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BIOARCHITETTURA
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Numero 43 di giugno-luglio 2005
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Il ciclo dell’acqua
Franco Ravelli
Il clima definisce un’insieme di condizioni abiotiche che, tutte
assieme, contribuiscono a caratterizzare un ambiente o un’area
geografica. Le principali componenti che definiscono il clima sono
la temperatura dell’aria, la piovosità, e i movimenti dell’aria (o
venti) predominanti. Sulla Terra le condizioni climatiche sono
governate da almeno cinque sistemi diversi: l’atmosfera,
l’idrosfera, la biosfera, la criosfera, e la geosfera.
I primi due sistemi sono assoggettati a leggi sostanzialmente
fisiche, ma i loro tempi di risposta sono diversi (settimane o
mesi per l’atmosfera, anni o decenni per gli oceani). Il tempo di
reazione della biosfera è dell’ordine di grandezza di quello
dell’atmosfera (mesi o anni) più che di quello dell’idrosfera, ma
le leggi cui è assoggettata sono assolutamente diverse da quelle
che governano le prime due. La criosfera sembra non avere
caratteristiche in comune con alcuno dei sistemi precedenti, ed ha
un tempo di reazione dell’ordine di migliaia o milioni di anni. La
geosfera è la meno inflenzata dalle prime componenti, ma le
influenza pesantemente sia su scala temporale breve (ad esempio
con effusioni vulcaniche) sia lunghissima (centinaia di milioni di
anni).
Dalla interazione tra questi sistemi scaturisce il governo del
clima che, pertanto, è uno dei fenomeni con la dinamica più
complessa che si possa pensare di seguire. La quantità di energia
solare che giunge sulla Terra è diversa a seconda
dell’inclinazione che i raggi solari incidenti hanno con la
superficie terrestre. La restituzione notturna di calore
(irraggiamento) (componenti a maggiore lunghezza d’onda
dell’energia immagazzinata) è invece paragonabile ad ogni
latitudine. Con questo si ha che nelle diverse zone del pianeta (e
solo per ragioni fisiche o astronomiche) il bilancio termico tra
radiazione assorbita radiazione dispersa è variabile. Nella
realtà, le basse latitudini non sono uniformemente calde, e quelle
elevate non sono uniformemente fredde dal momento che i continenti
hanno una capacità termica diversa da quella degli oceani. Esiste,
inoltre, un trasferimento di calore dalle latitudini tropicali a
quelle polari che si realizza mediante lo spostamento dei fluidi
(aria ed acqua) sulla superficie terrestre.
Il bilancio termico positivo a livello dell’equatore (di giorno
giunge dal Sole più energia termica di quanta non se ne disperda
di notte per irraggiamento) riscalda l’aria espandendola verso
l’alto (la alleggerisce) producendo una situazione di
generalizzata bassa pressione atmosferica. Ciò causa un richiamo
di masse d’aria dalle aree limitrofe all’equatore in modo alquanto
costante (venti alisei). Questi venti costanti diretti verso
l’equatore sono, a causa della forza di Coriolis, deviati verso W
e dunque spirano da NE verso SW nell’emisfero boreale, e da SE
verso NW nell’emisfero australe. L’aria che si espande (per
riscaldamento) all’equatore è carica di umidità; salendo verso gli
strati freddi dell’atmosfera condensa e restituisce l’umidità
sotto forma di pioggia. Scaricatasi dell’umidità, questa aria
equatoriale viene allontanata verso N e S da altra aria che sale
al di sotto di essa, e ridiscende al suolo, asciutta e fredda a
causa della sua permanenza negli alti livelli atmosferici, più o
meno intorno ai tropici a sostituire l’aria attirata (alisei)
dalla bassa pressione equatoriale. Questo schema di circolazione
(cella di Hadley) non individua un’unica fascia intertropicale, ma
si fraziona in più elementi (basse pressioni equatoriali alternate
ad alte pressioni tropicali) che muovono correnti d’aria in
circolazioni di senso orario nell’emisfero boreale, e di senso
antiorario nell’emisfero australe. La presenza di masse
continentali frapposte a quelle oceaniche, infatti, si rende
responsabile della localizzazione geografica delle barocellule;
inoltre la diversa distribuzione di continenti e oceani ai due
lati dell’equatore finisce con alterare anche sensibilmente queste
circolazioni. Infatti, a livello del sistema Asia-Oceano Indiano,
i movimenti dell’aria (venti monsoni) sono determinati dal più
veloce raffreddamento d’inverno, e dal più veloce riscaldamento
d’estate, del continente rispetto all’oceano.
