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BIOARCHITETTURA
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Numero 42 di aprile-maggio 2005
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Condannati
a guidare
Guido Viale
Le auto ormai hanno riempito completamente non solo le città e le
campagne, ma anche la nostra vita e il nostro orizzonte sociale.
La motorizzazione privata, l’auto, è un tabù mentale per molte
persone e quando si prospetta l’ipotesi di una vita senza disporre
di un’auto privata vengono alla luce delle resistenze
profondissime. Molte persone anche di ampie vedute, con una
dimensione utopica quando si parla di altri aspetti della vita,
non riescono a immaginarsi una vita senza automobili. Nell’auto,
insomma, c’è qualcosa di totalizzante, che si incontra sia
analizzando l’esistenza individuale di ciascuno, che la struttura
produttiva e sociale, o l’ambiente fisico e storico in cui
viviamo. Proviamo infatti a seguire la vita di un individuo dalla
nascita alla morte, osserviamo i suoi sensi. Quando uno nasce,
respira e il respiro per molte culture tradizionali è il segno
stesso della vita: “anima” deriva dal termine sanscrito che indica
il respiro. Ma negli ultimi cinquant’anni l’aria è diventata
sempre più inquinata; pertanto il primo contatto di un essere
umano con il mondo è segnato dalla presenza di aria impura.
Nell’inquinamento dell’aria, soprattutto nelle città, l’auto conta
per circa il 70%. Ma, oltre all’olfatto, anche gli altri nostri
sensi sono toccati dalla presenza dell’automobile. Nel caso della
vista, è un fatto che il panorama urbano, e ormai anche quello
della campagna, è contrassegnato in maniera totale dalla presenza
delle automobili, al punto che raramente si riesce ad avere anche
solo l’immagine, non dico la realtà, di una piazza, di una via, di
un palazzo storico non deturpata dalla presenza delle auto. Ma il
senso più colpito è, ovviamente, l’udito: ormai il rumore del
traffico è permanente, notte e giorno. Noi ci abbiamo fatto
l’abitudine e non ci riflettiamo a sufficienza, ma sia di giorno
che di notte il nostro udito è continuamente disturbato, intasato,
dal rumore del traffico. Il gusto è il senso meno toccato, anche
se buona parte dell’inquinamento dei prodotti agricoli è dovuta al
piombo contenuto nelle benzine, mentre un senso profondamente
toccato dalla presenza dell’auto è il tatto: l’auto ha
praticamente sottratto alla gente il contatto fisico, le occasioni
dello “struscio”. Tutti, quando usciamo di casa, saltiamo dentro
la nostra auto e il contatto avviene per vicinanza nel traffico,
cosa che è all’origine di uno stress continuo. Oltre che dal punto
di vista fisico, questa azione sui sensi ha delle grandi
conseguenze anche nel nostro stesso modo di essere, perché i sensi
sono le radici da cui si sono sviluppate alcune categorie
fondamentali della nostra cultura. Tutta la cosiddetta “teoria”,
per esempio, deriva da un verbo greco che indica il “vedere”, il
guardare, e se noi pensiamo a quanto ormai il nostro sguardo sia
segnato dalla presenza delle auto possiamo chiederci quanto siano
state compromesse anche le nostre capacità teoriche. Lo stesso
vale per il gusto, che inizialmente è la capacità di assaggiare,
di valutare i cibi che introduciamo in bocca, ma che è diventato
anch’esso una categoria dello spirito: oggi questa facoltà è
compromessa dall’impossibilità di accedere a bellezze della natura
o storiche non degradate dalla presenza delle automobili. Anche il
tatto è una facoltà umana e non puramente un senso. Infatti viene
in genere indicato come capacità di rapportarsi al nostro prossimo
senza essere invadenti, senza disturbarlo, e tuttavia gran parte
dello stress, del nervosismo, dell’antagonismo e dell’insofferenza
è dovuta alla presenza delle automobili, che ci rende privi di
tatto, di gentilezza e di cortesia nei rapporti reciproci.
