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BIOARCHITETTURA
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Numero 43 di giugno-luglio 2005
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Faccia di vetro
Federico Bufera
Sostenibile. Ecologico. Parole ormai di moda per pubblicizzare
prodotti di tutti i tipi: auto, cibo, persino carburanti.
Affermare che un prodotto è sostenibile aiuta a venderlo. Questa
tendenza si applica anche agli edifici: architettura sostenibile,
architettura ecologica, fanno ormai parte del linguaggio corrente.
Per anni il concetto di sostenibilità è sopravvissuto in una
nicchia culturale, ignorato dai più e spesso addirittura deriso
dai grandi nomi della progettazione. Oggi, invece, molti grandi
progettisti cominciano a includere la parola sostenibile nella
descrizione delle loro opere. Questa tendenza è molto importante e
positiva per diffondere la conoscenza e la coscienza di tematiche
fondamentali per l’ambiente. Gli esempi di architetture
sostenibili, finalmente pubblicati su giornali e riviste di grande
diffusione, sono il miglior mezzo per diffondere la cultura della
sostenibilità e per indurre un processo di emulazione a tutti i
livelli della progettazione. Ma quella che viene propagandata come
architettura sostenibile dalle grandi firme e dai loro emuli lo è
veramente?
Il vetro e l’Architettura
Secondo alcuni studiosi la parola window (finestra) deriva da
“wind eye”, cioè occhio del vento.1 La cosa non sorprende, poiché
fino al rinascimento le finestre non erano munite di infissi con
lastre di vetro. Anche se occasionalmente presente in alcune case
aristocratiche e in alcune terme Romane, le lastre di vetro alle
finestre cominciano ad apparire nelle case delle persone più
abbienti alla fine del XIII secolo. Il processo di diffusione
comunque non fu rapido e soltanto nel XIX secolo l’utilizzazione
del vetro negli infissi iniziò a diventare comune in tutte le
città europee, grazie anche alle innovazioni tecnologiche nel
processo di produzione. Con l’uso del vetro alle finestre divenne
possibile avere allo stesso tempo la luce naturale e comfort
termico all’interno degli ambienti.
A partire dalla seconda metà del XIX secolo nuove tecnologie di
riscaldamento cominciarono a diffondersi, inizialmente negli
edifici commerciali: sistemi centralizzati con radiatori o aria
calda che permisero di creare microambienti artificiali
confortevoli e luminosi anche nei più freddi giorni d’inverno. Da
quel momento in poi il vetro comincia ad avere un ruolo sempre più
importante nell’evoluzione dell’architettura. Nel 1914 in Germania
P. Scheerbart scrisse una sorta di manifesto in favore
dell’utilizzazione del vetro in architettura: Per innalzare la
nostra cultura a un livello superiore siamo obbligati – ci piaccia
o no – a trasformare la nostra architettura. E ciò sarà possibile
soltanto se libereremo i locali nei quali viviamo dal loro
carattere di spazio chiuso. Tuttavia possiamo fare ciò soltanto
introducendo un’architettura di vetro, che lasci entrare la luce
del sole, della luna e delle stelle nelle stanze, non soltanto
attraverso scarse finestre, ma attraverso il maggior numero
possibile di pareti, costituite interamente di vetro, di vetro
colorato.2
Il messaggio di Scheerbart ebbe successo, e il vetro proseguì la
sua irresistibile ascesa dando vita a involucri interamente
vetrati, resi possibili – va detto – dallo sviluppo dei sistemi di
riscaldamento e raffrescamento, altrimenti gli edifici sarebbero
stati invivibili. Grazie a questi impianti gli architetti si
sentirono liberi da qualsiasi tipo di restrizione nella
progettazione. Fino al XVIII secolo la tecnologia disponibile era
integrata nell’architettura; dopo, l’arte dell’architettura andò
sempre più divorziando dalla pratica del costruire e fare
funzionare gli edifici […] la responsabilità di mantenere decenti
condizioni ambientali finì nelle mani di altri ambiti
professionali: da quelle dell’idraulico a quelle dell’ingegnere.