Durante l’estate dell’emisfero boreale il maggiore riscaldamento
del continente asiatico rispetto all’oceano Indiano, impedisce la
formazione degli alisei boreali diretti verso l’equatore e,
viceversa, attira gli alisei australi, prolungandone il percorso
fin sopra il continente asiatico. Questi venti, carichi
dell’umidità che hanno prelevato dal loro lungo spostamento
sull’oceano, quando prendono a salire verso l’alto (come avrebbero
dovuto fare all’equatore), a causa del riscaldamento del suolo,
raffreddandosi si liberano dell’umidità originando piogge intense
e durevoli (stagione delle piogge monsoniche). L’aria che,
provenendo dall’equatore, ricade verso la superficie terrestre a
livello dei tropici, solo in parte torna verso l’equatore attirata
dalle basse pressioni qui presenti. Una buona parte di essa,
infatti, si dirige, invece, verso il polo originando venti diretti
verso NE, nell’emisfero boreale, e verso SE in quello australe, ma
dalle caratteristiche meno costanti e prevedibili. Questa
circolazione orientata verso i poli viene interrotta da una
risalita intorno ai 60° di latitudine dove anche l’aria polare
(che muove dai poli verso l’equatore) si innalza determinando una
fascia di bassa pressione, però meno precisa e costante di quella
equatoriale. Questa seconda fascia di risalita (bassa pressione)
corrisponde ad una seconda fascia piovosa.
Esclusivamente in base alle caratteristiche astronomiche, e alla
quantità di energia solare che la Terra riceve per unità di
superficie dal sole, il pianeta potrebbe essere sostanzialmente
suddiviso in 5 grandi domini: due freddi (ai poli), due temperati
(a latitudini intermedie), e uno caldo (intertropicale). In
realtà, all’interno di ciascuna fascia il clima dipende dal
rapporto esistente tra le superfici di terra emersa e quelle di
oceano. I confini di tali aree, pertanto, non sono paralleli
geografici ma linee isoterme. L’equatore climatico, infatti,
corrisponde all’equatore del pianeta solo lungo le aree oceaniche,
e se ne differenzia anche notevolmente a livello dei continenti,
verso N o verso S, a seconda della stagione. Una temperatura media
annua di 20 °C costituisce il limite convenzionale di separazione
tra l’area tropicale e quelle temperate; 10 °C di temperatura
media del mese più caldo dell’anno, costituiscono invece il limite
di separazione tra le zone temperate e quelle fredde o polari.
Quest’ultimo limite è particolarmente significativo dal punto di
vista biologico in quanto coincide con il limite geografico della
vegetazione arborea (nell’emisfero boreale, è il limite
settentrionale della tayga). Le regioni climatiche possono essere
classificate anche in base a fattori cosiddetti limitanti
(caratteristiche ecologiche che, al di là di un dato valore
soglia, si comportano come se fossero le uniche responsabili del
mantenimento della vita in una data area). Per le regioni
terrestri un fattore del genere è senz’altro l’aridità, che si
oppone allo sviluppo degli organismi vegetali. L’aridità dipende
insieme dalla temperatura e dalle precipitazioni.
Il clima mediterraneo presenta d’inverno caratteristiche più
tipiche del clima temperato, mentre d’estate si avvicina al clima
tropicale. Le aree caratterizzate da questo particolare clima sono
localizzate, in entrambi gli emisferi, fra i 30 e i 45° di
latitudine, in genere sul versante occidentale dei continenti.
L’area che costeggia il mare Mediterraneo rappresenta la regione
terrestre più ampia con questo tipo di clima. Le caratteristiche
principali sono la mitezza degli inverni, piovosi, e
un’insolazione particolarmente intensa d’estate, che è un periodo
praticamente asciutto. Questa condizione rappresenta un’anomalia
planetaria in quanto, eccezion fatta per le regioni oceaniche (in
cui piove ogni mese) e quelle desertiche (in cui non piove mai),
in tutte le altre regioni del mondo la stagione piovosa è
l’estate. Nonostante la mitezza del clima, in queste regioni non è
rara la neve, dal momento che il periodo delle precipitazioni
coincide con quello invernale. Il clima di ogni regione, e in
generale quello di tutto il pianeta, non è costante nel tempo ma
ha subito e subisce modifiche. Alcuni grandi eventi climatici (ad
es. le ere glaciali) sarebbero correlabili, secondo alcuni, ai
periodi orogenetici (caledoniano, ercinico, alpino) del pianeta,
secondo altri dipenderebbero dal periodo di rivoluzione
dell’intero sistema solare attorno al centro della galassia.
Entrambi i periodi hanno un ciclo approssimativo di circa 200
milioni di anni (l’ultima era glaciale ha interessato la Terra, a
fasi alterne, da circa 1,5 milioni di anni fa fino a 10.000 anni
fa; sembra, al contrario, che siano esistite epoche durante le
quali la Terra non aveva calotte glaciali ai poli). Ragioni
astronomiche sembrano essere anche alla base di cicli climatici
più brevi (ad es. le glaciazioni del Quaternario che sembrano
essersi succedute con un periodo di circa 100.000 anni). Tali
ragioni sono, ad ogni modo, sufficienti a spiegare solo l’innesco
del fenomeno (abbassamento della temperatura media di 6-8 °C).
