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BIOARCHITETTURA
 

Numero 43 di giugno-luglio 2005

L'anima del deserto
Maria Pandolfo

San Macario – assieme a Deir ci Baramus, Deir Amba Bishoi e Deir es Suriani – è uno dei monasteri copti situati nell’area di Wadi en Natrun, lungo la strada del deserto tra il Cairo e Alessandria, un luogo in cui innovazione e conservazione convivono e si integrano. In Europa è poco conosciuta la vicenda del monachesimo egiziano e con essa, i luoghi che stanno vivendo un’autentica rifondazione del modello monastico, dei suoi segni, dei suoi significati storici. Si tratta di una scommessa, di una utopia concreta che disegna e dà forma allo spazio fisico nel quale si svolge, assumendo proprie identità, capace di evolvere e di sopportare modificazioni e discontinuità. Lo stile, i modi, i suoni, le parole, la misura dello spazio e del tempo, partendo dai padri del deserto e dal monachesimo delle origini, vengono ancor oggi trasmesse al visitatore, accolto sotto un berceau di gelsomini, con singolare, spontanea, toccante sobrietà. Si avverte qui il gusto delle giornate piene, operose, il valore della meditazione solitaria e insieme la capacità di dialogo riflessivo e quieto, l’ironia leggera, quasi gioiosa, con cui le comunità dei monaci di Wadi en Natrun affrontano le domande ultime. Mentre stabiliscono relazioni fertili e intense con molte altre e diverse realtà culturali, ecclesiali, monastiche di ogni continente.
Fondato nel lontano 360 d.C. il monastero di San Macario è stato, in continuità e con alterne vicende, abitato da monaci copti che, assunto con radicalità il messaggio cristiano, hanno rifiutato l’ordine esistente e ne progettano un altro attraverso un percorso ascetico da condurre al di fuori dal contesto sociale e quindi dallo spazio fisico del villaggio. Con i monaci lo spazio assoluto del deserto viene a perdere il senso di vuoto senza fine e senza significato, per assumere invece valore di ambito vitale irriducibilmente altro dalla città, diversamente pieno, alternativo, salvifico, perfino ierofanico. I padri del deserto si pongono anche come inventori di una diversa idea di paesaggio, scoprendo che la pienezza e la bellezza del deserto può accogliere e far crescere un diverso patrimonio di valori: l’equilibrio tra solitudine silenziosa e laboriosa nei libri o nei campi che si stempera nel dialogo collettivo e corale nel canto e nella mensa quotidiana; la riduzione di sé all’essenziale consentita dalla conoscenza della natura e dell’eternità nelle sue leggi severe ed estreme; infine - e con particolare profondità - la possibilità di immersione nelle vere misure dello spazio e nel senso del tempo. La lunga esperienza monastica copta mostra oggi al frenetico mondo contemporaneo, nella varietà drammatica di eventi e di condizioni storiche, una sostanziale continuità nell’organizzazione spaziale dell’insediamento pur nell’oscillazione visibile tra i tempi di pace e di sviluppo e i tempi di offesa e di degrado. Nei primi, l’insediamento si sparge nel deserto con i suoi microcosmi abitativi (manshopi) tendendo ad una dimensione anacoretica che allarga i margini della libertà di autogoverno del monaco in solitudine, libertà concordata col Padre spirituale e vissuta come premio e privilegio. Nei secondi, l’insediamento si arrocca all’interno del perimetro, si fa nucleo murato che comunica con l’esterno solo attraverso una piccola porta, o addirittura si trasforma in fortezza (qasr) che aspira all’inespugnabilità. Si tratta di oscillazioni con periodi molto variabili nel tempo, ma in nessuna di queste condizioni, nemmeno nelle più estreme ristrettezze, si affievolisce la tensione tra solitudine e coralità.
