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BIOARCHITETTURA
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Numero 42 di aprile-maggio 2005
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Meno auto, più vita : la nuova
mobilità inizia nelle nostre teste
Micha Hilgers
È da un po’ di tempo che gli esperti in materia ambientale ed
ecologica hanno cominciato ad elaborare i cosiddetti “scenari di
svolta”, ipotizzando forme possibili di vita e di gestione
dell’economia in un auspicabile futuro ecologico. Trascinati da
tali nobili intenti, si sono decisi – cosa piuttosto inusitata per
degli scienziati – a far lavorare finalmente anche i loro sogni e
la loro fantasia, combinandoli con le previsioni realistiche. Era
ora che lo facessero! Tutti gli appelli terribilmente sobri,
sterili e imbevuti di moralità che avevano lanciato finora, erano
palesemente inefficaci e poco convincenti agli occhi di una
popolazione sempre più assillata da preoccupazioni e timori di
natura sociale e materiale. Per riuscire a propagare nuovi stili
di vita, infatti, non basta che questi siano ecologicamente
necessari. Da un sondaggio eseguito di recente dal Ministero
Federale dell’Ambiente, è emerso che più del 60% dei cittadini
tedeschi è preoccupato per le sorti dell’ambiente, ma questa
inquietudine, da sola, non può produrre delle modifiche concrete
nei loro comportamenti, né tanto meno può indurli ad accettare
rinunce e sacrifici. E del resto come potrebbe stupirci questa
scarsa propensione al cambiamento, di fronte alla situazione
economica sempre più precaria in cui versano tante famiglie. Se
gli scenari dipinti per un futuro ecologico fanno presagire un
peggioramento potenziale della propria qualità della vita, già
sufficientemente minacciata dai fattori attuali, è più che
comprensibile la diffidenza con cui vengono accolte le proposte
innovative volte a ridurre il degrado ambientale. Tanto più se
queste proposte investono la sfera della mobilità, che per molte
persone è sinonimo di libertà, indipendenza e qualità della vita.
L’automobile è considerata soprattutto dalle persone più insicure
o insoddisfatte della propria posizione sociale, come nessun altro
bene di consumo portatrice di tali valori e aspirazioni. Se la
gente confonde valori fondamentali quali libertà, indipendenza,
felicità, con viaggi lunghi, automobili e bistecche tutti i
giorni, non si deve commettere l’errore di scambiare questi
simboli coi valori reali che essi celano, assai più radicati e
profondi e che vanno di conseguenza rispettati. Il fatto è che le
giuste aspirazioni legate al tempo libero, alla libertà, alle
vacanze e all’autonomia individuale non devono necessariamente
trovare soddisfazione nel possesso personale di un’automobile, né
l’esigenza di un determinato stile di vita o di un miglioramento
nella scala sociale dovrebbe indurre per forza a compiere viaggi
lunghi o altre attività ecologicamente dannose. In ogni caso,
mettere in discussione o addirittura al bando delle forme di vita
frutto di scelte consapevoli, è comunque deleterio perché sortisce
reazioni controproducenti. Semmai, l’efficacia e il successo della
politica ecologica del futuro si misureranno proprio nella
capacità di proporre stili di vita diversi, ma più allettanti, e
soprattutto di far capire, in termini chiaramente immaginabili e
concreti, come un comportamento ecologicamente utile possa
rappresentare un guadagno reale in qualità della vita personale e
quotidiana. Ecco perché la nuova mobilità deve cominciare nella
nostra testa, o meglio ancora nel nostro cuore. La qualità della
vita e dell’ambiente. per essere accettata, deve quindi essere
prefigurabile con la mente e la fantasia. In un clima come quello
che si respira attualmente in Europa, pieno di appelli alla
rinuncia e alla moderazione, di tagli alla spesa pubblica e di
redistribuzione delle risorse, sarebbe quanto di più devastante e
insensato fare apparire le nuove forme di mobilità alla stregua di
una rinuncia alla qualità della vita.
