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BIOARCHITETTURA
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Numero 42 di aprile-maggio 2005
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Ambasz e le categorie
Ugo Sasso
“Un paesaggio abitato è un paesaggio compreso. Non nel
significato scientifico, ma come partecipazione umana. Oggi
purtroppo manca l’intendimento dell’interazione nell’unità e la
pianificazione paesaggistica è per la massima parte motivata da
cognizioni scientifiche frammentarie.”
C. Norberg-Schulz
Ogni raggruppamento corrisponde ad una semplificazione e, come
sappiamo, le semplificazioni non restituiscono – per definizione –
la complessità del reale. Se l’azione di raggruppare elementi che
posseggono qualche similitudine, costituisce la struttura
fondamentale del nostro approccio alla realtà e quindi alla
comunicazione, la sua funzionalità dipende quasi del tutto dai
fattori che adottiamo nella separazione. Ad esempio, applicando
ambiti dimensionali, metteremo da una parte le mele (sia rosse che
gialle) e le arance, separandole dal gruppo di albicocche e
fragole; se invece ci orientassimo secondo affinità cromatiche, le
mele rosse andrebbero con le fragole e le mele gialle con le
albicocche. Diverso ancora se invece seguissimo i contenuti di
acidità o i periodi di maturazione ecc. Naturalmente il numero
delle categorie può essere aumentato a nostro piacere (per esempio
una categoria per ogni sfumatura di colore) mantenendo però
consapevolezza che se fissiamo un numero troppo alto di categorie,
eviteremo le promiscuità al limite dell’assurdo ma il rispetto per
le specificità avrà in proporzione limitato i progressi di
catalogazione. Detto ciò, se non si vuol essere travolti dal caos,
bisogna sia pure grossolanamente “far ordine”. Il preambolo può
essere apparso lungo, ma risulta importante in particolare quando
si parla di architettura, fenomeno complesso e oggi preda di
mitologie e fraintendimenti (basti pensare alla falsante
distinzione tra edilizia e architettura, a cui ancora si ricorre
nelle accademie per giustificare le periferie ed esaltare i
monumenti). Sono dunque – a nostro avviso – sicuramente
rintracciabili nel dibattito contemporaneo, almeno tre diverse
posizioni ideologiche.
Da una parte si sostiene che anche il disordine, la cacofonia, la
babele formale e organizzativa del nostro paesaggio quotidiano,
dove le residenze si mescolano a discariche e capannoni
industriali, dove il neo-moderno si accompagna al neo-speculativo
e al post-vernacolare, sia comunque possibile rintracciare un filo
che, una volta evidenziato e colorato, ci conduce alla qualità e
quindi all’estetica. I presupposti richiesti da questa posizione,
che potremmo definire “aperta” e di palpitante coscienza, non sono
dei più semplici: si tratterebbe di leggere, in corsa, quello che
accade intorno, accanto e dentro di noi e riuscire in tempi reali
a fare ipotesi, avanzare soluzioni, discernere i frammenti che in
potenza possono germinare, dagli altri – rumori e disturbi
(davvero tanti) – da oscurare. Operazione difficile dunque, che
per altro non va confusa con quella che possiamo definire
“meccanica” e che – al di là dei pochi o tanti successi ottenuti
là dove è stata disinvoltamente applicata – ci risulta poco
condivisibile nell’approccio metodologico. Stiamo parlando della
parola d’ordine portata avanti dal sistema delle riviste di
settore, dove il “mostro” contiene più notizia del normale,
posizione sempre più accolta dai sindaci, soprattutto quelli che
possono permettersi (in tutti i sensi) le estrosità dei big, che
ritengono di poter: “riscattare dall’anonimato le periferie
mediante il pellegrinaggio di studiosi, giornalisti ed architetti
richiamati da ogni parte del mondo a vedere l’opera del Maestro”.
Si tratta, come è intuibile, di una azione basata sulla
giustapposizione, fiduciosa che la qualità dell’insieme si ribalti
(migliori) aggiungendo al contesto elementi “validi” e non già –
come invece appare subito evidente soffermandosi a considerare le
ragioni portate da un qualunque scorcio di edilizia storica –
sforzandosi di stabilire fra gli oggetti i possibili rapporti,
rimandi, flussi e connessioni. Nel nostro (disastrato) caso:
cuciture. Si tratta di quella posizione che continua a proporre il
riscatto del banale asfittico dell’edilizia corrente attraverso
l’inserimento, nell’unico spazio vuoto rimasto, di un monumento:
una chiesa, una scuola, il municipio o il palazzo di giustizia.
Purché, naturalmente, progettato dalla Grande Firma.