Fu nel 1969 che il patriarca Cirillo VI ordinò a dodici monaci, tra i quali Matta ci Meskin (Matteo il Povero) di trasferirsi a Wadi en Natrun per rivitalizzare San Macario, giunto ai limiti dell’abbandono. Nell’arco di soli due decenni, a partire dal 1969, un cantiere aperto trasforma con invenzioni e realizzazioni di impressionante energia, ogni aspetto del monastero. Matta ci Meskin si dimostra capace di mobilitare le capacità professionali e operative dei monaci, molti dei quali laureati e diplomati; di dialogare con lo Stato, a sua volta impegnato a fondo nello sforzo per la bonifica del deserto e per la riforma agraria; di coinvolgere specialisti pertinenti, in particolare idrogeologi, archeologi, agronomi, ingegneri, architetti, veterinari. Il monastero consegnato dalla storia, costituito dal piccolo rettangolo murato e da celle sparse dentro e fuori, ormai abbandonate, viene reinventato. Un nuovo perimetro molto più ampio, che moltiplica lo spazio interno consente di ospitare centocinquanta monaci all’interno di un grande anello con centocinquanta celle che circonda e protegge il piccolo monastero preesistente in un insieme radicalmente rifondato ma capace di conservare e trasmettere lo spirito, le attitudini e la vicenda storica del monachesimo. Le celle individuali, articolate in più vani e servizi, sono tutte rivolte verso l’esterno, a guardare i campi coltivati e il deserto, e quindi consentono l’organizzazione di una vita solitaria anche per lunghi periodi. Anche tutte le altre funzioni comunitarie, tranne le chiese e la biblioteca, trovano posto lungo questo poderoso edificio ovoidale che accerchia e protegge le testimonianze della memoria del monastero senza costituire un nuovo muro, e anzi, percepito dall’esterno, da lontano, appare come un falansterio. L’insieme costituito dalle tre chiese e dalla fortezza definisce così uno spazio comunitario, una sorta di agorà o di chiostro, articolato in ambiti diversi eppure dotato di una forte unitarietà, sottolineata dalla nettezza della geometria pavimentaria e da una speciale qualità d’insieme.
Nel frattempo, eliminando superfetazioni e asportando grandi quantità di materiali accumulatisi nel tempo fino a rendere illeggibili i livelli e i vani originari, nel complesso monumentale storico vengono ritrovate vestigia importanti di un patrimonio artistico in parte sepolto, in parte degradato.
Nel territorio esterno circostante il grande cantiere lavora, dentro un’orditura cartesiana di spazi quadrati protetti da alte siepi antivento, alla trasformazione del deserto in campi coltivati, orti, giardini e frutteti che danno cibo ai monaci e alle famiglie di settecento addetti. Dapprima qualche centinaio di feddan donati dal governo, ai quali se ne aggiungono altri via via, fino ad arrivare all’inizio del 2005 a circa 2.350, più o meno un migliaio di ettari (un feddan corrisponde a 0,42 ettari) che sono già in gran parte bonificati e racchiusi dentro un nuovo recinto in costruzione lungo circa 13 chilometri. La nuova torre del monastero assume il compito di serbatoio sopraelevato dell’acqua acquisita da decine di pozzi profondi da 30 a 50 metri con cui si irrigano - secondo un programma idraulico complessivo elaborato nel 1969 – le colture con tecnologie sperimentali in continua evoluzione. Deir Abu Maqar appare oggi il luogo nel quale la trasmissione di un corpus di valori da conservare nel tempo può avvenire anche, e forse soltanto, attraverso l’innovazione, con mutamenti radicali della dimensione della comunità, con ampliamenti sorprendenti degli spazi conquistati al deserto, con inedite agricolture ed economie, con nuove sicurezze derivate più che da muri e recinti, da relazioni fiduciarie e rapporti allargati con le popolazioni nei dintorni, al di là delle differenti convinzioni religiose o appartenenze di chiesa, dalla collaborazione di settecento lavoratori che danno reddito ad altrettante famiglie dei villaggi circostanti. Deir Abu Maqar offre a quanti si occupano di salvaguardia e di valorizzazione di paesaggi, di scienze e di arti per disegnarli e governarli – e più in generale a quanti lavorano, a vario titolo di responsabilità, sul rapporto tra la condizione dei luoghi e la qualità della vita delle persone e delle comunità che li abitano – un terreno di riflessione come luogo interamente ripensato e ridisegnato in età contemporanea per accogliere una nuova vita in continuità con la regola monastica, così da farla rinascere nelle attuali mutate condizioni storiche, sociali, economiche e politiche.


