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BIOARCHITETTURA
 

Numero 42 di aprile-maggio 2005

Archeologia industriale
Ginevra de Colibus

Mentre possiamo far risalire la nascita dell’architettura industriale all’avvento della Rivoluzione Industriale, e quindi alla metà del ’700, è solo nella Gran Bretagna degli anni Cinquanta che si comincia a parlare di Archeologia Industriale. Considerati per lungo tempo espressioni di un’architettura funzionale e quindi “minore” se contrapposta a quella “artistica” settecentesca e ottocentesca, gli edifici industriali erano, soprattutto agli esordi, vincolati a pesanti problematiche impiantistiche e all’uso di materiali dichiaratamente poveri che escludevano o limitavano qualunque ornamento o decorazione, riducendo drasticamente l’ampio corredo del lessico classico. Il ricorso a volumetrie e a forme libere da ogni regola preordinata, dettate esclusivamente da esigenze funzionali, o l’utilizzo di elementi standardizzati, facilmente assemblabili e ripetibili ad infinitum, che consentivano un notevole abbattimento dei costi, confermavano il poco credito goduto da questi luoghi. Gli sviluppi dell’industria siderurgica, grazie ai quali si andavano ottenendo materiali qualitativamente migliori prodotti su grande scala, diedero il via già nella seconda metà del XVIII sec. alle grandi sperimentazioni ingegneristiche, che coinvolsero anche le tipologie edilizie destinate all’industria. L’architettura industriale divenne così luogo privilegiato di sperimentazione tecnologica e costruttiva, in grado di assecondare le sempre nuove esigenze dell’attività produttiva. La storia degli edifici industriali si intreccia quindi intimamente – più dell’architettura residenziale o rappresentativa – a quella dei materiali e dei componenti edilizi: bastino gli esempi di travi e pilastri nel progetto di strutture e coperture, realizzati prima in ghisa e ferro, e successivamente in cemento armato. L’architettura industriale può essere letta anche come storia delle tecniche costruttive, da quelle che consentivano l’illuminazione dall’alto – e quasi sempre da nord – di grandi superfici (il cosiddetto shed), fino alle più avanzate tecniche di prefabbricazione. Il secolo XX si apre quindi con il largo impiego di nuovi materiali e l’adozione di forme funzionali concepite razionalmente: agli schemi semplici ad un solo piano si sostituiscono soluzioni articolate, che si sviluppano su più piani o presentano una grande sala centrale a diversi livelli: dalla fabbrica di Turbine realizzata nel 1911 da Peter Behrens per l’Aeg alla Fiat Lingotto di Torino progettata da Mattè Trucco nel 1926 con una pista di prova ad anello sul piano di copertura. L’idea stessa di architettura industriale, così fortemente caratterizzata da innovazione e stretto funzionalismo, non può rimanere trascurata da una architettura che riconosce in tali principi i cardini stessi della propria produzione. Entra quindi di diritto nella storia dell’architettura moderna, diventando uno dei maggiori temi di dibattito del Movimento razionalista, che in Italia coinvolge architetti come Pagano e Terragni. Del resto la libera orientazione dei volumi nello spazio, articolata su schemi aperti, fra i caratteri dell’architettura razionalista, è quello di più chiara radice industriale: la necessità di organizzare i processi produttivi definisce infatti schemi rigorosi, ricchi di successioni e di accostamenti volumetrici non precostituiti, ma aderenti alla varietà dei percorsi connessi ai processi di produzione. Solo in tempi più vicini l’architettura industriale si orienterà verso soluzioni complesse e organiche, come ad esempio le fabbriche di Alvar Aalto in Finlandia. L’analisi delle testimonianze sul territorio e i resti materiali collegati al processo di industrializzazione deriva quindi per certi versi dall’urgenza storiografica di conoscere e organizzare, sia cronologicamente sia concettualmente, i percorsi che partono dalla Rivoluzione Industriale del sec. XVIII e giungono sin quasi ai nostri giorni, ma anche dal bisogno di tutelare le tracce di un passato che la rapida riconversione produttiva, unita all’intensa urbanizzazione del secondo dopoguerra, rischiano di cancellare definitivamente. Ma ben presto l’ambito di interesse dell’archeologia industriale si allarga, dalle strutture in cui si svolgevano i processi produttivi, sino a comprendere la memoria delle relazioni sociali, del lavoro, della cultura tecnica, nonché il settore delle infrastrutture. L’Archeologia Industriale si dà cioè anche il compito di mettere in evidenza l’evoluzione dell’architettura in funzione delle esigenze del luogo di lavoro e dell’organizzazione della produzione, che nel corso dei secc. XVIII e XIX hanno subìto continue trasformazioni: opifici, magazzini, doks, impianti minerari, ponti, ferrovie, macchinari, villaggi e case operaie vengono rivalutati, promossi a materia di studio e a beni oggetto di conservazione e tutela. Anche i confini temporali della materia si dilatano: vengono analizzate le diverse tappe che hanno preceduto lo sviluppo industriale del sec. XVIII, dalle varie forme della protoindustrializzazione (dai motori idraulici alle macchine e ai primi procedimenti di lavorazione di ferro e ghisa), ai manufatti preesistenti come mulini o edifici manifatturieri, sui quali spesso sono state innestate le attività produttive della prima industrializzazione. Negli anni Sessanta viene realizzato in Inghilterra il primo parco-museo di archeologia industriale. Il luogo prescelto è Coalbrookdale: qui, nel 1709, Abraham Darby era riuscito ad ottenere la fusione del ferro utilizzando il coke al posto del carbone a legna, dando così un impulso decisivo al decollo dell’industria inglese. Nello stesso luogo nel 1776 era stato edificato il primo ponte completamente in ghisa. Sull’esempio inglese sorgono in rapida successione in tutta Europa diversi ecomusei, comprendenti interi siti di archeologia industriale, spesso organizzati in percorsi didattici: basti pensare ai musei della siderurgia svedesi, francesi e belgi fino alla Gare d’Orsay a Parigi, alle realizzazioni dell’Iba Emscherpark o alla più recente Città della Scienza a Napoli dove musei, laboratori e aule didattiche hanno sostituito i macchinari delle vecchie fabbriche ottocentesche. Nel 1973 il primo Congresso Internazionale sulla Conservazione dei Monumenti Industriali stabilisce definitivamente che ai reperti più significativi dell’eredità industriale del passato vada riconosciuto valore di beni culturali.

 


 

 

 

 
   

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