L’olfatto, cioè il “fiuto”, indica capacità legate all’intuizione,
cioè a un approccio pre-teoretico, a una capacità di orientamento
nei rapporti fra persone e cose. Questa capacità è forse quella
maggiormente compromessa dalla civiltà moderna, perché, invece di
avere un contatto diretto con le cose fra cui ci dovremmo
orientare, siamo sostanzialmente sempre più divisi da ciò che
dovrebbe essere l’oggetto della nostra intuizione. E anche in
questo caso non è difficile valutare il peso della civiltà
dell’automobile in questa situazione. Infine, dall’udito si è
sviluppato l’ascolto, una facoltà la cui rivalutazione coincide
con la crisi di un approccio “illuministico” che ha caratterizzato
la cultura occidentale dai greci in poi, un approccio improntato
prevalentemente a una concezione del sapere come vedere: vedere in
modo “chiaro e distinto”. L’ascolto è la capacità di instaurare
con gli strati più profondi e “aurorali” della realtà un rapporto
meno attivo, meno preformato dal concetto – cioè dalla capacità di
cogliere l’oggetto con lo sguardo, possedendolo – e più legato,
invece, alla capacità di lasciarsi penetrare da ciò che ci
circonda. Ma che ascolto possiamo avere noi, infine, in un mondo
completamente intasato da un permanente rumore di fondo, ormai non
più distinguibile come proveniente da una singola fonte?
Tutta la vita
Tutti questi cambiamenti investono la nostra vita fin da bambini.
L’esistenza dei bambini è stata devastata completamente dalla
presenza delle automobili. I bambini non solo non hanno più la
strada, ma non hanno più neanche i giardini e i parchi dove
andare, perché, progressivamente, le automobili, per esigenze di
parcheggio, hanno invaso anche gli spazi che una volta erano
adibiti a verde, i cortili delle case, i viali e i controviali, i
cortili delle scuole. Per di più le auto rappresentano un pericolo
per la loro incolumità: i bambini sono costretti a vivere in casa,
e questo vuol dire per loro una più ridotta capacità di
socializzare, di entrare in contatto con il mondo e con il
prossimo, e quindi un ritardo nella loro maturazione. I bambini
chiusi in casa, poi, sono costretti a passare la vita davanti ad
un altro strumento infernale della civiltà moderna, cioè alla
televisione, e non per loro scelta o per scelta dei loro genitori,
che “userebbero” la televisione al posto della baby sitter, come
spesso si dice; ma perché non possono andare altrove.
Nell’adolescenza il contatto con le automobili – non più come
vittime del traffico, ma come protagonisti – è dato dalla
possibilità di guidarle, che è ormai diventato il rito di
iniziazione fondamentale della nostra civiltà. L’accesso all’età
adulta, infatti, non è più segnato dalla maturazione sessuale,
dall’inizio dei rapporti di lavoro, ma dall’accesso alla guida.
C’è tutta una serie di riti di iniziazione, come le sfide alla
velocità, l’andata e il ritorno da discoteche irragiungibili senza
auto, che hanno nelle automobili il loro strumento fondamentale.
Questa identificazione fra adolescenti e automobile è così
profonda che l’automobile è diventato il principale strumento con
cui gli adolescenti sfidano la morte per mettersi in qualche modo
“alla prova”, o che usano per suicidarsi.
Dopo l’adolescenza viene la vita adulta che – almeno per quanto
riguarda l’adulto “normale”– è caratterizzata dalla vita
produttiva e dalla vita familiare. Sempre di più l’automobile è
diventata il simbolo della condizione familiare. Vorrei poi far
notare che quando uno ricostruisce la propria vita nell’età adulta
uno degli elementi di riferimento per temporizzarla è l’auto che
ha posseduto: “quando avevamo la 500, quando avevamo la R4”. Anche
se non ricorda che cosa ha fatto di anno in anno sicuramente
riesce a ricordarsi i vari periodi della sua vita a seconda della
macchina che ha avuto. Esistono precise regole di spartizione
delle auto a disposizione di un nucleo familiare, che riflettono
perfettamente la gerarchia che si viene a instaurare al suo
interno. L’auto è fondamentalmente del capofamiglia; se la moglie
o i figli sono emancipati economicamente possono averne altre,
oppure possono, per le loro necessità, avere accesso all’auto del
capofamiglia a seconda dello status che viene loro riconosciuto in
casa. La vecchiaia, infine, comincia quando le persone non sono
più in grado di muoversi autonomamente perché non sono più in
grado di guidare, con la rottura drammatica che questo comporta
per la loro esistenza; perché vuol dire che dipendono da altri
anche per necessità elementari come andare a trovare i propri
parenti o fare la spesa.
