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BIOARCHITETTURA
 

Numero 42 di aprile-maggio 2005

Guarire paestum
Francesco Forte

La configurazione di caratteri paesaggistici rende percepibile la biodiversità, la cui varietà e complessità nel territorio comunale di Capaccio Paestum va riconosciuta come fondamento dell’identità locale. Il territorio, palinsesto segnico, si esalta quale esito della conformazione naturale, della storia dell’antropizzazione e delle testimonianze e memorie alla stessa connesse. I connotati degli elementi biotici, abiotici e culturali si esplicitano consentendo esperienza e sintesi di eccezionale significato. Il senso di questa complessità è stato motivatamente esaltato dalle nostre istituzioni, attraverso le molteplici espressioni legislative che indirizzano la ricerca di compatibilità tra le componenti specifiche del sistema complesso. La conformazione naturale invita alla riflessione sui caratteri e potenzialità della rete ecologica. Alla rete partecipano la varietà di condizioni morfogenetiche a elevata naturalità, quali i monti, le piane intermontane, le colline, le pendici collinari, la pianura, le aree perifluviali, il sistema idrografico e le acque di scorrimento convogliate in alvei naturali o nei canali della bonifica, i filari arborei frangivento che scandiscono la pianura, la trama delle coltivazioni agricole, le aree boschive della fascia costiera, le spiagge. Le molteplici componenti areali, lineari e massive vegetazionali dovranno nella variante relazionarsi, contribuendo ad accentuare l’interesse e l’attrazione dei luoghi, interagendo positivamente con il patrimonio monumentale e archeologico, i valori sottesi all’insediamento storico, la configurazione degli insediamenti, esistenti e proposti. L’aspirazione alla sostenibilità dello sviluppo non va considerata quale negazione dei bisogni della società contemporanea, ma quale sollecitatore della ricerca di modalità appropriate di azioni volte ad assicurare conservazione e altresì innovazione, tutelando ma anche progettando i nuovi paesaggi per l’uomo, e per la vita animale e vegetale, nelle sue molteplici manifestazioni. La bufala e le opportunità di produzione dispiegatesi attraverso la sagacia del lavoro dell’uomo, si presentano come manifestazione da un lato dell’unicità dell’ambiente naturale locale, e dall’altro come espressione del sistema complesso, che nel comune di Capaccio Paestum raccorda il capitale umano al capitale naturale e al capitale culturale. Quel che si riscontra dovrà trovare attraverso la Variante condizioni positive per il suo consolidarsi, e per il suo trasmettersi alle future generazioni. La dimensione transfrontaliera – connotato della sostenibilità ambientale – richiama il ruolo delle relazioni tra terra e acqua e quindi tra terra e mare. Con una linea di costa dilatata su una estensione di circa dodici chilometri, il governo del territorio comunale di Capaccio è chiamato ad attribuire significato alla cultura del mare e al correlato valore della balneazione. Al mare sono connesse le memorie dei luoghi, la diffusione delle relazioni tra gli antichi popoli mediterranei, la colonizzazione greca, e i grandi valori di archeologia che scandiscono l’identità comunale. Al mare è connessa la memoria del significativo evento bellico svoltosi su queste coste nel corso del secondo conflitto mondiale, e che ha condotto alla liberazione di Napoli. Il valore attribuito alla balneazione impone di perseguire la tutela della salubrità e qualità delle acque marine. Questo significativo obiettivo nella specificità territoriale del comune di Capaccio conduce a evidenziare il ruolo da attribuire alla prevenzione nel controllo delle immissioni che incidono nella qualità delle acque dei due fiumi, il Sele e il Solofrone, i cui alvei perimetrano a settentrione e a mezzogiorno il territorio comunale; e al controllo del regime idrico superficiale delle acque di scorrimento e delle immissioni conseguenti alla produzione agricola-zootecnica. Si evidenzia l’attenzione da prestare all’adeguatezza dell’azione antropica, operante attraverso gli artifici incidenti nel controllo della qualità dell’urbanizzazione, e quindi della rete fognaria, e degli impianti di depurazione connessi. Un’impegnativa politica di qualificazione dell’ambiente ecologico ha caratterizzato l’azione amministrativa svolta dall’Amministrazione comunale, e a questa politica va rapportato l’avvenuto recupero della qualità della balneazione. E tuttavia l’innovazione che necessariamente connota l’esplorazione di lungo periodo, propria al Piano urbanistico, pone la necessità di assicurare bilanciamento tra le caratteristiche prestazionali degli impianti di ecologia ambientale e le articolazioni insediative e produttive incidenti nell’uso del suolo. Pone altresì all’attenzione i caratteri da promuovere nell’ecologia urbana, e alle condizioni che consentano di promuovere l’ecosostenibilità urbanistica e architettonica, operando attraverso la strumentazione regolamentativa e progettuale che verrà definita con la variante. Congiunta mente quindi al paesaggio che si esprime con i valori della forma sensibile, il Piano urbanistico comunale dovrà confrontarsi con i valori propri alla qualità ecologica dell’ambiente e quindi all’ecologia del paesaggio.

