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BIOARCHITETTURA
 

Numero 42 di aprile-maggio 2005

Cinque domande a Dieter Schempp
a cura di Ugo Sasso


Log Id, il gruppo da Lei guidato, è noto nel mondo per una serie di architetture solari, in pratica realizzate con il vetro e sottilissimi profilati portanti. Non ritiene che questo insistere sulla trasparenza e sulla smaterializzazione dell’edificio produca alla fine una sensazione di straneamento, una perdita di quella percezione tranquillizzante dell’abitare tipica dei canoni classici dell’architettura? Nel senso che nelle Sue architetture, nell’affascinante commistione tra dentro/fuori, aperto/chiuso, accessibile/interdetto, si rischia di perdere gli opportuni riferimenti spaziali.
Un singolo edificio, una via, un brano di città, sono sempre entità complesse e mutevoli che determinano attraverso un ventaglio quanto mai variegato di fattori, un articolato e intersecato continuum di impressioni sensoriali: c’entrano gli stabili con i loro colori e le loro forme, i dettagli precisi o monotoni, ma anche le posizioni reciproche - una serie di edifici producono un’incidenza percettiva totalmente diversa se sono allineati o articolati in maniera da creare, scorcio dopo scorcio, continua attenzione – l’arredamento, le piante, i cartelloni e le insegne, i marciapiedi. C’è una grande differenza tra una strada con edifici ben tenuti e marciapiedi puliti e una subito accanto con facciate grigie e trascurate e cumuli di immondizia. Allora la vera differenza la fa la gente, triste o allegra, disponibile o scostante, operosa o rassegnata.

Ma cosa centra questo con l’architettura e col mestiere di architetto?
È che le case le costruiamo per le persone, che hanno due occhi, due braccia, una tradizione e una cultura specifica e sempre, in ogni caso, l’esigenza di essere in armonia con sé stessi e con ciò che le circonda. Il travolgente processo di industrializzazione che ha coinvolto la nostra società ci ha spinti a produrre e determinare lo spazio intorno a noi in maniera globale e artificiale. Ora tutto è dentro, non c’è più un dentro e un fuori. Chiarisco: fino a non molti anni or sono la quasi totalità della popolazione viveva all’interno di un paesaggio agreste e anche gli agglomerati più densi mantenevano un rapporto simbiotico con la terra. Gli orti erano dappertutto, le piante su ogni pianerottolo e ad ogni finestra, i viali erano alberati, tra i ciottoli delle strade a primavera spuntavano fili d’erba. Era il contatto, lo scambio, il confronto con la natura che consentiva alle città di mantenersi viva e vitale. Oggi i luoghi urbanizzati sono programmati nel tutto, non c’è posto per nicchie ecologiche, abbiamo paura e viene tappato ogni angolo in cui la natura possa apparire in autonomia.

In genere vi sono però grandi parchi in cui è concentrato il verde, Probabilmente è questione di manutenzione, di risparmio di energie e di risorse. Del resto la Sua architettura non è tesa, attraverso lo sfruttamento più razionale del sole, al risparmio energetico?
Ecco il punto: secondo me l’architettura del prossimo millennio sarà un’architettura solare, ma “non razionale”. Sa qual è il dio greco del sole? Apollo, che è anche il dio delle arti. Non trova strano l’accostamento? Perché il sole non è una fonte di energia ma la fonte di energia. Senza il sole non vi sarebbe vita, nulla potrebbe vivere. Si tratta di energia diversa, sensuale, che scalda e accarezza, soffia e culla, per la quale andrebbe definita una nuova categoria capace di comprendere aspetti fisici e percettivi. Ecco, di fronte ai problemi di cui tutti abbiamo consapevolezza si sta facendo avanti una tecnologia diversa, più morbida e sostenibile, che non è affatto razionale ma frutto di un patrimonio di conoscenze tramandato e arricchito in continuazione. Vi rientrano concetti fondamentali che stupidamente abbiamo trascurato come appunto l’uso dell’energia solare, l’integrazione dell’architettura nella realtà ecologica e naturale, la riduzione del fabbisogno energetico, tecnologie più ecocompatibili, il riciclaggio dei materiali ma anche la percezione della luce. Rispetto a tutto ciò, temo molto l’idea che si faccia strada un nuovo “razionalismo solare”.

In che senso?
Guardi gli edifici energetici che premiano nei concorsi, quelli finanziati dall’Unione Europea, quelli che pubblicano sulle riviste: gli edifici a zero energia, chiusi come casematte o neri insetti che girano col sole, oppure quei nuovi quartieri con tante villette “solari” perfettamente orientate come scolaretti lungo l’asse eliotermico, ciascuna con la sua piccola serra e due pannelli graffettati sul tetto. Ebbene, il mio intendere l’architettura solare è diverso: l’edificio deve imitare le strutture naturali come le piante e produrre da sé stesso l’energia consumata per la costruzione, gestione, manutenzione e demolizione. L’aspirazione alla bellezza, che aveva sempre caratterizzato ogni progetto d’edificio, quartiere o città, è stata soppiantata dall’industrializzazione e dal progresso tecnologico che hanno generato, oltre al funzionalismo e a una progettazione razionale, una riconversione in chiave tecnologica di molte funzioni vitali. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ecco perché ci troviamo alla scelta obbligata di una svolta e di un cambio radicale della mentalità se vogliamo evitare città governate dal caos in una natura distrutta e in condizioni sempre più disagevoli.

È vero, ma sognare il ritorno, se c’è mai stato, ad un mitico idilliaco rapporto con la natura è utopistico. In questo senso non mi sembra che la Sua architettura abbia connotati nostalgici. Anzi.
Persa la natura come esterno, è divenuto urgente ricreare nelle nostre città condizioni in cui possa esistere una natura interna, intesa come sistema biologico progettato dall’uomo. Utilizzare i cicli naturali, realizzare l’architettura solare, è più che uno strumento di riduzione dei consumi energetici: è la strada dell’architettura del terzo millennio. L’uso passivo è quello che si ottiene attraverso l’involucro dell’edificio, lo sfruttamento attivo è quello che trasforma l’energia solare in corrente elettrica o che lo accumula in una massa assorbente. In questo caso la tecnologia cattura l’energia sensoriale che proviene dal sole e l’architettura assume forme fantastiche. Ma una architettura solare non si riduce alla forma degli edifici perché la luce va lasciata penetrare all’interno per modificare e plasmare gli ambienti inondandoli e liberando a piene mani i suoi effetti positivi sulla psiche e sul senso di libertà dell’uomo. Un edificio inteso come un vero e proprio corpo con interni inondati di luce: tra interno ed esterno si crea un legame diretto come in un organismo vivente che non è più struttura architettonica aggiunta all’ambiente ma architettura complessa e coinvolgente, mutevole, articolata e in equilibrio dinamico. Un edificio che muti a seconda dell’incidenza della luce vive con forme sempre nuove, è identità che si trasforma. Così spazi e ambienti si possono riempire di piante sfruttandone l’azione climatizzante, la capacità di produrre ossigeno e di neutralizzare le sostanze nocive, forme colori profumi, infiorescenze, un microclima e un biotopo che si forma internamente agli ambienti.
Per portarci dentro casa una fetta di natura perduta.

 


 

 
   

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