Ma poiché la visione del nostro organismo vivente non può che
interpretare in maniera organica, relazionata e complessiva la
realtà, ogni sforzo operato in tale direzione risulta
tendenzialmente vano. Sarebbe come sperare di migliorare lo
squallore di un parcheggio facendovi sostare delle Lamborghini.
Appare tuttavia altrettanto sterile la strada che, spesso
sostenuta dagli eco-verdi, chiameremo “ambientalista”: valutare la
molteplicità mescolata del reale rispetto ad una definizione
astratta e teorica del bene e del male, del giusto e
dell’ingiusto, del brutto e del bello. Questo commisurare il
coacervo di interessi materiali e morali che sempre compongono la
vita, con una situazione assolutamente idealizzata, porta ad
annullare, azzerare tutto quanto emerge o può emergere, dalla
proposta complessa dei materiali viventi qui ed ora; è la rinuncia
a capire la realtà, la struttura organica che comunque compone
quella precisa situazione e quindi a negare le regole e le forze
che si vanno organizzando come linguaggi, forme, strutture,
veritiere ed attendibili per definizione. Una posizione che tende
quindi al congelamento, al rimpianto, alla chiusura.
Sostengono invece i primi, gli “aperti”, che sotto il profilo
antropologico la realtà nella quale viviamo non rappresenta altro
che la civiltà che ci siamo scelti, quella specifica maniera di
intendere la storia che di continuo diviene e si organizza intorno
e con noi. Dovremmo invece riuscire a comprendere la logica
sottesa dalle dinamiche spontanee di crescita e coglierne le
potenziali poetiche e quindi la figuratività espressiva, vera
alternativa (unica?) al finto, manipolato, condizionato, in una
parola all’artificiale che viene proposto sia come nuovo più nuovo
sia come epidermide del vecchio.
Se guardiamo ora con attenzione le architetture di Emilio Ambasz e
cerchiamo di ricondurle ad un denominatore comune, ci accorgiamo
di non riuscire a inserirle in nessuna delle tre categorie su
accennate. La sue opere, lungi dall’assecondare le disordinate
cacofonie, pongono ordine; non operano per giustapposizioni quanto
piuttosto per equilibri, rimandi, ritmi. Gli elementi semantici
sono sicuramente classici nei reciproci equilibri ma gli snodi, le
articolazioni, sconcertano; i volumi procedono per segnali,
metafore ed emblemi, assumono platealità scevra da ogni mimesi ma
al contempo si mascherano, si inabissano, talvolta con ritrosia si
riducono a cenni ed ammiccamenti. Ambasz ordina e tuttavia
nasconde, afferma e insieme ironizza, impone ma spiazza con il
sapore improvviso di una scelta inaspettata, sempre utilizzando
contraddizioni e antinomie dell’epoca presente, consapevole della
superficialità della comunicazione e del mondo delle immagini ma
anche dell’esigenza di profondità nella ricerca di valori
simbolici. La sua attenzione alle specificità del contesto è
evidente, così come sono molteplici le citazioni, che tuttavia
attingono più al bagaglio del fantastico e surreale che alla
prassi consolidata dell’arte del costruire. Ne scaturisce una
architettura opulenta, che dà spettacolo di se stessa anche quando
lascia emergere solo alcuni selezionati, intensi segnali (i
tesori, da sempre, non sono celati nel ventre delle terra?).
Evento molto raro al mondo, mette d’accodo mecenati, riviste di
architettura, settimanali femminili, critici e studenti
universitari; fondamentalmente perché gli riesce di riproporre
nella modernità (con quell’attualità di materiali e linguaggio che
la critica unanime ritiene condizione indispensabile per
l’ammissione all’Olimpo) la mitologia dell’architettura come Madre
di tutte le arti, come tensione culturale che deve rifuggire da
ogni banalizzazione, segno intelligente dell’uomo che rende il
territorio intelleggibile all’uomo.
Come egli sa bene, la forma di un’automobile ha oggi dimenticato
le relazioni che la legavano alla meccanica interna e segue valori
simbolici, la comfortevolezza della guida, l’ergonomia, la
percezione di sicurezza, addirittura la sensazione che ad ogni
chilometro “si risparmi energia”.
