nel territorio olandese. Bijlmermeer si trasforma
immediatamente in vero e proprio centro di accoglienza per questi
immigrati. Gli spazi collettivi, in assenza di gestione da parte
dell’Amministrazione, vengono occupati dai Junky scacciati dalle
forze dell’ordine dal centro della città; i cavalcavia, pensati
per la separazione dei percorsi pedonale e carrabile, si
trasformano in fonti di pericolo per i pedoni: ogni angolo non
controllato diventa zona di rischio per la sicurezza. Da subito,
l’assenza di modelli di comportamento di vicinato, la presenza di
abitanti di culture diverse, la concentrazione di diseredati ed
emarginati sociali, pare abbandonare Bijlmermeer al suo destino di
ghetto.
Tuttavia i fenomeni che vi si manifestano ad un certo momento pare
raggiungano una sorta di equilibrio, acquisiscano capacità di
autoregolazione: gli spazi interni, modificati da continua e
stratificata azione di appropriazione illecita, determinano
processi di identità, di differenza e conseguente di
individualizzazione da parte degli abitanti, assolutamente non
previsto o prevedibile dal punto di vista progettuale. La
tipologia degli appartamenti, basata su uno schema semplice
composto da elementi standardizzati, conferisce una inaspettata
flessibilità e adattabilità: le unità abitative vengono così
suddivise e\ o accorpate per far fronte alla crescita demografica
della comunità e delle diverse classi sociali che si susseguono
nell’occupazione. Alcuni edifici vengono utilizzati e adattati ad
accogliere funzioni totalmente diverse da quelle ipotizzate, ad
esempio autosilos trasformati in luoghi di incontro comunitario o
adibiti allo svolgimento di funzioni religiose, le aree pubbliche
diventano private e viceversa, le distinzioni si fanno meno nette,
il processo di appropriazione partito dallo spazio interno si
estende verso l’esterno. Se la rigidezza strutturale dell’impianto
architettonico, la sua ripetizione seriale e ossessiva disorienta
e aliena, dall’altro dimostra nel tempo impreviste aperture e una
grande capacità di riconfigurazione funzionale anche attraverso la
diversificazione degli spazi esterni compresi tra gli edifici:
verde pubblico attrezzato, aree sportive, aree semi-private ecc.
Le esigenze dei singoli e dei gruppi, il desiderio di privacy, di
identificazione, di verde, di mobilità, o meglio, i loro requisiti
incrociati, generano nuovi luoghi all’interno di uno stesso
complesso.
Su tutto, l’immagine stentorea delle stecche degli edifici poste
in perentoria successione, continua ad ordinare lo spazio.
Leggendo il contesto secondo la dialettica di figura-fondo, i
comuni paradigmi di relazione a Bijlmermeer si invertono: la
presenza architettonica, generalmente intesa come figura, qui di
fatto si fa fondo. La risultante finale predominante è quella
della genesi spontanea, stratificata nel tempo, di spazi come
àmbiti differenziati che si sviluppano sulla scena della
continuità ininterrotta degli edifici. Il paesaggio urbano che ne
risulta è contemporaneamente anomalo e/o prevedibile. I progettati
percorsi pedonali e veicolari diversificati, intersecati con il
landscape naturale, mantengono manifesta l’alterità di Bijlmermeer
nei confronti della città storica; al tempo stesso la planimetria
appare come quella di una città giardino inglese estrusasi
verticalmente fino a generare una densità urbana.