Il legame inscindibile tra luoghi, qualità e stile di vita
C’è una profonda ambivalenza che alberga nei pensieri di ampie
fasce della popolazione, che dovremmo sforzarci di capire e di
sfruttare. È davvero cosi stupefacente che sempre più persone si
preoccupino dell’ambiente, che di fronte al degrado causato dal
traffico auspichino una qualità di vita ecologicamente migliore,
ma che al momento abbiano paura di rinunciare alla propria
automobile? Questa contraddizione non è forse la prova tangibile
che queste persone, in realtà, vorrebbero rinunciare
all’automobile, ma in questo momento lo ritengono un proposito
irrealizzabile? E non è forse un appello rivolto a tutti noi,
affinché rendiamo più immaginabile, praticabile e quindi meno
inquietante, il cambiamento necessario? Ecco perché è
assolutamente indispensabile avere degli esempi concreti e ben
riusciti di quartieri chiusi al traffico automobilistico o
comunque a traffico limitato. Questi esempi, infatti, fanno capire
a chi li osserva che realizzare dei modelli di vita migliore è
possibile, e non chissà dove, ma davanti alla porta di casa. Tale
constatazione fa apparire l’automobile molto meno indispensabile,
e sfata finalmente l’illusione che l’auto ci faccia scoprire e
conquistare, come e quando vogliamo, mondi migliori e più
appaganti. Possedere un’automobile, compiere viaggi lunghi e
superare grandi distanze sono gli elementi caratterizzanti di uno
stile di vita in cui molte persone, fino ad oggi, hanno voluto
identificarsi. Ma sono sempre più numerosi coloro che vedono la
qualità della propria vita seriamente minacciata dall’automobile e
che considerano sempre meno allettante e appagante il tipo di
rapporto col tempo e con lo spazio che questo mezzo comporta. Ecco
quindi che comincia a vacillare la fede incondizionata in uno
stile di vita, cui finora si era attribuita una funzione
indispensabile per riempire il proprio tempo libero. Senza contare
che in futuro si porrà il problema di una disponibilità di tempo
potenzialmente sempre maggiore a meno che la necessità di superare
distanze sempre più lunghe non l’annulli a sua volta. La fine
dell’occupazione continua è ormai una realtà e ci pone di fronte
al quesito di come gestire il tempo maggiore a nostra
disposizione. Forse compiendo viaggi ancora più lunghi, gite in
automobile e spostamenti a ripetizione? Con un ricorso ancora più
intenso alla mobilità individuale? O non dovremmo invece cercare
soddisfazione, appagamento e qualità direttamente nei luoghi in
cui viviamo; uno stile di vita stimolante non più cercato lontano
dalla nostra esistenza quotidiana, ma all’interno di essa? È qui
che potrebbe realizzarsi una svolta nei processi di
identificazione della gente: l’oggetto dei desideri e delle
attenzioni non sarebbe più l’automobile, con la sua illusoria
“libertà” di andare in capo al mondo, ma piuttosto il nostro
ambiente di vita, i contenuti da dare al nostro tempo direttamente
nei luoghi in cui viviamo. In futuro, la qualità della vita e
dell’ambiente saranno due elementi sempre più inscindibili.
L’esperienza positiva di poter vivere con gioia e appagamento i
luoghi in cui si abita, di godere il tempo libero svincolandosi
dall’imperativo categorico delle lunghe distanze da percorrere,
presuppone la capacità di ciascuno di modificare profondamente il
proprio rapporto col tempo, ritrovando o scoprendo un legame
diretto tra la vita quotidiana e il tempo libero, abbattendo il
muro di separazione che finora aveva diviso queste due dimensioni.
Ma non possiamo nasconderci che per molte persone avere tempo
libero significa potenzialmente “perdere” tempo, trascorrere ore
vuote, votate all’inutilità e alla noia. Non dimentichiamo che
proprio il fatto di riempire e strutturare rigidamente il tempo
libero fa dell’automobile e della mobilità in genere uno dei
fattori più allettanti e rassicuranti dello stile di vita
attualmente dominante. Sono ancora in molti a vivere l’ozio con
angoscia, e non con un senso di liberazione e arricchimento, a
piombare in uno stato di depressione da vuoto, di horror vacui non
appena scoprono che il loro tempo non è ” da qualche cosa. Per
riuscire ad accettare uno stile di vita diverso, quindi, molte
persone hanno bisogno di opportunità che strutturino e riempiano
il loro tempo libero. Uno dei motivi che si celano dietro le
strenue resistenze che incontrano le nuove proposte di mobilità
ecologica, sta proprio nel timore di vedere sgretolarsi gli schemi
di gestione del tempo attualmente imposti dall’automobile. Molta
gente, infatti, non è in grado di assumere uno stile di vita
improntato all’intensità dei sensi e delle esperienza, senza un
valido aiuto esterno. Le associazioni ambientaliste, affiancate
dalle imprese di servizio alla mobilità, dovrebbero fare delle
proposte che comprendano, oltre ad esperienze vive e stimolanti,
anche la possibilità di ritrovare il piacere dell’ozio in modo
graduale, facile e rassicurante, quantomeno per questa importante
fase di transizione. Per esempio, durante un viaggio in treno, o
comunque senza automobile, è importante che la gente possa contare
su proposte di attività che “occupino” il loro tempo.