La Chiesa copta
Uno dei primi nomi di Menfi, prima capitale dell’antico Egitto, fu Hikaptah, da cui derivò la parola greca Aigyptos e il termine “Copto”. 1) Il termine “copto” deriva originariamente dalla parola araba Quibt, che a sua volta è una semplice forma abbreviata della parola greca Aigyptios, egiziano, dalla quale sono caduti il dittongo iniziale e il suffisso ios. Oggi chiamiamo Copti i Cristiani egiziani ed etiopi ma anche “copta” l’ultima espressione della antica scrittura della lingua egizia cosiccome l’arte e l’architettura sviluppatesi quale espressione di questa fede che fonda le radici nell’insegnamento dell’evangelista San Marco, colui che nei primi anni del Primo secolo, durante il regno dell’imperatore Nerone, portò la cristianità in Egitto. La nuova fede si diffuse a partire da Alessandria, come dimostrano sia gli scritti del Nuovo Testamento datati intorno al 200 d.C e rinvenuti a Bahnasa, sia il frammento del Vangelo di S. Giovanni scritto in lingua copta, datato alla prima metà del secondo secolo. La Bibbia venne tradotta in lingua copta nel secondo secolo: centinaia di scribi trascrissero copie della Bibbia e altri testi liturgici e teologici e attualmente biblioteche, musei e università di tutto il mondo posseggono manoscritti copti. La scuola di Alessandria, subito dopo la sua fondazione da parte dello studioso cristiano Pantaneo intorno al 190 d.C., divenne la più importante istituzione di insegnamento religioso ma anche di scienze, matematica e studi umanistici, della Cristianità. Tra i docenti più noti: Atenagora, Clemente, Didimo e persino Origene, considerato il padre della teologia che oltre al famoso Hexapla, scrisse oltre 6.000 commentari alla Bibbia. Grazie anche questo la Chiesa copta, che svolse un ruolo centrale nella teologia cristiana soprattutto nel contrasto con le eresie gnostiche, si considera oggi baluardo della fede cristiana. Questo viene motivato con alcuni fatti. Intanto col cosiddetto “Credo niceno” che, recitato da tutta la cristianità, venne scritto da Sant’Atanasio, vescovo di Alessandria dal 327 al 373 d.C.; poi il fatto che l’Egitto fu il rifugio scelto dalla sacra Famiglia nella sua fuga dalla Giudea: “Quando egli si levò, egli prese il Bambino e sua Madre di notte e partì per l’Egitto, e lì rimase fino alla morte di Erode”[Matteo, 2:12-23]. I Copti vanno fieri anche delle persecuzioni che dovettero subire a partire dall’8 maggio del 68 d.C., allorché San Marco fu ucciso il lunedì di Pasqua dopo essere stato trascinato per i piedi dai soldati romani lungo le strade di Alessandria.
Anche il fenomeno del monachesimo nacque in Egitto con S. Antonio, il primo monaco cristiano del mondo, negli ultimi anni del III secolo e fiorì nel IV. La circostanza storica della persecuzione di Decio (250 d.C.) allorché i cristiani furono costretti ad abbandonare i centri abitati e cercare salvezza nel deserto, fu secondo alcuni storici la causa occasionale e non determinante della nascita del fenomeno monastico. Più probabilmente tra il III e il IV secolo, con l’avvento di Costantino e l’assunzione del Cristianesimo a religione di stato, si diffuse la consuetudine di riservare privilegi e onori alla gerarchia ecclesiastica. In molti avvertirono il pericolo della secolarizzazione della Chiesa e vi opposero quindi la fuga dal mondo e una vita fatta di preghiere, mortificazioni e rinunce, secondo il più radicale insegnamento evangelico. Si ritenne cioè che la solitudine potesse meglio consentire l’elevazione dello spirito attraverso l’accettazione della povertà e della castità, il rifiuto della ricchezza e del potere. Il martirio di sangue dei tanti martiri ancora vivo nella memoria, veniva sostituito dal martirio bianco inteso come purezza di cuore e offerta di sé. La storiografia e in particolare le descrizioni di sant’Atanasio di Alessandria, ricordano appunto Sant’Antonio come il primo eremita cristiano. Nato verso il 251 da una famiglia benestante di Coma, la Keman dei giorni