Governo del territorio e governo del paesaggio
È diffusa la constatazione degli effetti perversi, sui caratteri del paesaggio, degli usi del territorio affermatisi nei recenti lustri. Il disagio amministrativo si accomuna allo sconforto per la perdita di qualità. E ciò pur in presenza di politiche di tutela che coinvolgono ampie estensioni dei territori regionali, e di obbligatorie politiche di disciplina di uso del suolo operative alla scala comunale. Nell’affermazione concernente il voler promuovere l’evoluzione pianificata dell’insieme territoriale, si è incuneata la contraddizione conseguente alla dissociazione con il tempo, e la dissociazione con l’operatività. Il tutelare ha assunto di conseguenza frequentemente il significato di rinuncia. Il Piano Paesistico praticato, privo di sinergia, non ha coltivato la promozione di un progetto d’uso, correlato alle implicazioni sistemiche sulla società civile e sull’ambiente abiotico e biotico. I Piani Territoriali Paesistici appaiono in gran parte interrotti nella loro efficacia. Hanno infatti poco inciso nella pianificazione comunale, e non si è quindi promosso quel circolo virtuoso, fondato sulla correlazione tra discipline d’uso, in grado di assicurare la coerenza tra le azioni di dettaglio, e l’evoluzione compatibile dell’insieme. Hanno il merito di certo di aver frapposto ostacoli ad intenzionalità perverse, riuscendo ad assicurare la permanenza di qualità paesistiche. Ma questo senso di speranza non conforta nella constatazione del degrado del territorio. L’impegno della Regione non è riuscito ad assicurare la difesa del suolo, né ad attenuare il degrado ambientale da inquinamento, da traffico, da rumore, da reflui. Il mare è tuttora devastato, trascurato il valore sociale della balneazione. La necessaria riorganizzazione produttiva delle campagne non si è proposta quale occasione per incidere sulle qualità del paesaggio. Queste fenomenologie strutturali non partecipano delle riflessioni dei Piani di tutela. La trascuratezza, che si è riscontrata nelle modalità di alterazione del paesaggio praticate nei recenti anni, non è stata arginata.