Nel 1986 il Gruppo di studio per il Futuro di Bijlmermeer formato
dal Comitato Edili zio, del tutto incapace di leggere le dinamiche
in atto, propone come unica possibilità risolutiva delle
problematiche dell’area la demolizione e nuova costruzione di
alcune parti del complesso. A cogliere il fascino della struttura
astratta riempita di vitalità quotidiana, è invece Rem Koolhaas:
Bijlmermeer, pur sembrando anacronistico nel pluralismo
dell’urbanistica moderna, ne esalta il suo aspetto più eroico:
sembra che l’approccio verso le megastruture offra possibilità di
ricerca indirizzate verso l’utopia e l’impossibile per cercare una
più autentica relazione tra uomo e ambiente costruito, [...] la
grandezza monumentale costituisce uno spettacolo architettonico:
la sua monotonia, e freddezza esprimono il vero fascino del
Moderno. (Rem Koolhaas and Bruce Mau, S.M.L.XL., The Monacelli
Press, New York 1995). Di fatto l’Am mini stra zio ne di Amsterdam
si oppone all’abbattimento dando inizio ad una serie di interventi
di ristrutturazione e riconversione dell’area, sino a che si
incarica l’O.M.A di elaborare un progetto integrale di
riqualificazione. Ne risulta una impostazione progettuale che
accetta l’avvenuta rottura della monofunzionalità dell’impianto
originario ma ne ipotizza una profonda riorganizzazione:
attribuisce a ciascuna corte esagonale specifiche identità
programmatiche (teatro, campi sportivi, spiaggia e laghi
artificiali ecc.), diversifica gli spazi attraverso politiche di
privatizzazione e inserimento di nuove costruzioni per articolare
i livelli sociali; prevede l’abbattimento degli autosilos e la
riqualificazione dei sottopassi stradali occupandone la superficie
con attività commerciali. Il progetto non verrà mai realizzato,
tuttavia il dibattito e le riflessioni innescate portano a
processi autogeni di rivalutazione dell’area che poi costituiranno
riferimento per i successivi piani di intervento. La linea di
collegamento metropolitana che collega Bijlmermeer con il centro
di Amsterdam viene ultimata e nel 1995 numerosi servizi pubblici
vengono realizzati in adiacenza al complesso, tra questi la
Amsterdam Arena, centro polifunzionale attrezzato per eventi
sportivi e culturali. Bijlmermeer viene improvvisamente a trovarsi
in una posizione strategica: poco distante dall’aeroporto di
Schipol e dal centro della città, servita dalla linea ferroviaria
che collegherà Amsterdam e Utrecht. Il cresciuto interesse
economico e commerciale per l’a rea incentiva gli interventi di
recupero. La sicurezza diventa obiettivo primario e si rafforza il
controllo: un servizio di vigilanza sorveglia 24 ore su 24 i
corridoi che danno accesso alle unità abitative con un sistema di
telecamere a circuito chiuso per scoraggiare aggressioni e furti.
Si interviene soprattutto nelle aree maggiormente strategiche come
quelle in prossimità dei quartieri di Gropeneveen e Kruitberg,
interessati dal disastro aereo del 1992 che causò un altissimo
numero di vittime. L’ultimo intervento in ordine di tempo è quello
del concorso pubblico ad inviti indetto nel 2002 da parte di
Woningstichting Patrimonium per la ristrutturazione del Kleiburg
Block, un complesso abitativo di 500 appartamenti. Il progetto
vincitore, dello studio americano Greg Lynn Form, risponde con
chiarezza all’esigenza della committenza di modificare la
distribuzione interna e realizzare una riqualificazione formale
evitando di demolire il complesso. Interviene cioè sulla
distribuzione degli appartamenti, aumentata e diversificata con
ascensori e scale mobili poste all’esterno dei perimetri;
riorganizza le situazioni abitative con sistemi tecnologici di
controllo climatico e risparmio energetico; integra infine
all’interno di uno stesso edificio diverse tipologie quali loft,
duplex, case-ufficio, case con terrazze e con giardino, al fine di
differenziare l’offerta e integrare le classi sociali. Al termine
di questo processo di trasformazione, i ruoli paiono capovolti:
gli abitanti di Bijlmermeer si oppongono oggi in tutti i modi alle
scelte dell’Amministrazione e ad ogni demolizione, convinti che
l’inevitabile successiva edificazione di nuovi complessi
residenziali popolari provocherebbe nuove migrazioni di ceti meno
abbienti.





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