L’accumulo di ghiaccio nell’emisfero boreale, abbassando il
livello del mare su tutto il pianeta, avrebbe prodotto la
continentalizzazione di aree prima mitigate dal mare e anche
l’abbassamento del limite delle nevi perenni in altre parti del
globo, provocando in questo modo la segregazione di altra acqua
sotto forma di ghiaccio sui continenti, e così via in un processo
auto-alimentantesi.
Variazioni climatiche di periodo ancor più breve sono invece
attribuibili a fenomeni sempre meno prevedibili e più frequenti.
Testimonianze delle variazioni climatiche verificatesi in periodi
storici (5.000 a.C. - 2.000 d.C.) sono facilmente deducibili dai
cicli di sedimentazione lacustre (varve), dallo spessore degli
anelli di accrescimento degli alberi (dendrocronologia), dalla
successione stratigrafica dei resti di specie legate a particolari
climi, dalla testimonianze scritte o tramandate della situazione
climatica di una determinata area (ad es., le scene di caccia
dipinte sulla roccia del Tassili, nel cuore del Sahara).
Attualmente è ormai assodato che anche alcune attività umane
possono in qualche modo influenzare il clima su scala globale. Le
immissioni nell’atmosfera di gas derivanti dai processi di
combustione industriale, soprattutto a livello dell’emisfero
boreale, sono state considerate come causa di un possibile
innalzamento della temperatura media del pianeta (il cosiddetto
“effetto serra”). L’anidride carbonica è, tra i gas immessi,
l’indiziato principale. Questo gas, infatti, è del tutto
trasparente alla radiazione solare che colpisce la Terra
(soprattutto nelle lunghezze d’onda del visibile), mentre assorbe,
e restituisce verso la Terra, radiazione infrarossa che la Terra
emette nello spazio in seguito al “riscaldamento” solare. Un
aumento della concentrazione della CO2
atmosferica produce, pertanto, una diminuzione di irraggiamento
calorico verso lo spazio, cioè un riscaldamento della superficie
terrestre. L’aumento di temperatura sulla superficie terrestre
anche di soli pochi gradi centigradi, produce un aumento
dell’evaporazione delle acque superficiali e dunque un aumento
della presenza di vapore acqueo nell’atmosfera. Questo ultimo
effetto contribuisce a mantenere calda la superficie terrestre. Il
riscaldamento che in questo modo si produce contribuisce a
sciogliere i ghiacci delle calotte polari e anche la diminuzione
della superficie ghiacciata del pianeta (= diminuzione della
superficie riflettente) avrebbe come conseguenza un aumento di
temperatura. Inutile aggiungere che lo scioglimento delle calotte
glaciali comporta un aumento del livello degli oceani di alcune
decine di metri. Inoltre, l’immissione di acqua fredda nella
circolazione oceanica la altererebbe, e l’innalzamento del livello
del mare, invadendo porzioni continentali, tenderebbe a mitigare i
climi continentali più interni e ad allontanare verso l’alto il
livello delle nevi perenni.
Per fortuna le attività umane immettono nell’atmosfera anche altre
sostanze che mostrano di avere una azione antagonista. Ad esempio
i gas contenenti Zolfo (soprattutto l’anidride solforosa, SO2)
nell’atmosfera vengono convertiti in acido solforico che ha il
potere di riflettere la radiazione solare in arrivo. La presenza
di questa sostanza, sotto forma di aerosol, nell’atmosfera
determina un raffreddamento della superficie terrestre e dunque,
in ultima analisi, produce un effetto antagonista a quello della
CO2. Il ruolo degli aerosol di acido
solforico è stato verificato nelle eruzioni vulcaniche. L’eruzione
del vulcano el Chichon, nel Chiapas (Messico meridionale) nel 1982
immise nell’atmosfera una grande quantità di Zolfo. In effetti il
raffreddamento della superficie terrestre in conseguenza ad
un’eruzione vulcanica non dipende dalla quantità di ceneri che il
vulcano immette nell’atmosfera, come prima si riteneva, dal
momento che tali elementi particolati non permangono a lungo nella
circolazione atmosferica, ma ricadono ben presto sulla Terra.
L’eruzione di el Chichon ebbe, invece, effetti climatici perchè
conteneva Zolfo e, contrariamente alle effusioni laviche
caratterizzate da questa presenza che sono “tranquille”,
esplodendo riuscì a proiettarne una grande quantità nella
stratosfera, dove parte di questo elemento si trasformò in acido
solforico che, schermando la radiazione solare, determinò un
temporaneo raffreddamento dell’area equatoriale terrestre. Sembra,
inoltre, che questo episodio vulcanico apparentemente minore sia
stato anche responsabile dell’innesco di un fenomeno di inversione
climatica della fascia equatoriale pacifica che va sotto il nome
di el Niño.



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