All’origine dello sconforto sulla perdita delle qualità paesaggistiche, vi è di certo la nuova condizione antropica dell’urbano, affermatasi nella seconda metà del Secolo Ventesimo. Le nuove relazioni spazio temporali consentono, nella società del consumo e della mobilità, di dilatare la fruizione dei beni territoriali, e quindi di coglierne le contraddizioni d’uso su scale mai prima sperimentate. Spazi dai caratteri differenziati si compenetrano nella fruizione del tempo e dello spazio. Ciò accentua la consapevolezza di una unità di stato. Se il paesaggio culturale poteva ritenersi in passato avere quale riferimento unità selezionate di suolo, connotate da unicità di caratteri, l’unità di stato conferma che la categoria del paesaggio e della forma sensibile interessa tutte le attività che contribuiscono al configurare il sistema di spazi adattati, e di luoghi intenzionalmente conservati. Questa unità di stato ricerca l’appropriata disciplina di uso, sancita attraverso il piano di uso del suolo e gestita da istituzioni responsabili radicate nel sociale attraverso il programma che lo attua. I frammenti di Piano, a contenuto settoriale o spaziale, se scissi dalla unità dei riferimenti, incidono poco sulla unità di stato. Il paesaggio è relazionalità in evoluzione. La relazionalità tra elementi, specifica della qualità paesaggistica, è propria a tutti gli atti che annunciano il futuro della forma sensibile, prossimo e remoto. La relazionalità connota il Piano di uso del suolo – volto a costruire il paesaggio con operazioni di contenuto strategico, strutturale, operativo – e il progetto di architettura di paesaggio. Gli elementi si riconducono ai sistemi ambientale, culturale, insediativo, produttivo, tecnonologico. In questo senso la riflessione sul paesaggio recupera l’intenzionalità di agire sulle molteplici componenti elementari dei sistemi, biologico-naturali e culturali, caratterizzanti il sistema territoriale complesso, raccordandone i connotati. L’attenzione al sistema complesso si è annunciata nella L.431/85, ed è stata ribadita con la L.490/1999, laddove intere categorie di beni, configuranti sistemi a carattere antropico culturale e naturale, sono state ritenute di interesse. Si è consapevoli che il concetto di bellezza è da dedurre da valori di contenuto specifico, una bellezza quindi fondata sulla comprensione dell’informazione che la visione trasmette, ausilio alla capacità di comprensione della complessità sistemica del territorio, della semantica dell’interazione tra forma e struttura. Sapienza razionale, estetica e consapevolezza responsabile appaiono compresenti nella categoria del paesaggio, per tale motivo contemplato tra i principi fondativi costituzionali. La promozione culturale, intrinseca ai Beni Culturali, si avvale della loro identità specifica, necessariamente indagata, al fine di trasmettere significati. Nell’approfondimento attraverso sistemi, la percezione visiva acquisisce da un lato un ruolo strumentale, in quanto rimando ai contenuti strutturali ravvisati nella conoscenza per sistemi; e dall’altro un ruolo autonomo, correlato al giudizio qualitativo concernente i modi e le forme della relazionalità visiva, tra elementi noti o ipotizzati. La valutazione e progettazione delle specificità dei “caratteri paesistici”, accompagna e rafforza l’attenzione al connotato territoriale, promuovendo l’attenzione progettuale sulle relazioni da incentivare tra gli elementi caratterizzanti l’identità e sulla relazionalità paesistica delle parti costitutive del sistema complesso, di cui si controlla l’evoluzione avvalendosi delle modalità della loro percezione visiva; riscontrate da salvaguardare e annunciate, quale indirizzo nelle trasformazioni ammissibili, o controllo da promuovere al fine di perseguire esiti compatibili. Questa ispirazione al governo della complessità conduce a ravvisare la necessità di agire attraverso una sintassi di Piano, volta a correlare gli specifici luoghi, i modi e le forme dell’utilizzazione, le modalità di intervento e attuazione, le intersezioni di programma e di indirizzo. Si delinea evidentemente un itinerario articolato, nel cui sfondo si annuncia la vocazione al bello, appropriato, utile, efficace, efficiente, equo, ovvero ai motivi ispiratori dei paradigmi scientifici del Piano Urbanistico, la cui ricerca dovrebbe caratterizzarne i contenuti.
