A. WEGER
LIBRERIA BRESSANONE

via Torre Bianca, 5
39042 Bressanone BZ
Tel. +39 0472 836164
Fax. +39 0472 801189
info@weger.net

 
 
 
BIOARCHITETTURA
 

Numero 41 di febbraio-marzo 2005

Storia di paese
Andreas Gottlieb Hempel

I suoli coltivabili stanno scomparendo ad un ritmo spaventoso, coperti da una spalmatura di cemento e asfalto che li rendono sterili per l’eternità: solo in Italia ogni anno circa 100.000 ettari di campagna vengono letteralmente divorati. I dati del periodo 1967-97 (gli ultimi disponibili a livello europeo) segnalano che mentre nel resto della Comunità è stato sacrificato circa il 2% del terreno agricolo, in Italia il calo è stato del 20%. Abitazioni, ipermercati, autostrade, svincoli, parcheggi, aeroporti, campi sportivi, discariche hanno usurpato oltre 3.000.000 di ettari. Questo è tanto più grave in quanto ogni italiano dispone di soli 5000 m2 di territorio (montagne comprese) e, come terreno coltivabile, meno di 2500 m2. Mentre in quello che era il giardino d’Europa migliaia di cascine, casolari, masserie, piccoli nuclei storici crollano nel disinteresse generale, nelle regioni del nord basta possedere un ettaro di campagna per potervi piazzare su qualcosa, nel sud basta la metà o ancora meno, solo 3000 m2, talvolta neppure accorpati. Questo, è tutto legale: gli abusi tollerati, condonati, incentivati (fenomeno del tutto incomprensibile a nord del Brennero) sono un’altra storia. Così l’Italia è diventata – qualcuno gongola, altri addirittura se ne vantano – tra i primi produttori di cemento e il primo per disponibilità di abitazioni: ne abbiamo 26 milioni, cioè due vani a persona, disabitati per il 20%. Poi ci lamentiamo di alluvioni, allagamenti, smottamenti.
Da qualche parte tuttavia il pensiero che si debba iniziare con qualche alternativa si fa (troppo lentamente?) strada, magari a partire dalla concentrazione degli interventi in un’area più condensata in maniera da non sprecare territorio e incentivare ambiti di relazione. Tra gli atti in tale direzione merita considerazione un intervento in Friuli non deciso da amministrazioni rinsavite o da urbanisti sapienti, ma libera scelta di normali imprenditori. Come molte altre parti d’Italia, quarant’anni fa il Friuli era una regione essenzialmente agricola, con morbidi paesaggi di pianura percorsi da nastri d’acque tra il mare e i monti. Ma anche povero: tanti erano gli emigranti. Poi sono cambiate le circostanze e costruzioni nuove e infrastrutture hanno creato la base per posti di lavoro, per un benessere che pone oggi questa regione mitteleuropea ai vertici tra i redditi italiani. Le nuove condizioni hanno convinto molti vecchi emigranti che era venuto il momento di far ritorno, ma nel frattempo anche gli antichi erano borghi cambiati. Più di quanti rimasti a gestire il rinnovamento, chi è partito, chi ha portato negli occhi un pezzo dei luoghi abbandonati, ha percepito forte il senso di straneamento, di assenza, a vedere senza preconcetti o assuefazioni che l’identità rurale era persa, che capannoni e costruzioni commerciali, strade e case erano sorte un po’ a caso tra i campi quasi sempre senza alcun disegno urbanistico, senza che fosse possibile rintracciarvi una logica. Sono stati i primi a chiedesi se e come fosse ancora possibile rintracciare gli elementi della propria identità, come riuscire a sentirsi a casa in un ambiente talvolta brutto, spesso distrutto. Del resto oggi né la popolazione, né l’economia crescono sotto le condizioni scandite dal recente passato; nella competizione economica europea e globale non sono più sufficienti i dati quantitativi della produzione industriale o commerciale, ma torna ad avere significato la qualità. Per conservare il successo economico bisogna offrire alti livelli di vita capaci di attrarre gente preparata e con livelli culturali consapevoli che la conoscenza costituisce una importante fonte di benessere.
