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BIOARCHITETTURA
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Numero 42 di aprile-maggio 2005
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Ma dove vai?
Ugo Sasso
Il mondo, che ci piaccia o meno, si globalizza: ci si muove per
affari, sport, diletto, curiosità; abbiamo il viaggio di vacanza,
di studio, di avventura, di scoperta; persino il viaggio
iniziatico e il viaggio verso la salute o la preghiera. “No, in
Messico non ci sono ancora stato: ma l’anno prossimo ho già
prenotato per Plaja del Carmen”. È il viaggio più banale, quello
che fanno i più: essere stati. Ci si sposta in maniera forsennata
ma rimane raro il coinvolgimento nelle storie dei territori e
nelle vicende degli uomini che là vivono, costruiscono e
combattono, nella foresta come nel deserto, in località remote o
in paradisi – ormai, grazie anche al nostro viaggio – perduti per
sempre. Tuttavia, anche se il fenomeno del villaggio globale si
sposta velocissimo sulle ali di internet, televisione, satelliti
che mandano messaggi da un capo all’altro del mondo, attraverso la
comunicazione in tempo reale, gli scambi commerciali, il turismo
ecc., il mondo mantiene sacche di mistero. Anche se la facilità
dei contatti transnazionali, gli aerei a buon mercato, le riviste
omologate ci portano alla convinzione che la Terra è composta da
realtà omogenee, efficienti e intercomunicanti, di fatto fra l’una
e l’altra trasmittente rimangono grandi vuoti in cui vivono
milioni di persone, estese parti (spaziali ma anche sociali)
estranee ad ogni tessuto di relazioni esterne. Gli ostacoli oggi
non sono più fisici: oceani, foreste o deserti non interrompono i
contatti; la frattura è invece economica, nel senso di aree che
non hanno nulla da vendere a noi sotto il profilo commerciale,
minerario, turistico, strategico. Parti che, pur comprese
all’interno di un mondo in costante aggressivo movimento, languono
in una disperata arretratezza sociale, in difficoltà igieniche,
scarsità alimentari, malattie endemiche. In qualche percentuale,
anche qua l’Occidente si aggira curioso: per assurdo, l’attrattiva
di queste aree sta nella loro disperazione, nelle emozioni che la
profonda miseria dispensa, nel sentimento di onnipotenza dato da
un fascio di dollari. Ma se per caso abbiamo voglia e tempo e
opportunità – nota a tutti è l’improbabile convergenza di tutte e
tre le condizioni – e riusciamo a grattare la crosta di
superficialità verso la quale il sistema / vacanza sempre ci
spinge, a superare la diffidenza e la soglia della nostra
tranquillità fisica e percettiva, percepiremmo nei diversi luoghi
dinamiche e codici simmetrici a quelli con cui quotidianamente ci
confrontiamo, ove i buoni selvaggi vivono accanto agli aguzzini, i
cercatori d’avventure sono collegati ai responsabili economici, i
contadini senza terra sono l’altra faccia dei latifondisti; solo,
tutto in una maniera più accentuata, esasperata, meno levigata da
secoli di astuzie e buone maniere, ma anche più commovente,
straziata e gioiosa di quella sedimentata nel nostro immaginario.
Anche se è persa per sempre l’ansia descritta dai viaggiatori del
passato, dai testimoni dei grandi viaggi, allorché si andava verso
lo sconosciuto (ora si va verso cose che sappiamo, di cui ci siamo
già fatti un’idea) guadare con partecipe interesse sarebbe come
riconciliarci con i viaggi che stanno alla base della nostra
civiltà: Ulisse, Enea, Gulliver, Swift, oppure i pellegrinaggi ed
i viaggi picareschi, o i diari della letteratura dell’800 (non i
diari di oggi, banalizzati dall’uso della telecamera) ma anche con
i viaggi senza diario, quelli che rimangono nella memoria come
esperienza pura. Il viaggio può essere dunque anche incontro:
cercare di capirsi, mettere a confronto sistemi mentali che anche
nella dimensione più semplice possono contenere espressioni
religiose, filosofiche, scelte nel quotidiano e nella gestione
dello spazio, nel pensare sé stessi nei rapporti tra uomo e donna,
con i bambini, con le generazioni precedenti e nelle dinamiche
politiche, con la forma dello spazio.
Si tratta di azione non semplice perché implica atteggiamenti e
ruoli complementari, disponibilità al paritetico, al simmetrico.
Non guardare per conquistare l’altrui ma per acquisire la
percezione dell’alterità, arricchirsi portando, scoprire scoprendo
sé stessi. Probabilmente solo il confronto con una realtà diversa,
con l’altra faccia della medaglia del nostro vivere osceno – se
solo ci venisse concesso il tempo di riflettere – potrebbe farci
rinsavire. Farci rendere conto che ci spostiamo per vedere il
diverso e di fatto esportiamo in maniera consapevole o il più
delle volte inconsapevole (cioè incosciente) il nostro modello,
profondamente insostenibile. Non facciamo altro che estendere, in
termini di superficie e di cultura, il consumo della Terra: molti
luoghi, sempre più luoghi, coinvolti da un unico processo di
pensiero (il nostro); con le stesse periferie, le stesse
automobili, le medesime discariche. È l’idea di consumo che passo
dopo passo distrugge l’ignoto e lo sconosciuto, livella differenze
e diversità, appiattisce ciò che in fondo ci spinge a muoverci, ad
andare a vedere ed a stupirci.
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