Il paesaggio si contraddistingue per la specifica conformazione del suolo, per i valori culturali che consente di leggere, per la caratteristica distribuzione di masse e attività, per la densità e tessitura, per i suoi “magneti” e le sequenze, per i suoi “distretti” e macrostrutture, per i suoi punti focali, per la sua panoramicità, o relazionalità di campo. Questi elementi dell’identità dei luoghi, osservati e interpretati, promuovono l’interazione configurante la percezione, visiva e non. I valori del paesaggio si specificano con riferimento alla intravista capacità di “promozione culturale”, opportuna per la valorizzazione del capitale umano; i valori percettivi si caratterizzano come pedagogia del vedere, e del riflettere su ciò che la visione rimanda (memoria, storia, teoria, conflitto e contrasto). Lo sconforto connesso alla constatazione della perdita di valore consegue da pedagogia di paesaggio, e interpreta l’ispirazione unitaria ai valori, civili e culturali, a fondamento della nostra Costituzione. Nel riscontrare l’attualità di quella ispirazione alla evoluzione pianificata e progettata dell’insieme, al fine di assicurarne l’uso “non pregiudizievole” si riafferma l’istanza ad una elaborazione di progetto che tragga dalla contraddizione nuovi motivi di ispirazione. L’anticipazione del futuro, come intenzionalità di conservazione mirata o di trasformazione programmata e disegnata, anima il prodotto e il processo. Queste consapevolezze hanno rafforzato l’istanza per la concezione di una forma-Piano, aperta al dialogo, alla corresponsabilità, ed estesa alla gestione integrata dell’attuazione. Le regole pubbliche per l’uso del suolo sono necessarie per uno Stato che promuova la produzione di beni sociali e che riformuli in questa prospettiva le relazioni intercostituzionali e il rapporto pubblico-privato. Si è quindi accresciuta la consapevolezza della correlazione tra la categoria di paesaggio, e l’ispirazione al progetto di uso del suolo. La conservazione di qualità di paesaggio, se volta a rimuovere le cause dell’obsolescenza, e quindi al mantenere, o recuperare gli elementi del sistema, o trasformarne usi, intanto può affermarsi in quanto promuove innovazione. Si è imposta l’attenzione sulla necessità di promuovere il superamento delle separatezze e della logica delle competenze settoriali, nella prospettiva di una rinnovata modernità. Il consolidarsi dell’aspirazione alla norma unica d’uso del territorio, tesa a rendere compatibili i molteplici scopi, e a perseguire la gestione efficace ed efficiente, consegue quindi dall’attuale confusione di norme; e si è rafforzata in conseguenza della consapevolezza della contraddizione tra qualità degli usi del suolo generatisi, e potenzialità ravvisate. L’inefficacia gestionale e amministrativa non aiuta a promuovere né l’appropriata tutela, né le trasformazioni assunte come compatibili con la sostenibilità.
Il territorio, luogo della stratificazione dei valori, culturali e sociali, configura il riferimento dell’attività di tutela, da correlare alle finalità di innovazione e sviluppo. Tutelare comporta quindi la pratica della progettazione di sistema, e quindi la pratica della ricerca sulle modalità di innovazione e di sviluppo. Coltivando questi contenuti, il XXII Congresso Inu (Perugia, Giugno 1998), ha trasmesso un fondamentale messaggio, concernente la necessità della confluenza, nella strumentazione del piano urbanistico, territoriale e comunale, dell’attenzione ai valori del paesaggio. La genesi e la gestione settoriale dei Piani settoriali non consente infatti di intravedere negli esiti cui danno luogo, la sostenibilità ricercata dello sviluppo territoriale. È apparso chiaramente che l’efficacia dell’azione della tutela attiva, unica promuovibile, debba comportare la valorizzazione delle responsabilità molteplici, connesse al governo delle funzioni amministrative incidenti sul territorio. Questa sinergia tra responsabilità, appare la reale condizione di novità da promuovere nel governo del territorio. La sperimentazione, ormai intrapresa in termini diffusi, della pianificazione territoriale provinciale, dialogica e intersettoriale, complementare a quella comunale obbligatoria, ha consentito di verificare la possibilità tecnico amministrativa di disciplinare l’uso del suolo, anche con riferimento alle qualità di un progetto di paesaggio. La pianificazione urbanistica, nella sua articolazione provinciale e comunale, ne è lo strumento appropriato. La dimensione strategica, quella strutturale e poi operativa del piano urbanistico sono da ritenersi qualità essenziali delle politiche di tutela. La disciplina dell’intervento edilizio non può separarsi dalla disciplina dell’uso sociale ed ecologico del suolo, gestito in rapporto allo scopo che ne origina la tutela.
