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BIOARCHITETTURA
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Numero 42 di aprile-maggio 2005
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Opus incertum
Alfonso Acocella
Sin dalle origini della civilizzazione occidentale il modo più
rappresentativo e duraturo di realizzare un solido e regolarizzato
piano di calpestio è stato quello di eseguirlo con lastre di
pietra di consistente spessore, posate direttamente sul suolo (o
su un apposito strato di preparazione con ruolo di sottofondo).
Possiamo collocare l’origine di tale uso nell’isola di Creta: da
qui il pavimento a lastre si diffonde nella civiltà micenea, che
lo adotterà nei palazzi regali del continente. Nella civiltà egea
è dato rintracciare – più in generale – l’adozione di vari tipi di
pavimentazioni: dalla semplice roccia (adeguatamente livellata e
spianata) alla terra battuta; dai pavimenti a “cocci” a quelli in
ciottoli di pietra; dai “battuti di calce” a quelli realizzati in
lastre litiche, così come documentati dalla ricerca archeologica
nelle case sull’acropoli di Dimini, di Sesklo e, soprattutto,
nelle corti dei palazzi di Festo e di Cnosso, dove il lastricato
irregolare anticipa il tipo ad elementi squadrati. Dall’età
minoica e micenea il pavimento a lastre in pietra si afferma come
soluzione rappresentativa trasmessa, in successione, alla civiltà
greca e a quella romana, dove diventa sistema generalizzato che
trova un impiego diffuso ed estensivo sia per pavimentare strade
carrabili sia spazi pubblici pedonali. Al fine di dare risposte
adeguate alle diverse destinazioni d’uso, la pavimentazione in
lastre si specializza nelle sezioni stratigrafiche, nelle
tipologie dei litotipi impiegati, negli spessori, nel disegno
delle apparecchiature. Per i lastricati destinati a strade con
circolazione di carri, che esercitano carichi di esercizio e
azioni di usura notevoli, la pavimentazione è, ordinariamente,
realizzata con lastre di pietra molto dure (con spessori compresi
fra i 30 e i 50 cm) stabilmente posate su uno o due strati di
ghiaia, sabbia e ciottoli. Con una certa costanza – dalla prima
grande arteria, la famosa via Appia costruita a partire dal 312 a.C.,
con tracciato regolare e sistematico, destinata a collegare Roma e
Brindisi – viene utilizzato un materiale litico particolarmente
adatto e di facile reperibilità: la resistente lava basaltica
“traboccata”, in tempi remoti, dai vulcani dell’Italia
centro-meridionale, induritasi in pietra basaltica grigio-nera.
Disponibile in immensi giacimenti, trasformati dai romani in
grandi cave, tale informe materia viene estratta e trasportata
sulla strada, dove centinaia di lapicidi la lavorano sgrossandola,
tagliandola in lastre (basoli) atte ad assecondare quel tipico
disegno ad opus incertum che contraddistingue la via Appia, al
pari di molte altre arterie di lunga percorrenza soprattutto
d’epoca imperiale. Nel 535 d. C. un viaggiatore greco che
passeggia su di essa, meravigliato del suo perfetto stato di
conservazione, afferma: Appio adoperava pietre squadrate, levigate
e tagliate in modo da formare otto angoli. Le univa insieme senza
calce e così strettamente che non apparivano più unite, ma
sembravano formare un unico insieme; e malgrado tutto il tempo che
è passato (ottocentoquarantasette anni) e gli innumerevoli veicoli
e il bestiame che l’hanno percorsa ogni giorno, in tutti questi
anni: la compattezza delle pietre non è affatto diminuita.