I momenti di transizione: fonti di nuove opportunità, ma anche
di inquietudine
Le varie forme di mobilità e di gestione economica rappresentano,
tutte insieme, una sorta di prototipo di un nuovo stile di vita:
consumare prodotti del posto, creare dei cicli di produzione e
consumo locali, identificarsi nei propri luoghi di vita, istituire
nuovi servizi di approvvigionamento, fare della mobilità un bene
di cui servirsi e sbarazzarsi in modo più razionale e disinvolto
di quanto non accada con la propria automobile, sono tutte
proposte inquadrabili in un prototipo di transizione epocale.
Stesso dicasi per i progetti lungimiranti di reti e servizi
ferroviari, le nuove forme di turismo basate sulla scoperta dei
luoghi con la loro popolazione e i loro prodotti, i viaggi non
fini a se stessi ma come fonte di esperienze emotive e sensoriali,
il tempo di vita e il tempo libero visti come arricchimento, e non
ultime le nuove forme di organizzazione urbanistica e
residenziale. La sensazione di poter migliorare la qualità della
propria vita è sempre legata all’idea di aumentare la propria
autostima. È noto, per esempio, che i beni di consumo o i servizi,
per quanto validi essi siano, non riescono ad imporsi sul mercato
se, oltre a svolgere la loro funzione primaria, non trasmettono al
tempo stesso un senso di appagamento estetico, un’immagine di
prestigio, novità e comodità in cui identificarsi, e se non danno
la sensazione di essere comodi, facili, intelligenti o comunque
tali da far sentire chi se ne serve in equilibrio coi propri
valori interiori. Queste considerazioni valgono a maggior ragione
per la mobilità. Compiere un viaggio lungo, per esempio, è spesso
un modo con cui cerchiamo di comunicare noi stessi agli altri, e
di ristabilire la nostra autostima. Ecco perché le nuove forme di
mobilità, consumo e vita potranno essere accettate dalla
maggioranza solo se sapranno trasmettere un senso di prestigio,
eleganza e lungimiranza. In ogni caso, gli stili di vita nuovi e
allettanti vengono sempre fatti propri, all’inizio, da una cerchia
limitata di persone. Si creano quindi dei gruppi di avanguardia
che gradualmente si trascinano dietro il resto della popolazione.