Infine la morte. Intanto si muore molto per incidenti stradali; è
una banalità che va ricordata. Ma va ricordato soprattutto che
nelle città moderne non si fanno più i funerali per il motivo
fondamentale che intralcerebbero il traffico. Quando si fanno i
cortei funebri sono cortei di macchine che accompagnano un’altra
macchina. Nella nostra cultura, inoltre, c’è una santificazione,
una divinizzazione, dell’automobile e della morte legata
all’automobile: mi riferisco alla Formula Uno, su cui vale la pena
di riflettere. Il paragone che vorrei fare è con la civiltà degli
Aztechi, che avevano l’abitudine di allevare un principe con tutti
gli onori, col massimo degli sfarzi, dandogli la possibilità di
godere di ogni bene. Poi, raggiunta una età ancora giovanile,
questi veniva portato con tutti gli onori sulla cima di una
piramide e sacrificato. Ora, il destino dei piloti di Formula Uno
non è nient’altro che una riproduzione moderna di questo stesso
rito: sono allevati nel lusso più sfrenato, coccolati, popolari in
tutto il mondo e l’attenzione che rivolgiamo ad essi è soprattutto
dovuta al fatto che sono votati alla morte.
I costi sociali
Il risvolto sociale ed economico è innanzitutto determinato dal
fatto che l’uso dell’automobile ha un costo crescente rispetto al
livello delle retribuzioni e dei redditi. Per moltissimi utenti,
infatti, se si mettono insieme i costi dell’automobile, quelli
della manutenzione e della benzina, le tasse per alimentare il
sistema delle automobili, cioè strade, parcheggi e quant’altro, ci
si avvicina ormai alla metà del reddito. A ciò vanno aggiunti i
costi degli interventi necessari per contrastare il degrado
ambientale provocato dalle automobili.
Dal punto di vista economico l’automobile attiva una quota
rilevante, che non dovrebbe discostarsi molto dal 30%, di quello
che si chiama il prodotto interno lordo, mentre dal punto di vista
della produzione l’automobile ha determinato, sono cose note,
l’evoluzione degli assetti produttivi. Fa pensare il fatto che il
taylorismo, che è stato inventato nei macelli di Chicago per
razionalizzare lo squartamento dei maiali, abbia però trovato
immediata applicazione nell’industria automobilistica, la quale ha
guidato la corsa alla razionalizzazione, all’organizzazione
scientifica del lavoro, diventandone praticamente il simbolo. L’organiz
za zione scientifica del lavoro è a sua volta legata a dei
fenomeni sociali molto importanti, il primo dei quali è il crollo
della capacità lavorativa fondata sulle conoscenze e sulle abilità
individuali, sostituita dal lavoro parcellizzato e
intercambiabile. Questa riorganizzazione ha comportato una e stra
neità all’attività lavorativa fortissima come è testimoniato da
tutta la storia del movimento operaio di questo secolo. La
parcellizzazione del lavoro ha reso a sua volta superflua la
comunicazione fra i lavoratori addetti alla stessa produzione e ha
contribuito all’isolamento delle persone sul luogo di lavoro,
mentre prima il lavoro era un’attività sociale. Infine il lavoro
parcellizzato, non richiedendo qualificazione, in particolare non
richiedendo capacità linguistiche e professionalità che si
acquisiscono attraverso la comunicazione verbale, ha permesso le
immigrazioni che hanno caratterizzato la costituzione della classe
operaia durante tutto il secolo.