Va quindi ricercata la coerenza e la congruità tra gli strumenti della pianificazione dell’uso del suolo. Appare riduttivo ricondurre il valore attribuito al paesaggio nell’art. 9 della Costituzione al solo Piano Territoriale Paesistico, dovendosi ritrovare in tutti gli istituti del Piano lo strumento che promuove questo valore, come si riscontra nel diffuso riferimento degli strumenti di pianificazione territoriale e comunale alla tutela della identità culturale e della integrità fisica quali finalità congrue con l’istanza di sostenibilità dello sviluppo; e dovendosi ritrovare in tutte le istituzioni di governo l’impegno per la ricomposizione del dissidio tra conservazione e sviluppo. Il Piano urbanistico dovrà quindi recuperare l’attenzione al paesaggio deducendone l’approccio da incrocio di tradizioni intellettuali. Andrebbero quindi consolidati gli istituti di Piano che consentano la confluenza della tutela, della valorizzazione, della trasformazione d’uso, della gestione. Il Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp, Legge 142/90, art.15, ripreso nella I. 267/2000) si è per le suddette ragioni proposto come l’istituto fondamentale per condurre le separatezze ad unità di scopi, e quindi anche la tutela, traducendo nella sua formazione l’istanza alla co-pianificazione, responsabilizzando a tale scopo i soggetti attualmente gestori della tutela, ovvero gli uffici decentrati del Ministero BB.AA.AA.(Soprintendenze), e le istituzioni regionali.
In questo senso vanno riscontrati i limiti del Piano territoriale provinciale, al fine di ravvisarne le integrazioni da apportare con la sintassi del Piano urbanistico comunale. L’unità nella diversità appare meta della pianificazione provinciale. Nella pratica dell’anticipazione connessa al Piano, l’unità nella diversità va perseguita coltivando i valori della diversità, senza presumere di perseguire l’unità attraverso l’imposizione di disciplina indifferenziata, neutra in rapporto alla diversità.
Possono sovvenire a questa ispirazione le categorie:
• del piano di struttura, correlato al piano operativo;
• del piano di area, riferimento del piano di struttura, e raccordo con la differenziata articolazione dello stato della struttura territoriale;
• della perequazione, tra valori e tra interessi.
Tutte queste categorie di scopo vanno percepite nel contesto della promozione e costruzione del paesaggio:
• la socializzazione del suolo;
• l’adeguamento del tessuto insediativo da promuovere attraverso mantenimento e recupero;
• lo sviluppo delle vocazionalità produttive, con riferimento alla produzione e ai servizi alla domanda locale;
• il potenziamento della dotazione ricettiva;
• l’adeguamento delle infrastrutture della mobilità;
• l’avvio effettivo dei parchi territoriali.
La perequazione urbanistica – intesa come bilanciamento consensuale tra interessi pubblici e interessi privati nel regime immobiliare connesso alle scelte di uso del suolo – acquisisce ruolo strategico. Nel promuovere le scelte i riferimenti vanno dedotti da valutazioni concernenti la “conformazione strutturale” dell’articolazione urbanistica; e la “configurazione strutturale” dei siti della trasformazione pianificata, operando attraverso norme disegnate di indirizzo, simulanti l’equilibrio da perseguite tra perequazione di interessi, e perequazione di valori. Si individua quindi un laborioso procedimento progettuale, fondato su valutazioni iterative concernenti ipotesi, verifica, e conferma o riformulazione, che ha come riferimento la disciplina d’uso concernente la specifica unità di suolo, ma che si avvale di principi di continuità, di relazionalità tipo morfologica e di integrazione nell’innovazione proposta. Il giudizio sulla compatibilità paesistica va esercitato ricorrendo a simulazione della visione dall’alto, radente, o dal basso, e dal grado di contrasto ammissibile. L’accuratezza della disciplina morfologica di indirizzo assicura la compatibilità tra contrasto ammissibile e proposto. La perequazione di interessi e valori va resa esplicita attraverso disciplina preventiva, estesa agli interventi di conservazione, di modificazione, di trasformazione, con riferimento agli usi pubblici e privati, all’uso pubblico, concernenti le attività residenziali, produttive, ricettive, i parchi di ruolo territoriale. La tutela si configura in tal maniera come progetto di innovazione, valorizzante vocazioni latenti, finalizzata al progetto d’uso sociale compatibile. Si impone all’attenzione la responsabilità della gestione del Piano, nel perseguire gli obiettivi di efficacia e qualità proposti. Nel disciplinare la “costruzione del paesaggio”, va specificato il carattere delle relazioni visive che si intendono conservare o realizzare in ciascuna unità di suolo, ricorrendo alla rappresentazione di indirizzi specifici in ordine alla realizzazione di manufatti, configuranti interventi sul suolo. Le situazioni morfologiche ricorrenti sono da incrociare con indirizzi tipo-morfologici agli interventi contemplanti le riqualificazione, rafforzamento, eventuali nuove morfologie urbane. La tecnica di progetto che ne consegue deve consentire la valutazione delle proposte di intervento, incisive sul paesaggio, da valutare sulla base dei criteri, enunciati nel piano. Categorie di intervento potranno risultare stralciate da procedimenti di valutazione, in quanto ritenute non pregiudizievoli nella disciplina preventiva di uso del suolo.