Essi rappresentarono “altra cultura”, così aliena che molti
architetti la tennero, e la tengono ancora, in disprezzo. I
prodotti e gli sviluppi di questa altra cultura sono stati tenuti
il più possibile ai margini dell’insegnamento nelle scuole di
architettura …[il cui messaggio è:] … Non preoccupatevi di tutte
quelle stupidaggini ambientali, andate avanti con la vostra
architettura.3 Così gli architetti hanno smesso di tenere in
considerazione alcuni elementari principi fisici e spesso hanno
prodotto degli orrori in termini di comfort e impatto ambientale,
anche se con un risultato di grande valore da altri punti di
vista. Uno dei primi esempi significativi è rappresentato dalla
Cité de Refuge di Le Corbusier, che scrive (1931): Avevamo cercato
una occasione – essa è arrivata: l’alloggio Cité de Refuge per
l’esercito della salvezza. Seicento anime povere, uomini e donne,
vivono là. Noi abbiamo offerto loro gratuitamente l’ineffabile
gioia di godere la piena luce del sole. Mille metri quadri di
pareti di vetro illuminano ogni stanza dal pavimento al soffitto,
da muro a muro.4 Fu così che la parete di vetro chiusa
ermeticamente, la sua esposizione a sud-ovest, e l’ineffabile
gioia della piena luce del sole in un giorno caldo d’estate
diedero luogo al primo caso documentato di surriscaldamento con
serie conseguenze sulla salute degli occupanti. Il disperato
bisogno di ridurre l’overdose di ineffabile gioia ebbe tuttavia un
risultato positivo: l’invenzione di quell’importante elemento di
protezione solare della facciata che è il brise-soleil, applicato
successivamente alla facciata vetrata. La cosa non finì lì.
Esasperando uno degli elementi della cultura dell’epoca, Le
Corbusier affermò: Ogni nazione costruisce case adatte al proprio
clima. In quest’epoca di compenetrazioni sul piano internazionale
delle tecniche scientifiche, io propongo: un unico edificio per
tutte le nazioni e tutti i climi… Non deve stupire; i temi energia
e ambiente non si erano ancora incrociati con l’architettura: le
esigenze primarie erano di altra natura. Oggi, qualsiasi manuale
di architettura sostenibile inizia sottolineando che ogni clima
deve avere la sua architettura, eppure le grandi firme
attribuiscono sostenibilità alla loro architettura che usa gli
stessi involucri dappertutto: Le Corbusier vive ancora.
Dopo la seconda Guerra mondiale gli architetti operavano in un
contesto vitale e dinamico pieno di grandi innovazioni
tecnologiche, con una disponibilità di energia a bassissimo costo,
sistemi di riscaldamento e condizionamento sempre più potenti ed
efficienti e un nuovo processo di produzione per il vetro. Tutti
questi aspetti, insieme al modello culturale che avevano
ereditato, li portarono inevitabilmente ad un ulteriore passo
avanti nella diffusione del vetro come materiale di rivestimento
degli edifici, con una innovazione: non serviva più tanto per fare
entrare la luce, quanto per fare risaltare l’edificio durante la
notte tenendo le luci interne sempre accese. Dopo lo shock
petrolifero del 1973 il cambiamento di atteggiamento nei confronti
degli sprechi di energia trovò pronta l’industria del vetro: non
soltanto vetri colorati o riflettenti, ma anche doppi e tripli
vetri e qualche anno dopo quelli basso emissivi. Così la marcia
trionfale del vetro come involucro nell’architettura non fu
fermata. Ma che c’è di male, dal punto di vista energetico e
ambientale, negli involucri interamente vetrati? Vediamo, per tipo
di vetro e di involucro.