La via Appia costituirà – a differenza delle più antiche ma
rudimentali arterie stradali, quali la via Salaria o la via
Tiberina, entrambe snodantisi lungo la valle del Tevere – il
modello maturo sotto il profilo tecnico (soprattutto in relazione
alla lastricatura del piano di marcia) per quella che sarà, nello
svolgersi di pochi secoli, l’immensa rete stradale romana di età
imperiale. La precisione geometrica ed esecutiva del lastricato
della via Appia sarà solo raramente eguagliata. Differenziate e
più articolate soluzioni pavimentali a grandi lastre sono
allestite in particolari ambiti della città romana, come nel caso
degli spazi pubblici riservati ai soli pedoni: le aree sacre
intorno ai santuari e ai templi, le piazze del foro, quelle del
mercato ecc. Qui, frequentemente, vengono messi in opera
lastricati ad elementi quadrangolari (opus quadratum o opus
romanum), sia in formati dimensionali differenziati che con
elementi modulari serialmente ripetuti nella geometria del disegno
pavimentale. Peculiarità dell’opus quadratum è l’utilizzo di
lastre litiche caratterizzate da forme geometriche regolari (in
genere quadrati e rettangoli), ma di dimensioni differenziate,
composte fra di loro. La loro disposizione è indirizzata alla
costruzione di un disegno del campo pavimentale la cui geometria,
pur mantenendo un certo carattere di regolarità, esalta,
attraverso le lastre disposte in libertà, una più variata texture
compositiva, consentendo – sul piano esecutivo – la massima
utilizzazione del materiale disponibile ed eliminando ogni vincolo
dimensionale preciso. Particolare attenzione è posta nella scelta
e nell’accostamento delle diverse lastre affinchè la
differenziazione dimensionale dei vari formati non risulti troppo
accentuata. A volte il lastricato romano ad opus quadratum
utilizza elementi di non grande formato, accuratamente
standardizzati, per l’allestimento di ambiti pavimentali
caratterizzati dall’allineamento dei giunti secondo una rete
rigidamente ortogonale; a volte, invece, gli elementi sono
allineati con uno sfalsamento delle fughe, così da disegnare
un’apparecchiatura con lastre “a correre”. In queste soluzioni la
realizzazione della superficie pavimentale è affidata normalmente
ad un unico materiale (lastre di travertino, calcare, marmo);
l’omogeneità generale del campo pavimentale, sia sotto il profilo
cromatico sia geometrico, rappresenta l’obiettivo principale
perseguito. Con riferimento alle dimensioni delle lastre
impiegate, in genere, si distingue l’opus quadratum gigante o
normale. È evidente come in queste soluzioni pavimentali –
rispetto all’apparecchiatura ad opus incertum – si renda
necessaria una più rigorosa selezione del materiale (con lo scarto
di tutti quegli elementi che risultano essere fuori della scala
dimensionale prefissata); ciò comporta, conseguentemente, una
maggiore onerosità realizzativa. Nelle numerose città romane del
nord Africa, della Turchia, della Giordania – i cui siti hanno
mantenuto fino ad oggi una buona leggibilità della strutturazione
degli spazi urbani – è dato rilevare con frequenza estese e
integre pavimentazioni con grandi lastre di pietra, nella varietà
sia dell’opus quadratum a lastre uniformi sia in quella ad
elementi differenziati. Leptis Magna, Sabratha, Cyrene in Libia;
Gerasch in Giordania; Timgad in Algeria; Efeso in Turchia; Petra
in Transgiordania offrono al visitatore ancora oggi strade e
piazze urbane pavimentate con perfetti lastricati ad opus
quadratum. Anche in Italia, comunque, non è difficile rintracciare
pavimentazioni realizzate ad opus quadratum (come quelle del Foro
di Cesare e del Foro di Traiano a Roma o del Foro di Pompei) ben
conservate e capaci di restituire il loro perfetto disegno e la
loro stratigrafia esecutiva. La piazza rettangolare del Foro di
Pompei (38x142 m), in costruzione nel 79 d. C., anno dell’eruzione
del Vesuvio, è posta a definire uno spazio pubblico esclusivamente
pedonale; ciò si evince dalla serie di cippi, autentici
“dissuasori” di traffico ante litteram, che la delimitano e la
proteggono – lungo il perimetro – dal passaggio dei carri; la
pavimentazione è realizzata mediante un lastricato in travertino
formato da elementi regolari (quadrati e rettangolari), posati
secondo un disegno ad opus quadratum con formati differenziati. Le
lastre, assestate su un piano di terra battuta (a sua volta
poggiante su uno strato di tufo calcareo frantumato), presentano
uno spessore “esiguo”, soprattutto se confrontate con quello dei
lastricati delle stesse strade urbane commerciali pompeiane.
La tecnica pavimentale romana a grandi lastre rimarrà, per molti
secoli, ineguagliata. Gli stessi caratteri architettonici dei
lastricati omogenei, derianti dall’opus incertum e dall’opus
quadratum sopravvivranno nella strutturazione dello spazio
pubblico per tutto il Medioevo. Bisognerà aspettare la nuova
cultura figurativa rinascimentale per registrare delle
“innovazioni” nella concezione delle piazze e degli spazi
collettivi, considerati – anche per ciò che attiene al piano
pavimentale – come superfici altamente rappresentative,
espressione di decoro urbano, oltre che di specifica destinazione
funzionale.
Da L’architettura di pietra. Antichi e nuovi magisteri
costruttivi, Alinea Editrice, Firenze 2004.



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