L’elaborazione dello studio della Variante Gene ra le del Piano urbanistico ha pertanto da assumere le determinanti di paesaggio quale criterio di Piano. Decodificare valori, e definire nuovi valori di paesaggio appare come significativo impegno del Piano urbanistico comunale. E questo impegno deve necessariamente esplicitarsi attraverso l’uso di procedimenti e tecniche comportanti decodificazione di valori, e proposte di nuovi valori, con le correlate politiche di implementazione e gestione. Nel paradigma scientifico si pone di conseguenza l’esplicitazione di senso, ma altresì di procedimento, e di strumento; e questi connotati incidono nella forma del Piano urbanistico comunale, che, nel decodificare i valori presenti nella della struttura segnica, è chiamato a promuovere il controllo di una evoluzione compatibile dei modi di uso, avvalendosi anche di indirizzi sulla manipolazione possibile della forma sensibile paesaggistica. La scelta del metodo di introspezione dei valori di paesaggio deve correlarsi alla sua capacità di promuovere la disciplina di utilizzazione del suolo, volta a conservare le qualità percettive di eccezionale interesse, a rimuovere elementi antropici ritenuti pregiudizievoli alle qualità eccezionali attraverso azioni di recupero e riqualificazione, ad indirizzare la trasformabilità laddove ammessa in quanto ritenuta compatibile.
I caratteri percettivi possono indagarsi deducendone l’approccio da due tradizioni intellettuali. Da un lato infatti appaiono validi i riferimenti al paesaggio geografico, conducenti ad evidenziare tipi e tipologie di paesaggio, quali fondovalli e pendici collinari, aree montane, aree insediative, piane e pascoli, pendici culminari. A questi criteri sembra riconducibile la perimetrazione proposta nel Ptcp delle “componenti strutturanti la conformazione naturale del territorio”, la cui disciplina delinea gli scostamenti am mis sibili dall’attuale configurazione, sulla base di valutazioni del contrasto conseguente all’innovazione ammissibile. La tradizione intellettuale volta a valutare la configurazione del paesaggio ha invece quale paradigma l’esplorazione della forma sensibile del territorio, delle sue qualità segniche, con riferimento agli elementi visivamente connotati come rilevanti nel campo visivo e nella forma sensibile che lo spazio esprime. Vanno evidenziati i luoghi che riassumono e concentrano la condizione di ricchezza segnica della forma sensibile presente nell’area, di eccezionale valore, rappresentanti la condizione panoramica diffusa e la relazionalità visiva. Vanno quindi perimetrati elementi e loro insiemi, visivamente connotati, rilevanti nel campo visivo. I punti di vista e i belvedere, e le corrispondenze panoramiche tra segni morfologici dominanti e complementari in quanto elementi di scenario di particolare interesse, sono già richiamati nella legislazione di tutela del paesaggio. I profili naturali e gli elementi naturali o costruiti con carattere di limite, o di valore culturale di spicco, o con carattere di sfondo costituiscono gli ulteriori elementi di definizione della configurazione. L’esplorazione dei caratteri “compositivi” del paesaggio può avvalersi della distinzione tra:
• il paesaggio ad elemento dominante, caratterizzato dall’emergere di uno specifico elemento o trama di elementi;
• il paesaggio caratterizzato dalla convergenza di elementi su terminali, costituenti fuochi della visione, e quindi con caratteri focali;
• il paesaggio concluso, con vista racchiusa;
• il paesaggio di scenario, caratterizzato da visione ampia e continua.