Vetri chiari
A una facciata interamente vetrata corrisponde, all’interno, una
grande superficie con un alto livello di luminanza; a ciò consegue
il fenomeno dell’abbagliamento, che rende difficile e affaticante
il lavoro d’ufficio e sgradevole l’ambiente. Di conseguenza, il
confort visivo viene infatti solitamente ristabilito dagli
occupanti oscurando le superfici vetrate con tutti i mezzi a
disposizione, dalle veneziane, alle tende, agli scuri. Avendo
sbarrato la via alla luce, per avere un’efficienza di visione
sufficiente a svolgere le proprie attività si è ovviamente
costretti ad accendere la luce artificiale. Risultato: notevoli
perdite termiche attraverso la facciata (certamente maggiori di
quelle che si avrebbero con muro isolato), bassi guadagni solari
in inverno (le protezioni solari li riducono), non desiderati
guadagni solari in estate (le protezioni interne investite dal
sole comunque si riscaldano e cedono calore all’ambiente) e luci
artificiali sempre accese. Migliori prestazioni termiche si
possono ottenere con protezioni solari esterne, ma le luci
staranno comunque accese tutto il giorno.
È legittimo domandarsi: ma non fu forse per garantire la maggiore
quantità possibile di luce naturale e una completa visione
dell’ambiente circostante che si svilupparono le facciate continue
vetrate? Domanda ancora più legittima se si pensa che una finestra
ben dimensionata e progettata, invece, garantisce il giusto
livello di illuminazione naturale, favorisce i guadagni solari in
inverno e li riduce al minimo in estate, non provoca
abbagliamento, permette di rapportarsi visivamente con l’esterno
e, last but not least, costa infinitamente di meno.
Vetri colorati
Per ridurre l’effetto dell’abbagliamento di cui si è detto,
l’industria del vetro si è inventata i vetri colorati (assorbenti)
e riflettenti. Cosa succede però? Che nelle giornate estive
soleggiate il vetro, assorbendo la radiazione solare, raggiunge
temperature che facilmente superano i 40 °C, e l’emissione di
radiazione infrarossa che ne deriva causa una sensazione di caldo
torrido in tutti gli occupanti nelle zone circostanti, malgrado la
temperatura dell’aria sia sempre a 26 °C. D’altra parte durante le
giornate fredde e senza sole in inverno il vetro si raffredda e
nelle zone vicine si patisce una sgradevole sensazione di freddo,
malgrado l’aria abbia la stessa temperatura degli altri ambienti.
Nella maggior parte dei casi per ridurre questi effetti si usa
soffiare una corrente d’aria fredda (in estate) o calda (in
inverno) che lambisce la superficie del vetro, in modo da portarne
la temperatura a valori vicini a quelli dell’aria interna. In
questo modo le condizioni di comfort migliorano, ma le dispersioni
e i conseguenti consumi inevitabilmente aumentano ancora di più.
C’è un altro inconveniente ambientale derivante dall’uso del vetro
colorato in facciata, specialmente se la tonalità di colore è fra
il verde e il blu, generalmente la più apprezzata. La luce che
riesce a penetrare dalla facciata risulta, anche in una giornata
molto soleggiata, troppo fredda (alta temperatura di colore) a
causa dell’effetto filtrante del vetro, diventando simile, come
spettro, a quella di una giornata coperta, uggiosa – con
conseguente analogo effetto psicologico. La conseguenza è che gli
occupanti prendono il solo provvedimento che è a loro
disposizione: accendere la luce artificiale anche se il livello di
illuminamento sarebbe sufficiente, perché con questo supplemento
di luce il fenomeno di attutisce. Basta guardarsi intorno per
verificare che in tutti gli edifici che hanno l’involucro fatto
con vetro colorato, anche nelle più luminose giornate di sole, le
luci all’interno sono accese. Infine, un’ultima osservazione. I
vetri colorati, anche quelli che lasciano passare i colori
“caldi”, per ridurre l’abbagliamento devono assorbire una certa
quantità di luce naturale: sono fatti per questo. Quindi una
vetrata di questo tipo che occupa tutta la parete esterna di un
ambiente lascia passare la stessa luce di una finestra con vetro
chiaro opportunamente ottimizzata: con molto meno vetro si ottiene
lo stesso risultato, risparmiando energia e denaro. Insomma, vetro
chiaro o vetro colorato, il risultato è sempre lo stesso: consumi
energetici ingiustificatamente alti per evitare un altrimenti
scarso comfort termico e visivo, altissimi costi.