Un altro aspetto attraverso cui l’automobile plasma la vita
sociale è il rapporto che abbiamo con essa come utenti: in base ad
esso possiamo dividere o, in termini di marketing, segmentare
l’umanità. Al livello più basso sta la stragrande maggioranza
dell’umanità, cioè la maggior parte della popolazione del Terzo
Mondo, che è senza automobile propria e spesso viaggia a piedi. Al
lato opposto della gerarchia troviamo quelli che hanno la
disponibilità di un’auto senza neppure aver bisogno di possederla,
cioè quella classe di persone che, come simbolo di una posizione
preminente nella gerarchia sociale, ha un’auto blu messa a
disposizione dalla propria ditta oppure dalle strutture pubbliche.
In mezzo a queste due categorie ci sono tutte quelle persone che
hanno bisogno dell’automobile per lavorare, che hanno bisogno di
spostarsi continuamente e non trovano nei mezzi pubblici una
risposta alle loro esigenze. È soprattutto guardando questa fascia
di persone che ci rendiamo conto che, in particolare in una
società che si va orientando verso un crescente peso dei servizi,
la disponibilità dell’auto è diventata in molti casi un
equivalente, o un complemento, della forza-lavoro di cui parla
Marx. Sulla distruzione fortissima della socialità operata
dall’auto, cioè sulla solitudine che caratterizza i membri della
società moderna, già ho detto prima; ma va sottolineato che molte
trasformazioni sociali verificatesi nel corso degli ultimi anni
possono essere meglio comprese se le guardiamo tenendo presente le
conseguenze dell’uso dell’automobile.
Prendiamo, per esempio, le borgate di Roma, che sono il fenomeno
più vistoso di questo cambiamento. Se andiamo a vedere come sono
fatte fisicamente le borgate capiamo che lì c’è stato – a causa
dello sviluppo del traffico automobilistico, dell’isolamento in
cui si ritrovano gli abitanti di questi insediamenti rispetto ai
quartieri centrali dove si svolge la vita culturale diurna e
notturna della città, e per l’impossibilità di usare il territorio
come luogo di incontro, di crescita e di maturazione – uno
sconvolgimento totale dei modi di vita. Per i giovani di queste
aree non esiste altra possibilità di socializzazione che il
muoversi collettivamente per spedizioni in discoteca, alle partite
di calcio o cose del genere. Questa scarsa o mancata
socializzazione è sostanzialmente determinata dal traffico. La
gente è destinata a incontrarsi, a confrontarsi, a crescere,
esclusivamente dentro il traffico e non su un territorio di cui
possa sentirsi in qualche maniera parte; o, di converso, è
costretta a rifugiarsi davanti alla televisione, con le
trasformazioni culturali e politiche che abbiamo visto in questi
anni. È stato calcolato che se tutte le automobili fossero
posteggiate lungo i lati delle strade delle principali città
italiane non ci sarebbe sufficiente strada per contenerle tutte.
Per fortuna qualcuna è sempre in moto. Che il traffico
automobilistico e la diffusione delle automobili sia un elemento
di degrado dell’ambiente va da sé, che abbia devastato centri
storici e città che erano stati pensate, progettate, costruite per
tutt’altro tipo di mobilità, anche; ma la cosa più grave è il modo
in cui sono costruite le periferie. L’esistenza della
motorizzazione automobilistica privata è un a-priori così radicato
che l’urbanista, anche quando fa i piani regolatori più studiati,
più accorti, non si pone più il problema di come la gente può
arrivare in periferia o spostarsi da lì. Si è così sviluppata, per
lo meno nelle zone di pianura intorno alle principali
concentrazioni urbane, una continuità tra il tessuto urbano e la
campagna, che ha come presupposto il fatto che per vivere, o
sopravvivere, ci vuole l’automobile.