Il contrasto che promuove il valore paesaggistico consegue dalla identità degli specifici elementi, e dalla trama delle relazioni visive tra gli elementi, e comporta la distinzione tra elementi strutturanti, ed elementi complementari. Dalla riflessione sul rapporto intercorrente tra struttura e forma, si è dedotta la distinzione tra “configurazione strutturale” e “configurazione formale” del paesaggio caratterizzante il territorio. Lo studio della “configurazione strutturale del paesaggio” ha ad oggetto la comprensione delle componenti strutturanti la conformazione naturale del territorio, e quindi delle sue caratteristiche specifiche fisiografiche, tecnologiche e strutturali. La legislazione regionale ne indirizza la redazione, attraverso l’obbligo che impone al comune di svolgere, ai fini della definizione del Piano urbanistico, specifici approfondimenti tematici concernenti l’utilizzazione agro-silvo-pascoliva dei suoli, e concernenti lo studio geologico tecnico del territorio. La configurazione “formale” del paesaggio – e degli elementi areali, puntuali e lineari dello stesso partecipi – si propone altresì quale specifica finalità di approfondimento del Piano urbanistico comunale, da correlare a quella strutturale nella valutazione sintetica. In questo approfondimento specifica attenzione va riposta nella narrazione appropriata degli elementi della forma sensibile, organizzati in unità paesaggistiche; e nella interpretazione di insieme, in grado di attribuire significati alle parti costitutive, dedotti da valori di relazionalità visiva tra le specificità.
 


Come si sa, da sola la norma, non è sufficiente, soprattutto quando la società non si sente rappresentata dai e nei regolamenti. Se questo è vero, il cardine del problema nella gestione del territorio slitta nel fatto culturale, nella capacità diffusa di distinguere tra i valori, di riuscire a stabilire un rapporto emotivo di appartenenza con la realtà che circonda, nel riconoscere il percorso della storia nella specifica maniera di guardare, qui e ora, il mondo. Questo spiega forse la dicotomia tra alcune leggi italiane, le più avanzate al mondo, e la stretta al cuore che coglie a guardare dalla finestra (ahinoi, da quasi tutte le nostre finestre) per come, in una manciata d’anni, siano stati calpestati con aggressiva ignoranza e ottusa prepotenza alcuni tra i luoghi più trasudanti fascino geografico e storico del Pianeta. Eppure ogni norma, quand’anche non condivisa in maniera generalizzata (ci si riferisce ovviamente a condivisione fattuale e quotidiana, non alle adesioni teoriche e vacue in cui siamo maestri) costituisce sempre un tassello importante nella visione che la società intende dare di se stessa. Le pagine a fianco, tratte dalla Relazione Programmatica del comune di Capaccio-Paestum, indicano con coraggio ma anche con sana costruttività, obiettivi alti: non solo posizioni di salvaguardia difensiva (destinata nei fatti ad essere corrose dalla pressione dell’economia di basso respiro) ma anche intelligenti strategie per innescare processi di riqualificazione. In effetti l’obiettivo di “ricercare un futuro, che assicuri la tutela della identità locale, culturale, archeologica e paesaggistica; ma che altresì dia prospettive di soluzione al bisogno sociale e am bientale, di lavoro, di attrezzature sociali, di ricettività e luoghi di produzione, di abitazione” è arduo, eppure il Piano sembra considerarlo una scommessa che non possiamo rischiare di perdere: conciliare tradizione e modernità, conservazione e sviluppo, qualità del paesaggio e benessere materiale. In questo senso principi e regole, strumenti previsionali e prescrittivi, sono stati programmaticamente collegati ad una (preliminare) individuazione delle identità costituite dai valori locali, considerando con ciò “risorse” tutti i beni di interesse cultu rale e paesistico ambientale. Le parametrizzazioni riferite a socializzazione del suolo, produzione insediativa residenziale, strutture per la produzione terziaria e manifatturiera, ricettività, mobilità – con i singoli temi e i reciproci intrecci graficamente illustrati – vengono puntualmente relazionate mediante un originale approccio storico morfologica che pone a confronto le categorie della “conformazio ne” (la componenti strutturanti l’ambiente geografico) e della “configurazione” (la forma sensibile, organizzata attraverso unità di paesaggio). Per quanto concerne le parti della città di re cente formazione, soprattutto là dove tende a configgere con la stratificazio ne di valori culturali e testimoniali, è proprio da questi che si trae ispirazione per definire le azioni di valorizzazione e modernizzazione. In conclusione, se la chiarezza di intenti costituisce il primo passo verso il successo dell’azione, le probabilità di tramandare ai posteri – in maniera non troppo disastrata – uno dei luoghi più belli del mondo, grazie anche a Francesco Forte e al suo staff, mantiene speranze.