Facciate con sistema a doppia pelle
Una sistema di involucro edilizio a doppia pelle si ottiene da un
involucro interamente vetrato ponendogli intorno una seconda
scatola di vetro che lo contiene. Magari il tetto non è vetrato,
ma le facciate certamente si. L’intercapedine che si forma fra le
due scatole di vetro va di solito da 50 a 100 cm, è usata per
alloggiarvi dispositivi ombreggianti ed è di solito attraversata
da un flusso di aria che va a integrarsi nel sistema di
ventilazione, riscaldamento e condizionamento dell’edificio.
I vantaggi pretesi di questo sistema rispetto ad una facciata
continua singola di vetro sono:
• una maggiore efficienza energetica;
• eccellente comfort termico;
• alte performance di isolamento acustico;
• possibilità di ventilazione naturale controllata;
• basso impatto ambientale,
• valore architettonico di un involucro leggero e trasparente.
Il problema è che molti di questi vantaggi conclamati sono
controversi o addirittura negati dall’evidenza sperimentale,
qualche volta in conflitto fra di loro e in molti casi mancano di
riscontri scientifici. [Selkowitz S. E. (2001), Harrison, K.
(2003), Poirazis, H. (2004)]. Di sicuro c’è che una facciata
doppia pelle presenta gli stessi inconvenienti di una a singola
pelle, ne può aggiunge degli altri e costa ancora di più.
Edifici sostenibili
Quando un edificio può essere definito sostenibile? Esistono molte
definizioni di sostenibilità, ma tutte concordano sul fatto che il
requisito minimo sia la minimizzazione degli usi di risorse non
rinnovabili, compatibilmente con le funzioni dell’edificio e i
parametri economici. Naturalmente questi concetti andrebbero
applicati a tutto il ciclo di vita dei materiali e dei componenti
dell’edificio nonché all’edificio stesso. La sostenibilità di
qualsiasi manufatto può essere rivendicata soltanto dopo una
analisi del ciclo di vita.[IEA (2000)]. Forse, chiedere tutto
questo ad un architetto è troppo, anche se a livello di principio
corretto. Ma almeno un edificio esplicitamente presentato come
sostenibile o progettato da un architetto che si presenta come un
architetto responsabile nei confronti dell’ambiente (e il loro
numero sta crescendo esponenzialmente, data la domanda del
mercato) non dovrebbe avere caratteristiche che siano chiaramente
contro la sostenibilità o che siano contestabili, come il fatto di
usare lo stesso tipo di involucro a Oslo, a Sidney, a Londra o a
Singapore; un involucro tutto di vetro, e non solo a sud, come
potrebbe essere giusto. Non va dimenticato che fra le
caratteristiche della sostenibilità ci sono anche i costi. Un
edificio che costa molto di più della norma garantendo le stesse
performance può essere considerato sostenibile? Al costo economico
è spesso associato il costo energetico. Per esempio, un involucro
doppia pelle costa, in Europa, circa il doppio di uno a singola a
facciata continua tutta vetrata, ed è circa il doppio anche
l’energia incorporata. Rispetto ad un edificio con superfici
vetrate ottimizzate e meglio isolato, la doppia pelle ha
un’energia incorporata superiore di 2-3 volte, mentre è circa una
volta e mezza quella in più della singola pelle vetrata.