Anche a Fiume Veneto le planimetrie urbane sono cosparse di coriandoli neri dal più diverso profilo. Però qua è stato deciso che l’ampliamento urbanistico sarebbe diventato un pezzo di centro urbano. Le condizioni c’erano. Intanto i committenti, appartenenti a due famiglie originarie del posto che hanno percorso strade diverse: una rimasta ad operare sul territorio nel settore dell’edilizia pubblica, privata e immobiliare; l’altra, spostatasi in Germania per quasi un quarto di secolo, vi ha impiantato una industria alimentare di successo, oggi in parte trasferita in Italia. L’altra condizione favorevole è stata la vendita in blocco dell’isola sul fiume, quando il cotonificio Olcese ha definitivamente chiuso i battenti.
I due imprenditori hanno acquistato l’immobile – un pezzetto di storia della loro comunità – senza ancora un’idea chiara del procedere. L’Ammini stra zione comunale ha seguito l’ope razione con interesse e ha richiesto criteri di qualità sia per ogni intervento architettonico sia come attenzione ambientale rispetto ad un’area particolarmente delicata. È maturata così l’idea di edificare un nuovo centro capace di rispondere alle esigenze della comunità, con tanto di municipio, museo, auditorium e altre attrezzature collettive. È stato bandito un concorso d’idee internazionale che richiedeva l’individuazione di una strategia di riuso dell’isola di Fiume (circa 100.000 m2) con i suoi obsoleti stabilimenti di produzione, uffici, centrale di energia idroelettrica e il mulino presente al l’esterno dell’isola fin dal XIII secolo. Bisognava individuare infrastrutture, aree da riservare ai futuri interventi pubblici, le caratteristiche dell’edificazione per la residenza, il terziario, le attrezzature e i servizi. Tra le numerose proposte, sono state accettate le seguenti linee guida:
• il parco fluviale doveva coinvolgere il nuovo centro urbano;
• i volumi del vecchio cotonificio dovevano essere mantenuti convertendoli a nuove funzioni;
• andava evitato ogni traffico individuale non necessario al funzionamento dell’isola;
• tutti gli elementi urbani (abitazioni, lavoro, servizi comunali, negozi e cultura) andavano integrati in una rete attiva ed urbana;
• nell’abitare andavano integrate le diverse generazioni;
• la conformazione architettonica del centro urbano doveva fungere da attrazione per un’area più vasta.
La proprietà si è riservata il diritto di realizzare a propria discrezione uno dei tre progetti vincitori (Guido Masè (I) – Ekaterini Likopoulou (GR) – Christopher Green (F) ) che hanno posto scelte in parte alternative, di cui la giuria ha segnalato pregi e difetti. Il progettista a cui affidare l’incarico per la redazione del piano attuativo – piano regolatore particolareggiato comunale – che costituirà anche variante al piano regolatore generale comunale, sarà individuato mediante procedura negoziata. Ad ogni modo l’esempio di public / private partnership, in tempi di vacche magre per le casse pubbliche, pare davvero interessante. Se sono rose, qual cosa fiorirà.

 

 

 

 
   

Torna al numero 41 di BIOARCHITETTURA

Torna alla pagina degli arretrati di BIOARCHITETTURA

 

Casa editrice

Istituto Nazionale Bioarchitettura

 

 

 
 
 

 

I numeri dal 35 al 52

Sono editi dalla Mancosu Editore di Roma, a cui richiedere eventuali numeri arretrati.

   BIOARCHITETTURA Service
   Abbonamenti
   Contatto
   Redazione

  

   Redazione

   BIOARCHITETTURA

   C.P. 61 - 39100 Bolzano
   0471.278294