Ugo Sasso


Paestum
Strabone narra che, diretti nella Colchide alla ricerca del “vello d’oro”, Giasone e i suoi Argonauti si fermarono nei pressi della foce del fiume Sele, dove costruirono un santuario dedicato alla dea Hera. Da questo tempio noto in tutto il mondo greco, partiva la via Sacra, una strada lastricata lunga solo 12 chilometri, che raggiungeva Poseidonia. Le origini di Poseidonia, colonia greca fondata intorno al 600 a. C. da achei provenienti da Sibari, affondano dunque nel mito. Dedicata al dio del mare, era difesa da mura alte quindici metri e spesse cinque, che si estendevano per quasi cinque chilometri e dalle quali si innalzavano 24 torri. Secondo i punti cardinali erano disposte le quattro porte di accesso: a Est Porta Sirena, a Ovest Porta Marina, a Nord Porta Aurea, a Sud Porta Giustizia. Grazie anche alla felice posizione geografica aperta alle vie di traffico e alla fertilità del suolo, Poseidonia raggiunse in età classica un notevole grado di ricchezza e di conseguente fervore artistico e culturale. In poco più di un secolo vennero realizzati tre imponenti templi:
la “Basilica”, così denominata dagli archeologi che alla fine del XVIII sec. la considerarono erroneamente un edificio civile di età romana, in realtà un tempio greco dedicato alla dea Hera, costruito intorno al 550 a.C. in stile dorico arcaico;
il “Tempio di Nettuno”, forse anch’esso dedicato alla dea Hera e costruito intorno al 450 a.C. seguendo lo stile architettonico dorico classico, lo stesso del Partenone di Atene;
il tempio di Cerere, o più probabilmente di Athena, realizzato intorno al 500 a.C. nel punto più alto della città e sintesi tra gli stili dorico arcaico e ionico.
Intorno al 400 a.C. la città fu conquistata dai Lucani sotto il cui dominio rimase fino al 273 a.C. allorché, durante la guerra contro Pirro, divenne colonia latina. I romani le diedero il nome di Paestum e la arricchirono con edifici imponenti: il portico del foro, le terme, l’anfiteatro e il cosiddetto Tempio della Pace. Poi in epoca tardo imperiale le esigenze politiche di Roma si rivolsero ad Oriente e molti centri costieri – tra cui l’antica Poseidonia – videro esaurirsi la loro prosperità. Mentre un’esigua comunità convertita al Cristianesimo continuava a risiedere nelle vicinanze del Tempio di Cerere, gran parte degli abitanti di Paestum salivano le colline vicine per sfuggire alla malaria e alle incursioni dei Saraceni, fondando Caput Aquìs, il nucleo originario dell’attuale Capaccio. I templi, dimenticati tra paludi e fitta vegetazione, dormirono fino alla prima metà del ’700 allorché scrittori, poeti e artisti di diverse nazionalità – tra i quali Goethe, Shelley e Canova – “riscoprirono” le antiche vestigia della città greca, diffondendone la fama e inserendola fra le tappe obbligate del “Grand Tour”.

 

 


 

 

 

 
   

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