Un’appendice di questa espansione urbana sono poi, sicuramente, i
cosiddetti “centri di vacanza”, cioè tutta la costa senza
soluzione di continuità e quasi tutte le zone montane, che hanno
ormai le stesse caratteristiche di intasamento da traffico e di
inquinamento di Milano. In sostanza, l’automobile è diventata una
struttura della nostra esistenza ed è singolare che filosofi,
sociologi, psicologi, che versano fiumi di inchiostro sulla
“modernità”, non si siano accorti di quanto la presenza dell’auto
ha modificato il modo di rapportarci al prossimo e al mondo che ci
circonda.
Le alternative
C’è una corrente di pensiero – da cui ho attinto delle idee – che
fa capo a Ivan Illich e alla sua scuola, che ha cercato di
analizzare i guasti che la motorizzazione ha provocato nella
nostra esistenza, soprattutto a partire dall’osservatorio del
Terzo Mondo; ma, forse proprio per questo, ha assunto un
atteggiamento drastico, che non mi sento di condividere. Per loro
il problema è sostanzialmente quello della velocità e, quindi,
sotto accusa non mettono solo il fatto che ciascuno di noi
possegga o debba possedere un’automobile, ma il fatto che ci
vogliamo spostare, o ci dobbiamo spostare, troppo velocemente,
cosa che si può conseguire soltanto con dei mezzi di trasporto.
Questo, secondo loro, ha portato alla distruzione, e ostacola la
ricostituzione, di quella che Illich chiama “cultura vernacolare”,
che, in sostanza, è il concetto della comunità, cioè di
un’aggregazione sociale fondata su rapporti personali e non
esclusivamente su rapporti relativi al ruolo che ciascuno si trova
a interpretare all’interno delle regole sociali. La loro proposta
è quella di abolire la velocità e quindi tutti i mezzi di
locomozione che non dipendono direttamente dalla forza motrice
umana, siano esse le gambe o la bicicletta, con una conseguente
riconquista della lentezza. Questa, secondo me, non è una
soluzione possibile, plausibile, all’interno degli assetti
territoriali e sociali in cui ci tocca vivere e di quelli in cui,
prevedibilmente, potranno vivere i nostri figli che dovranno
comunque vivere in ambienti e città modellate nel corso degli
ultimi cento anni. L’ipotesi di ricostituire comunità vernacolari
che non richiedano ampi spostamenti credo sia impraticabile, anche
se, indubbiamente, la vita moderna è organizzata in maniera troppo
veloce e la riconquista della lentezza è un obiettivo che tutti
quanti ci dobbiamo porre. Il mio orizzonte non è quello
dell’abolizione dei mezzi di trasporto veloce, ma quello della
riduzione, e in prospettiva dell’abolizione, della motorizzazione
privata a favore, ovviamente, di un potenziamento del trasporto
pubblico. Un trasporto pubblico che renda possibile la
ricostituzione di contatti personali, quindi di aggregazioni
fondate sull’uso effettivo dei nostri sensi e di quelle facoltà
che dai nostri sensi si sono sviluppate, ma che possa convivere
con l’esigenza della circolazione di uomini e di merci che
caratterizza la società della nostra epoca.
C’è una differenza fondamentale fra la motorizzazione privata e il
mezzo pubblico, anche dal punto di vista di un’analisi economica
che adotti parametri strettamente capitalistici o di mercato. La
differenza è data sostanzialmente dal fatto che l’automobile
privata è un investimento altissimamente improduttivo per varie
ragioni, tutte già analizzate dai tecnici. L’auto privata è
antieconomica innanzitutto perché ha un rapporto di conversione
bassissimo, vicino al 5%, dell’energia in lavoro. Il mio amico
Giovanni Damiani chiama le automobili “stufe semoventi”, proprio
perché il principale effetto che hanno è quello di produrre calore
(e, quindi, di riscaldare l’ambiente) e non moto. Ma, al di là di
questo, l’automobile è anche un investimento improduttivo perché
la maggior parte del tempo sta ferma: l’utilizzo medio di
un’automobile, anche da parte di un utente che la usi molto, non
supera mediamente le 2-3 ore al giorno, mentre per la maggior
parte della gente è di poco superiore ad un’ora al giorno.