La diffusione costante del car-sharing ne è un esempio lampante:
contagiato dalla facilità, dal fascino e dalla praticabilità di
una mobilità diversa, oggi un numero sempre più alto di persone è
disposto a rinunciare all’auto di proprietà. La vera opportunità
di cambiare sta nella capacità di convincimento che riescono a
sviluppare le minoranze coi loro modelli di vita reali e praticati
in loco. Inizialmente sono sempre in pochi ad assumere i nuovi
comportamenti, ma quello che conta non è essere subito in tanti,
ma piuttosto proporre dei modelli talmente validi e convincenti da
indurre la maggioranza ad identificarsi nello stile di vita della
minoranza. Quando un modello funziona riesce anche a convincere, e
quanto più si riesce a presentarlo in modo semplice e disinvolto,
tanto maggiore diventa la sua forza di attrazione sugli altri. E
quanto più queste minoranze sono socialmente vicine alle altre
fasce della popolazione. tanto maggiore diventa la loro capacità
di trasmettere alla maggioranza le proprie idee e i propri
comportamenti. È anche per questo che l’attuale tendenza
all’emarginazione e al degrado sociale rappresenta una seria
minaccia anche per le possibilità di una svolta ecologica: le
minoranze all’avanguardia, infatti, possono trascinare con sé la
maggioranza solo se le varie fasce della popolazione non sono
socialmente lontane tra loro. La nostra è un’epoca caratterizzata
dalla transizione e spesso le ambivalenze e le contraddizioni
esistenti nelle abitudini di mobilità di molte categorie sociali
sono fonte di incertezza e inquietudine per gli stessi
interessati. Ma il compito dei nuovi modelli di vita e di gestione
economica qui proposti è proprio quello di colmare il divario tra
i buoni propositi e le azioni reali, tra gli ideali e i
comportamenti concreti; fino a che questo divario è vissuto come
fonte di disagio, possiamo ritenere che esistano i presupposti per
un cambiamento positivo. Peraltro sarebbe un errore nascondersi
come i momenti di transizione siano spesso anche una fonte di
timori, angosce, e inquietudine. Sono in molti a chiedersi con
apprensione come si potrà mai viaggiare in modo diverso, come si
trascorrerà il tempo libero, come si potrà esprimere la propria
immagine senza automobile. Per molte persone è veramente
impossibile, senza un valido aiuto esterno, e senza proposte
concrete per occupare il tempo, riuscire a valorizzare le proprie
ore libere nei propri luoghi di vita, organizzare diversamente le
proprie vacanze rinunciando all’automobile, o passare un fine
settimana ispirato alla mobilità interiore piuttosto che al
movimento esteriore. Il compito delle associazioni ambientaliste,
degli urbanisti e degli esperti è innanzitutto quello di rendere
più agevole e meno travagliata questa transizione. Se si ha la
possibilità di sperimentare, anche solo per prova, forme diverse
di mobilità, è molto più facile modificare le proprie scelte
successive e riorganizzare i propri spostamenti. In altre parole,
per facilitare questa transizione bisogna offrire alla gente
l’opportunità di provare, di farsi conquistare gradualmente dalla
novità, di farsi convincere dai vari incentivi. Questi
accorgimenti mettono in moto una catena di azioni e reazioni, poi
una volta conosciuti e provati nuovi stili di vita, ci si sente
indotti molto più facilmente a rimetterli in pratica sempre più
spesso. A tale proposito, ci si sente spesso obiettare che ogni
cittadino più o meno sensibile ai problemi ambientali tende a
compilarsi un proprio decalogo ecologico personale: produce meno
rifiuti, ma continua a compiere viaggi lunghi, monta i pannelli
solari sul tetto, ma vuole la decappottabile sportiva fuori dalla
porta, e così via. Secondo questa tesi, i comportamenti ecologici
servirebbero soltanto a ripulire periodicamente la propria
coscienza sporca, ma non sarebbero in grado di imprimere una
svolta concreta e definitiva. Ma non dobbiamo dimenticare che
l’ambiguità, la contraddizione e l’ambivalenza sono
caratteristiche intrinseche di ogni transizione. Quando si
“provano” nuovi stili di vita, non lo si fa gettandosi anima e
corpo nella novità, ma con un senso di provvisorietà, in un
processo continuo di ricerca, accettazione e rifiuto. Per favorire
il cambiamento, però, è importante che molte persone trovino il
coraggio di cominciare, anche con contraddizioni, piuttosto che un
numero esiguo di cittadini assuma subito comportamenti drastici e
di sapore fondamentalista. Per natura la gente è più portata ad
identificarsi con le contraddizioni, le ambivalenze e gli approcci
incompleti, che non con gli integralismi. Chi riesce a compiere il
primo passo è molto più aperto e disponibile a compiere anche i
passi successivi. Del resto, le epoche di transizione non sono mai
state omogenee, ma sempre multiformi, talora anche caotiche. Ecco
perché le contraddizioni sono sì inevitabili, ma non per questo
vanno sottovalutate nei loro effetti positivi; anzi, vanno
osservate e guidate, in modo da indurre chi si incammina su una
via, ad imboccare definitivamente la direzione giusta. Qualsiasi
utopia, come quella di un Europa sostenibile, per avverarsi ha
bisogno di esempi già realizzati, concreti e palpabili, in grado
di trasmettere alla gente il desiderio di identificarsi nei nuovi
obiettivi.