Bisognerebbe non dimenticare, comunque, che per la sostenibilità
devono essere soddisfatti tre valori: quello ambientale, quello
economico e quello socio-culturale. L’ultimo è sicuramente il più
difficile da definire, dal momento che i valori socio-culturali
non sono quantificabili né costanti nel tempo. I valori estetici
sono un esempio lampante. Come ad esempio interpretare la seguente
affermazione di Renzo Piano: “L’architettura sostenibile
interpreta la scienza dal punto di vista umano […] È una questione
di criteri scientifici che devono essere applicati in maniera
umana”.5 Questo significa che gli architetti devono trasformare i
vincoli ambientali in risorse estetiche e funzionali o che se non
ne sono capaci (o non vogliono) integrare scienza ed estetica
debbano ignorare la scienza e quindi l’ambiente e andare avanti
soltanto con l’estetica? Più diretto, senza alcuna possibilità di
essere frainteso, Richard Rogers afferma: “l’architettura deve
minimizzare il suo confronto con le forze naturali. Per farlo
bisogna rispettare le leggi della natura.” Il fatto è che,
comunque, gli architetti parlano coi i loro edifici e le loro
opere, non con le loro parole.
Conclusioni
Sempre più spesso, nelle riviste di architettura, sono presentati
edifici (residenziali o terziari) cosiddetti verdi o sostenibili.
La maggior parte di questi edifici sono completamente vetrati (a
pelle singola o doppia). Nella maggior parte dei casi un lettore
curioso non riuscirà a trovare nessuna evidenza concreta si questa
millantata sostenibilità, eccetto che per qualche nuova tecnologia
utilizzata nei sistemi di climatizzazione o per il riuso delle
acque. Lo stesso lettore non riuscirà a trovare nella maggior
parte dei casi altro che belle fotografie e pochissimi dati o
nessun dato che permetta di verificare il successo si questo tipo
di progettazione. Molte volte sono presenti degli schizzi che
mostrano la sezione dell’edificio con delle frecce colorate che
indicano i teorici percorsi che dovrebbe fare l’aria assecondando
l’architettura; forse chi fa questi disegni immagina che possa
succedere che come con una trave o con una finestra o come
qualsiasi altro particolare architettonico al progetto disegnato
corrisponda una realtà concreta che magicamente forza l’aria a
fare quello che è stato disegnato.6 Il fatto è che la
sostenibilità di gran parte di queste architetture appare più che
una realtà provata, una favola illustrata [Filippi M., 2003]. In
un mondo basato sulla pubblicità, sugli slogan, dove l’apparenza è
tutto e in cui quello che uno “comunica” è più importante di
quello che fa, “verde”, “sostenibile” sono etichette di moda che
danno a un edificio un “extra bonus”. D’altra parte, il numero di
sedicenti edifici sostenibili che finiscono sulle principali
riviste di architettura o che vengono effettivamente costruiti è
molto limitato. L’impatto ambientale di questi edifici, quindi, è
altrettanto limitato, se confrontato all’intero parco edilizio.
Perché preoccuparsene allora? Il problema è che questi edifici,
specialmente se progettati da grandi firme, gli architetti del
cosiddetto “star system”, diventano modelli, archetipi di una
nuova generazione di pretesi edifici sostenibili, replicati
migliaia di volte da più oscuri ma ben attivi e numerosi
architetti in tutto il mondo, con l’immaginabile danno ambientale
conseguente. Eppure non si può negare che molti di questi edifici
tutt’altro che sostenibili siano belli, tecnologicamente avanzati,
stimolanti, a volte anche emozionanti. Come non si può negare che
le Ferrari siano automobili belle, tecnologicamente avanzate,
stimolanti ed emozionanti (specie a guidarle). Ma a nessuno
verrebbe in mente di venderle come auto ecologiche.
Tratto da “Qualenergia” n. 4 del 2004




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