Qualsiasi capitalista che utilizzasse i propri impianti per un’ora
al giorno sarebbe giudicato pazzo e così uno stato che investisse
in infrastrutture utilizzate esclusivamente per un
ventiquattresimo della loro capacità produttiva. Fra i costi che
rendono assolutamente pazzesco l’investimento nella macchina
privata c’è poi anche il fatto che le auto, che hanno la
possibilità di trasportare 4-5 persone, viaggiano mediamente con
un carico di una, due persone e quindi vengono utilizzate, oltre
che per un ventiquattresimo del tempo, anche per un quarto della
loro capacità di trasporto, a parità di consumo. Inoltre
l’automobile privata, proprio per la congestione del traffico che
provoca, è un investimento che riduce la sua produttività con il
crescere dell’investimento stesso: cioè, più macchine si mettono
in circolazione, più rallenta la velocità di circolazione; più se
ne riduce il rendimento, se lo si calcola non in ore di
utilizzazione, ma in spostamenti effettivi.
Infine, nella prospettiva che nessuna soluzione alternativa venga
perseguita, l’ideologia oggi prevalente dell’indefinita espansione
dei mercati dovrebbe prevedere che progressivamente vengano
motorizzati con veicoli privati 6 miliardi di uomini; gli impatti
ambientali che una prospettiva del genere provocherebbe sono tali
che, prudentemente, nessuno si misura con questo argomento,
cercando di parlarne il meno possibile. Tuttavia vale la pena
ricordare che qualsiasi prospettiva di avvicinamento dei nostri
standard di vita con quelli del Terzo Mondo non riguarda
semplicemente il reddito calcolato in valori monetari, ma riguarda
innanzitutto le tipologie dei consumi, e in essi l’automobile
occupa un posto assolutamente centrale.
Quindi, o la perequazione viene perseguita cercando di motorizzare
tutta l’umanità – cioè i 6 miliardi di uomini che siamo adesso, o
i 10 del 2020, o i 40 miliardi che la terra potrebbe ospitare
secondo il papa, che non ha mai spiegato se avranno tutti
un’automobile a testa – oppure, ed è la soluzione che penso debba
essere praticata, rinunciando gradualmente e progressivamente alla
motorizzazione privata senza rinunciare ai benefici che questa ha
portato.
Viene spesso sottolineato che la differenza fra il disporre di
un’automobile e l’usare un mezzo pubblico è che l’automobile ti
porta dove vuoi permettendoti un’agibilità molto maggiore di
quella dei servizi pubblici, che seguono dei percorsi obbligati.
In realtà è assolutamente falso che l’automobile ti porti dove
vuoi. È vero che per prendere un tram dobbiamo andare alla fermata
per poi essere sbarcati, dopo uno o due cambi di vettore, in un
punto che non coincide con quello dove dobbiamo andare; ma la
stessa cosa succede ormai anche con l’automobile, perché, almeno
nei centri urbani maggiori, l’abbiamo sicuramente posteggiata
molto lontano da dove risiediamo e troveremo un posteggio molto
lontano da dove ci dobbiamo recare. Così ai tempi e al disagio
dello spostamento in un traffico molto congestionato vanno
aggiunti i tempi e il disagio della ricerca di un parcheggio per
poi raggiungere ugualmente a piedi il punto di destinazione.