Superare la morale della rinuncia
A chi acquista la prima casa, magari unifamiliare con giardino,
sembra normale e scontato dover rinunciare a qualche consumo o a
qualche abitudine nella prospettiva del nuovo impegno economico:
si acquistano meno dischi, si organizzano meno viaggi, si
consumano meno vini pregiati, si evitano i locali costosi e in
generale si fa un uso meno disinvolto e spensierato del proprio
denaro. Nella maggior parte dei casi queste rinunce non sono
vissute con angoscia o frustrazione, poiché chi le compie assapora
il gusto della novità, dei propri desideri che finalmente si
avverano. Ben pochi, invece, sarebbero disposti alla parsimonia e
alla rinuncia in mancanza di prospettive concrete su quello che
“viene dopo”, su come potrà cambiare in meglio la propria casa, la
propria vita e così via. È qui che debbono concentrarsi i nostri
sforzi: dobbiamo capire e far capire che è giunto il momento di
ristrutturare la nostra “casa comune”, con lo stesso spirito con
cui si ristruttura un condominio. E la ristrutturazione deve
essere radicale se vogliamo riuscire a sopravvivere a lungo. Per
farlo, ci serve il consenso della maggioranza dei condomini, e
riusciremo ad ottenerlo solo se presenteremo loro dei progetti
dettagliati, in modo che ciascuno possa farsi un’idea di come
diventerà la sua casa alla fine. Ma deve essere chiaro a tutti che
c’è qualcosa da guadagnare da questa ristrutturazione, altrimenti
nessuno sarà disposto a sopportarne i costi e gli inevitabili
disagi. Se la prospettiva è di una casa comune in grado di dare di
più a chi la abita, il consenso non tarderà a venire; e qui molto
dipende anche dalla capacità dell’architetto di presentare in modo
comprensibile il progetto, di promuoverlo il più possibile (se
vuole avere l’incarico), di mostrare dei plastici, ovvero di
prefigurare dei modelli futuri per mettere tutti in condizione di
decidere. Se così non sarà, la maggior parte dei condomini si
sentirà portata ad aggrapparsi al vecchio, e si opporrà
strenuamente ad ogni innovazione. Presentare e realizzare questi
scenari futuri è, quindi, la grande occasione che abbiamo per
conquistare il cuore della gente.
Dalla rinuncia all’utopia: gli scenari della quotidianità
Per riuscire a conquistare il consenso della maggioranza è
indispensabile che alle pur necessarie iniziative del legislatore
si accompagni la percezione netta da parte della gente che tali
iniziative comportino un guadagno reale in termini di qualità
della vita. E questo richiede scenari concreti da proporre alla
popolazione, per rendere trasparenti e prevedibili gli sviluppi
futuri. In realtà, di piani e scenari se ne formulano ed elaborano
parecchi, ma spesso restano del tutto sconosciuti al grande
pubblico. Il sondaggio citato inizialmente del Mini stero
dell’Ambiente potrebbe suggerire conclusioni sbagliate poiché, che
lo si voglia o no, la scarsità di denaro nel proprio portafoglio è
comunque un’esperienza concreta, diretta e perfettamente
immaginabile. È qualcosa di reale e doloroso, mentre la
possibilità di ottenere dei vantaggi con la revisione del sistema
fiscale in chiave ecologica (ecotasse) appare ancora a molti, come
una prospettiva quantomai vaga, almeno dal punto di vista del
coinvolgimento psicologico e individuale. Non può sorprenderci più
di tanto quindi, che la cittadina o il cittadino scelga ciò che è
più a portata di mano e preferisca l’uovo oggi alla gallina
domani. È su questa dinamica, purtroppo, che spesso e volentieri
l’idea di nuove forme di mobilità finisce per arenarsi. Una vera
svolta nella politica dei trasporti, per esempio, dovrebbe
produrre una rinuncia generalizzata all’automobile privata, un
potenziamento dei mezzi di trasporto pubblici, un nuovo modo di
vivere e organizzare il proprio tempo libero, e un ricorso più
elastico ai vari vettori di trasporto pubblici, privati e
semiprivati (vale a dire le automobili in comproprietà e uso
collettivo, o car-sharing).
