| |
BIOARCHITETTURA
|
Numero 41 di febbraio-marzo 2005
|
Storia di paese
Andreas Gottlieb Hempel
I suoli coltivabili stanno scomparendo ad un ritmo spaventoso,
coperti da una spalmatura di cemento e asfalto che li rendono
sterili per l’eternità: solo in Italia ogni anno circa 100.000
ettari di campagna vengono letteralmente divorati. I dati del
periodo 1967-97 (gli ultimi disponibili a livello europeo)
segnalano che mentre nel resto della Comunità è stato sacrificato
circa il 2% del terreno agricolo, in Italia il calo è stato del
20%. Abitazioni, ipermercati, autostrade, svincoli, parcheggi,
aeroporti, campi sportivi, discariche hanno usurpato oltre
3.000.000 di ettari. Questo è tanto più grave in quanto ogni
italiano dispone di soli 5000 m2
di territorio (montagne comprese) e, come terreno coltivabile,
meno di 2500 m2. Mentre in quello
che era il giardino d’Europa migliaia di cascine, casolari,
masserie, piccoli nuclei storici crollano nel disinteresse
generale, nelle regioni del nord basta possedere un ettaro di
campagna per potervi piazzare su qualcosa, nel sud basta la metà o
ancora meno, solo 3000 m2,
talvolta neppure accorpati. Questo, è tutto legale: gli abusi
tollerati, condonati, incentivati (fenomeno del tutto
incomprensibile a nord del Brennero) sono un’altra storia. Così
l’Italia è diventata – qualcuno gongola, altri addirittura se ne
vantano – tra i primi produttori di cemento e il primo per
disponibilità di abitazioni: ne abbiamo 26 milioni, cioè due vani
a persona, disabitati per il 20%. Poi ci lamentiamo di alluvioni,
allagamenti, smottamenti.
Da qualche parte tuttavia il pensiero che si debba iniziare con
qualche alternativa si fa (troppo lentamente?) strada, magari a
partire dalla concentrazione degli interventi in un’area più
condensata in maniera da non sprecare territorio e incentivare
ambiti di relazione. Tra gli atti in tale direzione merita
considerazione un intervento in Friuli non deciso da
amministrazioni rinsavite o da urbanisti sapienti, ma libera
scelta di normali imprenditori. Come molte altre parti d’Italia,
quarant’anni fa il Friuli era una regione essenzialmente agricola,
con morbidi paesaggi di pianura percorsi da nastri d’acque tra il
mare e i monti. Ma anche povero: tanti erano gli emigranti. Poi
sono cambiate le circostanze e costruzioni nuove e infrastrutture
hanno creato la base per posti di lavoro, per un benessere che
pone oggi questa regione mitteleuropea ai vertici tra i redditi
italiani. Le nuove condizioni hanno convinto molti vecchi
emigranti che era venuto il momento di far ritorno, ma nel
frattempo anche gli antichi erano borghi cambiati. Più di quanti
rimasti a gestire il rinnovamento, chi è partito, chi ha portato
negli occhi un pezzo dei luoghi abbandonati, ha percepito forte il
senso di straneamento, di assenza, a vedere senza preconcetti o
assuefazioni che l’identità rurale era persa, che capannoni e
costruzioni commerciali, strade e case erano sorte un po’ a caso
tra i campi quasi sempre senza alcun disegno urbanistico, senza
che fosse possibile rintracciarvi una logica. Sono stati i primi a
chiedesi se e come fosse ancora possibile rintracciare gli
elementi della propria identità, come riuscire a sentirsi a casa
in un ambiente talvolta brutto, spesso distrutto. Del resto oggi
né la popolazione, né l’economia crescono sotto le condizioni
scandite dal recente passato; nella competizione economica europea
e globale non sono più sufficienti i dati quantitativi della
produzione industriale o commerciale, ma torna ad avere
significato la qualità. Per conservare il successo economico
bisogna offrire alti livelli di vita capaci di attrarre gente
preparata e con livelli culturali consapevoli che la conoscenza
costituisce una importante fonte di benessere.
Anche a Fiume Veneto le planimetrie urbane sono cosparse di
coriandoli neri dal più diverso profilo. Però qua è stato deciso
che l’ampliamento urbanistico sarebbe diventato un pezzo di centro
urbano. Le condizioni c’erano. Intanto i committenti, appartenenti
a due famiglie originarie del posto che hanno percorso strade
diverse: una rimasta ad operare sul territorio nel settore
dell’edilizia pubblica, privata e immobiliare; l’altra, spostatasi
in Germania per quasi un quarto di secolo, vi ha impiantato una
industria alimentare di successo, oggi in parte trasferita in
Italia. L’altra condizione favorevole è stata la vendita in blocco
dell’isola sul fiume, quando il cotonificio Olcese ha
definitivamente chiuso i battenti.
I due imprenditori hanno acquistato l’immobile – un pezzetto di
storia della loro comunità – senza ancora un’idea chiara del
procedere. L’Ammini stra zione comunale ha seguito l’ope razione
con interesse e ha richiesto criteri di qualità sia per ogni
intervento architettonico sia come attenzione ambientale rispetto
ad un’area particolarmente delicata. È maturata così l’idea di
edificare un nuovo centro capace di rispondere alle esigenze della
comunità, con tanto di municipio, museo, auditorium e altre
attrezzature collettive. È stato bandito un concorso d’idee
internazionale che richiedeva l’individuazione di una strategia di
riuso dell’isola di Fiume (circa 100.000 m2)
con i suoi obsoleti stabilimenti di produzione, uffici, centrale
di energia idroelettrica e il mulino presente al l’esterno
dell’isola fin dal XIII secolo. Bisognava individuare
infrastrutture, aree da riservare ai futuri interventi pubblici,
le caratteristiche dell’edificazione per la residenza, il
terziario, le attrezzature e i servizi. Tra le numerose proposte,
sono state accettate le seguenti linee guida:
• il parco fluviale doveva coinvolgere il nuovo centro urbano;
• i volumi del vecchio cotonificio dovevano essere mantenuti
convertendoli a nuove funzioni;
• andava evitato ogni traffico individuale non necessario al
funzionamento dell’isola;
• tutti gli elementi urbani (abitazioni, lavoro, servizi comunali,
negozi e cultura) andavano integrati in una rete attiva ed urbana;
• nell’abitare andavano integrate le diverse generazioni;
• la conformazione architettonica del centro urbano doveva fungere
da attrazione per un’area più vasta.
La proprietà si è riservata il diritto di realizzare a propria
discrezione uno dei tre progetti vincitori (Guido Masè (I) –
Ekaterini Likopoulou (GR) – Christopher Green (F) ) che hanno
posto scelte in parte alternative, di cui la giuria ha segnalato
pregi e difetti. Il progettista a cui affidare l’incarico per la
redazione del piano attuativo – piano regolatore particolareggiato
comunale – che costituirà anche variante al piano regolatore
generale comunale, sarà individuato mediante procedura negoziata.
Ad ogni modo l’esempio di public / private partnership, in tempi
di vacche magre per le casse pubbliche, pare davvero interessante.
Se sono rose, qual cosa fiorirà.



|
|