Innanzitutto, va da sé, dobbiamo pensare al potenziamento del
trasporto pubblico, sia urbano che extraurbano. Ma, mentre per il
trasporto extra urbano pubblico si parla soprattutto di treni,
quindi di mezzi che corrono su una sede propria, per la mobilità
urbana – a parte le metropolitane, che ormai hanno raggiunto dei
costi di costruzione proibitivi – il problema si mangia la coda. I
mezzi pubblici devono viaggiare sulla stessa sede in cui viaggiano
i mezzi privati e per sostituire l’automobile privata bisognerebbe
che ci fossero più mezzi pubblici con passaggi più frequenti, ma
questi non possono viaggiare più velocemente e funzionare meglio
fino a che le sedi stradali non saranno liberate. Quindi non si
può potenziare il trasporto pubblico fino a che non si sarà
liberata la sede stradale da una parte del trasporto privato e
contemporaneamente non si può liberare questa quota perché non
esiste ancora il mezzo per sostituirla. In molte città, per
esempio, la prospettiva di cominciare a ridurre il traffico
privato, per lo meno nei centri storici, sta prendendo la strada
di far pagare una tassa per l’accesso alla città, oppure per
posteggiare sulla sede stradale dentro una determinata cinta
urbana, e questo, come ognuno può capire, avrà come effetto di far
salire il costo d’uso dell’automobile a cifre astronomiche. A
Torino, che sta introducendo con molta gradualità questa
strategia, si calcola che l’abbonamento mensile a un posto
macchina sulla strada adiacente o antistante alla casa di
residenza costerà sui 72 euro al mese, mentre il costo dei
posteggi saltuari sarà anche maggiore: non inferiore ai 10-15 euro
al giorno. A questa impasse una prima soluzione parziale –
sicuramente non alternativa né al mezzo pubblico né al mezzo
privato – è quella di un taxi collettivo con prenotazione
telefonica e con un sistema di gestione computerizzato che
permetta di inserire, con piccole variazioni di itinerari già in
corso, nuovi percorsi, mano a mano che questi vengono prenotati:
scegliendo, con un software abbastanza sofisticato, il veicolo che
di volta in volta si trova nella posizione ideale, tenendo conto
del suo percorso, per andare a raccogliere il nuovo utente nel
punto da lui richiesto. Rispetto al sistema normale di taxi le
caratteristiche fondamentali di questa soluzione sono due:
• ci si sale in molti, non come una comitiva già formata, ma come
persone che non si conoscono; da questo punto di vista questo
progetto non si differenzia molto dal servizio di taxi di molte
città del Terzo Mondo, dove il taxi è collettivo per definizione e
finché non è stracolmo continua a raccogliere gente;
• chi chiama il taxi deve segnalare non solo il luogo di partenza
ma anche il luogo di destinazione. Per l’utente il costo potrebbe
variare dai 2 ai 3 euro per spostamento, quindi un costo
intermedio fra quello del trasporto pubblico e quello di un taxi
individuale tradizionale, decisamente inferiore a quello della
motorizzazione privata, se si considera l’acquisto della macchina,
il suo mantenimento, i costi di parcheggio, il carburante ecc.
Questo stesso sistema si può utilizzare anche per trasporti di
merci e quindi potrebbe servire per fare la spesa col telefono.
Il problema è quali siano le condizioni che permettano ad ognuno,
senza avere svantaggi troppo vistosi, di poter rinunciare all’uso
dell’automobile. A La Rochelle stanno sperimentando macchine
elettriche che prelevi in uno dei vari posteggi distribuiti nella
città, usi per un tempo determinato e paghi per il tempo che l’hai
tenuta. Un altro sistema è il car-pooling, sperimentato in alcune
città tedesche. Qui 5-10 nuclei familiari hanno un’auto in comune
e la usano singolarmente soltanto in caso di particolari
necessità, non per gli spostamenti quotidiani, oppure c’è un
piccolo parco-macchine di quartiere che, dopo l’uso, vanno
depositate in un apposito parcheggio e quando uno deve fare degli
spostamenti, una vacanza ecc., si prenota. Anche l’affitto della
macchina per fasce orarie permetterebbe di fare delle tariffe
particolarmente basse per chi la usasse soltanto nelle ore di
bassa domanda, quelle notturne, magari riportandola la mattina,
prima che cominci il periodo di maggiore richiesta.
L’ultimo problema è quello delle vacanze. In alcuni casi, disporre
della macchina durante le vacanze è effettivamente un vantaggio
non sostituibile dal mezzo pubblico, ma anche a questa esigenza si
può rispondere con sistemi di “treni più auto” e con sistemi di
noleggio. La condizione perché questo sia realizzabile è che ci
sia lo scaglionamento delle ferie, perché se continuiamo ad avere
le ferie tutti quanti in agosto dovrebbe esserci per chi va in
vacanza un parco macchine grosso modo equivalente a quello di
oggi.
da “Una Città” n°38





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