nostri nei pressi del Nilo, dopo la prematura scomparsa dei genitori, Antonio decise di distribuire ai poveri i propri beni come condizione per una vita tesa alla perfezione secondo l’esempio degli Apostoli e dei primi cristiani. L’idea si fece in lui sempre più radicale fino a percepire la vita sociale come una minaccia alla sua ascesi. Iniziò la vita di penitente nei pressi della sua casa, poi fuori dal suo villaggio, quindi in un sepolcro; a trentacinque anni scelse come abitazione una fortezza deserta, a est del Nilo; a cinquantacinque anni si ritirò sul monte Pispir e infine, per fuggire al numero sempre crescente di visitatori, si stabilì in una regione montana vicina al Mar Rosso, che la tradizione locale indica nel monastero di Deir-amba-Antonios. A volte si recava sul monte Pispir per parlare alla comunità là lasciata e per comunicare con il mondo esterno, facendo sempre ritorno al suo eremo tra le montagne, ove morì nel 356. Altri famosi Padri del deserto si chiamano Pacomio, Paolo, Macario, Mosè il nero, Mena il meraviglioso, sino a Cirillo VI e al suo discepolo Mena Abba Mena. Dalla fine del IV secolo sorsero centinaia di monasteri e migliaia di celle e grotte sparse nelle alture egiziane. Per cui si può affermare che tutto il monachesimo cristiano derivi, direttamente o indirettamente, dall’esempio egiziano: San Basilio, organizzatore del movimento monastico in Asia minore e guida per le Chiese orientali, visitò l’Egitto intorno al 357 d.C.; San Girolamo, che tradusse la Bibbia in latino, venne in Egitto intorno al 400 e ne lasciò nota nelle lettere; San Benedetto nel VI secolo assunse il modello di San Pacomio per fondare i suoi monasteri, anche se con una regola più rigida. Sotto l’autorità dell’Impero d’Oriente di Costantinopoli, i patriarchi e i vescovi copti ebbero un ruolo importante nella Chiesa: San Cirillo, vescovo d’Alessandria, fu a capo del Concilio ecumenico di Efeso nel 430 d.C. Poi al Concilio di Calcedonia nel 451, la Chiesa copta fu accusata di seguire gli insegnamenti di Eutiche, che credeva nel monofisismo. Di fatto i Copti credono in due nature, umana e divina, che sono unite in una senza “mescolanza, senza confusione, e senza alterazione…e non si separarono per un momento o per un batter d’occhio” (come dichiara la liturgia copta). Con lo scisma di Calcedonia, i sacerdoti e i seguaci copti subirono torture ed esilio. Con la conquista dell’Egitto nel 641, i Copti vennero invece rispettati dagli arabi, forse anche per la benevolenza dimostrata dal Profeta dell’Islam, la cui moglie egiziana gli dette il suo unico figlio. Solo nella seconda metà dell’XI secolo iniziarono ad apparire i primi manoscritti liturgici bilingui Copto-Arabi; uno dei primi testi completi in arabo è del XIII secolo da parte di Awlaad el-Assal che illustra le leggi, le norme culturali e le tradizioni dei Copti. Ancora oggi la lingua copta continua ad essere la lingua liturgica della Chiesa. I cristianesimo cominciò a declinare intorno al 1200, allorché vennero imposte limitazioni di culto, di abbigliamento, di adozione ed eredità sulle pubbliche attività religiose, e sull’abbigliamento. Col XIX secolo, grazie alla tolleranza della dinastia di Mohammed Ali, vi fu un miglioramento. Oggi, un egiziano su 6 segue questa religione. Vigono tre principali liturgie: secondo Basilio, vescovo di Cesarea (la più comune); secondo Gregorio di Nazianzio, vescovo di Costantinopoli; secondo Cirillo I, 24° vescovo della Chiesa copta e che deriva direttamente da quella usata da S. Marco nel I secolo. Particolarmente seguita la pratica del digiuno (210 giorni all’anno) durante la quale non è consentito assumere prodotti animali (carne, pollame, pesce, latte, uova, burro,ecc.) né bere o mangiare tra l’alba e il tramonto. La Chiesa ortodossa copta è guidata dal papa di Alessandria, che non è ritenuto infallibile.

Foto di Domenico Luciani e Monique Mosser
 

 

 

 

 

 

 

 
   

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