Per questo i suoi interventi (e sono tantissimi, quasi che sotto
il nome di Ambasz si celasse una sigla di gnomi infaticabili e
onnipresenti) finiscono talvolta per assumere le sembianze di
“monumenti” – si badi bene: senza mai esserlo fino in fondo,
salvati in extremis da quell’accento autoironico che parrebbe il
vero filo conduttore della sua opera – cioè elementi che si
pongono al di sopra e al di là di ogni contestualità; che non
“ri-prendono” ma “re-inventano” i luoghi, con forza, autonomia,
ostinazione. Anche vellutata violenza; nella logica di un
paesaggio “naturale” reso assolutamente credibile grazie alla sua
assoluta artificiosità, nella dimensione tecnologica capace di
amalgamare in maniera indissolubile naturale e artificiale,
corporeo e incorporeo, verde e cemento. Se il suo primo strumento
è di certo una geniale fantasia, ad esso seguono ruspe
gigantesche.
Mycal Cultural and Athletic Center at Shin-Sanda
Hyogo Prefecture, Japan
Il progetto per il Mycal Cultural and Athletic Center di
Shin-Sanda è stato commissionato da uno dei maggiori dipartimenti
commerciali giapponesi a servizio non solo dei suoi impiegati ma
di tutta la crescente comunità locale. Si tratta di una serie di
ambienti amministrativi di dimensioni diverse, dai piccoli e
raccolti luoghi di incontro alle grandi sale multifunzionali, agli
spazi destinati alla cura del corpo e alla ginnastica, al centro
di fitness, hotel e sale per accogliere gli ospiti, ai parcheggi
sotterranei. Dal sito è possibile guardare al di là di un bacino
d’acqua preesistente verso un lussureggiante campo da golf. La
sfida più difficile era quella di relazionare le dimensioni di un
edificio che avrebbe dovuto svilupparsi attorno ad una piazza di
circa 130.000 m2, con il sereno paesaggio circostante. L’idea di
Ambasz fu di disegnare gli edifici come due mani che si toccano
all’altezza dei polsi, quasi a proteggere e accarezzare la terra.
Questa configurazione allo stesso tempo origina e circonda un
nuovo giardino costruito a terrazze, creando un unico percorso
visivo tra i nuovi edifici, il bacino e i campi da gioco in
lontananza. L’intero volume dell’edificio risulta come un semplice
ed elegante muro a forma di L che funge da contrafforte al verde
pendio. La parte fuori terra, snella e svettante, ospita gli
uffici e le sale riunione di dimensioni minori mentre i volumi
maggiori, che accolgono i centri di atletica e le grandi sale
multifunzionali, sono interrati e celati dai giardini pensili. Una
teoria di vasche riflettenti, che ha origine nella parte più alta
del giardino, scende dall’una all’altra fino a raggiungere il
bacino d’acqua preesistente, unendo in maniera naturale il nuovo
edificio allo scenario esistente. Allo stesso tempo lucernari
interni alle vasche permettono alla luce naturale indiretta di
illuminare gli spazi pubblici interni. Pur adottano le tecniche
del paesaggio tradizionale, questi giardini si relazionano in
maniera nuova e originale alle condizioni locali. Così come
avveniva negli antichi spazi a verde che secondo la tradizione
giapponese “prendono in prestito il paesaggio naturale”, la teoria
di terrazze di Shin-Sanda crea una serie di silenziosi spazi
ideali per la contemplazione, il riposo o semplicemente per
rimanere seduti al sole a godere della vista dello stagno e della
foresta, quasi che il panorama più distante appartenesse ed
entrasse nel giardino stesso.
Una serra dalle linee pulite e dal perimetro sinuoso costeggia i
due fronti esterni dell’edificio e ne addolcisce l’imponente
volume, creando allo stesso tempo un filtro al rumore e al
traffico della vicina strada urbana. Questa serra offre
un’ulteriore opportunità di apprezzare il rapporto con la natura:
scaldato dal sole in ogni periodo dell’anno, questo giardino
d’inverno è in perenne fioritura, offrendo invitanti aree di sosta
come il centro sportivo, il caffè, e aree destinate all’ozio.
Ancora fiori e cascate di fogliame adornando entrambe le facciate,
come se il panorama verde dell’esterno fluisse all’interno
dell’edificio, immergendo ogni piano nel comfort accogliente del
giardino interno.Phoenix Museum of History
Phoenix, Arizona
Il Museo di Storia di Phoenix rappresenta il progetto-pilota di un
ambizioso programma di riqualificazione del centro urbano. L’idea
di Ambasz era quella di relazionare una città sorta tra montagne e
territori selvaggi, capitale di uno Stato famoso per il grande
fascino dei suoi paesaggi naturali, con i suoi spettacolari
circondari. La necessità di realizzare un ampio parcheggio diventa
così opportunità di portare natura e aree pubbliche in pieno
centro cittadino.