Ma in questo momento un dibattito pubblico avanzante queste
proposte equivarrebbe ad una campagna pubblicitaria a favore della
motorizzazione privata totale. È fuori dubbio, infatti, che la
grande maggioranza della popolazione udendo queste proposte
capirebbe soltanto che qualcuno vuol “fare la festa” alla loro
automobile e con essa a quei valori di libertà, indipendenza,
tempo libero, prestigio sociale ecc. cui si è accennato. Di fatto,
sarebbe una battaglia psicologicamente persa prima ancora di
essere iniziata, poiché molte persone sarebbero indotte a
immaginare una vita alle condizioni attuali ma senza automobile,
ossia niente auto e nessuna alternativa valida per la propria
mobilità. Ciascuno poi calerebbe questa infausta prospettiva sulla
propria situazione personale: la madre penserebbe alla sua attuale
necessità di scarrozzare i bambini di qua e di là, il lavoratore
residente fuori città ai collegamenti pubblici attualmente
inaffidabili, il ventenne alle sue nottate in discoteca senza un
mezzo per arrivarci, e tutti insieme alle loro gite domenicali
irrimediabilmente compromesse. Ciascuno tende a dipingersi nella
propria testa uno scenario individuale, quasi sempre negativo,
fatto di rinunce e sacrifici concreti e privo invece di tutti i
possibili vantaggi che, per la loro vaghezza e astrattezza.
nessuno riesce a prefigurarsi in termini reali. In questo modo, la
causa ambientale finirebbe per essere equiparata ad una campagna
di rinuncia, ascetismo e perdita di qualità della vita. Urge
quindi una dialettica ambientalista che sappia rendere palpabili e
prevedibili i vantaggi in termini di qualità di vita personale, e
solo dopo aver fatto capire questi, proponga rinunce e modifiche
delle abitudini attuali. Occorre cioè puntare sulla maggiore
libertà e indipendenza che questi scenari dischiudono, a tutto
vantaggio di un nuovo e più stimolante stile di vita. Gli scenari
devono essere quanto più concreti e numerosi possibile, ma
soprattutto vanno presentati in modo oculato e attento,
promuovendoli efficacemente, calandoli il più possibile nella
realtà del territorio e andando a toccare direttamente i vari
momenti di vita della popolazione. E a questi modelli positivi
ispirati ad una svolta sociale ed ecologica, vanno contrapposti
gli scenari ispirati alla politica dell’inerzia, ossia del “tutto
come prima” o “avanti di questo passo”. Solo a queste condizioni è
pensabile promuovere un processo di sensibilizzazione e
maturazione democratica partecipativa. È assurdo illudersi che un
profano riesca da solo ad elaborarsi dei modelli per il futuro,
stabilendo in funzione di questi i cambiamenti da apportare alla
propria vita e alle proprie abitudini. Finché nell’opinione
pubblica non si diffonderanno delle idee precise, concrete e
comprensibili sulla mobilità futura, la gente vedrà all’orizzonte
soltanto un peggioramento della propria qualità della vita come
conseguenza ineluttabile della rinuncia alle attuali abitudini.
Una sensibilizzazione efficace in favore di una nuova mobilità
dovrebbe, per esempio, far capire alla popolazione come
diventerebbe il proprio quartiere una volta liberato dalla morsa
del traffico, del rumore e dei gas di scarico, e riconsegnato alla
sua funzione di luogo di abitazione e di vita; o come le vie
urbane e le piazze, liberate da questi rumorosi, sbuffanti e
ingombranti scatoloni di lamiera, potrebbero ospitare gente a
passeggio o i tavoli di un caffè, e quindi diventare una porzione
di vacanza e di libertà godibile tutto l’anno davanti alla porta
di casa. Dovrebbe prospettare nuove forme di viaggio e spostamento
e far capire quanto sarebbe più comodo e rilassante non doversi
più preoccupare di portare l’automobile in officina quanto si
rompe il motorino di avviamento o non doversi tormentare alla
ricerca logorante di un improbabile parcheggio senza per questo
rinunciare alla disponibilità di un’auto a noleggio per una
scampagnata domenicale. Di fronte a tutti questi scenari, il fatto
di non possedere più un’automobile non apparirebbe più come
rinuncia, ma un guadagno reale e allettante in qualità di vita e
libertà personale. E questo sì che sarebbe un argomento
convincente.



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