Il museo e il relativo parcheggio, destinato ad accogliere 800
auto e che dovrà servire anche gli adiacenti Musei della Scienza e
delle Dimore Storiche, sono ricavati all’interno di due lievi
pendii erbosi. Gli elementi strutturali, comuni al museo e al
parcheggio, sono stati studiati nel rispetto dei limiti imposti da
un budget ridotto. Tra i due pendii, posti ad altezze diverse, un
esile guscio ricurvo alto cinquanta piedi crea una piazza interna
pavimentata che funge da ingresso principale al museo. Le gallerie
del museo, l’auditorio, le aule, l’archivio, la biblioteca e gli
uffici sono organizzati su due livelli fuori terra sopra i quali
si estende il pendio più alto, mentre le aree di parcheggio
completamente interrate corrono al di sotto del pendio più lieve.
Il muro posteriore del pendio guarda verso la strada e accoglie
gli spazi adibiti a depositi e ad uffici amministrativi. Il luogo
che custodisce la memoria dei primi coloni e della fondazione
della città, all’esterno sembra piuttosto raccontare la sua storia
geologica come se un ruscello estinto da tempo avesse scavato un
solco e lasciato i suoi sedimenti.
Il guscio in cemento, che abbraccia il pendio più alto, mostra al
visitatore un andamento convesso che, in prossimità dell’ingresso
al museo, improvvisamente si piega in un flesso quasi come se un
gigante lo avesse colpito e ne avesse invertito il percorso.
L’andamento sinuoso di questo muro forgia un cortile aperto nel
quale sporgono sezioni triangolari di muratura, a ricordo dei
contrafforti che caratterizzavano l’architettura indigena in adobe,
e creano lungo il perimetro interno una teoria di luci e ombre.
Dal cortile ovale, attraverso un atrio colonnato, il visitatore si
inoltra all’interno delle sale, come se discendesse nel profondo
della terra mentre il pendio sale tutto intorno. Come gli antichi
cortili colonnati delle Missioni Spagnole, lo spazio all’aperto è
ricco di piante, fontane e piscine riflettenti. Fresche grotte
nelle quali piccole cascate adorne di muschio gocciolano
continuamente offrono un ulteriore spazio di esposizione
all’aperto e, dopo l’orario di chiusura del museo, diventano
cornice ideale per concerti e manifestazioni pubbliche.Research
Laboratories Austin, Texas
Il fine di questo studio relativo al progetto per Laboratori di
ricerca che dovrebbero essere realizzati poco lontano dalla città
di Austin, è stato quello di creare ambienti che permettessero a
gruppi di ricerca di dimensioni diverse di lavorare, promuovendo
allo stesso tempo la comunicazione tra individui e gruppi. La
configurazione prescelta soddisfa le necessità dei clienti e, allo
stesso tempo, si avvantaggia della collocazione dell’edificio. Al
fine di realizzare una struttura in armonia con il paesaggio
circostante piuttosto che in netta contrapposizione ad esso, il
progetto è stato suddiviso in una serie di edifici più piccoli che
sembrano nascere dalla terra integrandosi nel panorama, riducendo
i costi energetici e offrendo ai clienti l’atmosfera da campus
universitario richiesta. Gli edifici e gli spazi ricreativi
sembrano disporsi casualmente attorno ad un lago artificiale, alla
maniera di un giardino inglese. Gli edifici si confondono con il
territorio circostante e offrono un’atmosfera piacevole agli
impiegati che possono godere di piacevoli scorci. Inoltre, la
disposizione stessa degli edifici spinge i lavoratori ad uscire e
prendere direttamente contatto con il panorama, invece di rimanere
ad osservarlo da una finestra dell’ufficio. Il progetto degli
interni, particolarmente innovativo, è consistito nella creazione
di un grande spazio indifferenziato nel quale sono stati
organizzati gli uffici dei ricercatori consistenti in unità mobili
di 9x9 piedi. Le unità, nelle quali sono già inclusi scrivanie e
scaffali, vengono completate da una porta e una finestra collocate
su lati opposti. Ogni ricercatore ha sotto controllo
l’illuminazione, l’acustica, e la temperatura della sua unità, e
allo stesso tempo gode anche il riserbo di un ufficio più
tradizionale. Qualora esigenze lavorative diverse richiedessero
una nuova ubicazione, le unità mobili possono essere mosse
rapidamente e facilmente grazie a montacarichi. La vicinanza di
queste unità e la presenza di molti ambienti comuni favoriscono la
comunicazione all’interno del gruppo di lavoro. Il progetto di
questo laboratorio unisce gli aspetti migliori della tipologia
open space – quali appunto flessibilità e facilità di
comunicazione – a quelli degli uffici di impianto tradizionale,
quali bassi livelli di rumore, riservatezza, controllo individuale
dell’ambiente e un senso di accoglienza.




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